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martedì 31 dicembre 2013

Sogni, bambina.

Dormi, ignara di quanto sia possente, quest'alba di dicembre.
Anche il dolce mare, quieto nel suo pigiama di indaco e velluto, riflette pigramente l'incendio di corallo che graffia il cielo. Un sibilo gelido si è impadronito delle strade deserte, vorticando nelle piazze saluta per primo il giorno neonato. Il disco di fuoco dardeggia dalla cima dei monti, il suo raggio trafigge le morbide nuvole rosa per giungere a questa riva, ed indugia leggero sulle mani rugose di un vecchio pescatore, carezzandole con la dolcezza di un'antica consuetudine.

Tu dormi e io siedo sulla sabbia, che è fradicia di notte, inzuppata dei ricordi senza memoria che sono caduti nel buio. Echeggiano i richiami delle berte e, d'intorno alle barche, si levano lamentose le strida dei gabbiani. Tutto il vento raccoglie in misteriose armonie, le intreccia con il battito maestoso della risacca, finché l'intera sinfonia mi avvolge, sommergendo i goffi rumori sincopati della città che si sveglia.

E' in questo breve spazio, fra miriadi di granelli, nel breve intervallo di poche onde gelate, che aleggiano i fantasmi dei sogni più dolci; quelli che brillano ancora, tremolando incerti nell'aria cristallina, mentre il sole si alza a disperdere le ultime ombre.

Perché ci sono sogni, bambina, che non verranno di notte a carezzarti fra le tue lenzuola, e non li potrai cercare nemmeno fra le pieghe del tuo sonno più dolce.
Ma loro ti troveranno, in un'istante che tu ed io non sapremo; lo faranno mentre cerchi, oltre il velo delle tue lacrime, il contorno indistinto di un viso che amavi. O forse li sentirai sussurrare alle tue spalle, quando ti chiederai cosa sia, sul fondo mare, quell'ombra scura che freme alla luce della luna.

Saranno quelli, i sogni che non potrai ricordare, e di cui cercherai il triste profumo nelle notti d'estate. Lo farai finché giungerà una dolce sera, alle soglie dell'autunno, in cui l'eco ingannevole di un dolce canto ti condurrà lontano, dove non sapremo, e tu non mi porterai con te.

Ma è ancora presto ed io, fra i vagiti dell'ultimo giorno del tuo anno, vorrei cogliere per te almeno il petalo di un fiore, dell'antichissima tristezza il cui profumo è nostalgia. Affondo la mano in questo lieve ricordo già perduto, lo palpo fra le dita, è leggero come un raggio di luce e gelido come l'immenso nulla.

Quando lo chiudo fra le mani svanisce, nebbia sottile; ed io ritorno, per trovarti addormentata e carezzarti ancora la fronte, con le dita che odorano di vento e di mare.