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sabato 28 dicembre 2013

Gioco da ragazzi

“Sei sicuro di saperlo fare?”
Roberto non rispose; chino sulla rozza impalcatura di legno, con a fianco il piccolo oggetto affusolato che giaceva nel fango, continuava ad armeggiare con il pezzo di miccia. Franco sbuffò, rinunciando a domandare altro: sapeva che era inutile insistere, quando suo fratello maggiore si intestardiva.

Si guardò nervosamente intorno, scrutando i campi deserti. Il sole stava cominciando a riscaldare la terra umida, sollevando nuvole di vapore dalle zolle fangose dei solchi arati.
Da qualche parte un cane abbaiò e lui si innervosì.
“Ci vuole ancora molto?”
“Stai zitto. Ho quasi finito”.
Dopo un po' il più grande dei due ragazzini si alzò e rimase fermo in piedi, a pochi passi di distanza dal razzo lucido e scuro, che avevano visto cadere il giorno prima.
Erano corsi verso il luogo dell'impatto e l'avevano trovato subito, seguendo il pennacchio di fumo nero che si innalzava dal terreno.
Roberto si era lanciato verso l'oggetto, incurante dell'avvertimento del fratello, e si era scottato una mano. Per un po' i due fratelli avevano studiato il missile a distanza, aspettando che si raffreddasse, finché non gli era venuta l'idea di gettarci sopra del fango umido, e la cosa aveva funzionato a meraviglia.

La superficie metallica era incredibilmente liscia, come un panno di velluto, ma appariva contemporaneamente di una straordinaria solidità. Non sembravano esserci né aperture né parti mobili. Quando Roberto aveva insistito per sollevarlo avevano scoperto che era incredibilmente leggero.
“Forse viene lanciato come un proiettile” ipotizzò il fratello maggiore.
“E come?”
“Magari con dell'esplosivo.”

Franco aveva sentito un piccolo spasmo, fra lo stomaco e la gola, mentre inghiottiva a fatica un grumo di saliva.
“Non vorrai mica...”
“Perché no?” aveva detto lui, con gli occhi che gli brillavano di una luce che il fratello conosceva fin troppo bene.
“Muoviti, dai” aveva detto, iniziando a correre verso casa. “Se ci sbrighiamo, per domattina è tutto pronto”.


Adesso Roberto stava contemplando il lavoro finito, dando le spalle a Franco che aspettava in silenzio, nascondendogli completamente la vista del razzo, appena posizionato sulla rudimentale rampa di lancio. Era stata una faticaccia portar fin li tutte quelle assi, inchiodarle e fissarle in modo che non sprofondassero nel fango, per non parlare del barilotto di polvere da sparo che doveva funzionare da propulsore, rubato dal deposito in cantina: se il nonno avesse scoperto che si erano fatti una copia della chiave, li avrebbe battuti fino a farsi venire i calli sulle mani.

Ma tutto era andato liscio. 

“Sei pronto?” disse Franco, prendendo in mano la miccia e stringendo con l'altra un vecchio accendino. Per una volta, voleva essere lui a compiere il gesto decisivo.

L'altro però non rispose. Si stava allontanando lentamente, camminando all'indietro, tenendo lo sguardo fisso sul missile, ed era giunto vicino al fratello, a distanza di sicurezza.
“Oh Madonna...” lo sentì bisbigliare. Interpretando l'esclamazione come un gesto scaramantico, Franco fece scattare l'accendino e la miccia avvampò all'istante, bruciando con vorace rapidità i pochi metri della sua lunghezza.
“Corri! Corri!” gridò subito dopo, mollando l'accendino e scappando verso il riparo di un grosso sasso a poca distanza. Roberto si scosse dal suo torpore e si precipitò verso il fratello, urlando contemporaneamente qualcosa che sembrava assurda: “Oh mio Dio, che cosa hai fatto?”
Raggiunse Franco al riparo, scivolando a terra vicino a lui, e lo afferrò per la maglietta con entrambe le mani.
“Che cosa hai fatto?” disse di nuovo. “L'hai ucciso!”
“Ma che dici? Lasciami!”

A pochi passi di distanza, l'esploratore allungò ulteriormente la testa e la tirò del tutto fuori dallo sportello, aperto sulla superficie del razzo. Un attimo dopo emerse completamente con il corpo rotondo, fragile e delicato, lasciandosi cadere a terra sulle zampette sottili.

Spalancò gli occhi e aprì la piccola bocca, emettendo un delicato richiamo musicale.
Sperava che le frequenze fossero adatte a comunicare con i due esseri che aveva percepito intorno al suo veicolo; desiderava fortemente ringraziarli, per essere riusciti a rimettere in piedi la navicella, consentendogli finalmente di uscire.