Privacy

Questo sito fa uso dei cookies utilizzati dalla piattaforme blogger per garantire una migliore esperienza di fruizione dei contenuti e per raccogliere statistiche anonime sugli accessi e sulla visualizzazioni di pagina. Visitandolo ne accettiutilizzo secondo quanto previsto dalle norme specifiche di Google Inc. relative alla propria politica sulla privacy.

giovedì 31 ottobre 2013

Materia viva

Questo racconto partecipa al 33° Carnevale della Chimica e omaggia il grande De Andrè, che ha saputo riscrivere più di una splendida poesia.

Solo la morte m'ha portato in collina

un corpo fra i tanti a dar fosforo all'ariaper bivacchi di fuochi che dicono fatuiche non lasciano cenere, non sciolgon la brina.Solo la morte m'ha portato in collina.

( Fabrizio De Andrè
“Un Chimico”
da “Non al denaro, non all'amore né al Cielo)

Avrei freddo, se potessi sentirlo. E forse paura.

Ma la mia pelle nuda, stretta nell'abbraccio greve dell'argilla, non vibra alle emozioni, né sussulta al gelido tocco della terra umida. Qua sotto i secondi e i secoli formano un amalgama omogeneo, liquefatto come le mie membra, già pallide quando lo scoppio mi strappò alla vita.

Sebbene non amassi il sole, vederne sorgere un mortale simulacro dal bancone del mio laboratorio mi portò a concepire un pensiero struggente. L'idea che non l'avrei più visto, né splendere nel cielo, né languire al tramonto, mi colpì come una vampa, più violenta di quella che mi uccideva.

Mentre mi abbandonava, pensai a quella vita, che avevo rifuggito con costanza. Turavo le fessure della mia casa perché nessuna delle mie molte primavere potesse soffiarvi il suo alito giocoso; oscuravo i vetri e serravo le imposte, per tenere lontani dai miei miseri sensi il biondo del grano, l'azzurro terso dei cieli e, più di tutto, quell'eco limpida del cielo stellato, che popola insieme ad un vago profumo d'infinito le notti di maggio, e riverbera per l'universo il clamore della sterminata vita.

Temevo l'immenso baratro che si spalanca ad ogni passo di chi osa amare e, sfuggendo ad ogni legge di natura, combina con stechiometrie impossibili reazioni bizzarre, incomprensibili, che generano la vita e con essa si pagano.
Del mio animo, zampillante e florido, feci un immoto cristallo, mutando il fluire dei sentimenti in un arido blocco solido, incapace di scuotersi alle emozioni. Così, non vivendo, della vita non pagai il prezzo.

Ma qui sotto la mia carne si trasforma. Animata e fremente, compone sinfonie cupe, intesse reticoli di tardiva poesia, si aggrega in maestosi capolavori di cose non più morte.
Scivolano sul mio cadavere granelli di sabbia aguzza, con ruvide carezze graffiano e scalfiscono. Incuriosita, la materia minerale penetra strato dopo strato in questo ammasso di aminoacidi e lipidi; come in una danza, catene di carbonio si sfilacciano in cascate di perle organiche, scintillano al buio scoppi di fosforo, come faville di una fornace che forgia nuove molecole, tessuti, corpi.

Sorprendentemente, l'offerta estrema della mia spoglia è per Urania, le cui immensità e i siderei spazi avevo sfuggito, mostrando la stessa pervicace tenacia con cui la materia si precipita a riempire il vuoto. 
Ora dal mio sepolcro si alzano al cielo scuro le vampe fosforiche di un freddo fuoco, come un lume votivo recano alla musa il mio tardivo tributo.

Sopra di me palpita di trepidazione l'erba grassa della collina.
Le radici affondano nella fertilità della mia morte. 
Non posso fuggire ancora.

E finalmente mi germoglia dal ventre vita nuova.