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lunedì 30 settembre 2013

Le lettere di Schrodinger

Ho scritto di getto perché il tempo era poco, quando ho iniziato a scrivere. Sarà, a maggior ragione, poco anche quando avrò finito; quando voi leggerete, starà finendo, e poi sarà finito. Verranno lettori per cui tutto questo sarà passato, trapassato, strapassato. 
Per chi leggerà. 
Ma ora, qui, nel piccolo spazio del rigo vuoto, in cui piovono le lettere e le parole si raccolgono in pozzanghere di pixel scuriti, qui il tempo è indefinito.

Nessuno di chi leggerà, sa esattamente quanto ne è passato, da una frase all'altra, da una parola alla successiva. Chi di voi può dire se ho lasciato in sospeso questo scritto, per secondi, minuti, ore o persino intere giornate?
Come saprete, lettori, prendendo ad esempio in considerazione la stessa parola "lettori", in cui vi raccolgo, se quel vocabolo sia stato scritto di getto, oppure se nel comporlo non vi sia stata una pausa, ad esempio, fra la "l" e il resto, lasciando la lettera monca del suo "ettori" per un intervallo di tempo che voi, inconsapevoli, non potreste mai quantificare?
Adesso che leggete, non sarebbe stato diverso; sia nell'uno che nell'altro caso il senso del testo è lo stesso, identico il ritmo, la mediocre prosa non ne avrebbe ricavato beneficio, né sarebbe ulteriormente scaduta. 

Ma è veramente così? 
O esiste, anche per le parole, una specie di indeterminazione quantistica per cui le lettere, tutte, rimangon sospese, indefinite, tutte le combinazioni di ritmo e significato che vorticano in una pazzesca nuvola di probabilità, e il testo vero, collassato sulla carta o sullo schermo, quello di voi lettori, si compone soltanto leggendolo?

Se è così, a che serve il mio affanno, la mia corsa contro il tempo, per contribuire a questo Carnevale con un testo di senso compiuto e per di più a tema, quando era sufficiente accozzare alla rinfusa le particelle elementari, un sacchetto di a, b, c, j, m, l e così via, curandomi solo che ci siano tutte e in numero sufficiente perché voi possiate leggere finché ne avrete voglia?

Peggio del famoso gatto, il cui ingrato destino sempre mi intenerisce, le mie letterine, né vive né morte, non san proprio che gli tocca in sorte. Saran parte di una rima, di una strofa o quella prima? Comporranno un parolone, o il ritornello in una canzone?

Boh. Che il paragrafo precedente fosse tutto in rima, è una cosa che io vedo ora, rileggendo, o l'avrete deciso voi, quando leggerete, attribuendomi di conseguenza anche la presente osservazione?
Ho la sensazione di non essere io, a scriver cercando di fare in tempo per il Carnevale, ma che il tempo, se pur agli sgoccioli, mi stia giocando un brutto tiro, rovesciandosi da chi leggerà a chi aveva scritto!

Oh, diavolo. Non c'è modo di saperlo.