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venerdì 13 settembre 2013

Sul finire del giorno (prima parte)


Verrà, al termine di un lunghissimo giorno, il respiro del tempo.
Soffierà dalle montagne e la luce fuggirà al suo cospetto,
di ora in ora si stenderanno le ombre
e sdraiate a terra piangeranno il loro sole, rosso di sangue, che giace morente.
Sulle sue ali verranno, per restare, cieli senza orizzonte.

Cap. Jerrod Berwel - Diario di Bordo


Qualcosa lo aveva svegliato. Un rumore sconosciuto, che tuttavia si stagliava, nitido e continuo, sullo sfondo dei suoni abituali della prateria. In seguito Rel si sarebbe vantato di aver riconosciuto subito il fischio del vento, senza averlo mai udito prima; era proprio come lo descrivevano le leggende.

Le assi del carro gemevano con scricchiolii sinistri, strappando al telone della copertura violenti schiocchi dal ritmo imprevedibile. Mise il naso fuori dal carro, osservando la prateria dove si era accampato da poche ore.
Era come se un gigante stesse soffiando furiosamente nella valle, incurvando le cime degli abeti, spazzando l’erba con lunghe ondate rabbiose. Il sole splendeva a tratti, dardeggiando dai varchi fra nuvole basse che sfrecciavano nel cielo cupo.

Le bestie si erano spaventate, le sentiva battere con gli zoccoli sulla terra. Saltò giù dal carro e corse a sciogliere le pastoie, perché non le strappassero.
Guardò di nuovo verso il cielo: sopra le montagne si formavano grossi ammassi di nuvole scure. Gli era capitato, nei suoi viaggi, di vederle addensarsi durante la pioggia; mai però ne aveva viste di quel colore, un grigio livido, quasi violaceo, che brillava al sole come una gemma oscura sospesa nel cielo.

Con un uggiolio, un grosso cane dal pelo scuro e raso venne fuori da sotto il carro. Rel lo chiamò e la bestia gli trotterello incontro, le orecchie ciondoloni e la coda bassa. Gli appoggiò il muso contro la gamba, continuando a mugolare.
“Anche tu senti qualcosa di strano, vecchio mio?” gli disse l’uomo con tono complice.
Montò a cassetta e frustò i due animali, che si mossero subito, come se anche loro avessero voglia di andarsene da quel posto.

Il carro si avviò lentamente lungo l’antica traccia nella prateria, un solco di terra battuta nella sconfinata distesa di erba azzurra. Il cane trotterellò per un poco lì vicino, stando ben attento a non avvicinarsi troppo agli animali da traino. Aveva imparato a sue spese quanto faceva male entrare nel raggio d’azione delle lunghe code aguzze dei boodiak.
Dopo un po’, con un balzo saltò a cassetta e si accucciò accanto al padrone. Rel diede un’altra occhiata al cielo, sempre più cupo, che mandava brontolii sinistri. Poi si piegò e si infilò sotto al telone, per emergerne poco dopo stringendo in pungo il fucile a lunga gittata.
Si sedette di nuovo, posando l’arma accanto a sé, e riprese le redini. Il cane lo guardava con aria interrogativa e lui lo ignorò.
Quel vento, che continuava a soffiargli alle spalle con raffiche discontinue, non era normale. Gween Hill era ancora lontana e non amava trovarsi nei guai.

Le prime gocce caddero sulla strada con un rumore sordo e cupo. Tempestarono il terreno riarso con crescente violenza, poi la pioggia si trasformò in uno scrosciante rovescio, che impregnò l’aria di umidità, rendendo difficile respirare.
I boodiak muggivano irrequieti; Rel, mezzo accecato dagli spruzzi, teneva saldamente le redini per impedirgli di sbandarsi. Intravvedeva soltanto pochi metri della strada davanti a sé, che si andava rapidamente trasformando in un ruscello di fango. Più oltre, il muro d’acqua inghiottiva ogni cosa.

*             *             *

Prima di allora, il Reggente non aveva mai avuto occasione di sentirsi ridicolo e la cosa non gli piaceva affatto. Attraversando la sala delle udienze avvolto in quel pesante drappo, rappezzato in fretta e furia dal sarto del palazzo, si rese tuttavia conto che la situazione era abbastanza grave da giustificare ogni stranezza.
Gli uomini e le donne della corte rabbrividivano e si addossavano gli uni agli altri, stringendosi intorno al collo le loro tuniche. Molti portavano addosso brandelli di pelli, tagliate via dalle sacche da viaggio o dalle coperture dei carri, risultando ben più ridicoli del loro sovrano che, fra tutti, era quello abbigliato in maniera più adeguata ad un clima così straordinariamente rigido.

Si sedette, per la prima volta in vita sua rabbrividendo al contatto con la superficie liscia del suo trono, e si preparò ad ascoltare i suoi consiglieri.

Come sempre dal suo posto, in fondo alla sala, Lidia non riusciva a sentire molto di quel che veniva riferito al sovrano. Tuttavia la vecchia venditrice d’acqua calda aveva assistito così tante volte a quel rituale quotidiano da accorgersi subito che c’era qualcosa di grave nell’aria.
Era alla reggia da così tanto tempo che ormai si considerava parte di quel luogo, quanto le sue vecchie mura e i mobili antichi.
Per i più, Lidia era vista come una delle tante, bizzarre leggende che circondavano quel posto. E anche lei, in fondo, riteneva di essere in qualche modo simile alla Torre Dimenticata, o ai Magazzini Oscuri: luoghi e oggetti che appartenevano al passato, della cui primitiva funzione si cui si era persa la memoria, e che si erano adattati ad altro.
Era sempre stato così, per quanto ne sapesse. I suoi primi ricordi erano quelli di un’orfana, adottata per compassione da una dama di corte, che l’aveva strappata a morte sicura in quel mondo troppo impegnato a cercare di sopravvivere per occuparsi dei figli di nessuno.
Un tocco brusco su una spalla la strappò ai suoi pensieri. Si voltò e si trovò fissare gli occhi vuoti di Sir Depuy. L’uomo la osservava da dietro il vetro scuro dell’elmo, sovrastandola di quasi mezzo metro; la sua mole, resa ancor più imponente dalla pesante corazza di lucida resina nera, sembrava sul punto di schiacciare la figura minuta della vecchia.
La voce del Cavaliere era un sibilo rabbioso: "Ho detto che ho sete. Sei diventata sorda, vecchia, o intendi insultarmi?”
Lidia si chinò fin quasi a scomparire, infilando frettolosamente le braccia all’interno del Carro del Fuoco. Il rumore che fece frugando al suo interno spezzò l’insopportabile silenzio dell’attesa. Pescò dal fondo la borraccia che le sembrò più calda di tutte e la porse a Sir Depuy, tendendo rispettosamente la mano al di sopra della testa china.
Senza guardare, attese che lui la prendesse e finisse di bere.
Con un tonfo, la pesante borraccia di ferro rivestita in cuoio cadde sul pavimento, mentre i passi del Cavaliere che si allontanava risuonavano insieme alle sue parole sprezzanti.
“Tiepida come il piscio delle vostre vacche.”
Lidia non oso nemmeno pensare a quello che avrebbe voluto rispondergli; osservò invece l’oscuro guerriero, imponente nella sua corazza lucida, farsi largo fra i cortigiani tremanti. Avanzava con calma verso il trono, apparentemente indifferente all’innaturale gelo che aveva invaso Gween Hill e i territori circostanti.  
La sua presenza nella sala aveva fatto ammutolire tutti i cortigiani. Quando il Reggente lo vide, si alzò in piedi e gli camminò incontro. Nell’improvviso silenzio che si era fatto intorno le parole del sovrano giunsero distintamente alle orecchie di Lidia.
“Sii il benvenuto, nero signore. Un grave motivo ti conduce al mio cospetto; così credo, perché non ho avuto annuncio della tua visita.”
Il tono era fiero e sprezzante, ma a nessuno era sfuggito il titolo con cui si era rivolto al più potente e insofferente dei suoi feudatari.
Senza dar prova di aver colto le sfumature, Sir Depuy premette una combinazione sulla pulsantiera incastonata nell’avambraccio della propria armatura.
Un fremito percorse la corte silenziosa; senza osare proferir parola, ciascuno dei cortigiani si sforzava di conquistare una visuale migliore per vedere in azione la prodigiosa armatura del Cavaliere. Lo sguardo del Reggente dardeggiò tutt’intorno, monito ai suoi funzionari, poi tornò a posarsi sul proprio vassallo, ostentando tutto il suo disinteresse per ciò che riguardava l’antica tecnologia, fermamente ripudiata dal popolo della pianura.

Sul fianco di Sir Depuy, nel frattempo, una delle piastre che componevano la corazza si era sollevata e stava scivolando silenziosamente sopra le altre, rivelando una piccola cavità da cui proveniva un forte chiarore bluastro. Un perno meccanico emerse all’esterno e nello stesso istante lo spazio davanti a lui si riempì di immagini straordinariamente nitide.
Al centro dell’austera sala era comparso un paesaggio di montagna: grandi cime rocciose si profilavano all’orizzonte, in un semicerchio che delimitava una valle larga e profonda. Pendii boscosi degradavano dolcemente verso il fondovalle e lasciavano il posto a prati verdi solcati da ridenti ruscelli; bianche strade curate si snodavano fra l’erba azzurra e convergevano verso una città turrita, al centro della pianura, circondata da una tripla cinta di mura in metallo lucido, che scintillava al sole. Dentro la città, le molte torri slanciate erano ricoperte di vetro e mandavano riflessi abbaglianti verso il cielo terso.

“Mirate Litrass, capitale delle Terre Alte” stava dicendo Sir Depuy ad alta voce, per superare il brusio di commenti che, nonostante le torve occhiatacce del Reggente, si era diffuso fra gli astanti alla vista delle immagini perfette. Mentre parlava, la scena cambiò.
Dalle montagne si spandeva ora una coltre di nuvole scure, basse e livide, all’interno delle quali serpeggiavano ragnatele di fulmini. In breve la rappresentazione dell’intera vallata fu oscurata da una tremenda tempesta; le raffiche di vento piegavano l’erba e gli alberi con furia violenta. Dal cielo grigio e cupo cadevano grossi blocchi candidi di ghiaccio, che si schiantavano a terra frantumandosi in una pioggia di schegge aguzze. Nei prati, in primo piano, la distesa azzurra dell’erba venne presto sommersa da un alto strato di diafani cristalli.
Infine la tempesta cessò e nel cielo, di nuovo azzurro, tornò a splendere il disco incandescente del sole.
Le immagini cambiarono, mostrando da vicino la città di Litrass. La Perla di Vetro, come era conosciuta in tutte le terre colonizzate dagli umani, sembrava aver subito seri danni. Molti dei suoi edifici splendenti erano scheggiati in più punti; dai profondi squarci sulle vetrate si levavano fili di fumo nero e denso. Ovunque sfrigolavano scintille bluastre, da cui erano divampati numerosi incendi. La confusione era totale.  

Nella sala delle udienze di Gween Hill il silenzio era di nuovo assoluto. Le immagini traballarono e si spensero, mentre il piccolo proiettore tridimensionale rientrava nel suo alloggiamento nella corazza di Sir Depuy.
“Ciò che avete visto” riprese il Cavaliere “è il motivo per cui sono venuto dal Reggente. Nonostante i danni ingenti e le gravi sofferenze per il nostro popolo, non sono qui per richiedere assistenza, ma per ottenere soddisfazione!”
Un nuovo brusio, stavolta di indignazione, serpeggiò nella sala.
Subito il Reggente alzò una mano, imponendo ancora silenzio.
“Quale torto ravvisano le genti delle Terre Alte verso i loro fratelli, Cavaliere?” domandò il Reggente . Sollevò davanti al viso il braccio, spalancando le dita verso il suo interlocutore, e riprese:
“Credi forse che questa mano possa comandare il cielo, governare le folgori e scatenare le prodigiose tempeste che hanno devastato la tua terra?”
Sir Depuy avanzò minaccioso, riducendo ai limiti dell’insulto la distanza che un vassallo doveva al proprio signore.
“Sono molti a temerlo, fra la nostra gente.” sibilò. “Si sussurra ovunque, fra le alte valli, che i vostri teosofici siano in grado di compiere ancor più gravi nefandezze; il vostro pensiero ha il potere di sovvertire l’ordine stesso della natura di questo mondo che ci accoglie in pace.”
Molti fra gli uomini al centro della sala fremettero di sdegno, stringendo minacciosi i pugni e portando la mano alle proprie pistole. Ignorando il livore suscitato dalle sue accuse, Sir Depuy proseguì:
“Tuttavia, io sono più propenso a credere che ciò che accede a Litrass, avvenga perché il cielo stesso ha rovesciato su di noi la propria collera per l’eresia dei vostri costumi e la blasfemia della filosofia immonda che professate; voi, che avete vivete come animali, rinnegato la vera scienza, e giacendo al fianco delle vostre bestie ne portate l’odore!”

Sorprendendo tutti, il Reggente abbassò la mano. Poi si voltò verso la folla dei cortigiani e dei funzionari di corte, parlando con tono triste e pacato.
“Uomini di Gween Hill, avete udito gli insulti e le gravi parole del mio vassallo; esse testimoniano, meglio del colore di cui si adorna, la natura del suo cuore. Nell’ora della comune sventura, ecco come colui, a cui ho affidato il benessere dei popoli che dovrebbero esserci fratelli, giunge recando il veleno del sospetto, offendendo mortalmente i nostri costumi con insensata arroganza.”
Per la prima volta, il Cavaliere nero parve colpito dalle parole del sovrano “Di quale comune sventura vai parlando? E’ la mia gente a soffrire, non la vostra!”
“Dovremmo credere, Sir Depuy, che la vostra tecnologia non vi consente di conoscere cosa avviene a poche leghe dalle vostre montagne? Non vi è forse giunta l’eco dei guasti e delle rovine che le tempeste hanno prodotto anche nelle nostre pianure? E se così fosse, non vi è capitato di osservare, entrando in questa sala che avete profanata con le offese, di cui dovrete rispondere, l’innaturale gelo dell’aria e l’insolito abbigliamento con cui i vostri fratelli sono costretti a ripararsi da un freddo senza precedenti?”

Un lungo mormorio di approvazione seguì le parole del Reggente. Per la prima volta il Cavaliere parve incapace di ribattere e l’altro ne approfittò, seguitando la sua arringa.
“I nostri saggi, che voi avete sanguinosamente insultato, seguendo il corso del loro illuminato pensiero sono riuniti in consiglio per discutere sulle cause delle sciagure che hanno colpito il nostro popolo tutto, di pianura e di montagna, e per trovarne un subito rimedio.”
Parlando, il Reggente aveva raggiunto il proprio trono e vi si era issato. Continuò a parlare ad alta voce, impugnando il suo scettro e puntandolo verso l’oscuro guerriero, che lo fissava in silenzio, pieno di collera.
“Imparate, vassallo, se davvero volete ritenervi degno di questo titolo, che le preoccupazioni di un sovrano riguardano tutti i suoi sudditi, ovunque si trovino, e qualunque sia il modo in cui scelgono liberamente di vivere. Andate dunque, e riferite ai miei sudditi che il Reggente si cura di loro. Sappiate che già vi precede una carovana di aiuti per la vostra gente, partita prima che osaste insultare il cuore generoso dei vostri fratelli di pianura.”

Schiumante di rabbia, Sir Depuy si inchinò frettolosamente al cospetto del Reggente. Poi si voltò e percorse la sala delle udienze a larghe falcate, fendendo la folla che si scostò frettolosamente.

Uscito il Cavaliere, il consueto chiacchiericcio riprese più forte di prima.
Lidia rinunciò a tentare di comprendere cosa venisse detto vicino al Reggente. Regnava una gran confusione e ciascuno sembrava voler commentare a caldo gli straordinari fatti a cui avevano assistito.
Nei brandelli di conversazione che riusciva a carpire, Lidia non aveva però colto alcun accenno ad un particolare; qualcosa che aveva colto osservando le immagini proiettate da Sir Depuy e che le aveva fatto correre un brivido lungo la vecchia schiena.

Trascinando il suo piccolo Carro del Fuoco, si fece largo verso l’uscita della sala e raggiunse l’esterno della reggia.
Fuori il freddo era ancora intenso, ma il sole, tornato splendente, stava gradualmente riportando la temperatura ai valori consueti. Ovunque le strade erano coperte di pozzanghere; grossi cumuli di fango e sporcizia giacevano addossati alle pareti delle case, laddove i rivoli d'acqua li avevano trascinati.
Camminò velocemente lungo l’unica strada della città, attraversando tutti i quartieri che si susseguivano, in linea retta, dalla Reggia fino alla Torre. Quando vi giunse aveva caldo ed era sudata per la lunga salita. Intorno a lei, l’erba fradicia mandava verso l’alto pigre volute di vapore, asciugandosi al sole.
In molte delle aiuole i fiori di smeraldo giacevano a terra, stagliandosi sull’azzurro dell’erba, con i lunghi steli spezzati dalla furia della tempesta che si contorcevano ancora debolmente. Rivoli di linfa gialla gocciolavano dai loro moncherini spezzati, raccogliendosi al suolo, dove bollivano lentamente annerendo il terreno tutt’intorno.
Lidia distolse lo sguardo dall’agonia di quelle nobili creature e si concentrò su quello che era venuta a vedere.
Davanti a sé, la gigantesca mole della Torre Dimenticata incombeva sulla città; le sue mura lisce di pietra nera contrastavano con le facciate di legno chiaro delle case dai tetti di paglia. La maggior parte dell’abitato di Gween Hill era sorto ai piedi della collina su cui sorgeva l’immensa torre, sviluppandosi nella lunga striscia di terra su cui si proiettava la sua ombra immobile, assicurando alle abitazioni un sicuro riparo dal calore continuo del sole.
Dalla collina poteva scorgere sotto di la strada dritta della città e la Reggia al suo termine. L’ombra della Torre Dimenticata terminava esattamente in corrispondenza del palazzo del Reggente, riparando le ampie vetrate della facciata in pietra dalla luce diretta.
Come un cerchio, la luce al limitare dell'ombra circondava il giardino e il lago nella parte posteriore della villa. Nel punto in cui l’ombra terminava, lungo tutto il confine a semicerchio, era stata costruita una elegante cancellata in ferro battuto. Da questo espediente, il parco della Reggia prendeva il nome di Giardino d’Ombra.

Lidia aguzzò lo sguardo: il cuore le martellava in petto e lei era consapevole che non si trattava soltanto della fatica che aveva fatto nella salita.
Guardò a lungo, sforzandosi di controllare le proprie emozioni, prima di lasciarsi prendere dal panico, prima di credere a quella follia. Alla fine non ebbe più dubbi. Il cono d’ombra della Torre si estendeva per diversi metri al di là del muro di cinta, gettando nell’oscurità una porzione di prateria ben oltre il Giardino.

Si guardò intorno: altri cittadini osservavano nella sua direzione, tendevano le braccia per indicare ai vicini quell’assurdità. Alla fine, come un sol uomo, tutti alzarono lo sguardo alla sfera del sole che brillava sopra la Torre. La costruzione si stagliava immobile contro l’azzurro, perfettamente dritta, come era sempre stata. Ragion per cui, non c’era nessun’altra possibile spiegazione per quel mostruoso prodigio: il sole si era spostato.

*             *             *

Dopo la tempesta, il viaggio era stato un incubo.
Inizialmente il sole era tornato a splendere, asciugando i teli del carro e la terra della pista. L’erba schiacciata dalla grandine aveva di nuovo sollevato gli steli e i fiori-pane, riaprendo le loro corolle, avevano permesso ai boodiak di ricominciare a brucare, mantenendosi in forze.
Tuttavia nell’aria c’era qualcosa: Rel lo avvertiva e si accorse che anche il suo cane si comportava come se fosse a disagio. Stava sempre vicino al carro; spesso si fermava, drizzava il pelo e senza un’apparente ragione iniziava ad uggiolare al cielo limpido.
Se ne accorse durante un periodo di sonno; aveva trovato riparo presso una delle rade macchie di alberi che punteggiavano la prateria, alti abbastanza da assicurare un po’ d’ombra, sotto la quale aveva fermato il carro.
Steso sul suo giaciglio, era sprofondato rapidamente in un sonno agitato. Le inquietudini della veglia popolavano i suoi sogni confusi, nei quali aleggiava un vago senso di minaccia, simulacro di qualcosa che non riusciva ancora ad inquadrare definitivamente.
Ad un tratto si svegliò; il cuore gli batteva in petto. Senza una apparente ragione, si sentì minacciato da un pericolo invisibile, qualcosa che era tutto intorno, ma che non riusciva a vedere. Scese dal carro, il fucile in pugno. Intorno a lui la prateria sconfinata e la pista che la solcava erano perfettamente deserte.

Si voltò dall’altra parte: l’ombra degli alberi disegnava un confine netto lungo la strada, coprendo completamente il carro. Rel trasalì: mai, in tutta la sua vita, aveva trovato un albero alto a sufficienza per gettare un’ombra così lunga. E le piante sotto cui si era riparato non erano certo di dimensioni straordinarie.
Ripartì in fretta, ma allontanarsi da quel luogo non sortì l’effetto di tranquillizzarlo. Fissava continuamente l’ombra che il proprio veicolo gettava lungo la pista. Man mano che procedeva, gli sembrava che questa non fosse mai stata tanto lunga.
Si sforzò di pensare ad altro, ripetendo ad alta voce l’ovvietà che le ombre delle cose non possono modificarsi, ma senza mai riuscire del tutto a togliersi dalla mente quell’idea balzana.
Percorse molte leghe rifiutandosi di dar credito a quell’ossessione. Anche quando ne avrebbe avuto occasione, evitava di fermarsi al riparo degli alberi.

Alla fine, dopo una battaglia durata molte leghe, Rel si arrese. Scese dal carro e misurò con rabbiose falcate l’ombra del proprio carro..
Poi si bloccò, inorridito. Ripeté tre volte il conto, con più calma, calcando bene ogni passo. Misurò anche l’altezza del veicolo, utilizzando una pertica di legno ricavata da un grosso arbusto.
Alla fine si sedette a cassetta e si prese la testa fra le mani. Il suo carro era alto come tre dei suoi passi. Lo sapeva fin da quando l’aveva costruito con le sue mani, ed era così anche adesso.
Ogni uomo sul pianeta sapeva che l’ombra a terra è lunga una volta e un terzo l’altezza di ciò che la proietta: il suo carro pertanto aveva sempre gettato un’ombra di quattro passi, né uno di più, né uno di meno.  
Scese di nuovo a terra, pestò i piedi rabbiosamente, poi contò ad alta voce. “Uno. Due. Tre.”
Si fermò, respirò a fondo. Riprese a camminare e contò ancora, stavolta urlando senza ritegno. “Quattro. Cinque!”

Poi si lasciò scivolare a terra e cominciò a piangere. 

[Continua qui...]