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domenica 1 dicembre 2013

Di Nonne, cipolle ed aldeidi leggere

Questo post, oltre che partecipare al 34° Carnevale della Chimica da Leonardo Petrillo, è tratto da una storia vera. E saporita.  

La piccola cucina è inondata di sole.
E’ la luce dorata, discreta e soffusa, di una giornata gelida d’inverno, in cui anche il sole si copre di soffici nuvole, come se persino lui soffrisse il freddo.
Arriccio il naso, lo sguardo va ai fornelli dove borbotta  un plotone di pignatte e tegami; quelli grossi, da guerra, che raramente vedono il mondo fuori dal proprio ripostiglio.
Annuso gli effluvi che salgono lenti dalle mutevoli superfici di cottura, dove interfacce di composite miscele organiche gorgogliano, ribollono, gemmano in vescicole viscose, da cui  traboccano con liquidi schiamazzi le vaporose risultanze delle energie convettive sottostanti.
Il piccolo laboratorio biochimico del mio organo olfattivo si dimostra all’altezza dei millenni di perfezionamenti a cui l’evoluzione l’ha sottoposto, restituendomi l’ordinato rapporto analitico delle impronte odorose di un vasto connubio di ortaggi.

Poco più in là, altri gruppetti specializzati di neuroni si preoccupano di incrociare fra loro ulteriori informazioni, associando rumori e profumi ad input visivi e dati già elaborati dai centri della memoria.
Così in pochi millisecondi interpreto le anomalie olfattive, causa dell’abbandono del raro rifugio del divano, come un fenomeno riconducibile alla premurosa visita di mia madre, che ha preso le pieghe di una missione operativa del Banco Alimentare.
Bella forza, direte voi, associare un certo quantitativo di aldeidi leggere, e un po’ di radiazione elettromagnetica sullo spettro basso del visibile, con il concetto di pomodoro fresco a pezzetti.
E’ roba che potrebbe fare per noi qualunque furbofono equipaggiato con l’app di circostanza e l’adattatore olfattivo.  Magari lui non si allarmerebbe per niente, come è successo a me, che non ho saputo distinguere fra gli ossidi solforici di un piatto di cipolle tagliate e le sostanze che si addizionano al metano per segnalarne le fughe.
Se ci fosse stato lui, l’I-naso, sarei rimasto disteso, con gli occhi socchiusi e i neuroni immersi nella tiepida sauna del liquor, a fare il morto dentro il mio cranio, sfruttando la posizione orizzontale.
Non sarei corso in cucina, i circuiti di allarme che scaricano potenziali d’azione al ritmo di una rullata di Edwin Wright III, le surrenali strizzate come spugne a sputare adrenalina, facendo schizzare dal letto una buona metà della popolazione del mio cervello di padre..
Non avrei spalancato la porta, comparendo come Chuck Norris  sulla soglia di quella cucina inondata di sole e inzuppata di odori, con i concetti di zolfo, fughe di gas e bambina addormentata mescolati in un’orgia primordiale di reazione animalesca da cavernicolo.
Ma in quel modo non avrei visto mia madre, in controluce, sollevare il mestolo e lo strofinaccio come un terrorista sorpreso dalle forze speciali; o la sua sagoma girarsi con un’espressione, nascosta dai chiaroscuri, che non ho bisogno di aver visto per riconoscere.

Sarei rimasto a dormicchiare, e non l’avrei mai saputo, che si può associare un’aldeide leggera all’amore di una nonna.