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mercoledì 26 marzo 2014

La porta del bagno (le parole ci salveranno, o lo faranno gli sguardi)

“Mi scusi: dove trovo il bagno?”
“La porta marrone alle mie spalle, sulla destra.”
Sorrido e mi avvio, superando la ragazza. Il corridoio, stretto e basso, è punteggiato di luci vivaci, stelle domestiche che brillano in un cielo di vetri sfaccettati. L’echeggiare di una musica soffusa soffia dalla sala, mi spinge come una brezza decisa. Avanzo beccheggiando, imitato da un caleidoscopio di me stesso negli specchi. Mentre cammino poso gli occhi su una bottiglia di vino pregiato, non so dire se sia reale o riflessa.
Quella marrone è l’unica porta a destra. 
Assi di legno pregiato, volutamente scheggiato, con la verniciatura lasciata artisticamente incompleta, che ricorda qualcosa di antico e decadente; ma non lo è affatto, è moderna, curata e molto costosa.

L’impressione di ridondanza mi colpisce improvvisamente, insieme alla consapevolezza di quello spreco di parole. Marrone, alle mie spalle, sulla destra: ma c’è solo una porta, oltre la ragazza.  

È Calvino che parla, nella sua celebre conferenza sull’esattezza, di una crisi della parola, colpita a morte nel suo cuore semantico, sommersa dall’inondazione della società delle immagini? 
Mi alzo, cerco nello scaffale alle mie spalle l’edizione economica delle “Lezioni Americane”. Lo sto facendo adesso, sì, ho cambiato tempo, sto narrando al presente, il mio, quello reale. Ho sospeso il racconto di ieri sera senza avvertirti. Il mio potere verso di te è assoluto, lettore: sei trascinato nel mio salotto, invaso di giochi e maiali parlanti disegnati di profilo, una tazzina sporca, residui di biscotti.

Il libro di Calvino non c’è più, non è al suo posto, per lo meno. 
Vittima di un ordine muliebre, che associa i libri per forma e colore, indipendentemente dal contenuto. Inutile dire che mi sono seduto, nel frattempo. Mi vedi che scrivo, nella tua mente, e immagini di me ciò che non mi è dato sapere (è questo il tuo potere, lettore. L’altro lato dell’abisso è il tuo regno).
Ma l’impressione rimane. In me e – ciò che ho scritto è nella tua mente – in te. 
La consapevolezza che lui aveva ragione. Stava morendo e forse lo sapeva: quanta grandezza in quel desiderio, dichiarato con una punta di puerile incertezza, quasi timidamente! Lasciare a noi un bagaglio di valori da salvare, la teca preziosa di un santuario, reliquiario della mente. Qualcosa di umano e di sacro, per questo secolo che ormai non è più nemmeno il prossimo futuro, è appena iniziato e sembra già inutile doverlo vedere tutto.
Dentro il bagno, oltre la porta marrone, galleggia un altro oceano di immagini, di ricercata eleganza, raffinato cattivo gusto. Oggetti ostentati, invadente sovrabbondanza di significati scialbi, inutili, pomposamente vuoti. Avevi ragione, Calvino: è dura per le parole sopravvivere, in questa giungla visiva, che cresce soffocando ogni altra voce.

Là dentro, per fortuna, l’oggetto che mi serve ha conservato inalterate sia la forma che la funzione, almeno per ora. Esco nel corridoio piccolo, poi nella grande sala, veleggio fra i riflessi, incapace di distinguere il vero dal falso. Forse è quella bottiglia di vino, che appare nel suo essere reale, o piuttosto gli occhi di mia moglie, che sorridono al mio passo insicuro. Mi rifugio in quell’immagine vera, sedendomi di nuovo nell’intimità di un cerchio, la luce vivida di una vecchia candela. Significati, senza parole, riempiono il mio cuore e mi trascinano al sicuro.
Sì, tu avevi ragione, ma ce la faremo. Ce la mettiamo tutta, vero lettore? Le parole ci salveranno, o lo faranno gli sguardi, quando perforano quelle immagini vuote, come il sole le nebbie di una foresta di spettri, e ci risvegliano alla luce.

Mi alzo, adesso, sorrido. Ma dov'è il mio libro?