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lunedì 16 settembre 2013

Sul finire del giorno (seconda parte)

Questa è la seconda parte (qui la prima) di un racconto che ho scritto per il quarto Carnevale della Letteratura, ospitato da Leonardo Petrillo su Scienza e Musica.
Grazie a Leo anche per il supporto scientifico, che mi ha permesso di scrivere qualche bischerata in meno!

Vista dal lungo crinale su cui correva l’ultimo tratto della pista, a poche leghe di distanza, Gween Hill assomigliava in qualche modo ad un lungo bastone coricato al suolo. La Torre Dimenticata, che si stagliava verso il cielo, ne rappresentava l’impugnatura, dalla cui base partiva una lunga fila di case che terminava con la mole della Reggia, compatta come un puntale.
Rel aveva sempre amato, tornando dai propri viaggi, contemplare la vista della sua città, limpida nel cielo chiaro, pregustando il refrigerio di un tetto ombroso sopra la testa e la sensazione di ristoro che gli dava stendersi nel Giardino dell’Ombra.
Ma quella volta era diverso.

Non si soffermò nemmeno un istante a gustare il panorama, ma spronò le bestie stremate perché compissero quell’ultimo sforzo e lo strascinassero finalmente al sicuro.
Privo della sua copertura, il carro assomigliava ad uno scheletro. Seduto a cassetta, Rel rabbrividiva violentemente, stringendo con le mani i lembi dell’improvvisato mantello che aveva ricavato dal telo leggero.
Pregava soltanto che i boodiak riuscissero a distinguere il sentiero, nella luce sempre più incerta che proveniva da quel cielo da incubo.

Le ombre delle bestie e del carro si erano allungate a dismisura, fino ad assomigliare ad apparizioni spettrali che li accompagnavano nel loro viaggio, svolazzando come un livido sudario. L’ultima volta che l’aveva misurata, l’ombra suo veicolo corrispondeva all’assurda lunghezza di dodici passi. Adesso, alle porte di Gween Hill, doveva essere diventata almeno il doppio.

Nella crescente penombra l’erba grassa della prateria aveva iniziato ad avvizzire: i fiori-pane chiudevano i duri steli sulla corolla e giacevano rinsecchiti, riversi insieme ai fili azzurrognoli che non avevano più la forza di ondeggiare al sole e si accasciavano al suolo.
Scorse qualcosa nel tratto di pista davanti a sé: ormai era alle porte della città e poteva intravedere il bastione di accesso alle mura interne, là dove le tre piste maestre convergevano.
Il traffico di carri e viaggiatori a piedi era insolitamente intenso: la maggior parte dei convogli che riusciva a scorgere erano diretti fuori città, verso la pista alta che portava alle Terre Alte. Carri e bestie erano cariche all’inverosimile di ogni genere di masserizie; gli uomini, gravati di pesanti fardelli, arrancavano mestamente a fianco degli animali, mentre sui carri le donne consolavano i bambini e tenevano stretti grandi involti di indumenti e oggetti di ogni genere.

Varcò la porta fra le occhiate stupite dei profughi; nessuno gli rivolse parola, ma tutti sembravano sconcertati di vederlo entrare in città.
I Custodi all’ingresso lo interrogarono sommariamente. Rivolse a sua volta qualche domanda all’ufficiale, ma questi si limitò, per tutta risposta, ad indicargli il cielo alle sue spalle.
Là, sulla pianura abbandonata dal sole, incombeva un orizzonte violaceo, solcato da una mostruosa apparizione che si stagliava sempre più nitida man mano che la luce si affievoliva.
Fin da quando era comparsa, Rel non era riuscito ad osservarla senza sentire un brivido di terrore risalirgli la schiena.
In cielo si stagliava una gigantesca sfera biancastra, che era stata invisibile con il suole al suo posto e che anche adesso appariva diafana e sfocata; galleggiava sulla volta celeste occupandone una porzione incredibilmente estesa. L’apparizione era sbucata all’orizzonte e rotolava lentamente verso l’alto, puntando verso lo zenit; sembrava inseguire il sole nel suo allucinante pellegrinaggio, come per distruggerlo definitivamente.

Rabbrividendo per il freddo e l’angoscia, Rel spronò i suoi boodiak ed entrò in città.
Si addentrò lungo la via principale, osservando le case dei suoi concittadini. Le ricordava allegre e piene di vita, ma adesso la maggior parte delle abitazioni sembravano abbandonate in tutta fretta, con le imposte sprangate e le porte chiuse.
Molti di quelli che erano rimasti avevano acceso una serie di piccoli fuochi davanti alle proprie dimore, nel tentativo di rischiarare il cammino che, nello spazio fra gli edifici, era ancora più oscuro di quanto non lo fosse la pista nella prateria.
La serie di falò e di torce che punteggiavano Gween Hill le davano un aspetto sinistro, come se fosse diventata una città dei morti costruita sotto terra.

Il viandante trovò la sua casa in ordine. Lasciò il carro nella rimessa, scaricò le merci che gli restavano e mise al sicuro il modesto incasso che gli era valso il lungo viaggio.
Nella stalla mise acqua fresca per le bestie e una generosa dose di mangime: vi si avventarono affamate, agitando lentamente le lunghe code, grate del calore e del ristoro.
Rel prese dall’armeria un paio di corte pistole e uscì di casa, percorrendo la via verso la Torre, diretto ad una delle taverne che frequentava.
Vi giunse senza incontrare praticamente nessuno; gli slarghi lungo la strada, abitualmente affollati di artigiani, oratori, saltimbanchi, predicatori ed ogni sorta di venditori ambulanti, erano per lo più deserti, od ospitavano pochi straccioni e mendicanti privi di un altro posto dove andare.

Varcò la soglia della taverna e si rese subito conto che la luce al suo interno era più forte di quella che veniva dalla strada. Malgrado tutto, il contrasto lo sorprese; per tutta la sua vita, entrando in un luogo chiuso, aveva avuto alle spalle lo splendore del continuo e limpido giorno che fino a quel momento aveva regnato incontrastato sul pianeta. Si era abituato così tanto ad attendere che lo sguardo si adattasse alla penombra da non riuscire, adesso che non era necessario, a mettere subito a fuoco la familiare sala della locanda.
Gradualmente iniziò a notare i particolari. Nel camino, al posto della solita distesa di braci su cui venivano arrostite le bistecche, ardeva un fuoco caldo e vivido, il cui tepore assicurava all’interno una temperatura gradevole.
Vicino all’entrata notò che era stato posizionato un vecchio armadio; le ante erano socchiuse e lasciavano intravvedere molti rudimentali poncho di pelle. Un cartello indicava che erano in vendita, niente affatto a buon mercato.
Il suo vecchio amico Beniamino lo notò quasi subito e gli venne incontro con un sorriso, trascinando con sé
un mastodontico tagliere di legno, su cui erano disposti una quantità straordinaria di boccali fumanti che ondeggiavano pericolosamente.
L’oste era di corporatura massiccia, resa ancora più imponente dalla tunica di pelliccia, identica a quelle in vendita all’entrata, che lo ricopriva da testa a piedi. La indossava, data la temperatura mite della stanza, con l’evidente scopo di pubblicizzare le qualità del suo prodotto. Calda doveva esserlo di sicuro, visto che il suo proprietario aveva il volto arrossato e sudava copiosamente.

Nonostante la situazione, Rel non riuscì a trattenere un sorriso.
“Ehi, Ben, sei molto elegante” lo schernì amichevolmente. Indicò poi il carico traballante di bibite calde:
“Che fine ha fatto la tua birra gelata?”
L’oste sputò per terra e grugnì.
“Che si fotta la birra. Che c’è di male a fare un po’ di grana? Questo dannato pianeta sta andando in malora e io ho intenzione di approfittarne finché posso, prima di finire con una pallottola in corpo, o fatto a pezzi da un colpo di cannone.”
“E’ scoppiata la guerra, mentre ero via?” tentò di scherzare il mercante.
“No, ma ci manca poco.”

Una serie di colpi e di insulti si levarono da uno dei tavoli, richiamando l’oste ai propri doveri.
“Arrivo, che le tenebre vi mangino il fegato!” Gridò l’oste in risposta. Rel notò che i più erano ammutoliti a quelle parole, segnandosi all’udire quell’inedita maledizione, probabilmente coniata per l’occasione dal collerico taverniere.
“Branco di donnicciole” bofonchiò questi rivolto all’amico, ma parlando a voce abbastanza alta perché tutti potessero sentirlo.
“Se la fanno tutti addosso. Pronti a strepitare e minacciare se mi fermo a salutare un vecchio amico,  ma superstiziosi e codardi come comari se qualcuno nomina quel che c’è fuori della porta. Bè, vecchio mio, siediti e rifocillati. Stasera sei mio ospite. Appena avrò finito con questi bifolchi verrò a fare due chiacchiere.”

Il mercante si diresse verso un tavolino in disparte, piuttosto vicino al fuoco, e si sedette con le spalle al muro, osservando la sala grande della taverna.
Nonostante il baccano, la maggior parte dei tavoli erano vuoti. Notò la mancanza di molti dei clienti abituali e ripensò alla lunga fila di sfollati che aveva visto alle porte della città.
La piccola Elize venne subito a prendere nota dell’ordinazione. Salutò con calore la ragazzina, e gli chiese notizie di sua nonna.
“Sta bene” fece la piccola sorridendogli. Era la prima persona che incontrava che non sembrasse a disagio in quella spaventosa situazione. “Ha un sacco da fare in questi giorni: tutti vogliono bere qualcosa di caldo, per difendersi dal freddo del crescolo, e la nonna ha detto di voler comprare un Carro del Caldo nuovo e più grande!”
“Crescolo?” Ripeté Rel, prima di comprendere cosa volesse dire Elize. Faticò a trovare l’antica parola. “Vuoi dire il crepuscolo!”
“Esatto, crepuscolo. Zio Rel, ma è vero che verrà la notte, buia e fredda, come nelle leggende?”
“Non lo so, piccola mia. Spero di no.” guardò gli occhi impauriti della ragazzina e aggiunse, sforzandosi di sorridere “sono sicuro che presto tornerà a splendere il sole.”
Lei lo fissò per un poco, poi sorrise.
“Nonna Lidia arriverà presto. Ha detto che sarebbe stata fuori al massimo tre giri di cielo, e ne sono già passati più di due.”
“Giri di cosa?”
“Ma sì, i giri di cielo. Tutti in città si danno appuntamento in questo modo. Ci vediamo fra un giro di cielo, torno in un giro di cielo… “
“Ma di che cosa parli?”
“Oh zio” sospirò Elize “Hai presente quella cosa bianca che vola in cielo e ci gira intorno? Quella che è comparsa con il cres.. crepuscolo? I saggi della Torre hanno detto che ci mette sempre lo stesso tempo a girarci intorno. La chiamano la bianca signora.”
“Girarci intorno…” ripeté il mercante, rivolto a sé stesso.
“Allora?”
“Che cosa?” trasalì lui, accorgendosi che la piccola lo stava osservando con aria impaziente.
“Vuoi che ti porti da mangiare sì o no?”
“Oh, sì. Certamente. Scusami.”

Poco dopo, alla vivida luce delle torce e del fuoco, il mercante cercò di mangiare l’eccellente zuppa di manzo di Ben senza pensare all’angoscia che gli serrava lo stomaco.
Fuori, il fischio del vento lungo la strada si faceva sentire a tratti, superando le voci degli uomini e delle donne che tentavano disperatamente di continuare la vita di prima.

*             *             *

Mentre percorreva il lungo corridoio dall’ampia volta, fiocamente rischiarato da una doppia fila di torce, Reginald si fermava spesso ad affacciarsi alle finestre; da quelle aperture maestose, spalancate sulla città e sulla pianura sottostante, giungeva ormai soltanto aria fredda e una fioca luce indaco, spettrale e sinistra.
A quell’altezza, appena sotto la sommità della torre, c’erano rimasti quasi soltanto gli alloggi vuoti dei teosofici; la maggior parte dei suoi confratelli era fuggita subito dopo il termine del Concilio, raggiungendo le carovane di profughi che si muovevano verso la luce, dove si sperava che la vegetazione riuscisse a sopravvivere.
I due piani superiori, quelli che ospitavano l’Accademia, erano stati del tutto abbandonati dopo l’ultima seduta. I rappresentati di tutte le colonie, provenienti da ogni villaggio e città che l’uomo aveva costruito sul pianeta, si erano riuniti per tentare di trovare una comunione di intenti difronte alla mortale minaccia che incombeva su ogni essere vivente.
Tuttavia, dopo lunghe ed estenuanti discussioni, con la luce del sole che continuava ad affievolirsi, era stato evidente che non esisteva la possibilità di superare le reciproche accuse, i sospetti, le recriminazioni.
Infine Sir Depuy in persona, sfidando apertamente l’autorità del Reggente, aveva accusato direttamente i teosofici di aver deliberatamente provocato la rotazione del pianeta, per impedire ai popoli delle Terre Alte di utilizzare le antiche macchine ad energia solare.

Reginald non si era stupito né delle accuse, né della successiva reazione, violenta ed indignata, del Reggente. Era troppo vecchio per credere che quel tentativo di evitare la guerra avesse mai avuto una reale possibilità di successo; fra le filosofie di vita dei popoli delle montagne e della gente delle pianure esisteva da generazioni una distanza incolmabile.

Nella grassa pianura inondata di sole, dove i fiori-pane che sbocciavano spontaneamente erano sufficienti a nutrire gli armenti, si era radicata una ferrea dottrina professava anzitutto l’abiura completa di ciò che si riferiva all’antica tecnologia, precedente all’arrivo dell’uomo sul pianeta. Nella loro visione del mondo, l’umanità vi era stata portata per ricongiungersi alla primordiale natura, che era stata perduta.
All’opposto, i popoli delle Terre Alte dipendevano in tutto e per tutto dai macchinari e dalle attrezzature dei primi pionieri; i coloni di montagna utilizzavano le tecnologie del passato per quasi qualunque cosa, ma erano incapaci di comprenderne a fondo i meccanismi, e quindi del tutto dipendenti dalle antiche macchine, nell’impossibilità di ripararle o costruirne di nuove.

Il Concilio si era bruscamente chiuso, con la delegazione di Litrass che aveva abbandonato i lavori e tutti gli altri che, a testa bassa, l’avevano seguita lungo le sontuose scale, lasciando i piani della Torre vuoti e silenziosi.

Qualcosa all’orizzonte attirò la sua attenzione e lo distolse dal ricordo dei recenti eventi.
La faccia diafana del grande satellite si trovava in quel momento alta nel cielo; la sua luce lattescente si aggiungeva agli ultimi barlumi del sole, ormai quasi del tutto tramontato. Nell’insieme, davano al paesaggio un aspetto irreale, freddo, dai colori di sogno.
Fin dove spingeva lo sguardo, le cupe montagne si stagliavano contro un cielo orami quasi del tutto nero, ombre dell’ombra che avanzava.
Il suono era giunto da quella parte; un richiamo lamentoso, cupo e profondo, come il singhiozzo di un gigante, si spandeva dalle cime, rimbalzando di vetta in vetta, e rotolava a valle inondando la pianura.
Luci guizzanti, a migliaia, si snodavano in lunghe file discendendo i pendii, punteggiavano l’orizzonte sciamando verso le vallate, dove i rivoli confluivano nella piena di un gigantesco esercito.

Il vecchio monaco scienziato annuì più volte, con gesti lenti e solenni del capo. La guerra fratricida era dunque la risposta che l’uomo aveva saputo opporre alla comune minaccia.
Scoprì di non esserne sorpreso: quasi tutti gli altri, in quel mondo privo dell’alternanza del giorno e della notte, dove non avevano senso concetti come gli anni e le stagioni, avevano finito per dimenticare completamente la storia dell’umanità che li aveva preceduti, insieme agli eventi che avevano permesso all’uomo di prosperare in quel mondo.
Reginald invece aveva trascorso quasi tutta la vita a decifrare l’enorme mole di dati che giaceva nelle stanze della Torre Dimenticata, imparando molto sull’uomo e sulla sua storia sanguinaria.
Ma nei diari dei primi colonizzatori c’erano scritte anche altre cose, che riguardavano il loro terribile presente e gettavano una nuova luce nell’incerto futuro.

Quando il cielo aveva cominciato a scurirsi e il vento a soffiare dai monti, l’anziano scienziato era il solo a non essere stato colto di sorpresa.
Si riscosse: i corni di guerra di Litrass risuonavano ora molto più forti. L’esercito si muoveva in fretta. Si avviò verso le scale per i piani inferiori con passo spedito: doveva sbrigarsi anche lui, non c’era rimasto molto tempo.

*             *             *

“Mi hai promesso che non avresti pianto, ricordi?”
L’uomo era chinato sul piccolo pagliericcio, sistemato sul fondo del carro, e parlava con voce dolce. Sopra di lui, un piccolo lume ad olio mandava una luce fioca che illuminava a malapena il suo volto e quello della bambina che era distesa vicino.
La piccola aveva gli occhi arrossati e gonfi di lacrime; singhiozzava piano e si asciugava il viso con la mano, sforzandosi di smettere di piangere.
“Lo so…” mugolò Elize, a bassa voce. “Ma è molto peggio di quanto avessi immaginato.”
Rel le sorrise, passandole una mano fra i capelli.
“Io invece credo che non sia così terribile, una volta che ci hai fatto l’abitudine. In fondo, è come camminare tenendo gli occhi chiusi. Non è un gran problema, se conosci bene la strada.”
“E tu la conosci?”
“Ci puoi scommettere, piccolina. Io e i miei boodiak abbiamo percorso la pista così tante volte…”

Si interruppe. Da davanti, a cassetta, Lidia gli aveva sibilato di tacere.
Rel si mise un dito davanti alle labbra e guardò negli occhi Elize. Lei annuì. Aveva l’aria terrorizzata, ma era una ragazzina coraggiosa e lui sapeva che sarebbe rimasta in silenzio.
Sforzandosi di muoversi senza rumore, si spostò in avanti e uscì dal telo del carro, raggiungendo l’anziana venditrice d’acqua.
La donna mosse un braccio davanti a sé, che Rel riusciva a malapena ad intravedere nel fioco chiarore del satellite, basso sull’orizzonte. Ormai, quando la bianca signora non era alta nel cielo, nelle terre intorno a Gween Hill l’oscurità era completa.
Dalla parte delle colline, invece, la notte era rischiarata da una moltitudine di fuochi da campo. Non erano lontani che poche leghe; gli eserciti di Sir Depuy avanzavano rapidamente, sfruttando con tutta probabilità le ultime riserve di energia delle loro macchine solari.
Rel si sforzò di confrontare la distanza apparente di quelle luci, rispetto a quella che aveva stimato un “giro di cielo” prima. Si morse il labbro, assalito dal pensiero che le avanguardie dell’esercito avrebbero incrociato la pista che usciva dalla città prima del loro passaggio.
Fece un cenno a Lidia, e lei capì, facendo schioccare le redini. Obbedienti, i boodiak accelerarono il passo, poi si lanciarono in un trotto sostenuto.
Il mercante si sforzò di dominare la propria ansia, concentrandosi sulla traccia indistinta della pista. Con quel buio le bestie rischiavano di azzopparsi, ma non avevano scelta. 

*             *             *

La lunga notte scura venne squarciata da un silenzioso, violento bagliore azzurro. Spinto verso l’alto dal possente cannone, la pesante sfera di densissimo gas incandescente si avventò contro il cielo nero e, per lunghi istanti, rimase sospesa a mezz’aria, rischiarando la pianura e la città semideserti, abbandonata in mezzo al nulla come un vecchio fantasma.
Reginald, in piedi in una delle stanze della biblioteca, corse alla più vicina finestra e la vide, alta nella notte; era come se le orde di Litrass, nella loro cieca vendetta, avessero usato la loro ultima potenza per accendere un altro sole. Un sole di morte.
Senza perdere un istante, il vecchio scienziato corse a perdifiato verso il centro della Torre, chiudendo tutte le porte che poteva dietro di sé. In pochi attimi trafelati raccolse i propri appunti e i libri più importanti fra quelli che erano aperti, sparpagliati, sui tavoli della biblioteca.
Spinse davanti a sé il piccolo cerchio tremolante della lucerna ad olio e si inoltrò, sempre correndo, nelle profondità della Torre, percorrendo una scala stretta e quasi verticale.
Quando raggiunse la porta d’accesso ai Magazzini Oscuri, gli giunse l’eco della prima esplosione. Persino lì, sotto tonnellate di roccia e acciaio, sentì la terra tremare violentemente.

Mentre il bombardamento proseguiva, riducendo in fini macerie tutto ciò che a Gween Hill non fosse stato costruito in solida pietra, l’uomo entrò nel gigantesco ambiente, ingombro all’inverosimile di macchinari estremamente antichi, strutture slanciate simili a tubi che si arrampicavano verso la volta a cupola dei Magazzini e proseguivano in alto, penetrando nella struttura massiccia della Torre Dimenticata.
Raggiunse un piccolo spazio vicino al centro della stanza, dove era sistemata una stretta consolle i cui comandi ammiccavano pigramente, ticchettando nella penombra. La stanza era rischiarata da una vivida luminescenza azzurrognola, di cui nessuno, per generazioni, aveva mai notato l’esistenza.

Reginald sorrise: era tutto così semplice, una volta trovata la chiave del mistero! Per metà della sua vita aveva avuto sotto mano tutte le risposte; gli stessi testi, che aveva letto e mandato in parte a memoria, contenevano indicazioni precise, nitide. Si fermò a riflettere ancora una volta su quanto era sorprendentemente facile vedere senza capire, se non si ci si poneva nella giusta prospettiva.

Come in una elaborata illusione, nella sua mente sia era andato gradualmente componendo il disegno chiaro, inconfondibile e completo. L’ultima rivelazione, che l’aveva fatto fremere di esaltante eccitazione, era proprio quel bagliore azzurro. Finalmente aveva compreso per quale motivo il centro di comando della antica astronave era stato chiamato “Magazzini Oscuri”.

*             *             *

Rel teneva stretta la piccola Elize, che piangeva piano tenendo nascosta le testa contro la sua spalla.
Ogni volta che una nuova, violenta esplosione squassava l’aria, facendo tremare il carro e muggire di terrore le bestie, la ragazzina ricominciava a piangere, incapace di trattenersi.
Non aveva più importanza, ormai erano al sicuro.

Le orde sanguinarie di guerrieri erano passate a poche decine di metri da loro; gli uomini erano talmente esaltati dalla morte e distruzione che stavano per scatenare, da non accorgersi del piccolo carro che, a pochi metri di distanza, arrancava lentamente verso la salvezza .
Silenziosi e tremanti, i tre fuggiaschi proseguirono lungo la pista, per tutta la durata dell’attacco e molto più a lungo, seguendo il chiarore della bianca signora; dopo alcuni “giri di cielo”, al tramonto del pallido astro, Rel si accorse con un palpito di gioia e sollievo che all’orizzonte si potevano scorgere i tremoli bagliori dell'alba.
Svegliò le donne, baciò sulla fronte la piccola Elize e per la prima volta da quando era fuggiti da Gween Hill la sentì ridere forte. Era un suono cristallino e pulito, come la speranza che stavano inseguendo.

Al centro della zona d'ombra, accecati dalla propria furia distruttrice, gli uomini di Litrass avanzarono fino a meno di una lega dalla città, ed attaccarono senza indugio. In pochi istanti le bordate di plasma ad alta energia avevano polverizzato le case, devastato la reggia e profanato il Giardino d'Ombra.
Poi i guerrieri delle Terre Alte rivolsero le loro armi morenti verso la Torre Dimenticata, dapprima scaricando l'energia residua dei cannoni, poi lanciando pietre e bastoni contro il suo fianco di roccia e acciaio.  Alla fine, esausti e affamati, privi di riserve di cibo e di energia, si sedettero al cospetto della sua mole, indifferente ad ogni tentativo di distruggerla; imprecando e maledicendo, i guerrieri vittoriosi si avviarono a testa bassa nell'oscurità, abbandonando i propri strumenti di morte, ormai inutili senza la luce del sole ad alimentarli.

La luce della bianca signora, sorgendo, rischiarava il cammino di un esercito di morti.

Poche leghe più lontano, Rel vegliava il sonno delle sue compagne, tenendo strette le redini. Alle loro spalle, da tempo erano cessati i suoni cupi della battaglia e la pista sembrava volare sotto gli zoccoli dei boodiak.
Ad ogni “giro di cielo” l'oscurità era meno fitta, l'orizzonte più nitido. Ai margini della pista si incontravano di nuovo ciuffi di fiori-pane, aperti e freschi, che gli animali brucavano con ingordigia.
Rel decise di imporre a quella fuga i ritmi di un normale viaggio; calcolò un periodo di tre “giri di cielo” di riposo dopo ogni nove di marcia, in modo da assicurare a loro stessi e agli animali la possibilità di recuperare le forze.
La piccola Elize si mostrò interessata a quel gioco; nel suo quaderno iniziò ad annotare i cicli dei dodici “giri di cielo”, dandogli un numero progressivo. Quando incontrarono per la prima volta le Sentinelle dell'Alba, era arrivata al numero diciassette.

Il piccolo accampamento a cui erano stati scortati aveva l'aria di essere stato appena ultimato; sorgeva in una piccola valletta, un declivio erboso circondato da un'ansa del fiume. Per la maggior parte i carri erano ancora carichi e nessuna delle poche costruzioni fisse sembrava fatta per essere utilizzata a lungo.
Il sole, che da diverse leghe era ricomparso sopra l'orizzonte, splendeva lieve nel cielo azzurro, leggermente striato di rosa. L'aria fresca e cristallina era mossa da una brezza dolce, che accarezzava i filamenti di erba grassa, gravidi di rugiada.

I due uomini che li avevano fermati si mostrarono gentili ma inflessibili. Erano vestiti con abiti da viaggio e portavano le armi alla cintura. Furono fatti scendere dal carro e accomodare in un rudimentale posto di guardia.  Furono tutti perquisiti e disarmati, mentre le bestie vennero staccate e legate vicino alla costruzione.
Rel fu accompagnato al cospetto di un terzo uomo, che attendeva in un'altra stanza. Alle donne fu offerta dell'acqua fresca e, quando Elize si lamentò per la fame, le portarono subito del pane, olive e formaggio.

Il capo delle guardie si congratulò con lui per essere riuscito a portare in salvo le due donne. Aveva il viso franco e cordiale; si presentò come un soldato delle Sentinelle dell'Alba e disse di venire da una piccola colonia a poche leghe dal Gween Hill, che Rel aveva visitato più volte nel corso dei suoi viaggi.
“Adesso da quelle parti sono rimaste solo rovine” precisò il soldato con aria triste.
Alla richiesta di spiegazioni riguardo al nome che si erano dati, l’uomo raccontò di come gli esuli delle colonie, scampati al massacro, si fossero messi in cammino per raggiungere le zone illuminate, con l'intento di seguire la luce del sole nel suo lento spostamento sulla superficie del pianeta.

“Abbiamo convenuto di muoverci tutti allo stesso ritmo: viaggiamo verso il sole per cinquanta giri di cielo ogni mille. Lo facciamo tutti, in modo da non generare fra di noi alcun conflitto riguardo alle terre da abitare e ai confini. Noi Sentinelle dell'Alba veniamo a trovarci sempre della zona meno illuminata, dove l'erba rimane umida e fresca, l'ideale per l'allevamento dei boodiak. Cento leghe più avanti, si trovano i Sovrani del Mezzogiorno, e ancora oltre, alla stessa distanza, vivono le Avanguardie del  Crepuscolo. Ogni famiglia può scegliere liberamente a quale gruppo appartenere e, a seconda dei propri interessi e attitudini, praticare l'allevamento degli animali nelle zone temperate o la raccolta dei frutti-pane, che maturano in pieno sole.”

Mentre ascoltava, Rel sentiva il cuore riempirsi di gioioso stupore. Fino a pochi istanti prima, non avrebbe mai osato sperare di poter nuovamente vivere in pace fra i suoi simili, libero dalla minaccia di guerre e carestie.
L'uomo stava ancora parlando e nel frattempo, alzatosi, gli porgeva una mano tesa.
Muovendosi lentamente, il viandante la strinse, ascoltando ancora frastornato le istruzioni che gli venivano date.

“Siete liberi di posizionare il vostro carro dovunque troviate della terra libera, restando qui con noi, o di proseguire il viaggio verso le zone più luminose. Se lo desiderate, potete raggiungere le Avanguardie: nessuno ve lo impedirà. Se resterete qui, vi verrà chiesto soltanto un cinquantesimo del latte e della lana dei vostri boodiak e di collaborare ai turni di guardia. Resteremo fermi per altre...” si fermò, consultando un piccolo strumento a carica che teneva sopra la tavola, con un quadrante e delle lancette. Lo guardò per qualche istante, poi riprese: “…settecentodiciotto rotazioni. Vi farò avere il vostro segna-tempo appena gli artigiani ne avranno fabbricati abbastanza.”

Rel si sentì in dovere di ringraziare l'uomo, ma dalla sua bocca uscì soltanto un balbettio confuso.
L'altro rise divertito, lasciandogli andare la mano. “Non preoccuparti di ringraziarmi. Spero che deciderete di restare. E' un modo strano di vivere, ma ci si abitua in fretta.”

*             *             *

Reginald amava carezzare la copertina rigida, in pregiato cuoio terrestre, del Diario di bordo della Crusader. Fra i pochi libri che aveva portato dalla biblioteca Torre Dimenticata, quel taccuino pieno di annotazioni del Capitano Jerrod Berwel era quello che più di tutti lo riempiva di reverente meraviglia.
Dovevano essere stati uomini eccezionali, quei primi pionieri, che avevano volato oltre le stelle per dare all’umanità una seconda possibilità, una patria nei cieli dove poter ricominciare. Ma era stato fin troppo evidente, rifletté amaramente il vecchio scienziato, che quell’occasione unica era andata perduta, travolta dall’ignoranza e dall’odio, come troppe volte era già accaduto.

Intorno a sé le luci e gli schermi della grande sala di comando della Crusader ticchettavano pigramente, proprio al centro dell’antico scafo dell’astronave, da cui era stata ricavata quell’immensa Torre e della cui origine soltanto lui, e solamente adesso, aveva saputo riscoprire la memoria.
Lesse avidamente le ultime pagine del Diario, meravigliandosi ancora una volta come tutto quello che vi era scritto si stava compiendo, senza alcun intervento da parte sua, seguendo il corso di un meccanismo perfetto impostato quasi trenta generazioni prima.
Berwel aveva previsto ogni cosa nei minimi dettagli, e lasciato istruzioni chiare perché gli uomini potessero prepararsi a quel che sarebbe accaduto: il passaggio radente di un grosso asteroide, la messa in rotazione del pianeta e, come inevitabili conseguenze, prima le tempeste, poi il tramonto dell’eterno giorno luminoso che splendeva sulle colonie.
Tutto era stato previsto nei dettagli, tranne il fatto che gli uomini, in quel mondo senza tempo, avrebbero smesso ben presto di preoccuparsi di imparare dal passato, o scrutare il futuro.

Ma nonostante questo, tutto si era compiuto secondo il piano predisposto da quegli uomini straordinari. Attivati dalla mancanza di luce, i delicati meccanismi sulle pareti della torre avevano mandato i loro segnali verso i Magazzini Oscuri. Nelle profondità della struttura erano state innescate una serie ben precisa e regolata di reazioni biochimiche, portando alla sintesi di proteine e, in breve, al loro combinarsi in strutture sempre più complesse.
Come un organismo vivente, perfettamente programmato, la Crusader iniziava a rivivere nel buio, generando da precursori inanimati tonnellate di materiale organico, capace di convertire i minerali ricchi di fosforo del pianeta in strutture luminescenti.
Il pallido riflesso bluastro dei Magazzini crebbe lentamente, fino a diventare un abbagliante luce fissa che rischiarava la sala di controllo con l’intensità del sole più splendente.
La struttura si replicava sempre più rapidamente, espandendosi verso l’esterno, ramificandosi sulla superficie della Torre Dimenticata come le nervature di un gigantesco albero luminoso.
E quando la bianca signora spuntò nuovamente all’orizzonte, il suo fioco bagliore non poté più paragonarsi all’abbagliante faro azzurro che era sorto sulla pianura.
Quella luce, che avrebbe brillato per tutto il tempo necessario affinché il pianeta compisse la sua rotazione, riportando il sole a splendere, si alimentava di una riserva di materiale virtualmente infinita. Sarebbe durata molto più a lungo del pianeta stesso, riaccendendosi ogni volta che la notte avesse allungato il proprio manto sulle colonie, impedendo alle piante di morire e all’umanità di soccombere.

In piedi, sull’ampia terrazza posta alla sommità della Torre, Reginald guardava la pianura circostante, illuminata a giorno, e le rovine di ciò che era stata Gween Hill.

L’umanità di quel giorno non aveva meritato il dono immenso che era stato preparato da generazioni: incapace di comprendere, dimentica della lezione dei propri padri, aveva consentito all’oscurità di prevalere.

I cieli senza orizzonte stendevano invano le loro oscure dita verso la terra: vi era ancora una luce accesa.
E forse, sulla grande pianura, o sulle immense, lontane montagne, viveva ancora qualcuno degno di volgere ad essa il suo sguardo e mettersi in cammino.


Nota finale:
questo racconto è liberamente ispirato al geniale e maestoso "Nightfall" di Isaac Asimov, da cui hanno tratto spunto testi ben più meritevoli ed emozionati di questo. Ciò non di meno, scriverlo è stata una grande emozione, che spero la lettura possa darvi almeno in parte.