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sabato 18 gennaio 2014

Naufragio - prima parte

Van Ein stava fermo in piedi, stringendosi nell'angusto vano di compensazione, davanti alla camera di isolamento. Teneva gli occhi chiusi e le braccia inerti gli ricadevano lungo il corpo, mentre aspettava pazientemente che gli aspiratori finissero di pompare il gas, permettendo alla porta interna di aprirsi.
Non aveva paura e non provava particolare curiosità. Avrebbe soltanto voluto che non essere stato lui, a trovare il relitto, e che ora non fosse costretto ad incontrare quei disgraziati, come invece prescriveva la Legge.
Con uno scatto ovattato, la grande porta di metallo si sbloccò e cominciò a ruotare lentamente su sé stessa. Nonostante le protezioni e i filtri che indossava sulle branchie, Van Ein percepì chiaramente intorno a sé la disgustosa atmosfera calda, secca e irritante, con cui avevano riempito l'enorme cupola in vetro e acciaio dove erano stati sistemati i naufraghi. L’aria gli aggredì i sensi e gli graffiò la gola, insieme a quell’odore inconfondibile, di bestia e di marcio, che lo aveva disgustato dal primo istante.
Chiuse di nuovo gli occhi, concentrandosi in un breve, intenso Canto. Poi si scosse, spalancò la porta ed entrò nel locale, sforzandosi di sorridere. La Fede Luminosa gli aveva insegnato che ogni vita era sacra; doveva sforzarsi di ricordarlo. 

*             *             *

Nella tana, vicina al cuore del villaggio, molti stavano ancora dormendo. Tuttavia Ele Ron, distesa sul suo giaciglio, sentiva chiaramente i rumori del risveglio giungerle dalle strutture vicine. Si girò più volte, infastidita, consapevole della dura giornata che l’aspettava.
Avrebbe desiderato riposare, quella notte; ma l’ansia di ciò che avrebbe trovato nei campi di cristallo, in superficie, le aveva tolto il sonno. Nessuna Autorità voleva sentir parlare di carestia, non ancora, ma tutti sapevano che il cibo scarseggiava e le cose andavano rapidamente peggiorando.
Nella stanza comune il flusso d’acqua saliva rapido verso la superficie gelata, ed era più caldo del solito: Ele Ron lo notò subito e la cosa acuì il suo fastidio. Detestava l’afa e, come tutti i contadini, era preoccupata per la rarefazione dei cristalli. Sapeva che i due fenomeni erano collegati, anche se non era in grado di capire fino in fondo le elaborate spiegazioni dei Pensanti. Amava andare a sentirli, le rare volte che venivano al villaggio, e non si perdeva nessuna delle sedute pubbliche nella Piazza delle Risposte. Tutti i suoi mariti la biasimavano per questo, ma nessuno poteva impedirle di partecipare e lei continuava a farlo. 
Il cerchio del cibo era ancora quasi deserto. Dall’altra parte riconobbe alcuni piccoli, i più mattinieri; aspettavano che gli adulti facessero coagulare i fiocchi proteici e intanto giocavano a piroettare nelle correnti ascensionali.  Ele Ron trovava quel gioco pericolosamente stupido: due stagioni prima, un cucciolo era stato risucchiato dalla corrente ed era stato spruzzato da un getto di vapore, ricadendo sui campi di cristallo. Era morto soffocato, i soccorsi l’avevano trovato soltanto dopo due rotazioni.
Gridò ai piccoli di smettere. Poi, per tenerli buoni, si mise a volteggiare sopra il cerchio del cibo, agitando i piccoli organuli flocculatori: ben presto, lunghi filamenti biancastri si formarono nelle pieghe del suo ventre ed iniziarono a staccarsi, volteggiando nell’acqua scura verso il fondo. I cuccioli urlarono di gioia e si assieparono sotto di lei, raccogliendo con le manine i filamenti che riuscivano ad afferrare e ficcandoseli subito in bocca.
Dovevano essere affamati, pensò Ele Ron. Sospirò, scuotendo la bella testa dal viso allungato: erano tempi difficili.

*             *             *

Il Tenente gli stava già venendo incontro: l’aveva visto subito, come sempre. Sembrava che trascorresse il suo tempo in prossimità della porta, come se in qualche modo si sentisse minacciato, e trovasse necessario montare la guardia all’ingresso della camera di isolamento.
Van Ein si sforzò di scacciare quel pensiero, ostile e dispregiativo, e si diresse verso di lui facendo del suo meglio per sorridere. Il naufrago protese una mano, come aveva temuto, e lui dovette stringerla, in ossequio a quella primitiva, grossolana forma di cortesia.
Il contatto con le carni mollicce e viscide lo fece rabbrividire leggermente: sapeva che non c’erano pericoli, ma l’idea di toccarli gli faceva rivoltare lo stomaco. 
Concentrandosi sui propri doversi, si informò della salute del Tenente e degli altri duecento membri dell’equipaggio. L’alieno rispose con precisione e affettata cortesia, elencando minuziosamente una serie di piccoli disagi e malesseri di poco conto.
Van Ein sentiva crescere la propria insofferenza; come sempre, ogni informazione del capo dei naufraghi nascondeva una richiesta: più cibo, più calore, più spazio. Come se non stessero già facendo per loro tutto quanto era giusto!
Mentre ascoltava, lasciò vagare lo sguardo sulla grande superficie della camera di isolamento. Sotto la cupola, per effetto dell’aria calda che loro producevano a carissimo prezzo, il ghiaccio continuava a sciogliersi, facendo affiorare ovunque pozze di acqua sporca e stagnante. Sentiva il cuore stringersi, pensando a quanti cristalli andavano perduti, insieme a tutto quel ghiaccio.
L’arrivo del carro del cibo interruppe la conversazione. All’udire il suono della porta che si apriva, la maggior parte dei naufraghi aveva interrotto le proprie attività, ed ora gli alieni si stavano avvicinando con aria famelica e minacciosa.
Van Ein si allontanò discretamente, fingendo di essere animato da spirito di discrezione. In realtà, non sarebbe riuscito a sopportare la vista di quegli animali che si ingozzavano con le loro proteine raffinate. Malgrado si sforzasse di ragionare secondo la Fede, non poteva fare a meno di pensare ai cuccioli della sua gente, che ad ogni stagione crescevano sempre più lentamente in numero e dimensioni.
Per distogliersi da questi pensieri, si mise ad osservare le bizzarre costruzioni che quegli esseri avevano realizzato nella camera di isolamento. Fin dall’inizio, i naufraghi avevano chiesto, oltre all’incredibile quantità di cibo di cui avevano bisogno, diverse tonnellate dei più svariati materiali metallici, asserendo di avere la necessità di costruirsi dei ripari, per trascorrere al caldo i propri cicli di sonno.
Lui si era indignato, come molti altri, ma le Autorità avevano deciso che le esigenze di quelle creature andavano assecondate, nei limiti del possibile. Così intere squadre di Pratici erano scese sul fondo dell’oceano in cerca di materiali pesanti, rischiando la vita e trascurando la manutenzione delle turbine installate sui getti di vapore. C’erano stati degli incidenti, un paio di ragazzi in gamba erano rimasti feriti e alla fine diverse turbine, abbandonate a loro stesse, si erano fermate, lasciando senza energia parecchie tane.
Ma intanto i naufraghi avevano avuto ciò che chiedevano. Ora Van Ein osservava disgustato il risultato dei loro sforzi, quelle lastre lucide di prezioso metallo, accatastate le une sulle altre in precarie costruzioni cave, di forma vagamente cubica, dall’aspetto tozzo e sgraziato. Si era avvicinato per osservarle meglio, ma il fetore che usciva dalle baracche dove si rintanavo quegli animali era insopportabile.
Il trillo del traduttore gli indicò che il Tenente lo stava chiamando. Lo vide, poco lontano, che avanzava con piccoli saltelli sgraziati, muovendo le gambe tozze a scatti convulsi, incapace di adattarsi alla minore gravità del loro mondo. Aveva l’aspetto disteso e soddisfatto, tipico di chi ha la pancia piena e nessuna preoccupazione, pensò malignamente Van Ein.
Non riusciva proprio a provare empatia o compassione per quegli esseri. E si rese conto che, in fondo, la cosa non gli dispiaceva.