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sabato 30 novembre 2013

Maddlands

« È come se ci fosse una Agenzia per il Controllo Cronologico che impedisca la comparsa di curve temporali chiuse, così da rendere l'universo un luogo sicuro per gli storici. »
Stephen Hawking (1992)

Il sole si era levato lentamente; il suo disco splendente galleggiava nella luce giallognola dell’alba, basso sull'orizzonte, come se faticasse ad arrampicarsi nel cielo velato di nebbia.
Beren stava in piedi sul ponte del piccolo natante e ne assecondava il leggero beccheggio osservando il mare calmo, dai toni scuri, piatto come una distesa di velluto, appena mossa delle morbide e fugaci increspature delle onde.

Sbuffi di fumo si levavano a tratti dal fornello della pipa, stretto fra le mani fredde, scomparendo rapidi nell'aria: lui li guardava, desiderando di veder svanire in questo modo anche i propri ricordi.

E invece, come gli accadeva sempre più spesso, continuava a rivivere le emozioni indefinibili di bambino, tornando a quella notte in cui l'anima di suo padre era salpata, senza un saluto, verso l’unico luogo che lui non aveva saputo ancora trovare.  

Nonostante lo avesse cercato.

All’epoca in cui Beren intraprese il suo famoso viaggio, c’erano solo due ragioni per navigare verso le Terre Matte: la disperazione e la follia.
Ma lui, mentre salpava da un piccolo molo in un sobborgo della città, guardando nel cielo ancora livido di notte dipingersi il vago chiarore che preannunciava l’alba, si sentiva animato da ben altre ragioni.

Aveva scelto una barca piccola, dallo scafo agile e leggero, che avrebbe potuto governare da solo. Dentro c’erano provviste, medicine, strumenti di registrazione e naturalmente le sue armi, perché quell’uomo singolare era forse un incosciente, ma non uno stupido.

Pure, la piccola folla di curiosi che si era radunata sul molo, aveva osservato con aria sconsolata e indispettita i suoi ultimi preparativi e, al momento di mollare gli ormeggi, molti avevano lanciato segni di scongiuro alla volta degli sbuffi di fumo nero che si levavano dal motore.

Lui li aveva ignorati, tutti quanti: conosceva la maggior parte dei suoi concittadini, ed era a sua volta molto popolare, per via delle sue scoperte e delle storie che si raccontavano su di lui, nemmeno troppo romanzate.

L’imbarcazione uscì dalla rada e si avviò lungo il canale che conduceva al mare aperto, incrociando l’acqua indorata dal riflesso del sole nascente; piccole scintille, come gemme evanescenti, salutavano lo sguardo dell’esploratore con un allegro sfarfallio. Pensò che sarebbe stato bello vederle rimanere immobili, a risplendere sulla cima delle onde per un istante infinito.
Subito l’idea gli sembrò un sinistro presagio e la scacciò, irritato: non poteva lasciarsi condizionare dalle superstizioni dei contadini. Diede potenza al motore e la barca si impennò leggermente, affrontando con decisione la corrente e avviandosi verso l’oceano.


Beren era cresciuto circondato da storie e leggende. Suo padre, un ricco commerciante, amava i racconti d’avventura e i romanzi fantastici; aveva lasciato il figlio libero di metter mano alla biblioteca di casa non appena questi era stato in grado di riconoscere l’alfabeto, spalancandogli l'orizzonte su mondi favolosi ed inesplorati.
Nella mente del bambino verità e finzione si mescolavano e davano vita a nuove avventure, che lui elaborava nei lunghi pomeriggi d’inverno, seduto sul pavimento in un cerchio di sole. A sera parlava con suo padre di terre immaginarie, dove le leggi della natura erano sovvertite: fra palazzi che fluttuavano in aria, foreste capovolte e montagne trasparenti, il piccolo intesseva storie di sorprendente complessità e bellezza, dense di avventurose emozioni.

Il vecchio mercante ascoltava con orgoglio e stupore suo figlio narrare di rocambolesche fughe su oceani inclinati, di mostri marini dall’aspetto terrifico, ma dotati di grande saggezza e profonda compassione. Seguiva con trepidazione il racconto delle isole mobili, che ingannavano i naviganti con le loro luci fantasma, rabbrividiva mentre lui descriveva le inquietanti insidie del tramonto infinito, veleggiando verso il quale una nave finiva irrimediabilmente perduta.

Quando il ragazzo ebbe dieci anni, suo padre gli regalò l’Atlante della Navigazione. Era un libro antico e di valore, che il mercante aveva ricevuto in dono da una delegazione di commercianti orientali, al termine di una lunga e fruttuosa trattativa.

Il grosso volume, rilegato in solido cuoio e pelle pregiata, era scritto con incomprensibili ideogrammi, non più in uso nemmeno presso i popoli d’oriente; tuttavia vi si trovavano un centinaio di preziose tavole cartografiche, straordinariamente dettagliate e precise.
Sfogliandole, pur senza poter comprendere le scritte, si apprendeva una sbalorditiva quantità di informazioni e si percepiva con sorprendente completezza la geografia del globo.
Il mercante si divertiva a chiedere al figlio di cercare l’una o l’altra delle esotiche località da cui giungevano le sue merci, meravigliandosi dell’infallibile precisione con cui lui le indicava, sicuro e rapido, sulle mappe.

Nelle mani del piccolo, il libro si rivelò ancor più singolare. Fra le tavole illustrate, scorrendo il dito con delicatezza e concentrazione, il ragazzino era capace di individuare con esattezza le terre di cui aveva sentito parlare nei racconti del padre, o nelle sue letture. Naturalmente l’uomo non dava credito al fatto che il bambino fosse in grado di riconoscere, con altrettanta convinzione, i luoghi fantastici di cui narravano i romanzi e le leggende.

Quando, in una cupa sera d’inverno, il piccolo asserì con grande eccitazione di aver trovato la tavola dove erano rappresentate le Terre Matte, suo padre liquidò la questione con una lode distratta e bonaria, guardandosi bene dall'osservare a sua volta le carte per verificare l'assurda affermazione.
Si affrettò a cambiare argomento e per il resto della giornata non ci pensò più, occupando la mente con altre questioni. Soltanto a sera, prima di addormentarsi, il pensiero gli ritornò alla coscienza, provocandogli un disagio sottile, come un indistinto, sinistro presagio, che rimase nell'aria a galleggiare nell’oscurità della stanza.
Finché quel buio non scese su di lui, avvolgendolo per sempre.


                *             *             *


Non era facile riconoscere le tempeste, in quel tratto di mare.
Giungevano all’improvviso, calando con furia da un cielo che, un istante prima, era stato limpido e sgombro fino all’orizzonte.
Anche quella volta le nubi sembravano comparse dal nulla: Beren stava controllando i suoi calcoli, seduto nel piccolo scrittoio installato nella cabina, e in un istante la luce del sole che inondava i fogli sparsi davanti a lui si era oscurata, come se la mano di un gigante fosse passata in mezzo al cielo.
Allarmato, si era precipitato fuori. Le prime gocce, grosse e pesanti, precipitavano con forza sul ponte dell’imbarcazione; un crescente rumore di scroscio aveva preso a battere le assi e le coperture, mentre le raffiche improvviso di un vento freddo si erano levate furiose, sollevando spruzzi taglienti dall’acqua gelida del mare.

Dopo il primo attimo di smarrimento, Beren si scosse e cercò di governare la nave, assecondando le ondate sempre più minacciose per impedire allo scafo di sbandare e di finire con la prua sotto i marosi.
Il grido del motore, spinto al massimo, si perdeva nel frastuono della burrasca, soffocato dal fischio del vento e dal rombo incessante dei tuoni.
Beren indossò in fretta l’incerata, mentre la luce si faceva di minuto in minuto più fioca. Il cielo si accendeva di cupe tonalità di porpora, sulle quali si stagliavano minacciosi i cumuli lividi delle nubi.
Spazzandosi via dagli occhi i rivoli di pioggia e gli spruzzi del mare, il marinaio sputava l’acqua che gli entrava in bocca e pensava soltanto a tenere la rotta giusta: non poteva permettersi di sbagliare, nemmeno di pochi gradi, o sarebbe stato tutto inutile.


*             *             *


Delle Terre Matte ne parlavano tutti, ma nessuno ne aveva un’idea precisa. In città coesistevano molte versioni della leggenda, sussurrate con vaghi accenni nelle notti più fredde, nell’intimo delle case: storie a cui nessuno diceva di credere veramente, ma che non erano mai state relegate fuori dal regno del possibile. Il mito aveva finito per prendere sempre più consistenza, ponendosi minacciosamente al confine fra realtà e l’incubo.

Si sapeva, di sicuro, che si raggiungevano per mare, e che chiunque si fosse dato la pena di cercarle, non era tornato a riferire di ciò che aveva visto. Augurare un viaggio verso quel luogo era un’offesa di cattivo gusto, una maledizione impossibile da liquidare come banale superstizione.


Dalla sera della morte di suo padre, le Terre Matte abbagliavano la mente di Beren come un faro nel buio, togliendogli ogni possibilità di riposo e di rassegnazione.
Era cresciuto con la compagnia di un assurdo pensiero, convinto che soltanto dimostrando che in quella mappa lui le aveva viste davvero, avrebbe in qualche modo trovato pace.

Si era dedicato allo studio del suo Atlante della Navigazione, unico legame tangibile con l’episodio che l’ossessionava. Lesse romanzi, manuali, testi di saggistica, libri di storia e di tecnica marinara. Si emozionò e vibrò all’unisono con lo spirito indomito dei grandi esploratori, rimase incantato dai precoci progressi compiuti dalle civiltà orientali, esperte conoscitrici del globo terracqueo già nei secoli in cui, in Europa, si combattevano le prime battaglie della ragione.
Si interessò alle tecniche cartografiche e all’arte di tenere la rotta, facendo proprie le scoperte e le nozioni che erano fiorite nei secoli d’oro delle esplorazioni oceaniche.

Via via che approfondiva le sue conoscenze, le applicava alla lettura dell’Atlante, facendo ipotesi, tracciando nuove rotte. Iniziò presto a viaggiare, inseguendo nell’immenso mare ciò che la sua mente tracciava sulla carta, giungendo in luoghi esotici e remoti, aprendo nuove rotte, spesso finendo perfino per scoprire l’esistenza di luoghi ancora inesplorati.

Divenne una specie di leggenda vivente. Il suo carattere chiuso e la solitudine in cui viveva contribuivano sia ad alimentare il suo mito che a tenere lontani gli altri essere umani.  Beren diventava sempre più famoso e sempre più solo.
Anno dopo anno, di viaggio in viaggio, l’esploratore aveva affinato le proprie capacità: i suoi viaggi erano sempre più insoliti, le mete a cui faceva riferimento spesso corrispondevano a luoghi di cui nessuno aveva mai sentito parlare. Lande disabitate e remote, prive di ogni interesse turistico o commerciale.

I suoi concittadini si convinsero che il mare e la solitudine avessero finito per minare l’equilibrio mentale del lupo di mare e lo evitavano ancora di più.  Beren non se ne curava: lentamente, premiando i suoi sforzi, ciò che cercava era emerso, come un gigantesco iceberg che compare dalla nebbia. C’era dunque un fattore comune, che legava fra loro tutte le rotte per quei luoghi che, a rigor di logica, si potevano raggiungere soltanto in sogno.


*             *             *


Non c’era modo di evitarla.
Veniva avanti, furiosa e immensa come la mano di Dio, solcando il mare nero. Davanti a lei anche la superficie dell’oceano sembrava ritrarsi, atterrita e risucchiata dalla sua tremenda violenza.
L’onda si abbatté sulla prua, facendo schizzare in aria la barca, come la biglia di un flipper. Beren si aggrappò con tutte le sue forze alle maniglie del ponte, sentendo lo stomaco torcersi mentre le gambe, strappate all’assito, volteggiavano in aria e il suo corpo veniva capovolto.
La barca piroettò più volte su sé stessa prima di schiantarsi sulla superficie del mare, dura come roccia, spezzandosi in due.
Poi l’onda passò, lasciando dietro a sé un gorgo di spuma; era scesa in fretta, sulla sua scia, una grande bonaccia. L’acqua infuriata si placò e si distese sotto al cielo sereno, dove di nuovo brillavano le fredde stelle.
Era come se il mare, all’improvviso, si fosse svegliato da un sogno.

*             *             *

Nella luce c’era qualcosa di innaturale e Beren se ne accorse subito, sebbene ancora stordito, mentre cercava di sollevarsi sui gomiti allontanando la faccia dalla sabbia del bagnasciuga.
Lo fece a fatica, guardandosi intorno. Quei colori intensi, vividi, con cui era dipinta la spiaggia e le piante che adornavano la piccola baia deserta, non avevano niente a che fare con quelli di qualunque luogo che aveva visto prima di allora.
Cautamente si tirò in piedi e fece qualche passo. Sorrise, mentre il cuore riprendeva il suo ritmo naturale; respirò a fondo l’aria cristallina, leggera e impregnata di vaghi profumi.
Tutto intorno a sé sembrava normale e straordinario allo stesso tempo: gli sembrava di camminare in un disegno realistico, ma pur sempre artefatto. Beren scosse la testa con forza, come per scacciare una sensazione di vertigine: in qualche modo, se l’era immaginato diverso.
Si mise a camminare lungo la spiaggia, cercando i resti della propria imbarcazione.


Il libro era lì, a pochi metri dal bagnasciuga, mezzo sepolto dalla sabbia. Lui si chinò e lo sollevò con cura, ripulendolo dai granelli e carezzandone con affetto la coperta. Era asciutto e sembrava in ottimo stato, per nulla danneggiato dal terribile naufragio. Rispetto al solito, la pregiata rilegatura sembrava anche più lucida e preziosa di sempre.
Portando con sé il volume, Beren si avviò verso un piccolo palmeto, dove si sedette all’ombra mutevole delle fronde ondeggianti alla brezza. Una noce, caduta lì vicino, si era spezzata sulla sommità. Allargando con le dita l’apertura, riuscì ad accostarvi la bocca e a sorbire il fresco nettare: fino a quel momento non si era accorto di essere tormentato dalla sete.

Aprì il libro e, nell’istante in cui gettò lo sguardo sulle pagine familiari, che tante volte aveva sfogliato in quei lunghi anni, proprio in quell’istante scoprì di non provare sorpresa, o paura, e nemmeno qualunque emozione che fosse in grado di descrivere. Era piuttosto come svegliarsi da un sonno lunghissimo e vivido, ma pur sempre vago, e riprendere finalmente il controllo dei propri pensieri.
Era tutto lì, finalmente, chiaro e limpido. I caratteri misteriosi componevano adesso una limpida armonia, chiara e penetrante, che gli attraversava gli occhi e scendeva verso la parte più profonda della sua coscienza, impregnandola da sé, senza che Beren dovesse compiere alcun sforzo per comprendere ed imparare.  
Non leggeva, veniva inondato dalle parole, intriso di conoscenza come una spugna.

Quando l’ombra ricoprì le pagine, costringendolo a sollevare lo sguardo, fu di nuovo invaso da quella sensazione di chiaroveggenza; spalancò le labbra in un sorriso dolce, mentre fissava gli occhi chiari e luminosi di suo padre.

“Eccoti, infine”
La sua voce era come se la ricordava, solo più ferma e profonda.
“E’ stato un lungo viaggio” rispose, alzandosi in piedi.
Padre e figlio si guardarono, rapiti ciascuno nello sguardo dell’altro, ma rimasero distanti; nessuno dei due fece un gesto per avvicinarsi all’altro e toccarlo.
Dopo qualche istante, l’uomo si voltò verso la direzione da cui era giunto e si incamminò lungo la spiaggia, avvicinandosi alla linea della battigia.
Beren lo seguì e per un po’ camminarono in silenzio, lasciando dietro di loro una doppia fila di impronte, perfettamente identiche, che il mare cancellava a poco a poco.

“Hai trovato la strada, comunque” fece lui all’improvviso, riprendendo la conversazione di poc’anzi dal punto in cui l’avevano interrotta.
“L’ho capito in uno dei viaggi più recenti, quasi per caso.” Si volse verso suo padre, incapace di trattenere oltre la domanda che gli cresceva dentro. “Sono le lossodromie, vero?”
“Bravo ragazzo” rispose lui “sei sempre stato abile ad intuire le cose.”
Nel tono dell’uomo non c’era traccia di rimprovero, ma qualcosa si strinse dentro il petto dell’esploratore, pungente come una colpa svelata.
“E’ stato il fattore di correzione a trarmi in inganno. Però l’avevo capito, che tutte le rotte per i luoghi…” si fermò, cercando la parola giusta, temendo di dire qualcosa di orribilmente offensivo.
“Puoi dire non reali” intervenne l’altro. “E’ appropriato.”
“Va bene. Avevo visto che c’era una variazione, in tutte le rotte lossodromiche che conducevano in posti come questo, ma bizzarra ed incostante, e mi sfuggiva il senso generale.”
“Non ti sfuggiva.”

Beren rimase in silenzio. Suo padre aveva ragione, naturalmente.
I suoi calcoli erano sempre stati corretti. Aveva studiato le equazioni a lungo; in anni di ricerche e approfondimenti era diventato troppo abile, troppo esperto per non capire l’inganno che la sua stessa mente aveva prodotto, e che fingeva di non notare.
Sapeva che le soluzioni dei calcoli associati a quelle rotte finivano tutte invariabilmente nel campo dei numeri complessi. Ed era semplice, dannatamente semplice correggere la rotta nel modo giusto, tenerla in quello stretto sentiero che collegava il suo mondo con… qualcos’altro.
Ma lui non aveva mai avuto…
“Il coraggio per provare” concluse per lui suo padre.
“E’ così” concesse l’esploratore con amarezza “ho perduto interi anni, convincendomi di non saper trovare la via per raggiungerti”.

Si erano fermati, entrambi rivolti verso lo spettacolo struggente del mare al tramonto. Il cielo esplodeva di colori, come un altro oceano, capovolto sulle onde, rosso di fuoco. Nessuno dei due si era accorto di quanto tempo avessero effettivamente trascorso in riva al mare, né di quanto in quel luogo tutto ciò non avesse importanza.
“Non crucciarti, figlio mio. E’ una rotta difficile, quella che ci attraversa. Quasi mai ci è concesso di scegliere quando poterla percorrere.”

*             *             *

Beren aveva nel viso un’espressione dolce e serena, che emanava una profonda pace. L’espressione – dissero – di un uomo pienamente soddisfatto.
La spiaggia l’avevano trovato, fra i rottami della barca, non era lontana dal molo da cui era salpato. C’era una piccola folla di curiosi, tenuti a bada a fatica dagli agenti.
“Non credevo che fosse così vecchio” disse il più  giovane dei due poliziotti che stavano finendo di chiudere il sacco mortuario.
Il compagno suo compagno lo fissò, con un’espressione strana in viso. “Non lo era affatto”.

Il sole si tuffò sotto le onde, spengendosi in un cerchio rossastro.