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martedì 12 novembre 2013

Terre senza luce - parte prima

La prima volta che Eleanor lo vide, era arrivata alla Cittadella da poche ore.
Il nobile stava in piedi sulla terrazza più alta e teneva le lunghe braccia scarne poggiate al parapetto. Le sue dita erano talmente sottili che sembravano affondare nelle crepe fra le vecchie pietre muschiose.
Si avvicinava una tempesta ed il cielo, un drappo scuro impigliato nelle cime aguzze dei monti, era solcato da sinistre ragnatele di fulmini. L’uomo teneva il tronco piegato in avanti, protendendo verso il baratro il collo sottile. Le raffiche furiose del vento, gonfie di pioggia, gli agitavano lunghe ciocche bianche che spuntavano da sotto il cappuccio scuro.
Lei, percorrendo il lato opposto della piazzetta, aveva osato gettare un’occhiata fugace alla sagoma sottile che le dava le spalle, ma quello si era girato subito, di scatto, piantandole in viso gli occhi, aguzzi e scintillanti come pietre preziose.
Sentendosi trapassare da quegli occhi la ragazza aveva abbassato subito lo sguardo, affrettando il passo e tremando tutta.
Prima di imboccare il ripido vicolo che scendeva verso il borgo, serpeggiando fra gli orti e le mura delle case, non resistette e si voltò di nuovo, ma il nobile era sparito.
Quella sera, sua madre morì, lasciando Eleanor del tutto sola al mondo.


*          *          *

Li sentiva chiaramente. Nel sonno percepiva i gemiti salire dalle menti dei contadini, addormentati stretti nelle loro casupole che assediavano la base della Cittadella come un cappio soffocante di miseria e sofferenza.
I pensieri cupi e i sordi lamenti strisciavano sotto la superficie del sonno breve e agitato, spesso interrotto dal sibilo acuto del vento lungo i pertugi fra i cortili angusti e le antiche mura.
Il nobile si girò per l'ennesima volta sullo scomodo giaciglio; da giovane, negli anni vissuti da guerriero ramingo, aveva considerato cose come un rozzo materasso sintetico lussuose comodità.
Quanti anni aveva trascorso nell'Alta Torre, steso su cuscini di seta e circondato da drappeggi in broccato, per giungere ad essere ciò che era diventato?
Ne aveva perso memoria, come di quasi tutte le cose che riguardavano la sua vita passata.
Aprì gli occhi. Dalla finestra intravide un angolo di cielo ancora scuro. Ad est l'orizzonte si tingeva dei colori sanguigni dell'alba, livida e fredda.
Era tempo di mettersi in cammino.

Uscito dal proprio palazzo, il signore della Cittadella scese in fretta dal borgo e attraversò il villaggio ancora addormentato. Il tanfo di disperazione e ignoranza che emanava dagli alloggi della servitù gli assediò la mente. Chiuse le porte della sua percezione e allungò il passo, scivolando in fretta lungo l'antica via lastricata che menava in basso.
Alla base dell'altura le piogge avevano lasciato il terreno fradicio, un pantano viscoso di fango tenace. Si voltò a osservare il cammino percorso: sulle alte rocce spoglie, che si ergevano sulla melma come scogli emersi, i tuguri dei contadini si abbarbicavano in sgraziati e grotteschi ammassi. Il villaggio era un'escrescenza, una crosta di ricoveri costruiti impastando il fango con gli sterpi e il pietrisco. Sopra a tutto, sulla stretta sommità pianeggiante dell’altura, si innalzavano le pietre scure del piccolo borgo, e infine le solide mura tozze della Cittadella, larga e piatta.
Nei secoli, edifici e torrioni del presidio fortificato erano cresciuti sulla cima della collina, debordando in maniera caotica e sgraziata, come un cancro pietrificato.
Gli stivali di cuoio del nobile affondavano nel terreno liquido, segnato dai profondi solchi lasciati dai cingoli; camminare nel fondovalle significava conquistarli ad uno ad uno, come uno sbarramento di trincee. Le strade erano state letteralmente cancellate delle manovre militari e dalle tempeste; non c'era altro modo per raggiungere a piedi la Via Morta.
Con il passare delle ore,  il sole, salendo pigro nel cielo velato di foschia, gettava una crescente luce falsa e verdognola sulla campagna allagata. Miasmi vaporosi esalavano dai campi dove il fango, seccandosi lentamente, si incrostava in grumi grigiastri, lasciando affiorare le rovine di filari e vigneti.
Il profondo silenzio di quella terra di frontiera era spezzato soltanto dal rumore di risucchio degli stivali che uscivano dalla morsa della melma, per riaffondarvi con il ritmo, cadenzato e tenace, dei passi del Sire della Cittadella.