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lunedì 27 gennaio 2014

L’oste di Brzezinka

Il vento, nel camino, sputa fiocchi sporchi, che muoiono sulle braci con sibili rabbiosi. E’ una sera fredda.
Guardo quelle scintille di ghiaccio e mi chiedo se vengano dal piccolo campo. Dicono che è vicino, oltre i mulinelli di neve, nascosto dal sospiro lugubre del vento. E’ coperto da un sudario di bruma e protetto con un muro di spine. Contorte, di freddo metallo; goccia a goccia, vi stilla una livida rugiada.
Là banchi di ceneri morte galleggiano nel cielo nero, poi ricadono in una pioggia di sangue e di lacrime, che insozza i campi e  avvelena la terra.
Loro sono in tanti; da qualche settimana entrano ed escono ogni giorno da quel luogo. Camminano dritti, in file composte; avvolti negli ampi mantelli, calpestano la strada gelata con stivali lucidi. Li hanno visti radunarsi, frementi come lupi, intorno a lunghissimi treni silenziosi, che riversano nel nulla legioni di corpi senza nome, volti senza vita, memorie morte.
Quelli si avvicinano e, torcendo i guanti lucenti, sibilano ordini in poche parole gelate che il vento porta troppo lontano. Uccidono, ma non in battaglia.
Con prudenza faccio scorrere lo sguardo nella grande sala illuminata.
Li ho visti anche io, molte altre volte: spesso li guardo passare nei loro convogli, quando tornano da quel posto e il cielo di si riempie di fumo. Hanno sempre quegli occhi chiari, vuoti. Anche quando vengono qui e si siedono al caldo, riempiendo i tavoli del villaggio; occupano i posti vicino al fuoco, bevono e mangiano il cibo dei vivi.
Ma non cantano, non ridono, non guardano. Non soffrono nostalgia di casa, non sognano braccia da cui tornare. Mangiano e non sbirciano le foto appese alle pareti, non ammiccano, quando passa una ragazza, in cerca di uno sguardo da rubare.
Dicono che siano soldati come gli altri, ma non ci sono guerre, in quel posto. Non c’è ragione e coraggio.
Li vedo riflessi nei loro occhi immobili, che galleggiano vacui sopra un piatto di gulasch, quei campi di neve scura; e le baracche di legno marcio, dove c’è posto soltanto per spettri silenziosi, non diversi i vivi dai morti.

Li guardo in fondo, quei piccoli occhi spenti: c’è solo un rancore sordo, incomprensibile e muto, un grido silenzioso e convulso, bianco come il volto di un pazzo.