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sabato 12 ottobre 2013

Cinque parole perfette

“Non scriverò più romanzi dopo questa ultima frase.”

Le otto parole si stagliavano nette sul monitor, un plotone di pixel scuri schierato alla fine della pagina bianca. Un grande spazio, vuoto come un oscuro presagio, separava quella riga dal resto del testo, monolite continuo e fitto di una moltitudine di parole.

Appoggiò i gomiti sulla scrivania e la fronte sul palmo delle mani. La testa gli doleva e così le dita; si accarezzò le tempie con un delicato movimento circolare dei polpastrelli, ma senza trarne beneficio.
Vagò con lo sguardo intorno alla stanza. Era uno studiolo raccolto, in un angolo riparato della casa, riempito di mensole a loro volta stipate di libri.
I corposi volumi delle edizioni pregiate, austeri nelle loro massicce custodie di cuoio e sovracoperte riccamente decorate, campeggiavano troneggiando su un oceano sparso di edizioni economiche, manuali, opuscoli, libriccini.
L’unico, vecchio tavolo tarlato della stanza era ricoperto di maestose opere in plano, adagiate con cura lungo tutta la superficie, al di sopra della quale traballavano improbabili torri di ottavi e sedicesimi, accatastatesi, nel tempo, in modo da formare una compatta muraglia.
Come tutte le cose piccole, si appoggiavano le une alle altre per non crollare.
Si alzò. Per i primi passi la sua andatura fu incerta, le gambe anchilosate dalla lunga seduta al computer.
La casa era vuota e popolata soltanto di quegli occasionali, caratteristici rumori che ci piace riconoscere nei luoghi molto amati. Nel salotto, i volumi trasbordavano dallo studiolo in una lenta, inarrestabile esondazione di carta. Era iniziata molti anni prima e aveva pian piano travolto la sua vita, spazzando via gli affetti, le amicizie, ed ogni cosa che avesse un qualche valore.

L’infantile inclinazione per la letteratura si era mantenuta viva, seppure coperta dagli studi scientifici, nella speranza di una maggior sicurezza, e dal primo lavoro fisso che era effettivamente arrivato molto presto, lo stesso anno della laurea.
Poi il matrimonio, i figli. Altre ceneri di vita sommergevano la fiamma, ormai creduta spenta, di una passione che invece era inaspettatamente tenace. Era bastato un occasionale colpo di vento, il volantino di un concorso, per far divampare quelle braci.
Aveva ripreso a scrivere e nulla aveva potuto fermarlo; gradualmente aveva smesso di occuparsi del lavoro, della famiglia, degli altri numerosi interessi che aveva coltivato. Tutto ardeva e si consumava per alimentare un'unica vampa, ormai inarrestabile.

Il successo divorò la sua esistenza. Gradualmente i libri si sostituirono alla vita, le pagine ai giorni, le parole ai volti dei suoi cari, che stanchi di mendicare le sue attenzioni, prendevano lentamente le distanze da lui e dal suo volontario esilio.

Quando si accorse che stava rimanendo solo, iniziò a contare le parole. All’inizio era stato un gioco, un esercizio intellettuale dapprima ozioso, poi sempre più appassionante.
Contava i verbi nelle frasi, o, in un dato periodo, il numero di congiunzioni in rapporto alle parole di senso compiuto. Trovava ovunque associazioni sorprendenti; un giorno, nel corso dei suoi studi di perfezionamento, si accorse che nel suono della metafora del prof. Lamberto Urzolini vi erano, invariabilmente, cinquantatré doppie “f” per ogni ottocentododici “f” singole.
Scrisse all’editore, ma non ottenne risposta. Non ebbe tempo di preoccuparsene, il gioco lo entusiasmava con crescente eccitazione; desiderò affinare i propri strumenti e iniziò a studiare matematica.

Comprò testi, frequentò corsi online, scaricò interi cicli di lezioni universitarie e conferenze. Nel giro di pochi anni divenne un abile appassionato.
Nel frattempo la sua carriera di scrittore compiva costanti e solidi progressi. Aveva pubblicato narrativa, saggistica, opere teatrali, ricevendone un crescente consenso, che lo incoraggiava a sperimentare nuovi generi e produzioni.
Man mano che progrediva nelle proprie capacità analitiche, gli sembrava che anche la sua scrittura ne traesse beneficio.

Applicava i numeri alle parole: si impose di rispettare delle regole.
Nei testi d’amore, adoperava una precisa proporzione fra i dialoghi maschili e quelli femminili. Si appassionò ai lavori analitici sul dolce stil novo. Lesse con interesse la letteratura scientifica sul tema e si convinse che le dinamiche cicliche dell'amore petrarchesco fossero alla base del suo immortale successo.
Scrisse un poemetto satirico, ispirato ai canoni della sequenza di Fibonacci, in cui ogni parte del testo componeva con la precedente un rapporto aureo.
Sebbene l’artificio, elegantemente mascherato, rimanesse ignoto alla grande maggioranza dei lettori, il libro conobbe un esaltante successo.

Mentre l'opera scalava le classifiche e le ristampe si susseguivano a ritmo vertiginoso, il resto della sua vita si andava sgretolando. Non ebbe più notizie di sua moglie. Leggendo un articolo su sé stesso, apprese che ufficialmente stavano ancora insieme: lei si trovava dai propri genitori, all'altro capo del paese, per una lunga vacanza, necessaria per riprendersi da una grave depressione.
Un angolo della sua mente aveva registrato la notizia della sua malattia, della quale non si era mai accorto.

Si rese conto che la società plasmava la sua vita pubblica secondo le proprie esigenze. Quella storia, cucitagli addosso con maestria, gli metteva l'abito, confezionato su misura, dello scrittore romantico dalla vita tormentata.
Vedeva raramente i figli. Arrivò a confondere nomi e date, dimenticando le ricorrenze e disertando i sempre più rari appuntamenti. Nella casa, sempre più silenziosa, si andava riversando un oceano di pagine e parole.
Una notte insonne desiderò contarle, tutte quante. Mentre procedeva, identificando blocchi di testo di lunghezza definita e sommandoli uno ad uno, fu pervaso da una crescente, straordinaria inquietudine.
Spuntò una livida alba, che lo trovò immerso nell'impresa. Saltò alcuni pasti: in breve seppe che i sessantasette libri negli scaffali di della sua stanza da letto contenevano la ragguardevole cifra di cinque milioni e settecentoduemilaottocentoottantasette vocaboli.
Annotò il risultato, sentendo crescere la propria incomprensibile preoccupazione. Qualcosa, come il vago ricordo di un terribile incubo, si agitava sotto la superficie della propria coscienza, ma non riusciva a percepirlo. Mangiò in fretta e riprese il lavoro febbrilmente.

Alcuni giorni dopo il grande scrittore sedette al proprio tavolo, consultando un logoro foglio ricolmo di cifre. Aveva un aspetto allucinato e logoro. La barba era cresciuta incolta sul viso sporco e sopra ai vestiti sgualciti era stato distrattamente indossato un cappotto. Non mangiava da molte ore, ma non avvertiva la fame.
Il suo stomaco era serrato in un nodo inestricabile, che si stringeva dolorosamente ogni volta che guardava i suoi appunti.
In salotto erano contenuti libri per poco più di 39 milioni di parole. Nello studio, la cifra superava i ventiquattro. Aveva misurato precisamente il contenuto di ogni libro, annotandolo sulla copertina.
Erano quasi 15 milioni negli scaffali del corridoio, oltre 9 milioni nella grande libreria all'ingresso, 3 milioni e mezzo nella stanza dei ragazzi. In soffitta scovò scatole dimenticate che contenevano esattamente due milioni e centosettantottomilatrecentonove lemmi.
Riordinate, quelle cifre, corrispondenti ad ogni stanza della casa, lo terrorizzarono.
Fu colpito da una oscura rivelazione, e prese a considerare i vocaboli contenute nei libri che lui stesso aveva scritto. Freneticamente trascrisse i numeri di ogni libro e li sommò. Il totale era perfettamente corrispondente a quello che si era aspettato, quasi un milione e trecentocinquantamila.

Negli istanti successivi, necessari a completare i suoi calcoli, si sentì scivolare, con inesorabile fluidità, verso il centro infinitamente lontano dell'oscura spirale che, da quanto l'aveva studiata, lo affascinava tanto quanto gli incuteva timore.
Dei suoi scritti, i romanzi d'amore che l'avevano reso famoso si componevano di un totale di 832.040 parole; delle 514.229 che aveva usato per tutto il resto, fece un resoconto preciso.
Le cifre si susseguivano aride, prive di clemenza. Ricercò lettere, diari, quaderni. Pensò che la ragione per cui aveva archiviato scrupolosamente ogni suo scritto non risiedeva soltanto nella propria natura meticolosa, ma nella subliminale consapevolezza di quello che soltanto adesso emergeva alla sua attenzione.
Si stupì e si commosse, scoprendo di aver usato esattamente 75025 parole per comporre la sua prima raccolta di pensieri giovanili; ricordò per un breve istante quegli anni felici e inconsapevoli. Non si fermò a considerare che forse, allora, la sua vita avrebbe potuto prendere un altro corso, ma se l'avesse fatto, le aride cifre l'avrebbero facilmente smentito.
Il presagio era lì, evidente allo sguardo ma impercettibile alla coscienza, come qualcosa che fosse stato occultato seppure in piena vista, perché confuso nello sfondo.

Gli fu chiaro, osservando la cifra di 2584 parole a cui si interrompeva, perché quel racconto, scritto di getto poche settimane prima, gli era risultato impossibile da modificare, nonostante la rilettura gli trasmettesse un sapore di incompletezza e sospensione.
I termini della grande sommatoria si susseguivano con drammatica e studiata teatralità; i numeri si erano nascosti in mezzo alle parole, ma il loro messaggio era inequivocabile.
La trama si dispiegava con la solenne perfezione che tanto bene si addiceva al suo destino di scrittore maledetto.
Fra le cifre che andava sommando, alcune lo colpirono: 987 le parole necessarie per comunicare all'avvocato la sua intenzione di procedere con la separazione consensuale dalla moglie, 377 in una email che rimandava la cena con sua figlia; 144, algide e sferzanti, quelle con cui pregava il suo editore di non inviare più le lettere degli ammiratori al proprio indirizzo.
Con le lacrime agli occhi vide che ne aveva impiegate 55 per declinare l'invito per un'intervista e naturalmente ne erano servite esattamente 21 per sospendere l'abbonamento alla TV.

Considerando le 8 di quella frase che si era incomprensibilmente trovato fra le dita e che da giorni galleggiava sul monitor, comprese che era quasi finita.
Mancavano solo cinque parole perché il totale si completasse, raggiungendo la ventinovesima cifra della successione di Fibonacci e chiudendo quella parte di cerchio che lo riguardava.
Era bello, tutto sommato, immaginare che anche lui aveva il suo posto nell'infinita sequenza di cifre che convergeva verso il numero perfetto.
Quel misterioso numero aureo, che aveva decretato il suo successo come scrittore e che adesso reclamava il suo prezzo e lo faceva con la più beffarda ironia.

Da qualche parte, la fuori, le parole avrebbero continuato a sommarsi. C'erano biblioteche con migliaia di libri che, ne era sicuro, contenevano precisamente 433 milioni e 494.437 parole.
Ma la cosa non lo riguardava. Adesso sapeva qual'era il suo posto, nella grande ruota che si snodava senza fine, e non poteva sottrarsi al suo destino.

Impugnò un comune pezzo di matita: non aveva mai badato a certi formalismi.
Si concentro, dinanzi al foglio bianco, piccolo e stropicciato. Lo assalì l'emozione dell'ignoto, un fremito di vivida eccitazione, di sanguigna speranza.
Socchiuse gli occhi, assaporò per l'ultima volta quella sensazione, centellinando il suo istante di beatitudine.


Prima di iniziare a scrivere, pregò che gli fossero concesse cinque parole perfette.