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domenica 12 gennaio 2014

I dadi di Dio

Questo post partecipa al Carnevale della Matematica numero 69 su Matem@ticamente da Annarita Ruberto, con l'affascinante tema delle macchine calcolatrici.


“Non credo in un Dio che gioca con il mondo a dadi” – A. Einstein

Fa freddo. Le raffiche di vento spingono il mio corpo in una folle danza, che minaccia ad ogni passo di trascinarmi nell’abisso. Cammino rasente alla roccia aguzza, gelida e scivolosa, consapevole della distanza che mi separa dal fondo di quell’inferno pietrificato. Le luci della centrale elettrica, sotto di me, compaiono a tratti fra i banchi di nebbia fitta.
Se non sapessi che tutto questo è già accaduto, impazzirei di terrore.


*             *             *

Quando vidi per la prima volta il professor Talbot, era seduto proprio davanti a me, e mi guardava da sopra una piccola foresta di eleganti bicchieri.
Ne avevo già sentito parlare, naturalmente: all’interno del Campus la sua persona era una diventata una leggenda, che finiva per infiltrarsi in quasi tutte le conversazioni, spuntando fuori dal nulla come una macchia d’umidità su un vecchio muro.
Me l’ero figurato diverso: gli aneddoti sulla sua stravaganza avevano evocato in me l’immagine di un tipo taciturno, scialbo, dall’aria scialba allucinata e di aspetto dimesso. Per ciò quella sera, durante la cena di gala per l’inaugurazione di quello che era il mio terzo anno accademico, mi trovai seduto davanti a lui senza riconoscerlo.
Fu lui ad attaccare bottone, chiedendomi a bruciapelo di cosa mi occupassi e, subito dopo, incalzandomi con una serie di domande approfondite sul mio filone di ricerca. Ero leggermente a disagio, non tanto per quella specie di interrogatorio, che mi dava l’occasione di parlare del mio lavoro, quanto per il modo pressante, quasi febbrile, con cui lui poneva le sue pungenti questioni.
Mentre rispondevo, osservavo il professore. Era un uomo di età difficilmente definibile, che doveva comunque aver superato la sessantina, dall’aria autorevole e signorile. Una folta capigliatura, argentata e fluente, si congiungeva ai lati del viso con la barba curata dello stesso colore.
La fronte alta, l’incarnato chiaro, la pelle tesa e liscia facevano da contorno agli occhi luminosi, di un insolito verde brillante, cosa che dava al suo sguardo un’impressionante forza e vitalità. L’effetto era accentuato dalla sua abitudine di muovere continuamente le pupille, ruotando lo sguardo tutto intorno e tornando a fissarlo improvvisamente sull’interlocutore. Era come se osservasse febbrilmente ogni cosa, ossessionato dalla paura di perdere un dettaglio importante di ciò che si svolgeva intorno a lui, per quanto ordinaria ed insignificante. Ricordo di aver pensato che questo avrebbe dovuto essere l’atteggiamento di ogni vero scienziato.
Forse fu proprio per questo che riuscii a raccontargli tutto, ed era la prima volta che dicevo a qualcuno di cosa avrei voluto occuparmi veramente. Pensai che si sarebbe messo a ridere, o peggio, ma non avvenne nulla del genere.
Quel suo sguardo intenso si fece più penetrante, i suoi occhi sembravano accendersi di una luce interiore, divenendo capaci di scrutare con chiarezza i miei pensieri: a dire il vero, ancora adesso ho la sensazione di che le mie parole siano state del tutto superflue:  lui non ne aveva avuto alcun bisogno.
Quella sera, osservandoci conversare, gli altri convitati devono aver pensato che il vecchio matematico fosse stato affascinato da una giovane studentessa e dal suo ingenuo entusiasmo. E tutto quello che è successo conferma questa impressione.
Ma la realtà è diversa:  fu il professor Talbot, in pochi minuti, ad avermi irrimediabilmente stregata.
*             *             *
E’ buffo pensare a queste cose adesso, mentre sono in bilico su una vecchia passerella traballante sospesa sopra al nulla. Se potessi farlo, penserei a tutto questo come ad una serie di incredibili coincidenze. Aveva ragione Roger, quando diceva che il destino ama molto di più truccare le sue carte che sbirciare le nostre.
Quando cominciai a studiare con il professor Talbot, trascurando quasi completamente ogni altro argomento di ricerca, io e Roger eravamo appena andati a vivere insieme, ed eravamo entrambi troppo eccitati dalla novità per dar peso alle chiacchiere che iniziavano a circolare nel Campus.
E' difficile raccontare di quel periodo: le ore di lavoro sembravano scorrere all'interno di un flusso temporale proprio, completamente autonomo rispetto al resto dell'universo. Non era infrequente che, dopo aver appena gettato uno sguardo ad una pagina dei suoi appunti, mi accorgessi di aver trascorso ore intere ad osservarli; ed altrettanto frequenti erano le occasioni in cui, dopo un'interminabile e sfibrante discussione con il professore, mi rendevo conto che tutto era avvenuto nello spazio di pochissimi minuti.
Iniziai a perdere contatto con il resto del mondo. Le mie amiche osservavano di sottecchi le mie occhiaie e commentavano, pensando che non me ne accorgessi, il mio aspetto trasandato con un misto di riprovazione e maligna soddisfazione. Credevano tutti che mi stessi incamminando sulla stessa strada del mio mentore, quella che l’aveva condotto ad essere universalmente considerato un folle ed un genio allo stesso  tempo.
Ma la mia vita era troppo esaltante per dar peso a cose come queste. La mia storia con Roger sembrava la trama di un film: eravamo veramente fatti l’uno per l’altra, ed io mi sentivo perfettamente felice. Non avevamo molte cose in comune: lui si era appena laureato in legge e stava concludendo brillantemente il suo primo anno di praticantato. Non sapeva niente di matematica, ma mi ascoltava con interesse sincero quando gli raccontavo dei progressi del mio lavoro con il professore.
Ogni tanto, quando mi lasciavo andare al racconto entusiastico dei passaggi più interessanti delle nostre ricerche, lui mi guardava teneramente e scoppiava a ridere. Io gli domandavo cose ci fosse di così divertente, e lui diceva sempre: “sei eccitata come una bambina di due anni.”
*             *             *
Uno smottamento del terreno, sul ciglio del sentiero, mi fa sobbalzare. Istintivamente mi aggrappo con entrambe le mani alla corda di sostegno, il freddo e ruvido acciaio mi graffia dolorosamente la pelle. Mi fermo, respiro: so che non posso cadere, che andrà tutto come previsto. Ogni cosa è già stata calcolata alla perfezione. Mi aggrappo a questa certezza e riprendo a percorrere lo stretto camminamento, centinaia metri sopra alla centrale idroelettrica; un passo dopo l’altro, avanzo nel buio.
Dopo pochi minuti, sto nuovamente pensando a Roger, sforzandomi di non piangere: aveva ragione, naturalmente, il destino ha truccato le sue carte. Ma, se ho ragione, non gli sarà servito a nulla.
*             *             *
La gente conosce la legge dei grandi numeri. Lo so bene perché è sempre stato l'unico aspetto del mio lavoro che potevo includere in qualunque conversazione. Sapete, quella storia che è piuttosto facile prevedere cosa succederà lanciando in aria qualche miliardo di monete, mentre è  impossibile sapere con certezza cosa avverrà con una sola.
Le persone normali amano come sentir parlare di questo genere di cose. Sono affascinate dai paradossi, quelle frasi argute che sembrano sfidare le leggi della realtà; ma è solo perché sanno che esiste una spiegazione, magari per loro incomprensibile, in grado di rimettere le cose al proprio posto.
La maggior parte di loro non immagina che esistono cose, addormentate in profondità al di sotto dei nostri più rassicuranti pensieri, capaci di divorare la realtà un pezzo alla volta, in modo che nulla possa più porvi rimedio. Ci sono idee da cui nessuno può salvarsi; stanno in agguato nell’ombra e aspettano solo che la follia di un genio venga a risvegliarle.

La certezza che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato, nella legge forte dei grandi numeri, è sempre stata la mia follia. Dorme nell’angolo più oscuro della mia mente, sussurrando lentamente nel suo sonno le sue allucinazioni al centro dei miei pensieri.
Fin da bambina ero consapevole di come ogni catena di eventi fosse già determinata, a prescindere dal suo realizzarsi, e questa consapevolezza ha influenzato la mia percezione del mondo, forgiato il mio carattere, determinato molte delle mie scelte di vita.
Sorprendentemente, Roger era l’unica persona in grado di capire esattamente le mie intuizioni. L’unica oltre al professor Talbot, naturalmente. Ma mentre quest’ultimo era interessato agli aspetti tecnici della teoria, il mio grande amore era riuscito a penetrare nell’essenza del mio pensiero, cogliendone l’aspetto più profondo e sostanziale.
Non sapeva nulla di matematica, ma non importava: ci capivamo benissimo lo stesso. Ben presto gli raccontai cosa stavamo facendo al Campus, così Roger fu l’unica altra persona a sapere della macchina e del progetto di Talbot. E anche lui, naturalmente, ne fu terrorizzato.
*             *             *
Sono quasi riuscita a svoltare l’angolo di roccia, il punto più insidioso del sentiero. Se non sapessi, sarei paralizzata dal terrore. Ma la mia mente è ben concentrata e posso percepire ogni dettaglio di ciò che sta accadendo. L’ordine esatto degli appigli, posto ad una distanza esattamente corrispondente alla lunghezza delle mie braccia tese. La forza del vento che improvvisamente, nell’attimo esatto in cui il mio corpo è quasi del tutto sospeso nel vuoto, si annulla in una breve, completa bonaccia.
Sollevo la gamba e la sposto con un movimento apparentemente casuale, che porta il mio piede a poggiarsi esattamente sopra ad un solido sperone di roccia, invisibile nel buio. Con un ultimo balzo cieco atterro al centro del sentiero, al sicuro, mentre alle mie spalle il vento riprende a soffiare furioso.
Mi rialzo ed inizio a scendere per il camminamento, adesso sempre più largo e agevole: davanti a me intuisco, più che vederla, la sagoma del condotto di ventilazione della centrale. Sono quasi arrivata.
*             *             *
Continuo a riviverla, quell’ultima sera. Rivedo il suo sguardo, profondo e scintillante come sempre, ma che adesso risplende di follia. E’ in piedi sopra la macchina, il corpo chino sull’apertura di un pannello, all’interno del quale intravedo la luce mutevole di una moltitudine di led.
Chiudo lentamente alle mie spalle la porta dello studio del professor Talbot e mi avvicino, togliendomi il cappotto. Istintivamente rabbrividisco, anche se la stanza è immersa nell’abituale, confortevole tepore.
“E’ già successo, Laura” Non è la sua voce, penso immediatamente. C’è qualcosa di sbagliato, in quello che sta accedendo, e mentre lo realizzo, comprendo che ormai è tardi, troppo tardi per fare qualunque cosa.
Lui mi guarda fisso. Sa cosa sto pensando, ovviamente, così come conosce ogni cosa che farò da quel momento in avanti. In un solo momento realizzo la vastità dell’abisso che si è appena spalancato sotto di noi, e che sta per inghiottire l’intero universo.
Ed è in quell’istante che lui estrae la sua vecchia pistola, esplodendo un unico colpo. Lo fa con aria distratta, e io so che non ha avuto bisogno di prendere la mira, sicuro che il proiettile colpirà esattamente il cuore di Roger, alle mie spalle, graffiandomi appena l’avambraccio nella sua corsa mortale.
*             *             *
Non grido, non piango. Sto lì seduta, reggendo il cadavere di Roger fra le mie mani, guardando le maniche del mio vestito inzupparsi lentamente del suo sangue scuro, viscoso, che gli fuoriesce dal petto come da un vaso spaccato.  
La sensazione che provo è la stessa di sempre, come se potessi rivivere quel momento in eterno e con uguale intensità.
Non sta accadendo adesso, penso, come ogni volta. E’ già successo, come ogni cosa. L’universo intero non è mai esistito, se non come un fantasma, un simulacro di possibilità congelate, cristallizzate in una serie di azioni dall’esito predeterminato, predeterminate dal mostruoso calcolatore quantico che io e il professore abbiamo realizzato nel suo studio.
“Immagina” sento ripetere dalla voce del mio diabolico maestro “se fosse possibile calcolare ogni funzione di probabilità, ogni indeterminatezza quantistica dell’intero universo: il futuro sarebbe una logica conseguenza di ciò che è venuto prima, semplice come lo sviluppo di una funzione d’onda.”
Malgrado tutto, sono inondata da quella sensazione esaltante: costruendo la macchina, abbiamo strappato  i dadi dalla mano di Dio, e li abbiamo lanciati in aria. E non c’è modo, in cielo o in terra, di annullare quello che abbiamo fatto.
Ma nonostante tutto, non posso fare a meno di voltarmi verso di lui. La pistola è ancora nelle sue mani, il sottile filo candido del fumo si allunga dritto nell’aria immobile dello studio.
“Perché l’ha ucciso?” La voce suona fredda alle mie stesse orecchie. Il mio cuore è un cristallo di ghiaccia in frantumi, la mia anima è morta con lui. Ma ancora sono ossessionata dalla necessità di capire.
“E’ nell’ordine delle cose” risponde lui, perché è la sola risposta possibile. Per tutto.
Mi rialzo ed esco dallo studio: il tempo intorno a noi è immobile, come quel filo di fumo. Percorro i corridoi deserti dell’edificio, Campus, salgo in macchina e guido per le strade svuotate. In questo simulacro di universo, refrattario allo scorrere del tempo, raggiungo un piccolo slargo in una stretta strada di montagna.  Scendo dalla macchina, la notte è buia e l’oscurità mi avvolge insieme al soffio gelido del vento.
C’è ancora una sola cosa che rimane da fare: scoprire se sono i dadi sono già caduti sul tavolo.
*             *             *
Nel momento esatto in cui sto per serrare le dita, capisco che lui è lì, nascosto nel buio, e mi sta puntando addosso la sua pistola. In qualche maniera, l’ho sentito prima che la sua voce mi raggiunga.
“Non farlo, Laura. Non costringermi ad ucciderti.”
Sono in piedi vicino al condotto di areazione, che attraversa duecento metri di roccia e sbocca direttamente al disopra della turbina della centrale. La mia mano è infilata dentro uno sportello, aperto sul fianco del grosso tubo, stringe il pulsante di attivazione uno zaino pieno di esplosivo al plastico che ho appena calato dentro al condotto.
Mi basta un tocco delle dita e la centrale esploderà, lasciando al buio tutta la città, compreso il grosso generatore che alimenta il computer quantico.
“Che differenza fa, professore?” cerco di essere un passo avanti a lui, ma è molto difficile. “Tutto questo è già successo, no?”
Nel silenzio, ho l’impressione di sentirlo, lo scatto secco dell’otturatore. Stringo le dita nello stesso istante in cui vedo il bagliore del colpo, nel punto dove un proiettile ha iniziato il suo viaggio verso il mio petto.

Roger aveva capito davvero il nostro progetto, più di quanto, forse, l’avessi compreso io stessa.
Sapeva che l’idea di prevedere il futuro, istante per istante, era qualcosa di peggio di un sogno irrealizzabile. Aveva intuito che dietro il nostro lavoro c’era la chiave per aprire il vaso di Pandora.
Calcolare tutti gli stati di indeterminazione significa far collassare l’intero universo verso un solo, definitivo stato di probabilità. Nessuna scelta, nessuna possibilità di interazione di materia o di energia, in quanto per ogni atomo o quanto di energia era stato già scelto, fra tutti gli stati possibili, uno soltanto. Qualcosa di molto peggio della fine: un’eterna, immutabile stasi.
Questo sarebbe accaduto, quando il professor Talbot avrebbe acceso la sua macchina: quel giorno, Roger mi aveva seguito al laboratorio per tentare di fermarci, ma era arrivato tardi. Il calcolatore era già acceso, e il nostro destino, anche il suo, era appena stato scritto.
Le sue ultime parole, il suo rantolo di morente è ciò che attraversa la mia mente in questo lunghissimo, decisivo istante. “Spegni tutto”, aveva detto. Lui e il professore l’avevano già capito, per questo lui l’ha ucciso. E’ vero che il computer era stato attivato, ma anche alla sua mostruosa velocità, quell’immensa mole di dati avrebbe richiesto del tempo per essere calcolata, e questo aveva lasciato all’universo alcune ore prima della completa paralisi. Roger aveva fatto di tutto per dirmelo.
In questo istante ci sono almeno due funzioni di probabilità, nell’universo, di cui non è stato completato il calcolo. La prima è la traiettoria di un proiettile, che può uccidermi. L’altra è la velocità con cui l’esplosione alla centrale produrrà un blackout, e la possibilità che il computer si disattivi prima di completare il calcolo.
Da qualche parte, nell’aria scura, volteggiano ancora i dadi di Dio.