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sabato 8 marzo 2014

La panchina

E’ un bel giorno, per guardarvi passare.
Sono brava a spiare dal basso i volti, cogliere espressioni. Indovino i pensieri, le parole non dette, ciò che rimane là dove c’era l’ombra di un sorriso, o la scia di una frettolosa lacrima.
C’è chi si ferma; fremo per le sue emozioni. Come pioggia mi impregnano la fretta, l’inquietudine, il sottile dolore. Scaldano come il sole d’inverno le brevi gioie, speranze e sogni agitano l’aria di un vento impetuoso, un vorticar di foglie, nel solenne canto del mare lontano.

Ma oggi la piazza vibra, nella precoce primavera, di un turbinio di sguardi, delicati e sfuggenti, come un frullio d’ali scorto di lontano. Passa ogni donna, ricordandosi del suo giorno, e occhieggia verso il cielo al sole allegro, che pare brillare solo per ciascuna.
Ed io lo sento, insieme a voi, quel profumo sottile; ma è intenso, ha la dolcezza del gelsomino, più vivo ancora dei trilli d’uccelli fra gli alberi. Impregna l’aria, già odorosa del mare, di fragranze più miti e più tristi, come la nostalgia di un amore, o un desiderio non detto. Un aroma composito, in cui si mescolano i sogni tenuti chiusi, che non svaniscano alla luce, l’aguzza puntura di un’innocente bugia, l’impressione di uno sbaglio, o un guizzo di follia.

E più di tutto, quell’indomita fiducia, quasi ottusa speranza, che come l’erba fra le antiche pietre non sa seccarsi, per scivolare a terra, e vive i suoi giorni ondeggiando al vento, cercando il sole.

8 marzo 2014