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giovedì 12 dicembre 2013

Portami via

La pietra scomparve con un tonfo sordo dentro l’acqua scura. Le onde concentriche si allargarono pigramente, riflettendo le luci fredde del porto.
Lucia lasciò dondolare le gambe al ritmo di quelle oscillazioni: fissava un punto indistinto sulla superficie oleosa dell’acqua. Rilassando gli occhi, lasciò che i riflessi si sfocassero e nelle macchie di colori cupi le sembrò di vedere un corpo che galleggiava.
Un cadavere di luce, che si stava spegnendo.
“Ne vuoi ancora?”
Pietro aveva la voce roca, da adolescente cresciuto in fretta. Lei si voltò a guardarlo, mentre le porgeva la piccola sigaretta storta che aveva arrotolato con le dita sottili.
La ragazza scosse il capo e sorrise, dolcemente. Rimasero in silenzio a guardare i fari di servizio della banchina che disegnavano strisce azzurrognole sugli scafi lucidi delle barche.
Lucia non sapeva esattamente per quale ragione andassero lì, la sera, invece di andare in giro per le vie del centro, insieme a quelli della loro età. Immaginava che fosse per quel muro invisibile, che univa loro due e li separava dagli altri, fatto di cene silenziose, di frasi rabbiose sussurrate a mezza voce nella notte. C’erano lividi da nascondere e sguardi muti, che dicevano tutto, ma che nessun altro ragazzino sapeva leggere.
Il bagliore azzurro era comparso gradualmente, accendendosi fra le casse del molo a poco a poco. E poi c’era quell’odore, insolito e pungente, che aleggiava nell’aria crescendo via via di intensità.
I due ragazzi si erano alzati di scatto, contemporaneamente: una sensazione di irrealtà avvolgeva quel tratto anonimo di banchina, fra mucchi di casse e spezzoni di vecchie mura. Si erano avvicinati al limitare del cerchio di luce, incapaci di andare oltre, tremando di eccitazione. Poi udirono i passi.
Rimbombavano nel silenzio della notte con ritmo cadenzato e sicuro. Sembrava che dietro il cumulo di merci e container stesse marciando velocemente un piccolo drappello; il chiarore mutevole si intensificò e due figure, alte e sottili, giunsero a pochi metri dai due ragazzi.
Sembravano antichi soldati; marciavano tenendo alte delle lunghe torce dalle fiamme azzurre. Lunghi mantelli chiari pendevano dalle larghe spalle, giungendo con le falde fin quasi al suolo.
Gli uomini si bloccarono; uno di loro alzò una mano e gridò: “Si fermi ognuno! Questo luogo è abitato.”
Un tramestio e un vociare fitto provenivano da dietro le casse; Pietro si chiese da dove potesse venire quella folla di persone, che sembrava comparsa dal nulla in quel luogo fino a poco prima del tutto deserto.
Da qualche parte, una voce di donna gridò: “L’araldo, l’araldo. Avanzi l’araldo”.
Il grido venne ripreso da più parti, a brevi intervalli, perdendosi in una eco evanescente. Poi ci fu un improvviso rumore di passi sincopati, come l’allegra danza di un giullare, o il frenetico affrettarsi di uno storpio.
Un uomo alto, magro, con una lunga barba arruffata, avanzò fra le due guardie con le torce, e si fermò a pochi passi dai due ragazzi. Era avvolto dalla testa ai piedi in una tunica, un semplice lenzuolo bianco, più volte attorcigliato intorno al corpo; la strana veste gli arrivava alle caviglie, lasciando scoperti i suoi piedi scalzi e tozzi, da contadino.

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