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venerdì 22 novembre 2013

Ricordo Rosso (a mio nonno)

Nelle albe d’inverno, da bambino, respiravo l’aria gelata e poi,
con le labbra socchiuse, sbuffavo lentamente e disegnavo le mie piccole nuvole.
Le guardavo sciogliersi salendo verso l’azzurro,
che occhieggiava oltre i morbidi drappeggi della nebbia.

Fremevo in quel silenzio odoroso di muschio e pane arrostito,
con la sua dolcezza sottile e aguzza che entrava in gola
da sotto i denti, ghiacciandoli,
e lasciava nel petto una voglia strana,
di piangere a lungo senza ragione.

Allora venivo fino da te e c’erano quelle tue mani, grosse e scure,
frastagliate di cicatrici, intrise di terra buona,
che carezzavano i tralci teneri con ferma dolcezza,
come per tranquillizzarli, mentre gli torcevi intorno il ferro lucido.

E io non lo capivo, che quella tenerezza ruvida era la stessa
con cui volevi accarezzare anche me, ma non eri capace.
Ti guardavo, aggrovigliavi le viti in delicati arabeschi sul filo argentato,
intriso di rugiada.

E nei miei occhi bambini tu eri il campo, i prati,
il respiro umido dell’erba e tutto quel mondo,
intriso di umile sapienza, solida come l’ulivo, paziente come le vecchie bestie
stese al modesto calore del pallido sole.

Solo dopo, in casa, quando nel tuo bicchiere rosso scuro galleggiavano stanchi ricordi
io mangiavo in silenzio,
e capivo che era parte di quell’antico universo
anche il mio pezzo di pane
e pomodoro strusciato