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domenica 22 dicembre 2013

Trappola per Builombre

La prima volta che vidi il Builombre, lui fece capolino da sotto il tavolo del soppalco, ed io non realizzai subito quanto fosse straordinario ciò che era accaduto in quell’istante. Fu comunque una visione fugace e parziale: un ammiccare rapido, fra le ombre della scala della soffitta, subito seguito da un guizzo verso la piccola biblioteca nel sottotetto. 
La voce del dottore, salendo leggermente di tono, mi costrinse a voltarmi e a fissare di nuovo il suo sguardo spento. Mi sforzai di concentrare l’attenzione su quella cantilena monotona, ma io di quelle probabilità, di quei paroloni, scanditi diligentemente una sillaba alla volta, avevo capito subito il succo.
Non mi importava molto della malattia, in quel momento. Temevo le necessarie cure, la sofferenza, ma come possibilità ancora remote, che si affacciavano soltanto ipoteticamente in prossimità dell’orizzonte degli eventi.
Quando finalmente se ne andarono, lui e quell’infermiera carina, che continuava a guardarmi con un sorriso di circostanza, mi persi finalmente fra le note di un movimento di Ravel, solenne e pacato, che si diffuse nell’aria insieme all’aroma fruttato di un ricercato infuso orientale: sperai che lui avrebbe gradito entrambe le cose, come era scritto nel libro, perché volevo prenderlo.

Lo desideravo più di ogni altra cosa.

Molto raramente il Builombre emerge dai luoghi in penombra dove ama nascondersi, scegliendo allo scopo, in genere, gli angoli più riparati di abitazioni tranquille, come librerie, sale da lettura, scrittoi e caminetti. Aromi e profumi speziati, uniti alla musica soffusa e di timbro leggermente melanconico, sono elementi dell’ambiente che possono indurlo allo scoperto anche se, per la sua natura imprevedibile e bizzarra, non v’è alcuna certezza del risultato che si possa ottenere usando tali elementi a mo’ di richiamo.

“Lo stai leggendo?”
Maria aveva l’abitudine di domandare cose ovvie, quando si sentiva triste. Ma sapevo che era contenta, di vedermi sfogliare il suo regalo. Avevamo appena finito di fare l’amore e lei mi era sembrata titubante, leggermente distaccata, più delicata e dolce del solito; era come se avesse paura di far male. Mi voltai, le sorrisi e glielo dissi.
Iniziò a piangere piano, senza rumore, con le lacrime che le scendevano dagli occhi in un rivolo continuo e silenzioso. Posai sul comodino il “libro immaginario” e la strinsi a me, lasciando che schiacciasse il viso contro l’incavo della mia spalla. In quei momenti, nonostante quello che stava accadendo, mi sentivo bene, molto forte; pensavo di poter affrontare quasi tutto.
Nei giorni che seguirono, quella sensazione gradualmente mi abbandonò, in maniera così lenta che non me ne resi mai pienamente conto.  Io e Maria giravamo per la città, vagando da un posto all’altro come in un’allucinante caccia al tesoro, dove la posta in palio era incerta, e la sconfitta sicura.
Con scrupolosa dedizione continuavamo a perdere la battaglia, giorno per giorno, collezionando un’infinita serie di piccole disfatte il cui annuncio veniva dato, di volta in volta, da aride cifre, frasi di circostanza, minuziosi ed edulcorati resoconti medici. 
La notte Maria piangeva spesso; io non riuscivo a capire cos’altro potessi fare per consolarla. Cercavo di essere forte per entrambi, trovando naturale che fosse lei a soffrire di più.
Inoltre, io avevo la mia speranza, il mio piccolo segreto, a cui mi aggrappavo quando la paura e lo sconforto minacciavano di trascinarmi via. Quanto ho desiderato poterne parlare con lei!
A volte avevo rischiato qualche accenno, qualche frase di circostanza, buttata là come un commento, o una a citazione del “libro inesistente” che mi aveva regalato. Dalla sua reazione capivo subito che per lei quei resoconti erano frutto di fantasia, privi di ogni velleità scientifica, e quindi irrimediabilmente falsi.
Non insistei: d’altronde, se avessi avuto successo, il miracolo avrebbe spiegato tutto,  meglio di qualunque discussione.  
Ben presto i sintomi della malattia aumentarono: riducemmo le attività fuori casa, anche se non smettemmo mai del tutto di uscire, per evitare quelle umilianti fughe dal cinema, in preda alle vertigini, o le lunghe sedute alla toilette nei ristoranti.  Mentre la luce si affievoliva e la tenebra varcava i confini dei nostri giorni, io tenevo chiusa nell’incavo delle mie mani la segreta speranza.

Inizialmente avevo dato poco peso ai continui riferimenti matematici di cui era costellata la descrizione dei Builombre. Ma ad una più attenta lettura avevo finito per convincermi che in quella trattazione, coincisa ed ermetica, era nascosta la chiave per coronare i miei sforzi e impossessarmi della leggendaria creatura.
La sfida era ardua: l’essere, avevo appreso, viveva in tane composte di superfici algebriche di grado elevato, di difficoltosa progettazione teorica anche per complesse macchine calcolatrici, e ancor più ardue da realizzare materialmente. Si diceva che alcuni esemplari molto anziani abitassero in tane complesse al punto che la loro rappresentazione era possibile soltanto come luoghi matematici: di fatto, nessuno avrebbe mai potuto confermarne o smentirne l’esistenza.
Io però ero convinto che il mio Builombre, che aveva scelto la nostra casa come temporaneo riparo, dovesse essere molto giovane, dunque confidavo che si sarebbe accontentato di ciò che gli avevo costruito, apprezzandone le caratteristiche.
Alla fine, la trappola fu pronta: costruirla mi aveva richiesto una considerevole mole di lavoro e diverse settimane. Me ne ero dovuto occupare nei ritagli, le rare volte che Maria usciva, oppure a notte fonda, quando finalmente si addormentava. A dire il vero, quel piccolo oggetto in legno intarsiato non aveva affatto l’aspetto di un’esca, né conteneva alcunché di minaccioso. La sua forma era pressappoco quella di un cubo, ma con gli spigoli arrotondati e la superficie delle facce ondulata. Alternanze di convessità e avvallamenti davano all’oggetto un’aria indefinita. Forse ero influenzato dalla lettura del libro immaginario, ma mi sembrava di aver dato vita ad una nuova creatura, metà cubo, metà sfera. Una sorta di chimera geometrica le cui proporzioni nascondevano un significato ben preciso.
Nel buio quasi completo del sottotetto, mi chinai e collegai la scatoletta al piccolo cavo di alimentazione, inserendolo in un forellino ben mimetizzato fra gli eleganti intarsi di cui era composta la base. Carezzai con le dita le superfici mutevoli, apprezzando la lieve vibrazione dei meccanismi interni. Il sofisticato software di calcolo si mise all'opera e in breve i tasselli di legno iniziarono a scivolare l’uno sull’altro con un moto fluido e continuo. Soddisfatto, mi rialzai, voltandomi per tornare di sotto. Il viso di Maria era lì, a pochi passi da me, e si stagliava nel buio come un fantasma. Sobbalzai, trattenendo a stento un grido.
“Sai che ore sono?” domandò lei.  La luce notturna della strada, filtrando dalla finestra, disegnava strisce chiare sul suo viso pallido, illuminando il suo sguardo spaventato e le piccole gocce di sudore che le imperlavano la fronte.
“Non dormi?” le dissi in risposta, cercando di non far trapelare la mia irritazione. “Dovresti riposare anche tu.” Mi resi conto in quell’istante di quanto le cose fossero cambiate, in peggio, in quelle ultime settimane. Realizzai i silenzi, gli sguardi strani e preoccupati che mi lanciava quando passavo, distogliendo gli occhi in fretta quando avrebbero potuto incrociare i miei.
“Stai perdendo il senno, Giacomo.” Non aveva il tono di una domanda, ma decisi di ignorare la provocazione.
Accese la luce all'improvviso, facendomi sobbalzare di nuovo. Serrai i denti, pensando a quanto quel brusco cambiamento di atmosfera avrebbe innervosito il Builombre, ma mantenni il controllo sui nervi.
Intorno a noi, nella piccola stanza da lettura nel sottotetto, regnava il caos dei miei appunti. Centinaia di pagine manoscritte erano gettate ovunque, mescolate alla rinfusa con le tavole ingombre di calcoli e formule; moduli continui di grafici e curve, stampati al computer, giacevano srotolati senza una logica.
In più punti le pareti erano imbrattate di note frettolose, scarabocchiate a penna o graffiate a matita.
Maria lasciò vagare lo sguardo in quella desolante confusione; io seguivo i suoi occhi con i miei, indovinandone la direzione, mentre ripercorrevo nella mente le tappe dell'estenuante e ossessiva ricerca che aveva portato alla progettazione della trappola.
“Ti rendi conto” fece lei all'improvviso “che non esci di casa da quasi un mese? Io non ce la faccio da sola, Giacomo.”
Rimasi in silenzio, sinceramente stupito dalle sue accuse. Ero convinto di aver fatto molte cose nell'ultimo periodo, dedicando quasi la totalità del mio tempo a quello che era necessario per affrontare al meglio la malattia e le incombenze che ne derivavano. La mia vita ne era stata completamente rivoluzionata, ma stavo cercando di non abbattermi ed andare avanti.
“Io mi sforzo di capire quello che provi” proseguì lei con tono pacato, “ma questa cosa la dovevamo affrontare insieme, senza chiuderci ognuno nel proprio guscio”.
Il suono delle parole, taglienti e gelide,  mi colpì come uno schiaffo, prima ancora che il loro senso mi fosse chiaro. La trappola matematica nel frattempo emetteva un ronzio forte che andava crescendo di minuto in minuto. Cercai di ignorarlo.
“Cosa vuol dire che doveva affrontarla insieme? Lo stiamo facendo, no?”
Lei continuava a fissarmi in silenzio. Un odore penetrante, di bruciato, si era diffuso nell'aria. Capii improvvisamente e non seppi trattenere un grido. Maria si impaurì e fece un balzo indietro, scivolando sui fogli sparsi.
La vidi cadere a terra come se si muovesse al rallentatore, picchiando la tempia sul bordo di un piccolo tavolino, mentre io mi fiondavo a strappare il cavo elettrico che alimentava la mia trappola, ormai quasi sul punto di andare a fuoco.
Sollevai cautamente la scatoletta, cercando di ignorare il dolore che proveniva dalle mani che si ustionavano. Il legno vicino alla base era annerito, ma non sembrava deformato. Feci scorrere le dita sui delicati meccanismi che permettevano, con il movimento degli intarsi, di modificare le superfici: sembravano funzionare ancora.
Mi accorsi che Maria si era già rialzata. Aveva una mano premuta contro uno zigomo, dal quale filtrava un sottile rivolo di sangue. Si avviò lungo la scala con passo malfermo, tenendosi al corrimano con la mano libera.
“Così non ce la faccio, Giacomo.” disse semplicemente, senza voltarsi; mi sembrò molto stanca. Stanca e bellissima.

Fu in quell’ultima notte, mentre con lo sguardo seguivo la sua figura esile spostarsi qua e là, radunando in fretta le sue cose, che mi resi conto di essere ad un passo dalla soluzione.
Quando lei fu sulla porta, in piedi, le valige penzolanti dalle braccia scarne, lo sguardo stanco che supplicava da parte mia una qualsiasi parola che spezzasse quel silenzio gelido, in quel preciso istante compresi come realizzarla. Non potevo spiegarle niente, non in quel momento, per cui mi limitai a sorriderle dolcemente.
Lei scosse la testa e se ne andò, senza riuscire a trattenere i singhiozzi. Mi spezzava il cuore vederla andarsene così, senza una parola. Ma sapevo che presto tutto sarebbe cambiato, ora che avevo capito come far funzionare la trappola. Una volta preso il Builombre, avrei potuto risolvere tutto. Presto avremmo riso di quella sera, di tutto quel lungo inverno, e ci saremmo ricordati soltanto del nostro amore.

Come tutte le risposte decisive, si trattava di una faccenda maledettamente semplice. L’idea di fondo era corretta: la casa di legno che avevo costruito funzionava come previsto. Le sue delicate strutture si muovevano seguendo le fluttuazioni dell’equazione algebrica, in modo che la superficie corrispondente si sviluppasse su quattro dimensioni, mutando continuamente. Una casa variabile, unica nel suo genere, che avrebbe solleticato la curiosità della creatura al punto da attrarla irresistibilmente.
Ma nelle mutevoli equazioni che la macchina calcolatrice produceva c’era quasi sempre un punto di fuga, uno scherzo topologico sparato all’infinito nello spazio e nel tempo, che continuava a mandare tutto per aria. I circuiti si scaldavano fino a rischiare di fondersi, e le delicate piastre di legno, trascinate in direzioni impossibili, si arricciavano e si scheggiavano fino a spezzarsi.
Era sempre stato così. Come la mia vita, che proprio quando tutto sembrava andare per il meglio, si inabissava, precipitando verso una realtà impossibile e sgretolandosi irrimediabilmente.
Fino ad ora. Ora sapevo cosa fare, anche se ne avevo una paura fottuta.

*             *             *

Le battute si susseguono lente, gelide e cupe come in Debussy, ma la musica mi è sconosciuta. In qualche modo, so che non posso conoscerla, perché non è mai stata scritta.
La donna davanti a me, seduta al pianoforte, si volta e mi sorride. Il viso è luminoso e non riesco a definire la sua età. E’ molto bella.
Si gira di nuovo, chinandosi sui tasti con un movimento fluido, assecondando la musica che non ha mai smesso di suonare. Quando distolgo lo sguardo dalla sua figura sottile, lo faccio lentamente: so già dove guardare, ma indugio, assaporando le mie sensazioni. L’aria è leggera, irreale: eppure so che non si tratta di un sogno.
Accovacciato su un piccolo sgabello, il morbido Builombre mi guarda fisso, osservandomi con curiosità e un’espressione indefinibile di antica, profonda saggezza.
Ogni fibra del suo piccolo essere, dalla punta delle orecchie aguzze alle morbide pieghe della schiena, coperta dal folto manto scarlatto, assapora la scintilla di eterno che vibra da ogni nota della melodia. Gli occhi scuri sono lucidi, non mi stupirei di vederlo piangere, commosso dalla sublime armonia.
L’animale distoglie lo sguardo e gira il muso appuntito verso la donna al pianoforte, mentre nella mia mente si compone nitido il suo pensiero. Qualcosa di violento, famelico, immensamente malvagio.
Sono io, adesso, che non riesco a trattenere le lacrime. Mi rigano le guance e cadono a terra, seguendo il ritmo dei miei singhiozzi.  La musica sembra adeguarsi al mio dolore; scendendo di tono e di intensità, le note sottili si tingono di malinconia e si fanno pungenti come minuscoli spilli d’argento.
Ma anche così, con la mente attanagliata dall’infinita angoscia, non riesco a non pensare a Maria, a cosa ne sarà di lei, rimasta da sola ad affrontare l’impossibile battaglia contro quello che la sta uccidendo.
Mi guardo intorno, scorgendo finalmente le innumerevoli figure sedute sul pavimento: hanno la mia stessa espressione, lo stesso senso di tardiva, disperata consapevolezza. Ognuno porta con se, insieme ai  frammenti quasi carbonizzati di scatolette molto simili alla mia, la sua disperata richiesta d’aiuto, il nobile motivo che lo ha spinto a sforzi sovrumani, a trascurare i propri cari, forse a spendere l’intera esistenza per raggiungere questo posto.
In un istante capisco che siamo giunti tutti per un solo cammino, obbedendo ad uno dei molti richiami che il Builombre ha disseminato intorno a sé. La trappola, ne ero sicuro, ha funzionato alla perfezione: ed ora non ho scampo.
Seduto sul suo sgabello, il grande cacciatore mi guarda di nuovo: sul suo muso ora campeggia qualcosa di molto simile ad un ghigno beffardo. Si alza, distendendo le zampe muscolose dagli artigli mortali, e inarca la schiena possente, facendo guizzare i muscoli nodosi e tesi.
E finalmente la sento, la sua voce musicale, una cui sola parola può guarire da ogni male.

“Benvenuti” ghigna beffardo, passandosi la lingua sottile, da gatto, sulle zanne aguzze “alla mia mensa.”