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sabato 22 marzo 2014

Realglasses - 1/3

Marika cominciava ad essere seccata. Cambiò più volte posizione, facendo gemere la pelle lucida del divanetto, poi accavallò le gambe e sbuffò nervosamente.
Si guardò intorno; ad esclusione dell’unica segretaria, dall’altra parte della stanza, l’elegante sala d’attesa era deserta. L'impiegata sollevò a sua volta lo sguardo, guardandola con quell’aria di misurato rammarico e discreta comprensione che sanno assumere le segretarie davanti ad un cliente importante.
Sbirciò l’agenda degli appuntamenti: quel pomeriggio, la giovane ereditiera delle industrie Marinell era l’unica in lista. Verificò ancora una volta che il signor Niels avesse controllato il promemoria, poi strinse nervosamente le dita delle mani. Perché la stava facendo aspettare così tanto?


Nel bar, il chiacchiericcio della vecchia radio gracchiante si confondeva con il trasandato cozzare dei bicchieri, mentre Gerico svuotava il carrello lavastoviglie sbatacchiando tazze e piattini con il braccio buono, accompagnando ogni pezzo al proprio posto con una colorita bestemmia.
L’uomo entrò nel locale in silenzio; fece qualche passo incerto oltre la soglia, fermandosi per adattare gli occhi alla penombra dell’interno. Quei suoni, e un penetrante odore di fossa biologica colma, gli rendevano più facile ciò che stava per compiere. Colmò la breve distanza che lo separava dal bancone: il viso butterato di Gerico si voltò un attimo prima che lui facesse fuoco. Il proiettile si infilò proprio al centro della fronte della vittima, disegnando un forellino rosso e fissando per sempre nel volto del barista un’espressione di panico e incredulità.
L’uomo afferrò un tovagliolo e smontò con calma il silenziatore dell’arma. Dal pavimento, la faccia del cadavere continuava a fissarlo con l’aria sbalordita.
“Che hai da guardare, amico?” domandò ad alta voce. “Avresti dovuto pensarci prima!”



Fin dal momento del suo ingresso nell’avveniristica sede della ditta, Marika era stata avvolta dall’atmosfera di asettica modernità che impregnava il gigantesco grattacielo in pieno centro.
Seguendo le indicazioni  nell’atrio del palazzo, aveva preso l’ascensore panoramico, un proiettile di vetro e alluminio, con un solo pulsante di comando, che era partito a folle velocità lungo il binario metallico sul fianco dell’edificio, facendole torcere lo stomaco. La corsa mozzafiato aveva avuto termine alcuni interminabili secondi più tardi, al trentacinquesimo piano, dove avevano sede gli uffici della compagnia.
Marika si era domandata cosa trovasse posto nel resto del complesso, ma la faccenda non le interessava particolarmente, e comunque non aveva alcuna importanza rispetto al motivo per cui si era decisa a rivolgersi direttamente alla direzione della società. Aveva pagato una notevole cifra per l’acquisto dei suoi Realglasses, ed era determinata ad ottenere il massimo dal suo investimento.
Dopo la lunga attesa, era giunta finalmente davanti alla porta dell’ufficio del signor Niels; gettò ancora un’occhiata al dépliant che aveva preso dal tavolino nella sala d’aspetto. “Scegli la tua realtà” recitava la scritta traslucida stampata sul raffinato opuscolo.
“Fandonie” pensò la giovane. Poi bussò alla porta.
L’ufficio era decisamente diverso da come Marika l’aveva immaginato. L’ambiente, ampio e luminoso, aveva la forma di un settore circolare, aperto verso la parete di fondo, che era costituita da un’unica vetrata, affacciata all’esterno dell’edificio.
I raggi del sole, filtrati dal vetro polarizzato, gettavano all’interno una luce irreale e nitida, che faceva risaltare l’elegante arredamento, di stampo classico. Mobili pregiati in legno scuro erano allineati lungo una delle pareti laterali, mentre quella sul lato opposto era occupata da un’antica libreria. Gli scaffali si elevavano fino al soffitto, su cui erano riprodotte pregevoli decorazioni floreali. Sul pavimento, di assi levigate, era adagiato un tappeto dall’aria raffinata, i cui elaborati arabeschi multicolore sembravano continuarsi con il basamento di due poltrone, anch’esse finemente lavorate. Queste occupavano, insieme ad una lunga scrivania di vetro, lo spazio davanti alla grande vetrata.
Marika esitò, leggermente stordita dall’inattesa ambientazione. Da qualche parte, un impianto acustico di qualità diffondeva le note cristalline di una melodia classica.
“La prego, signorina Marinell, voglia accomodarsi”
La voce sembrava provenire da un punto indistinto della stanza, come se fosse parte della musica. La ragazza impiegò diversi secondi ad identificare il piccolo ometto dall’aria paffuta, appollaiato, più che seduto, su una delle poltrone a lato della scrivania. Teneva fra le dita grassocce una coppia di calici pieni di un liquido chiaro, dai riflessi dorati, e le sorrideva affabilmente.
Marika si sforzò di recuperare la propria sicurezza; attraversò con passo deciso e cadenzato l’intera lunghezza della stanza; calcava i piedi, per far risuonare i tacchi sul pavimento di legno, ma poi il rumore dei suoi passi fu attutito dal morbido tappeto.
Il signor Niels non si alzò; le rivolse un cenno cortese e autorevole al tempo stesso, invitandola a sedersi nella poltrona davanti a lui.
Lei si accomodò con calma, accavallando le belle gambe e sistemando con cura l’orlo della gonna. Colse lo sguardo dell’uomo, che scivolava nel punto in cui la stoffa le saliva lungo la coscia, e si sentì di nuovo in vantaggio. Sorrise, chinandosi in avanti per accettare il bicchiere che le veniva offerto.
Il gusto fruttato e acidulo di un raffinato vino alsaziano le solleticò il palato e le risalì lungo le narici. Deglutì un piccolo sorso, poi disse: “Signor Niels, sono qui per esprimere le mie più vive rimostranze riguardo al vostro costosissimo servizio.”
L’espressione dell’altro rimase imperscrutabile: si limitava a fissarla con quegli occhietti scintillanti, da faina, sui cui brillavano scintille di cupidigia.
“Il prodotto che ha acquistato non funziona come dovrebbe?” domandò, con tono mellifluo.
Marika sbuffò, contrariata. “Per la verità, fa esattamente quello che c’è scritto nel manuale di istruzioni. Ma nulla di più!”
“Capisco” rispose il signor Niels, unendo le mani per la punta delle dita e tamburellando leggermente con gli indici e i medi.
“Ho indossato gli occhiali nel modo corretto e ho iniziato con gli esercizi più semplici” spiegò la giovane. L’uomo annuì, incitandola a continuare.
“E’ stato facilissimo modificare il colore del cielo, o la tonalità di qualche vecchia fotografia sbiadita. Poi sono passata alle immagini in bianco e nero, ed ho imparato piuttosto in fretta a dargli colore”
“Mi sembrano ottimi risultati, signorina Marinell”
“Le scene in movimento” proseguì la ragazza, ignorando l’interruzione “mi hanno richiesto qualche giorno di tentativi, ma alla fine ho seguito il manuale di esercizi e sono riuscita a vedere tutto Casablanca a colori”
“Un’emozione straordinaria, non è vero? La possibilità di cambiare a piacimento l’intensità e i colori della luce visibile è un’esperienza unica”
“Non lo nego” concesse lei “ed è ancora più bello con le scene reali, anche se molto più difficile”
Il signor Niels sembrava sempre più interessato alla conversazione. Allungò il corpo tozzo sulla poltrona, inclinando il tronco verso la sua cliente. “E c’è riuscita?”
“All’inizio con grande fatica, e solo piccole cose. Il colore degli occhi delle persone, l’arredamento dei locali, o l’intensità della luce quando trovavo gli ambienti troppo opprimenti. Poi ho iniziato a muovermi con più facilità: adesso faccio le modifiche in maniera automatica, senza un particolare sforzo di concentrazione. Ormai” concluse” non esco quasi mai senza indossare i Realglasses”
“Mi sembra” osservò l’uomo dopo una lunga pausa, durante la quale sembrò cercare accuratamente le parole “che le sue esperienze con il prodotto siano del tutto soddisfacenti, signorina Marinell”
La giovane sembrò esitare a sua volta, poi d’improvviso si chinò in avanti, avvicinando il viso a quello del suo interlocutore: “So che è possibile fare di più. Andare oltre”
Solo un fremito, quasi insignificante, e una sottile piega all’angolo della bocca tradivano l’emozione del signor Niels, quando parlò: “Da dove trae questa convinzione?”
“Ho fatto delle ricerche. Non è stato facile, ma ci sono molte informazioni in rete, se si sa dove guardare. Racconti di persone che hanno avuto esperienze… singolari”
“E’ sicura delle sue fonti? ” domandò l’uomo con studiata cautela “La rete è piena di ciarlatani ed esaltati”
“Le cose che ho letto sono vere. Lo so, perché quelle sensazioni, quelle emozioni, appartengono ad un mosto che io stessa ho intravisto”.
Il signor Niels non rispose. Lei lo fissava con aria supplicante, torcendosi in grembo le mani sottile. Aveva perso completamente ogni traccia della sua alterigia di poco prima e restava in supplicante attesa, come una bambina che attende di ricevere un giocattolo meraviglioso. O una drogata, pensò lui.
“La prego” supplicò infine la giovane. “Le cose che descrivono, le visioni di cui parlano, io le ho solo sfiorate. Capisce? Hanno varcato la soglia che io non riesco ad attraversare. E voglio farlo anch’io”
 “Ci sono viaggi che possono diventare molto pericolosi, signorina Marinell”
“Sono disposta a correre qualunque rischio”.
Ci fu di nuovo una pausa lunga, durante la quale la musica di sottofondo fu interrotta da un breve scroscio di applausi. Poi, prima che le note del brano successivo riempissero il silenzio, il signor Niels si portò lentamente una mano all’interno della giacca e ne trasse un piccolo astuccio, lucido e sottile.
Sotto lo sguardo ipnotizzato di Marika, le sue dita tozze fecero sollevare la chiusura, che si aprì con uno scatto ovattato, e schiusero il contenitore. All’interno, una raffinata imbottitura di velluto nero ospitava un paio di occhiali, simili a quelli che possedeva la giovane, ma diversi per molti particolari. Le lenti, decisamente più spesse, erano velate da una intensa tonalità di azzurro profondo, che ricordava le gelide muraglie di un ghiacciaio a picco sul mare. Anche la montatura aveva qualcosa di nuovo ed insolito: le aste erano composte interamente di un metallo lucido, dai riflessi mutevoli, che gli davano l’aspetto di una sostanza liquida.
“Questo” stava dicendo il signor Niels, osservando gli occhi dilatati e il volto arrossato di Marika, “è il nostro ultimo prototipo. Si tratta di un dispositivo molto, molto costoso”



La donna si svegliò di soprassalto, mentre il treno rallentava all’improvviso. Un brusco movimento del braccio fece cadere a terra il libro, che le era scivolato fra il gomito e il fianco, sparpagliando i numerosi foglietti al suo interno sul pavimento del vagone.
Si sforzò di mettere a fuoco il cartello che scivolava lentamente nell’oscurità fuori dal finestrino. Nell’alone indistinto dei lampioni della stazione riconobbe, oltre le striature di pioggia, il nome della propria fermata. Ansimando, raccolse in una manciata gli appunti, li ficcò nella borsa insieme al libro e al telefonino, poi afferrò il cappotto e si fiondò lungo il corridoio.
Varcò le porte del vagone un attimo prima che si richiudessero e saltò giù dalla pedana, atterrando nel marciapiede sconnesso, sotto la pioggia battente. La pensilina iniziava almeno cinquanta metri più avanti. Mentre le gocce le martellavano il viso, cercò di infilarsi il cappotto, con movimenti impacciati e frenetici, tenendo in bilico la borsa perché non scivolasse nella larga pozzanghera che aveva invaso il marciapiede.
Il colpo al fianco, improvviso e violento, le mozzò il respiro in una morsa. Lampi di puro dolore le attraversarono la mente, mentre la lama veniva ritratta e le usciva dalla carne. Un  fiotto caldo e viscoso cominciava a colarle giù per la schiena, come il getto continuo di una fontana.
Annaspò, cercando di gridare, e si trovò la bocca piena del sapore metallico del sangue fresco. Il tempo si dilatava; il rumore della borsa che cadeva a terra, proprio accanto al punto in cui lei si stava accasciando, le sembrò un fragore possente. Echeggiò brevemente nell’improvviso silenzio, per perdersi nello scrosciare dolce della pioggia, mentre tutto l’universo diventava nero.

Risuonò, di lontano, uno stridulo grido d’allarme. Presto qualcuno sarebbe arrivato, ma non abbastanza in fretta per aiutarla, o per vedere la sagoma tozza, avvolta in un cappotto scuro, che scivolava via nella notte.