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giovedì 6 marzo 2014

Il tempio

I due soldati procedevano affiancati, in silenzio, ansimando sotto il peso delle tute pressurizzate, mentre risalivano con passo ritmato gli antichi gradoni della tortuosa scalinata.
Le pietre bianche, perfettamente squadrate, si susseguivano regolarmente lungo il bizzarro sperone di roccia, una tortuosa propaggine di pietra poggiata sul nulla, che collegava il piccolo spazioporto al corpo principale dell’asteroide.
Mikerson sfiorò un’altra volta il vetro del casco con il dorso della mano, ripetendo inutilmente il gesto familiare di asciugarsi il sudore dalla fronte.
Nessuno aveva mai capito in quale modo i filosofi riuscissero a generare una gravità artificiale di tale intensità in quel loro bizzarro mondo, né per quale artificio la stessa forza di attrazione, che rendeva quella salita una vera tortura, non facesse crollare le torri del monastero e la scalinata sospesa nel vuoto.
“Pensi anche tu che sia una follia, vero?”

La voce di Salvetti gli rimbombò nel casco: il volume del comunicatore era regolato male. Mikerson rallentò per abbassarlo. Distratto, il suo compagno si accorse tardi della manovra e rischiò di investirlo. Si aggrappò ad un provvidenziale spuntone di pietra, frenando bruscamente il proprio slancio ed evitando per un soffio di finirgli addosso. Gravità e attrito non andavano di pari passo, nel Tempio.
“Chiedo scusa” fece il più giovane dei due soldati, rialzandosi lentamente e guardando con un brivido il baratro oscuro sotto di loro. La linea sinuosa della scalinata serpeggiava nel buio per diversi chilometri e terminava in corrispondenza della piattaforma di attracco, un sottile disco di metallo, largo poche centinaia di metri. Su uno dei lati riconobbe la forma tozza e opaca della loro navetta. 
L’altro fece un gesto con la mano: “Non preoccuparti, tenente. Anche io non riesco ad abituarmi alle leggi fisiche di questo posto.”
Mikerson si rialzò, riprendendo l’ascesa. Poi, ricordandosi della domanda del compagno, riprese:
“Non credo che avessero molta scelta, comandante. La superiorità tecnologia del nemico è schiacciante.”
“Affidarsi a questa gente può soltanto peggiorare le cose, ragazzo.”
Mikerson non disse niente, attendendo che l’altro proseguisse, ma il veterano rimaneva in silenzio: il comunicatore trasmetteva soltanto il rumore aspro e regolare del suo respiro, mentre salivano lungo quell’interminabile gradinata da incubo.
 “Siamo vicini”. La voce di Salvetti, dopo diversi minuti, interruppe il silenzio. L’altro soldato sollevò lo sguardo, che fino a quel momento aveva tenuto prudentemente fisso sui gradini, e contemplò il maestoso spettacolo del Tempio incombente su di loro.
L’adita costruzione di pietra bianca sorgeva slanciandosi dal corpo tozzo e irregolare dell’asteroide. Dieci torri imponenti, costruite all’interno di un’area circolare, erano unite da una serie di ounti arcuati ed aerei ballatoi; tre strutture centrali, più alte degli altri torrioni, si elevavano verso il cielo scuro in una foresta rigogliosa di pinnacoli e guglie. Da quel punto della scalinata, vicini alla sommità, i due uomini erano costretti ad ammirare la costruzione con la testa piegata all’insù, venendone completamente sovrastati.
Anche da quell’insolita prospettiva, il giovane tenente riusciva a notare la singolare armonia dell’opera. Le guglie, le torri, i ponticelli sospesi, elegantemente lavorati al punto di sembrare leggiadri drappi di pietra ricamata: tutto aveva forma e dimensioni niente affatto casuali, e contribuiva a realizzare con le parti circostanti un misterioso rapporto di proporzioni definite.
“Eccoli”. Salvetti gracchiò improvvisamente nel comunicatore, inducendolo a concentrarsi sulla scala sopra di loro. A fianco della fila serpeggiante di gradoni, sospese nel vuoto, due figure sottili scendevano fluttuando verso di loro. Avvolti nelle loro lunghe tuniche immacolate, i filosofi avanzavano in una lenta caduta, sfidando la gravità che loro stessi avevano creato.
Quando furono vicini ai soldati, questi videro che uno dei due era una giovane donna. Come il compagno, portava il cranio e le sopracciglia completamente rasate. La veste, che le si stringeva attorno al corpo in un morbido drappeggio, lasciava indovinare forme generose. Mikerson incrociò gli occhi della ragazza, gemme azzurre sfavillanti, e distolse immediatamente lo sguardo.
L’altro filosofo stava parlando, direttamente nel loro apparato di comunicazione, con voce calda e sicura. Li salutò rapidamente, dando ai soldati un benvenuto cortese ma secco. Erano a conoscenza dello scopo della loro missione ed erano venuti per condurli senza indugio da uno dei Maestri.
“Vogliate seguirci fino alla Porta” concluse l’uomo. E senza attendere risposta, i due si voltarono ed iniziarono a salire nel vuoto, ondeggiando dolcemente, diretti alla sommità della gradinata.
“Non si perdono in chiacchiere” sussurrò Mikerson, sperando di essere udito solo dal commilitone.
“Non lo fanno mai” precisò Salvetti. Poi, con tono vagamente sarcastico, recitò: “l’inizio della saggezza è il silenzio”.
*             *             *
La grande sala echeggiava di suoni musicali: armonie complesse, frammenti di sinfonie maestose attraversavano l’ampio atrio, punteggiato di innumerevoli, sottili colonne, che salivano verso l’immensa volta come alberi di una foresta di pietra ammantata di neve.
Dal soffitto, quasi invisibili nell’abbacinante candore, pendevano sospesi grandi blocchi di pietra appena più scura, le cui forme ricordavano con precisione grandi poligoni regolari. Mikerson aveva l’impressione di vederli ondeggiare, o addirittura mutare di forma, trasformandosi l’uno nell’altro con un ritmo lento e ingannevole. Ma forse era l’effetto di quell’aria, rarefatta e fredda, come di alta montagna, con cui i filosofi avevano riempito il loro Tempio.
Si strofinò gli occhi, concentrandosi sulla cerimonia di udienza. Incrociò ancora lo sguardo della giovane che li aveva accompagnati, in piedi a pochi metri di distanza, alle spalle del Maestro. In quegli occhi pungenti gli sembrò di cogliere un secco rimprovero; si sforzò di seguire la conversazione.
“Chi sale la scala” stava dicendo il Maestro, fissando Salvetti dall’alto di una colonna tozza, su cui era seduto rigidamente “lo fa per cercare la purificazione, o per mendicare le briciole della nostra conoscenza?”
Il tenente rimase sbalordito dalla brutalità della domanda; tuttavia non gli riusciva di cogliere, nel tono dell’uomo, nemmeno una punta di arroganza o sarcasmo. La frase sembrava una pura e semplice costatazione della verità.
In quel momento una lamentosa polifonia di vibranti suoni armonici invase il salone e impedì al soldato di sentire la risposta di Salvetti. Lo vide muovere le labbra rapidamente, assumendo un'espressione grave. Anche la sua postura era cambiata, le larghe spalle si erano incurvate, come se una mano invisibile lo avesse improvvisamente schiacciato verso il suolo.
Nella lunga eco cacofonica i gesti ampi e sinuosi, che il Maestro compiva con le mani mentre parlava, sembravano parte di un rituale, o di un sogno. Mikerson si abbandonò alla sensazione di leggerezza che l’aveva invaso, respirando la musica come un’inebriante e suadente essenza che gli drogava la mente di secondo in secondo.
Iniziò a sollevarsi all’improvviso, dapprima lentamente, di pochi millimetri, poi sempre più in fretta: i poliedri vibravano e scintillavano, avvolgendolo in un caleidoscopio bianco, che percepiva nella sua mente allucinata, mentre le vibrazioni, di intensità crescente, penetravano in profondità nel suo essere mettendo in risonanza la sua stessa anima.
In quel paradiso caldo, senza colori, la mano di Salvetti gli sembrò un artiglio scuro e gelato. Stringeva con forza la sua caviglia, ormai a quasi due metri da terra, e lo stava trascinando giù, spezzando nel frattempo la magia della visione.
“Lasciami…” bofonchiò il tenente, senza convinzione. La sua stessa voce era un lamento in un sogno. L’altro non lo stava ascoltando: parlava animosamente con i due che li avevano accompagnati, mentre il Maestro restava in disparte, con un’espressione imperscrutabile dipinta sul viso austero. A Mikerson, adesso, le parole giungevano chiaramente, dure come pietre.
“Non siamo venuti qui per questi giochini” stava gridando Salvetti, paonazzo in volto. “Né per la vostra dottrina.”
“Ed è un peccato” rispose la ragazza, con voce melliflua. Il suo sguardo si piantò improvvisamente negli occhi del giovane tenente, che si sentì rimescolare. La sensazione di poco prima, l’assenza di peso e di ogni legame, tornò a farsi sentire nel suo petto, ma come una dolcissima, struggente nostalgia. Negli occhi della donna ardeva la promessa di un Eden di passione, eterno e perduto, improvvisamente vicinissimo. La mano del compagno lo strinse con dolorosa violenza, riportandolo alla realtà.  
“Adesso basta, Seleine” disse perentoriamente il Maestro. “Questi uomini hanno intravisto la luce. Il prossimo passo non spetta a te.”
La donna chinò il capo con deferenza, compiendo con il corpo un agile inchino. Teatralmente, con studiata eleganza, si rialzò e si voltò per uscire dalla stanza. Le vesti le fluttuavano intorno al torace, come se fosse sott’acqua, aderendo alle sue forme piene, che risaltavano nel bianco immacolato delle vesti.
“Un vero peccato” sussurrò alla volta di Mikerson, prima di svanire verso l’uscita.
C’era qualcosa, in quell’ultimo sguardo che lei gli aveva gettato, che lo fece rabbrividire di terrore e desiderio. Una concupiscenza animalesca, rabbiosa, che non era solamente lussuria. Sembrava piuttosto fame.
“Gli accordi con la Nazione sono chiari; vi chiedo formalmente di rispettarli alla lettera” tagliò corto Salvetti, osservando con disprezzo la figura eterea della giovane donna che si allontanava. Parlando, aveva incrociato le braccia sul largo torace, ed era rimasto fermo, in attesa, come un vecchio albero piantato su uno sperone roccioso, sopra l’abisso.
*             *             *
L’alloggio era strano e lo metteva a disagio. C’erano due semplici letti, lungo due lati opposti di una stanza esagonale. Le altre pareti erano occupate dalla porta di accesso e da uno scarno mobilio, fra cui spiccava un box igienizzante che avrebbe fatto le veci, per tutta la durata del soggiorno, della doccia e degli altri sanitari.
Mikerson stava steso con le braccia incrociate dietro la testa, fissando il soffitto incolore. Era giunto alla conclusione che nulla, in quel posto, fosse veramente bianco: si trattava piuttosto di un grigio assoluto, una completa assenza di tono. Il colore del nulla.
Si voltò per osservare il suo compagno, profondamente addormentato nella sua branda. Non si era tolto la divisa e indossava persino gli scarponi militari.
Prima di quella missione, aveva intravisto il suo celebre superiore soltanto qualche volta, incrociandolo nei corridoi del comando. Naturalmente conosceva le storie che raccontavano su di lui e sul naufragio dell’Adelaide, ma le chiacchiere da caserma, una volta sfrondate dei particolari bizzarri aggiunti dalla truppa, non dicevano molto di più di quello che era scritto sui giornali.
Era una matricola, all’epoca, e aveva vissuto quelle ore febbrili nella sala comune del centro di addestramento, con il naso incollato agli schermi. La grossa nave da battaglia, colpita da una pioggia di meteoriti, era ormai data per spacciata. Il reattore si trovava vicino alla fusione del nocciolo e il più veloce incrociatore non l’avrebbe mai raggiunta in tempo.
Ricordavano tutti le immagini, riprese dalle telecamere esterne dello scafo, del filo di vapore che spruzzava dalla fiancata, come il getto di sangue di un gigante mortalmente ferito. E quel senso di impotenza, palpabile e gelido, che in poche ore aveva avvolto l’umanità come un sudario, facendo svanire la delirante eccitazione che accompagnava come una febbre quegli anni d’oro dell’esplorazione spaziale.
Era forse stata quella sensazione, di umiliante disincanto, a rendere ancora più odioso l’intervento dei filosofi. Erano comparsi dal nulla, con una elegante navicella dallo scafo allungato, che ricordava una gigantesca gondola bianca. Dondolando nello spazio nero, si era avvicinata all’Adelaide e aveva offerto assistenza.
In pochi febbrili minuti la nave condannata era stata evacuata, l’equipaggio trasferito a bordo della gondola, che si era allontanata di misura un istante prima del disastro.
I naufraghi erano stati accompagnati al più vicino porto della Nazione, poi la gondola aveva fatto ritorno al Tempio, portandosi dietro il comandante Salvetti. Alle richieste del comando, i filosofi fecero sapere che il soldato aveva bisogno urgente di cure, essendo stato esposto ad una massiccia dose di radiazioni, e che non era possibile trasportarlo sulla terra. 
La spiegazione fu presa per buona; i filosofi cominciarono ad essere visti come qualcosa di più di una setta di stravaganti esaltati, esiliati in un asteroide parcheggiato in uno dei punti Lagrangiani. Il governo condusse una trattativa per stringere un patto di assistenza tecnica e scientifica alle missioni di esplorazioni spaziali. In cambio, il Tempio ottenne le due cose che desiderava: l’indipendenza dalla Nazione e il riconoscimento della propria superiorità.
Salvetti, che tutti i superstiti della sciagura assicuravano di aver sempre visto in buona salute, era rimasto otto mesi in quel luogo. Quale fosse stato il suo ruolo negli accordi, e cosa avesse fatto per tutto quel tempo, nessuno era in grado di dirlo con certezza.
Di una sola cosa Mikerson era sicuro: il comandante, disteso accanto a lui, odiava quella gente con tutte le proprie forze.
All’improvviso, Salvetti si alzò dal letto, con un movimento fluido, incredibilmente agile per un corpo della sua stazza. Mikerson si voltò a guardarlo, con aria allarmata. Il vecchio soldato gli sorrise con un’espressione di profonda tristezza, e poi disse: “Quando ti sfili dalle coperte, arrotolale e spiana l'impronta del corpo”.
“Che significa?” domandò lui.
“Fin quando sei qui dentro, non dimenticare mai che sei reale”
*             *             *
Via via che i colloqui procedevano, Mikerson si sentiva sempre più a disagio.
Dopo il primo, allucinante confronto cerimoniale che si era svolto al loro arrivo, gli incontri avevano avuto luogo in una sala più piccola, vicina all’apice della torre principale del grande monastero. Nella stanza, di forma poligonale, una delle pareti aveva un profilo rotondo. Il tenente notò che corrispondeva esattamente all’arco della circonferenza nella quale era inscritto il poligono formato dalle altre mura perimetrali.  Il cerchio era formato da un’unica lastra di vetro, incredibilmente trasparente: anche avvicinandosi, non era possibile scorgervi alcun riflesso e l’illusione di trovarsi sospesi nel vuoto, ad un’altezza abissale sulla superficie dell’asteroide, era perfetta.
Durante le trattative, era sempre Salvetti a parlare, esprimendo concisamente, a nome della Nazione, precisi quesiti di carattere tecnico. Le laconiche risposte dei filosofi, rappresentati da tre anziani Maestri, immusoniti e accigliati, risultavano talmente sibilline e vagheggianti da rasentare i limiti dell’offesa.
Ad un certo punto Mikerson rimase particolarmente colpito nel sentir pronunciare, in risposta alla richiesta di un parere in merito all’utilizzo di un modello sperimentale di reattore a fissione, una frase incomprensibile: “Quando togli dal fuoco la pignatta non lasciare la sua traccia nelle ceneri, ma rimescolale”.
Salvetti invece non appariva per nulla turbato dalla stravagante situazione, ed appuntava ordinatamente tutto quello che veniva riferito dai tre anziani interlocutori.
Quello che infastidiva maggiormente il giovane militare era l’atmosfera di sprezzante alterigia che percepiva, ovunque andassero in quel luogo allucinante. Durante le pause, nel sobrio convitto dove gli era stato concesso di prendere i pasti in compagnia dei novizi, i giovani monaci non facevano alcuno sforzo per nascondere gli sguardi carichi di riprovazione ed evidente disprezzo. Si sedevano in gruppetti, scegliendo i tavoli più lontani da quello dove si accomodavano i due soldati, e consumavano il cibo in silenzio.
Mikerson notò che nessuno di loro spezzava mai il pane direttamente, ma lo tagliava con l’ausilio di un complicato strumento, che permetteva di non svolgere l’operazione con le mani. Incuriosito, il soldato afferrò una pagnotta intera e, sicuro di essere osservato, se la portò alla bocca, staccandone un grosso boccone.
Immediatamente i ragazzi seduti all’altro capo della sala distolsero lo sguardo. Poi, fremendo di indignazione, si alzarono da tavola e lasciarono il refettorio, in un silenzio carico di ostilità.
“Abbiamo trovato il modo per mangiare in pace” scherzò il tenente.
Salvetti sorrise, continuando a sorbire la minestra con lenti movimenti del cucchiaio. “Hai appena infranto due delle quindici regole minori. Di per sé non sarebbe grave, se non fosse che hai scelto quelle che non possono logicamente coesistere insieme, per cui il tuo gesto costituisce un insulto sanguinoso.”
“Sarebbe a dire?”
“Ai filosofi è proibito spezzare il pane, ed è proibito anche addentare una pagnotta intera”.
“E loro come fanno?”
“La macchinetta che usano” spiegò Salvetti, posando il cucchiaio “contiene all’interno un dipolo che genera una sottile striscia di annullamento del campo elettrico. Passandovi attraverso, qualsiasi materiale viene separato in due corpi indipendenti. E’ un’azione non meccanica, che non può essere definita analoga a quella di ‘spezzare’ un oggetto.”
“Incredibile. Ed è in grado di tagliare qualunque cosa?”
“Tutto ciò che è composto di materia, per la precisione. E’ solo una delle nuove tecnologie che possiedono, per le quali il mondo farebbe pazzie. Ma questa gente tiene ogni cosa per sé: assorbono tutto, e lo utilizzano per i propri scopi”.
Mikerson indugiò, con il cuore che gli martellava in petto. Avrebbe voluto chiedere molto di quel luogo misterioso, ma temeva che il suo compagno si chiudesse in sé stesso. Saggiamente, aspettò, e Salvetti riprese a parlare. 
“Quando sono stato qui, non mi hanno mai tenuto prigioniero. Ho voluto rimanere al Tempio; almeno, la mia volontà lo ha desiderato, ma non so dirti quanto fosse una libera scelta.” Fissò il giovane dritto negli occhi prima di proseguire: “Hai sperimentato tu stesso cosa possono farti fare, con un solo sguardo, con un accenno di musica”
Il ragazzo non rispose, ma rabbrividì leggermente al ricordo di ciò che era avvenuto pochi giorni prima, al loro arrivo. La sensazione di irrealtà, di totale inconsistenza che aveva sperimentato in quella dimensione di assoluta leggerezza, gli era rimasta piantata nell’anima come una spina aguzza di nostalgia.
“So quello che provi” riprese Salvetti. “Non aspettarti che passi in fretta: è come una droga, una dipendenza subdola, i cui morsi cresceranno nel tempo. Ritieniti fortunato di aver sperimentato solo un’estasi molto parziale. Io sono andato ben oltre”
“Come mai l’hanno scelta, comandante?” domandò il tenente, parlando in un sussurro.
“Non lo so, ragazzo. Non si può capire. Agiscono per puro istinto, ma contemporaneamente seguono le finalità di un disegno immensamente complesso, ai confini fra intuito e fede”
“Cosa significa?”
Il veterano rimase in silenzio per un po’. Per qualche ragione, a Mikerson sembrò che fosse come pietrificato dalla pesantezza e profondità delle proprie riflessioni. Lo guardò con attenzione, gli occhi chiusi, la fronte solcata da marcate rughe di sofferta concentrazione. Era l’esatto contrario di quegli esseri, solido e monolitico almeno quanto gli altri apparivano impalpabili e indefinibili.
La contrapposizione fra quelle due antitesi incarnate scendeva negli abissi dove risiedeva la natura stessa delle cose, in cui la realtà affondava le proprie radici.
“La donna che ha cercato di sedurti” fece Salvetti all’improvviso, provocando un violento tuffo nel cuore del giovane “ha agito sulla spinta di un’infatuazione momentanea, ma puoi star sicuro che, se avesse ottenuto il suo scopo, ne sarebbe derivato un vantaggio per il Tempio e per tutto ciò che rappresenta”
“E cos’è, che rappresenta?”
“A questa domanda” fece l’altro, alzandosi repentinamente da tavola “vorrei davvero poterti dare la risposta”
Deluso, Mikerson si accinse a seguire il suo superiore, diretto verso l’uscita dalla mensa. Fuori, un attendente li aspettava per scortarli fino l’ennesima, frustrante seduta nella sala dei negoziati.
Il giovane osservò le pareti incolori, i corridoi anonimi, le finestre assolutamente trasparenti che incontrava: tutto intorno a lui pareva assumere un significato nuovo, qualcosa di pericoloso e terribile, come la punta di un filo invisibile il cui percorso, in larga parte, gli era ancora ignoto.  
*             *             *
La guerra andava male. Il rapporto settimanale, che avevano ricevuto dal comando, gettava un’ombra sinistra e incombente sul futuro della Nazione.
Il nemico sembrava attingere ad una fonte inesauribile di risorse: mezzi, soldati, armi contro le quali non esisteva difesa. Interi battaglioni erano scomparsi nel nulla, ingoiati da nuvole di oscurità che comparivano all’improvviso nei campi di battaglia. Città e fortezze si scioglievano come roccia fusa in pochi minuti, spazzate via dal singolo colpo di una sola, piccola navicella.
Nulla sembrava fermare l’avanzata di quelle invincibili armate. Eppure gli eserciti nemici, dopo essere penetrati in profondità all’interno della Nazione, indugiavano. Costruivano accampamenti nel deserto, fortificazioni inespugnabili sopra i quali sciamavano sinistri e inarrestabili velivoli d’assalto, ondeggianti, in attesa.
Deciso ad approfittare di quella incomprensibile situazione, il comando scriveva a loro due e gli ordinava di fornire, al più presto, elementi per la progettazione di nuove armi e difese, in grado di ribaltare la situazione. Mikerson aveva voglia di piangere.
Quel giorno, una strana luce penetrava dalla vetrata, inondando di una tonalità azzurrognola la stanza dei colloqui.
Salvetti era in ritardo; ricordava di averlo visto fermarsi a parlare con uno degli attendenti. Si sedette, cercando di scacciare la crescente sensazione di disagio che gli aveva messo addosso la lettura del rapporto. Doveva concentrarsi su quegli assurdi colloqui, sforzarsi di penetrare il significato nascosto dietro alle frasi, apparentemente prive di senso, che i filosofi rivolgevano loro in risposta agli accorati quesiti.
Si sedette al tavolo liscio, occupando il posto dove si metteva di solito. Dall’altra parte, quasi direttamente davanti a lui, i tre Maestri già seduti aspettavano immobili, in silenzio. Gli rivolse un cenno cortese, che loro non ricambiarono. Era sicuro che tutta quella situazione aveva una chiave di lettura, aveva l’impressione di afferrarla, a volte, con un angolo della mente, ma la sensazione spariva prima che potesse mettere a fuoco le proprie intuizioni.
Perso in quelle riflessioni, non si accorse di quello che stava succedendo finché non fu troppo tardi. La stanza si era riempita di gente: giovani filosofi e Maestri, uomini e donne, erano comparsi dal nulla e si stringevano intorno al tavolo, le vesti bianche dai lunghi filatteri che mulinavano furiosi, come se un vento incorporeo agitasse l’aria, perfettamente immobile.
“Che significa?” domandò il tenente, alzandosi precipitosamente in piedi. La sua sedia, spinta violentemente all’indietro, cadde a terra. Quel frastuono, insieme alla sua voce, erano gli unici suoni che riempivano il silenzio assoluto.
Terrorizzato, riconobbe, nel muro di volti anonimi, gli occhi scintillanti della donna che aveva incontrato all’inizio. Adesso non risplendevano di ardente passione, ma luccicavano di un odio profondo, un pozzo nero di vuoto assoluto, totalmente irrazionale, ben oltre l’assoluta follia.
Gli si avvicinò in un’istante, attraversando la folla dei suoi compagni come se fosse stata uno spettro, fino a fermare il viso incolore ad un palmo dal suo.
“Significa” sibilò con cattiveria “che l’accordo è raggiunto!”
E finalmente, un attimo prima che la sua coscienza svanisse del tutto, Mikerson capì per quale motivo Salvetti l’avesse portato con sé.
*             *             *
Aprendo gli occhi, si era già stupito di essere ancora vivo. Ma il fatto di ritrovarsi seduto su una comoda poltrona, all’interno di uno dei salottini del tempio, gli diede per un attimo l’illusione di aver sognato ogni cosa.
Salvetti era in piedi, a pochi passi di distanza: fissava lo spazio esterno da una delle vetrate, dandogli le spalle. Aveva in mano un bicchiere pieno di un liquido chiaro.
Il comandante si girò: il suo viso era scuro, come se fosse in ombra, e assorbiva la luce grigiastra dell’ambiente. In qualche modo, il suo aspetto era cambiato. Il corpo massiccio, gli arti muscolosi, risultavano sgraziati e pesanti. Era come osservare una statua.
“Mi dispiace, ragazzo” stava dicendo Salvetti. La sua voce era discordante e triste e ricordava il suono di un violino scordato.
Mikerson si sforzò di scacciare la sensazione di irrealtà che lo avvolgeva. Si alzò, scuotendo la testa.
“Che cosa mi avete fatto?” disse con tono minaccioso.
“Lo scoprirai presto”
“E’ stato lei, vero? Ha voluto scegliere personalmente la vittima da sacrificare al Tempio!”
“Non è stata una scelta facile”
“Oh, certo. Non è colpa sua. Lei si è limitato a condurmi al macello, ingannando la mia buona fede, facendomi abbassare la guardia”
“Ho tentato di avvertirti, ragazzo”
“Avvertirmi! Mi ha lasciato aggredire, non ha mosso un dito per impedirgli di… Ma che diavolo mi hanno fatto?” gridò Mikerson, urlando senza ritegno.
Salvetti si avvicinò, e gli porse il bicchiere che teneva in mano.
“Prendilo”. Il giovane esitò, diffidente. Poi allungò una mano e strinse le dita intorno al bicchiere. Le falangi attraversarono lo spesso vetro e il suo contenuto come se si fosse trattata di un’illusione. Soltanto allora notò, osservando il proprio braccio, la tunica incolore che indossava: fluttuava attorno al suo corpo, le lunghe frange mosse da un vento che non esisteva nel mondo reale, non più di quanto il bicchiere  esistesse all’interno del Tempio.
In quell’istante, Mikerson realizzò che da quando era entrato in quel luogo non aveva mai visto un filosofo, o un Maestro, prendere in mano qualche oggetto. Ecco perché ci hanno fatto mangiare sempre insieme ai novizi! Pensò. Si domandò per un attimo se quei ragazzi fossero consapevoli di cosa gli sarebbe capitato.
“Cosa… cosa sono diventato?” disse.
“Sei parte del tutto”
“Che significa?”
“Ci metterai anni a capirlo, Mikerson; ma non sarà il tempo a mancarti, qui dentro. Devi decidere di fidarti di me ed ascoltarmi, ragazzo, ma decidi in fretta. Mi hanno concesso poco tempo per salutarti”
“Fidarmi di lei? Dopo che mi ha venduto?! Ha lasciato che mi trasformassero in… questa cosa, che mi rendessero come loro, per avere acceso a chissà quale segreto tecnologico. Crede che mi consolerà sapere che ho contribuito alla salvezza della Nazione, sacrificando la mia anima e diventando un fottuto spettro?”
“Credi davvero che l’abbia fatto per la guerra?”
“Cosa vuole dire?”
“Guardami, ragazzo.”
Mikerson lo guardò: il suo corpo assomigliava sempre di più ad una massa oscura, impenetrabile. Sotto il suo sguardo, Salvetti veniva letteralmente trasformato in una materia nera e immobile, di cui era possibile percepire l’immensa densità.
“Cosa le succede?”
“Non sono io. Sei tu. Ti stai allontanando dalla realtà materiale, e lo stai facendo rapidamente. Quando sarai del tutto come loro, quando ti avranno preso completamente, ciò che è fatto di materia ti sembrerà scuro e freddo, quasi inerte”
“E’ successo anche a lei?”
“Si. Ma è me è stato concesso di tornare indietro”
“Perché?”
“Davvero non lo immagini?”
Mikerson rimase in silenzio, ad osservare il suo ex comandante che posava il bicchiere ed indossava il berretto della divisa. Ne contemplò i gesti goffi, pesanti. Si domandò se provasse rimorso, per quello che aveva fatto, chissà quante volte, a chissà quanti altri. Lui stesso faceva parte del prezzo che aveva permesso a Salvetti di rimanere un essere umano.  
La sagoma scura del comandante si avvicinò lentamente alla porta della sala, poi si voltò nuovamente verso di lui: in qualche modo seppe che gli stava sorridendo.
“C’è una via d’uscita, a tutto questo. Una strada più alta di quella che è stata offerta a me.”
“Qual è?”
“Ho già detto troppo, Mikerson. Ma ci arriverai, sei uno in gamba. Più in gamba degli altri, credo”
Il tenente si chiese quanti, fra gli spettri che popolavano il tempio, fossero stati portati lì da Salvetti. Improvvisamente lo colpì un pensiero, un folle palpito di speranza. L’altro parve accorgersene.
“Vedo che cominci a capire, ragazzo. Nel tempio ci sono esseri irrazionali, entità incommensurabili con l’intero. Ed una di queste l’hai già incontrata”
“La ragazza”
Salvetti annuì, con immensa lentezza. “Loro non lo sanno; per loro, ogni cosa è in rapporto perfetto con il tutto, armonico e definito. Così credevano, un tempo lontano, anche i loro spiriti”.
Ci fu un lungo intervallo, durante il quale la scintilla di speranza crebbe, si fece strada nelle tenebre che assediavano l’anima di Mikerson, o quel che ne era rimasto. E d’un tratto tutto gli fu chiaro.
Seppe perché Salvetti, dopo essere stato risparmiato, aveva ingannato lui e gli altri, conducendoli in trappola. Soprattutto, capì perché aveva scelto proprio lui, fra migliaia di giovani ufficiali. Lui, che era stato scartato da quasi tutte le missioni operative, per via dei suoi attacchi di narcolessia. 
Ma proprio quel fattore incontrollato della sua mente, questa volta, lo aveva reso un candidato perfetto.
Per gli antichi pitagorici, scoprire l’esistenza di quantità irrazionali all’interno del proprio universo, fatto di numeri perfetti, doveva essere stato un trauma devastante; qualcosa che soltanto adesso, alle soglie della sua trasformazione, lui iniziava a comprendere appieno.
Con un ultimo, umano ghigno di perfidia, Mikerson si domandò quanti altri elementi irrazionali avesse introdotto il comandante negli anni, all’interno del Tempio. Fingendo di rispettare l’accordo, reclutando sulla terra adepti da consegnare agli spettri in cambio dei segreti della conoscenza, il vecchio soldato epilettico introduceva numerosi, micidiali fattori di irrazionale imperfezione all’interno del Tempio, minandone l’armoniosa sintonia.
Il viso del giovane, finalmente consapevole, si allargò in un ampio sorriso, appena un istante prima che tutto svanisse, mentre la sua coscienza veniva integralmente assorbita da quella della collettività del Tempio, aggiungendovi la sua dose del letale veleno.
Salvetti sorrise  a sua volta allo spettro che aveva davanti, ormai inconsapevole ed inespressivo.

“Tieni duro, amico. E’ solo questione di tempo”