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mercoledì 29 gennaio 2014

Vespero del Mattino

Era rimasto seduto a lungo, a poca distanza dalle ultime capanne del villaggio, in attesa del momento opportuno. Lottava per trovare una posizione comoda e alla fine, sotto alle sue gambe rannicchiate contro il ventre, la sabbia aveva ceduto, formando un confortevole avvallamento.
Alzò lo sguardo a oriente.
Da quella parte banchi di nuvole soffici, cariche di eleganti drappeggi dorati, fuggivano incalzate dal vento furioso; sul lato opposto del cielo, maestosi cumuli di nembi scuri incedevano fieri, ugualmente sospinti. Sanguigne tonalità di porpora e freddi indaco adornavano quelle avanguardie della notte, livide di pioggia.
Inclinando il capo, nell'incendio del tramonto, il ragazzino cercò nei varchi fra le nubi la piccola gemma splendente che annunciava il crepuscolo; la trovò facilmente.
Sorrise, intimamente compiaciuto del suo  successo: tutto il resto, sarebbe stato semplice.

*             *             *

Non era facile avanzare, in quel cimitero di sabbia. Numerosi relitti, spolpati dal vento e dal sale, biancheggiavano dalle dune, adunche torri sbilenche che sorvegliavano le onde e ne venivano lambite con carezze lente, sibilline promesse di un nuovo, incerto viaggio.

Il Principe teneva il busto eretto, la testa fieramente protesa contro le forti raffiche. Fissava dritto lo sguardo nel disco che si spegneva ad occidente, inabissandosi nei gorghi di spuma. Le nubi scure si addensavano con preoccupante rapidità e il vento portava l’odore della pioggia e del mare.
La sua giumenta ebbe uno scarto brusco e lui tirò le redini con un gesto secco, autorevole. Docile, l’animale si rimise al passo, quieto, come se quella dimostrazione di sicurezza l’avesse in qualche modo rassicurato, che l’ordine delle cose non era mutato, nonostante quel viaggio, e quel luogo misterioso.
Il villaggio si trovava dove gli avevano detto i suoi scriba. Un cumulo di capanne miserande, separate da vicoli stretti e ingombri di immondizia, in cui si aggiravano orfani cenciosi. Poche donne, curve sotto i propri fardelli, sbirciavano dagli angoli delle case e, quando il suo sguardo le cercava, sparivano in fretta, come vortici di polvere.
Degli uomini non c’era traccia, la guerra li divorava uno dopo l’altro, lasciandogli in mano un regno popolato da orfani e vedove.
Trovò la capanna sulla riva del mare, leggermente separata dalle altre, e seguì le piccole impronte che partivano dalla soglia verso l’ampia spiaggia, ormai invasa dalle ombre della sera.
Si fermò a pochi passi dal ragazzino: sapeva di essere stato visto, lo capiva dal modo in cui lui si stringeva nelle vesti misere, cercando di dominare i brividi di freddo e la propria paura.
“Dov’è il veggente?” domandò.
Il piccolo si girò. Aveva occhi chiari che ammiccavano sul viso olivastro, come zaffiri, catturando gli ultimi raggi del sole già quasi spento.
“E’ malato, sayydi. Non può parlare né sentire.”
Il Principe non seppe trattenere un secco gesto di disappunto.
“Dunque per niente ho traversato il mio regno!” asserì con tono sprezzante.
Raccogliendo tutto il suo coraggio, il ragazzo si alzò in piedi e poi, chinando la fronte e curvando la schiena, disse: “Domanda, sayydi. Risponderò ad ogni cosa”
L’altro non rispose, meditando su quell’inattesa proposta. Il vento sembrava aver placato un poco della propria furia e le nubi all’orizzonte, flagellate fino a quel momento dalle dure raffiche, si erano sfrangiate in elaborati disegni filiformi. La luce del crepuscolo ne incendiava i contorni, tessendo ricami di sangue su quegli ammassi laceri; guardando il cielo, il Principe vedeva i campi di battaglia, la terra rossa, impregnata allo stesso modo dalle vite dei valorosi e dei codardi. Farabutti ed eroi condividevano lo stesso letto di morte, e nessuno poteva distinguere, fra le confuse spoglie, dove piangere l’onore e dove invece sputare il disprezzo.
Infine il Principe parlò, con la voce fremente di sdegno: “Come osi anche solo pensare di rispondere? Sei forse tu capace di parlare come il più antico e venerato dei sapienti, a cui da tre generazioni la mia famiglia chiede consiglio?”
Il piccolo non sembrava impressionato da quelle frasi sprezzanti. Si alzò in piedi, fissando il suo sovrano dritto in viso. Dal suo viso era scomparsa ogni traccia di titubanza. Seppe tuttavia parlare senza arroganza, con rispettosa calma: “Non sono un sapiente, sayydi, e ho visto ben poche stagioni. Ma ecco, da quando sono nato ogni giorno sono venuto sulla riva del mare, e ho ascoltato mio nonno rispondere alle domande di nobili e contadini. Ho visto sfilare davanti a lui sovrani di regni lontani, principi dalla pelle scura, uomini vestiti con strani costumi. Poveri e ricchi, saggi e stolti, santi e ruffiani, tutti sono passati e per ognuno mio nonno ha parlato. Ed io non ho perduto una sola parola che sia uscita dalla sua bocca.”
Il Principe rimase stupito dall’udire il ragazzo pronunciare parole tanto sagge.  C’era qualcosa di potente, nel suo portamento, e nello sguardo, con cui lo teneva inchiodato. Dagli occhi chiari del ragazzo traspariva una vibrante forza interiore, selvaggia e misteriosa, come un’onda possente che, all’apice della sua corsa, fosse trattenuta da un genio bizzarro.
Fremendo di impazienza, il ragazzino parlò di nuovo. “Mettimi alla prova, sayydi
Sul volto del Principe si allargò un sorriso di sfida. “E sia” disse. E con un gesto brusco, afferrò il piccolo orfano e lo issò dietro a sé, sulla giumenta.
Poi spronò l’animale e lo lanciò al galoppo, lungo il mare, incontro al buio.

*             *             *

Le notti, d’estate, mormorano suadenti segreti alle orecchie insonni. Più intensi dell’ipnotico canto delle cicale, giungevano al vecchio lamenti soffocati, frammenti di singhiozzi o di risa. Brandelli di vita aleggiavano nell’aria calda, portati dalla brezza intrisa di dolci profumi, e si concentravano nella sua stanza, narrandogli le storie possibili di amori spezzati, antichi dolori, struggenti speranze.
Intorno al Palazzo, dove aveva trascorso quasi tutti i suoi anni, brulicavano le vite di quel popolo antico, dal cuore semplice e fiero, che lo aveva accolto da ragazzo, guardandolo crescere insieme al suo talento come un dono misterioso e immeritato.
Della gente, lui ne respirava l’esistenza; assaporava il sapore amaro delle loro sconfitte, sorbiva come nettare le brevi gioie. Tutto questo percepiva nell’aria, più della fragranza pungente del gelsomino, dell’aroma aspro dei boccioli di pepe, o del fresco, delicato odore dei gigli che fremevano al vento, lontani, sulla riva del mare.
Anche quella notte il sapiente si era rigirato a lungo nel letto, cercando invano sollievo per il suo corpo stanco, finché, rinunciando, si era sollevato lentamente a sedere.
Dalla finestra filtrava un chiarore lattescente, ingannevole promessa del giorno, che non poteva dirsi ancora aurora.
Il vecchio si alzò dal letto con cautela e si mosse nella stanza buia, guidando i propri gesti lenti con l’aiuto dell’antica consuetudine. Indossò le sue semplici vesti bianche, così simili a quelle che da bambino aveva portato, ogni giorno, sulla riva del mare.
Vicino al letto, in piedi nell’oscurità, lasciò che la sua mano ruvida carezzasse le pagine aperte di un antico volume, posato sul suo scrittoio: c’era così tanto di sé, in quelle carte logore, che non aveva bisogno di leggerle. Per comprendere quel libro gli bastava una dolce carezza e si chiese, con una punta di rimpianto, se avrebbe mai potuto essere lo stesso fra lui e una donna.
Fuori c’era un dolce alito di scirocco, che lambiva le piante del sontuoso giardino; appena percettibile, come incerto nella direzione da prendere, portava da lontano l’odore del mare e del sale. Ad oriente nastri dorati si intrecciavano nel buio, danzando nell’aria scura, tessendo il giorno sulla trama silenziosa della notte.
Chinò il capo, mentre il suo cuore, colmo di un’antica nostalgia, gli traboccava dagli occhi in rivoli lenti, che fluivano insieme ai suoi molti ricordi.
C’erano state le lunghe guerre, le schiere di carri e soldati, le quasi infinite possibilità di scelta. Erano state la sua prima prova: dar conto di sé e decidere, seduto ad uno scrittoio, della vita e della morte di altri uomini, riducendoli a segni sull’argilla. Tradurre in calcoli il sangue e il terrore, l’onore e il coraggio, ferro di spade e polvere d’ossa.
Ed erano stati molti, i giorni trascorsi nelle vuote stanze regali, in cui attendeva con ansia le rare notizie, come facevano le donne, silenziose e chine, nell’oscurità delle proprie case. E quando il banditore, gridando per le piazze l’esito di lontane battaglie, riempiva i cuori di angoscia o di speranza, lui con mano ferma aggiungeva freddamente altre cifre, altri segni, rendendo la sua anima più arida delle tavolette che metteva a seccare l’indomani.
Quando la guerra fu vinta, fra gli eroi, accanto al Principe trionfante, il giovane matematico venuto dal mare sedeva in silenzio, goffo e imbarazzato dal suo primo tributo di gloria.
Il vecchio uscì dal giardino attraverso una piccola porta secondaria. Scivolò lungo le maestose mura, fra le aiuole rigogliose dove i fiori dischiudevano le corolle sgargianti ai primi raggi del sole nascente, per dirigersi verso il centro della città.
Le torri della Cittadella della Scienza riflettevano per prime la luce dorata del giorno. Quella vista, imponente e familiare insieme, gli riempì il cuore di nuova tristezza.
Eppure era per loro, per quelle avanguardie della luce, che aveva speso ogni istante dei suoi moltissimi anni. Aveva fondato quel luogo per avere un posto dove accostare, al fuoco del suo sapere, le più fervide menti del regno, per accendervi la stessa fiamma. Dove altri avrebbero potuto fare lo stesso, per i secoli a venire, finché una moltitudine di luci avesse finalmente rischiarato le tenebre, allontanando le miserie e gli orrori dell’ignoranza.
In quel palazzo non i teoremi, non i postulati o le dimostrazioni dovevano risplendere, ma il loro spirito più alto, il più vasto mare. Là doveva raccogliersi l’oceano di luce, più grandi di quello in riva al quale era nato; spesso aveva sognato di immergervi la mente degli uomini, perché ne divenisse parte.
Ma l’alba era giunta, infine, e il suo sogno svaniva come bruma, dissolvendosi lieve al primo chiarore del giorno.
Nelle alte torri, in ricche stanze, le migliori menti del regno accumulavano da anni inestimabili tesori. Il loro sapere saliva alto nel cielo, sfidava le vette delle montagne, le ali stesse del vento, innalzandosi fino alle gelide stelle.
Ma non v’era, in quei calcoli, nei nuovi assiomi, nella matematica che ne stava nascendo, nient’altro che il frutto mirabile di un’arida tecnica. Quegli strumenti possenti, con cui l’uomo avrebbe soggiogato l’universo nei secoli a venire, non sarebbero stati in grado di tergere una sola lacrima dagli occhi impauriti di un bimbo. 

Chinò il capo, il vecchio. Era quella la scienza? Quella matematica, che aveva pagata con la vita, avrebbe descritto, un giorno, un solo palpito del più semplice cuore?
Diresse i suoi passi oltre le torri, attraverso la nobile piazza, e percorse in silenzio le sontuose vie, contornate di giardini e lastricate di pietre. Camminò a lungo, oltre le mura, finché i viali divennero strade, e queste sentieri, percorrendo infine gli umili solchi lasciati dai carri trainati sulla sabbia.
Là infine si fermò, sulla riva del mare, mentre un nuovo giorno sorgeva in silenzio dal grembo della notte.
Il ragazzino si voltò e guardò il vecchio, logoro e stanco. Rimase silenzioso in attesa, con gli occhi chiari, col zaffiro, che fremevano di speranza.
Irraggiungibile nel cielo, oltre ogni orizzonte, Vespero scintillava, incurante del mattino.
“Lo sai” domandò il sapiente all’improvviso “che nessuno può contarle, le stelle?”
Un sorriso si allargò sulla faccia sporca del ragazzino.

“Mettimi alla prova, sayydi”.