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martedì 24 settembre 2013

Il tempo imperfetto


"Per un lungo periodo della mia vita ho avuto l’impressione di essere sul punto di contemplare una visione diretta del vero.
Pur non essendo mai giunto ad una completa illuminazione, ho l’assoluta certezza che non vi sia affatto la necessità, per comprendere la natura di ciò che esiste, di prendere in considerazione concetti come la materia, l’energia o il tempo.”
Il piccolo quadretto dalla cornice dorata era appeso sulla parete di fronte alla fila di poltroncine della sala d’attesa, ancora deserta. Mario l'aveva sperato, scegliendo il primo orario disponibile per l’appuntamento. In qualche modo, la solitudine rendeva quell’incontro un po’ meno imbarazzante. Tornò a fissare il quadretto: le parole erano vergate a mano, su un foglio di carta qualunque, e non vi era né sulla pagina, né sulla cornice, alcuna indicazione sul loro autore. 
Il rumore ovattato di una porta scorrevole lo indusse a voltarsi. Alle sue spalle, un uomo alto e ben vestito stava camminando verso di lui, tendendo una mano elegante. Era anziano e molto distinto; il volto abbronzato, rasato e disteso, incorniciava le fessure sottili degli occhi, dallo sguardo intenso. Aveva i capelli bianchi, tagliati corti e ben curati. 
Si fermò davanti a lui senza parlare, aprendosi in un franco sorriso. Mario fu assalito da una strana sensazione, di disagio e familiarità insieme. 
Con un gesto vagamente impacciato, allungò a sua volta la mano. L’altro aveva una stretta gentile ma ferma. Non si presentò, ma si limitò a dargli il buongiorno, indicando poi il quadretto che stava guardando quando era entrato. Mario se ne accorse e si sentì ancor più a disagio. Cercò qualcosa da dire e le parole suonarono ridicole anche alle sue stesse orecchie: “Concetto interessante. Quando è stato scritto?”
L’uomo allargò il sorriso.
“Davvero, trovo anche io che quelle parole siano incredibilmente profonde. E, in verità, non sono ancora state scritte.”
“Ah.” fece Mario, spiazzato da quell’assurdità.
“Vuole accomodarsi? La sua mezz’ora sta passando.”
Lo seguì attraverso la porta da cui lui era entrato. Il nuovo locale era un ufficio spazioso, illuminato da una grande vetrata. A quell’altezza si godeva di una spettacolare visuale del quartiere commerciale. Le pigre anse del fiume serpeggiavano fra eleganti caseggiati, grattacieli ed estese zone di verde ben curato. In lontananza, le torri e i macchinari del porto fluviale fornivano all’insieme uno sfondo di colori indistinti, sfumati nella foschia. 
L’uomo elegante si era accomodato su una poltrona di pelle nera, dall’altra parte di un’ampia scrivania in vetro opaco. Indicò a Mario di sedersi a sua volta e lui lo fece, ponendosi dinanzi al proprio ospite; scoprì a quel punto che non sapeva cosa dire e, sentendosi a disagio, iniziò a fissare lo sguardo sul semplice arredamento della stanza. Fu l'altro a rompere un silenzio che durava già da qualche minuto.
“Pensavo che mi avrebbe tempestato di richieste.”
“Onestamente, non so bene cosa chiedere.”
“Un'antica versione di una nota favola narra che Aladino, trovata la lampada, trascorse il resto della sua vita pensando a quale desiderio chiedere, morendo prima di poter verificare se l’oggetto avesse effettivamente un qualche potere.”
“Il fatto è” lo interruppe bruscamente “che non credo a nessuna delle cose che lei asserisce di poter fare. Se per la sua... attività le serve la mia fiducia, non credo di poterle assicurare molta collaborazione.”
Mario si rilassò sulla sedia. Temeva, con quelle parole, di scatenare nel suo interlocutore un qualche genere di reazione violenta, da fanatico.
Lui invece era rimasto tranquillo, il volto disteso, le mani curate che, posate elegantemente sul piano traslucido della scrivania, sembravano un'ombra sospesa a mezz'aria. Parlò con lentezza, quasi a bassa voce:
“Se non crede a ciò che facciamo, come mai ha insistito tanto per questo appuntamento? Di solito, le tariffe che pratichiamo sono sufficienti a tenere lontano tanto i semplici curiosi quanto gli scettici che desiderano metterci alla prova. E francamente, lei non mi sembra appartenere a nessuna di queste categorie.”
Mario si alzò in piedi lentamente. “Infatti. Per essere precisi, appartengo alla categoria dei disperati. Ma questo” concluse tendendo una mano verso l'uomo elegante, che si era alzato a sua volta “non è un suo problema.”
“Solo se lei vuole così” acconsentì l'altro.
Mario annuì e si voltò, attraversando la stanza. Sull’uscita, lo raggiunsero le parole del vecchio:
“Ci vediamo questo pomeriggio.”
Scrollando le spalle a quell'ultima assurdità, si affrettò verso l'uscita del palazzo. Era stata una sciocchezza andare da quella gente, l'aveva sempre saputo. Ma non aveva molta importanza. 


Iniziò appena fuori dall'edificio. Come sempre, avvenne senza alcun preavviso e in maniera graduale. 
Mario stava attraversando un incrocio, tenendo d'occhio la sagoma di un autobus che, a qualche centinaio di metri da lui, stava ripartendo dopo la fermata e si avvicinava prendendo velocità. Proseguì la marcia, calcolando mentalmente il suo margine e allungando il passo in un accenno di corsa leggera.
A metà dell'incrocio si accorse che il veicolo stava rallentando: forse, si disse tentando di convincere sé stesso, l'autista l'aveva visto e aveva agito di conseguenza. Ma sapeva che non era così.
Anche gli altri veicoli, dal lato opposto della carreggiata, stavano rallentando. Mario proseguì ostinatamente nel suo passo, sorpassando gli altri pedoni, che si muovevano sempre più piano, come se fossero stati immersi in un liquido denso.
Tentò di rallentare, del tutto invano, e giunse sull'altro lato del marciapiede piombando come un proiettile in mezzo ad un gruppo di piccioni. O meglio, Mario si stava muovendo effettivamente in modo molto lento, quasi teatrale, ma rispetto al mondo intorno a lui ogni suo gesto veniva eseguito ad una velocità straordinariamente elevata.
Gli uccelli girarono la testa con sconcertante lentezza verso di lui; rimase a guardare sconfortato la scena, cogliendo ogni minuto dettaglio dei guizzanti muscoli che si agitavano sotto le penne, trasmettendo il moto dapprima all'attaccatura delle ali, poi alle zampe, che si prepararono a flettersi e infine, dopo un intervallo estenuante, scattarono in un colpo di molla che proiettò gli animali verso l'alto. Le ali si distesero progressivamente, poi iniziarono a spingere verso il basso, sollevando mulinelli nell'aria che sembrava diventata densa come melassa.
Alla fine si stancò di quello spettacolo. Rassegnato, distolse lo sguardo, allontanandosi in un guizzo impercettibile mentre il più rapido degli uccelli iniziava appena a sollevarsi da terra. 
Non sapeva quanto sarebbe durata questa volta, pensò mentre si muoveva a zig-zag per evitare le statue, ormai inanimate, dei passanti nel centro affollato. Sforzandosi di non cedere alla disperazione, pensò a dove avrebbe trascorso quell'intervallo di non tempo, come si era abituato a chiamarlo.
C'era un ristorante sul porto che aveva sempre voluto provare. Vi si diresse, passeggiando tranquillo. Dietro di lui fischiava un mulinello di polvere, sollevato dal suo passaggio mentre lui, rispetto a quel mondo quasi del tutto immobile, sfrecciava ad una velocità prossima all'infinito.



Mario si fermò a contemplare la donna, al ristorante; il corpo sottile e morbido appena sollevato dalla sedia era proteso verso il centro del tavolo e si tendeva alla ricerca di un contatto con quello del suo compagno, a sua volta slanciato incontro a lei. 
Le sue labbra dischiuse, la fessura degli occhi, le lunghe ciglia distese, erano il paradigma del desiderio perfetto. Quel bacio cristallizzato, un attimo prima dell'atto che lo avrebbe reso reale, esisteva totalmente in potenza. Era un desiderio perfetto perché non ancora contaminato dalla realtà, dove inevitabilmente avrebbe corrisposto solo ad una parte della sua aspettativa.
Dunque è questo, pensò Mario, il migliore dei mondi possibili. Quello in cui soltanto le cose che non accadono esistono in una trottola stroboscopica, sovrapposizione di ogni stato possibile. Un regno senza tempo in cui dei sogni, che non svaniscono realizzandosi, aleggia un profumo eterno e indefinito. 
Mario considerò tutte queste cose mentre mangiava, seduto ad un tavolo in disparte, circondato da piatti prelevati dalle mani di inconsapevoli camerieri che, in un incerto futuro, non avrebbero saputo spiegarne la mancanza.
Anche in quel mondo senza tempo, si alzò con un balzo repentino. Attraversò con foga la stanza, raggiunse il tavolo dove aveva visto la donna; le pose le mani sulle spalle e la trasse a sé, baciandola con foga. I capelli di lei ondeggiarono come i tentacoli sottomarini di una medusa. Le sue labbra immobili erano calde, la bocca, quando la esplorò, colma di desiderio.
Si staccò, sconvolto dalla gravità del suo gesto. Respinse la donna con forza: il corpo di lei, sbilanciato, fluttuò nell'aria verso una lunghissima caduta. 
Mario tremava violentemente: mai in vita sua avrebbe pensato di essere capace di un atto così brutale e vile. Gli occhi gli si riempirono di lacrime mentre osservava quel volto allontanarsi lentamente dal suo, mantenendo la stessa, inalterata espressione di inconsapevole, sensuale voluttà. 
Con delicatezza, guidò il corpo della donna sulla sedia, sistemandolo con cura in un equilibrio saldo.
Agli occhi di lei e del suo compagno, fra pochi lunghissimi istanti, essa sarebbe semplicemente precipitata sulla sedia nel goffo tentativo di baciarlo attraverso il tavolo. Avrebbero riso, forse avrebbero raccontato l'episodio ai loro amici. 
Uscì dal locale correndo; le tende si sollevarono e la porta, trascinata dallo spostamento d'aria, iniziò una corsa quasi infinita verso lo stipite. Le onde sonore del suo sbattere avrebbero invano inseguito l'autore della corrente che le aveva generate, perduto in un altro tempo.


La collina su cui sorgeva il poligono dominava la città e il suo fiume, che la esplorava sinuoso come le dita di un amante.
Era bello guardare per l'ultima volta quel paesaggio amato. Mario non provava dolore all'idea di separarsi da quella vita assurda; piuttosto, la vista dei luoghi familiari, cristallizzata e immobile, gli dava un senso di nostalgia, nella consapevolezza che tutte quelle cose per lui erano già perdute. 
Si volse verso l'area di tiro e cercò con cura il proprio uccisore. 
La scelta cadde su un giovane dal viso pallido, le mani tese davanti a sé; i muscoli sembravano rilassati ma, guardando bene, si percepiva una forte tensione. Osservando attentamente Mario poteva scorgere la punta dell'indice che si muoveva appena percettibilmente, spingendo millimetro dopo millimetro all'indietro la leva del grilletto. Aveva un'espressione calma e decisa, vagamente triste: teneva lo sguardo fisso sul bersaglio, come se in qualche modo gli importasse di lui. 
Sì, era proprio la persona giusta, pensò Mario. Si mise davanti alla pistola sportiva che il ragazzo stringeva in mano, gli diede le spalle e si spinse all'indietro, fino a sentire il cerchio di metallo della canna premergli al centro della schiena.
Chiuse gli occhi e attese la fine.

“Ha scelto proprio un modo ingegnoso. I miei complimenti”.
La voce familiare lo fece trasalire. Aprì gli occhi, ma non si spostò. Anche prima di mettere a fuoco la scena, il cervello di Mario aveva escluso subito la possibilità che il tempo fosse tornato a scorrere al suo ritmo abituale. Se ciò fosse avvenuto, lui sarebbe stato già morto. 
Il vecchio signore elegante si trovava in piedi vicino a lui, prudentemente al di fuori dalla linea di tiro del giovane, inconsapevole carnefice. 
“Cosa fa lei qui?”
“Il mio lavoro. E poi le ho detto che ci saremmo incontrati questo pomeriggio”
“Come... come mai lei non è...”
“Rallentato?” concluse l'altro. “Modificare lo scorrere del mio tempo personale è una delle cose che so fare, una delle mie tante abilità, a cui lei non crede.”
“Cosa vuole da me? Mi lasci morire in pace.”
“Oh, d'accordo. Non volevo disturbarla. Ho solo pensato che, in fondo, fosse sinceramente in cerca di risposte.”
“Risposte a cosa? E poi, che importanza può avere?”
“Tutto dipende dalle risposte. Oh, e più ancora, naturalmente, dalle domande.”
Malgrado tutto, Mario fu irritato da quella supponenza. Incapace di trattenersi, voltò leggermente la testa verso di lui:
“E' proprio questo il genere di assurdità che mi fa odiare la gente come lei. La vostra filosofia da quattro soldi, condita di concetti roboanti, di frasi fatte, dal significato plastico che si adatta a tutto e a niente! Lei è solo un imbroglione.”
Inaspettatamente, il vecchio sorrise. Replicò con tono ragionevole e pacato, cosa che irritò Mario ancora di più.
“Questo, oltre che offensivo, è anche palesemente errato. Come può notare, sto effettivamente adattando il mio flusso temporale alle sue attuali... esigenze. Per cui converrà che, almeno per quanto riguarda la mia attività professionale, non posso essere definito un imbroglione.”
“Se è davvero capace di controllare il tempo, perché diavolo non mi aiuta?”
“Mi ha mai chiesto di farlo?”
“Ma… ma non vede che sto per morire?”
“Lo vedo bene. Ma è lei che si sta suicidando, per sua libera e ben ponderata scelta; la mia etica mi impedisce di intervenire e, in ogni caso, le basterebbe fare un passo di lato, togliersi dalla linea di tiro, per scongiurare ogni pericolo.”
“Per l'amor di Dio” piagnucolò Mario “mi aiuti!”
“Lo desidera veramente?”
“Io... io...”
“Vuole sul serio” incalzò l'altro “rinunciare al dono che le è stato fatto?”
“Ma di cosa parla? Di che razza di dono sta vaneggiando?”
“Credo che lei stesso sia arrivato a comprenderlo. Che abbia percepito l'immenso valore di poter vivere nel tempo perfetto, anche se accedendovi in maniera occasionale e incontrollata. Se non l'avesse compreso fino in fondo, ora non sarebbe sul punto di uccidersi.”
Un lieve suono secco si udì nel breve silenzio che seguì a quelle parole. Come uno scatto lento, prolungato, un lunghissimo click. 
Il vecchio si avvicinò alla schiena di Mario e osservò attentamente la mano del ragazzo con la pistola. 
“Ecco” disse “sta per scattare il grilletto. E’ tutto in mano sua, adesso. E’ il momento delle decisioni.”
Mario non disse niente. Non piangeva, non sorrideva, sembrava solo sospeso in quel tempo impazzito. Mentre un cupo, strascicato eco di boato si levava alle sue spalle, il vecchio gli mise una mano sulla spalla. 
Mario si irrigidì. Possibile che non fosse successo niente? Forse era partito un colpo a salve, o l’arma aveva fatto cilecca.
Poi lo sentì. Si era aspettato, malgrado tutto, di morire sul colpo. Invece il proiettile entrò in lui con la lentezza di un sadico bisturi. 
Mario gridò, incapace di muoversi, di sottrarsi a quella tortura della pallottola che scavava la strada verso il suo cuore millimetro per millimetro.
Alla fine si accasciò a terra, ma ormai il colpo era entrato e lui, nel movimento, lo aveva trascinato con sé, senza per questo arrestare la corsa della scheggia mortale che penetrava sempre più a fondo.
Il vecchio si chinò sopra il volto del moribondo. Aveva perso la sua espressione amichevole e lo fissava con una sorta di maligna soddisfazione. Malgrado questo, parlò con gentilezza:
“Ha fatto la scelta giusta, amico. Questo mondo imperfetto, qui intorno, fra poco ricomincerà a correre la sua corsa verso la follia. Il tempo trascinerà i sogni perfetti in desideri infranti, i grandiosi progetti in mediocri realizzazioni. Nel suo impietoso divenire ogni palpito del cuore, ogni luce della ragione si confonde, sfiorisce, si riduce fino a divenire un simulacro avvizzito dell’ingegno che l’ha generato.”
Il dolore era più acuto ora; qualcosa gli impediva di respirare e sentiva un caldo fiotto che gli gorgogliava in gola. Pregò che finisse presto. Malgrado tutto, ascoltava le parole del vecchio.
“A quelli come noi è stato concesso di conoscere l’alternativa a tutto questo; un mondo dove tutto rimane in potenza, puro pensiero. Un luogo non contaminato dal tempo, che purtroppo siamo costretti a lasciare periodicamente, precipitando in questo intollerabile squallore.”
“Anche… lei…” rantolò Mario
L’altro annuì.
“Fin da bambino. Ho conosciuto molte cose, imparando a controllare il mio tempo; ho visto una buona parte di questo infinito fluire, ma mi è servito solo a capire che in questo fiume tutto è banalmente uguale a sé stesso.”
Si accovacciò, gli prese la mano.
“Mi creda. Non c’era nulla che valesse la pena di sopportare. Ha scelto bene. Viva in pace l'attimo perfetto che si è scelto, per sempre.”
Tacque il vecchio. Mario giaceva riverso. Una pozza di sangue, con il tempo, si sarebbe formata dietro la sua schiena, infradiciando la terra morbida del prato. Aveva il volto sereno, lo avrebbero scritto anche nei giornali: sembrava perfettamente felice. 
Si avviò giù per la collina. Conosceva già quel che sarebbe accaduto: il ragazzo avrebbe abbassato la sua pistola, lentamente, realizzando a poco a poco l’orrore inspiegabile davanti a sé. Poi sirene, grida, balbettii. E fiumi di parole inutili.
Scosse la testa. 
Non gli capitava spesso, di incontrare qualcuno come lui. Il dono che aveva ricevuto era raro, ma non unico. 
Giunto alla base della collina, si concentrò. Intorno a sé, lentamente, le cose ripresero il loro ritmo naturale. 
Fermò un taxi, salì e pronunciò l’indirizzo della sua sede in città. Si rilassò sul sedile, controllando le emozioni. Si sentiva un po’ in colpa, come tutte le volte. Sapeva che avrebbe potuto aiutarlo, insegnargli a controllarlo, ci sarebbero volute poche ore. 
Entrando in ufficio, alla Time Control, il senso di colpa era già svanito: in fondo, questo si era tolto di mezzo da solo, era stato sufficiente assecondarlo.
Sfogliò l’agenda del pomeriggio: aveva appuntamenti per almeno un milione di euro, soltanto quel giorno. E c’erano progetti grandiosi, all’orizzonte.
Aveva a disposizione tutto il tempo del mondo. 
Ce n’era in abbondanza, di tempo, anche per cercare un socio.