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domenica 23 marzo 2014

Realglasses 2/3

(continua dalla prima parte)

Il prato si stagliava contro il cielo, inondato di sole. Dal basso, Marika vedeva gli steli, grossi e succosi, salire dal terreno e slanciarsi verso l’aria cristallina, frementi nella brezza vivace. Le tonalità di verde scuro della base dell’erba digradavano verso tonalità più morbide, poi il colore stesso si faceva fluido, mentre gli steli si venavano di un azzurro intenso. In prossimità della punta i filamenti vegetali ondeggiavano e vibravano; tozze gocce di colore si raccoglievano, gemmavano,  e infine si staccavano in una pioggia inversa, che dalla terra inondava la volta celeste, colorandola d’azzurro.
Un lieve sforzo della mente, come la contrazione di un muscolo fino ad ora sconosciuto, portò lo sguardo di Marika in alto, invertendo la prospettiva e permettendole di osservare quell’assurda rugiada che le veniva incontro dal basso.
Avvertì una sensazione di intenso calore dietro all’orecchio, nel punto in cui le aste degli occhiali entravano in contatto con la sua pelle, mentre la minuscola batteria rilasciava l’immensa quantità di energia necessaria a realizzare quello che vedeva intorno a lei.
Sorrise, la sensazione inebriante del potere assoluto che gli esplodeva nel petto come un esaltante oceano di fuoco: quella era realtà, non finzione.

Lentamente si rilassò, godendosi i raggi del sole sulla pelle lasciata scoperta dal prendisole, e si voltò verso Francesco, disteso al suo fianco sull’asciugamano. Era ancora addormentato, rannicchiato come un bambino. Con un tocco delicato delle mani sulla schiena, lo scosse dal sonno. Lui mugolò, poi si sollevò a sedere nell’erba. Si guardò intorno, dapprima con l’aria confusa, poi sempre più sbalordita. Marika sorrise e la pioggia di rugiada blu che saliva verso il cielo si intensificò.
“Mio Dio!” gridò, voltandosi verso di lei. “Lo stai facendo tu? Con quei… cosi?” aggiunse, indicando gli occhiali.
La ragazza annuì, sorridendo. “Ti piace?”
“E’ sbalorditivo, Marika” rispose lui. Rimase in silenzio, assorto nella contemplazione dell’incredibile spettacolo che avveniva intorno a lui. Dopo alcuni minuti, il ragazzo disse qualcosa, che lei non capì del tutto
“Che conseguenze?” fece lei, ripetendo l’unica parola che aveva inteso.
“Beh, i vecchi occhiali modificavano semplicemente le caratteristiche della luce che attraversa le lenti, giusto? Una specie di proiettore al contrario, comandato dalla mente.”
“Sì, credo che funzionassero proprio così” confermò la ragazza, infastidita da quelle osservazioni. Avrebbe desiderato che lui si godesse quello spettacolo, senza mettersi ad analizzare ogni cosa.
“Invece quegli affari” proseguì il ragazzo, indicando il viso di lei “interagiscono con la realtà, permettono il verificarsi delle cose più improbabili”
“Qualcosa del genere, sì” fece Marika, rassegnata. "Modifica la realtà secondo i pensieri di chi li indossa"
“Già. E' qualcosa che ha che vedere con la natura stessa della materia. Ho letto parecchio della ricerca alla base dei Realglasses, da quando ti sei messa in testa di comprarli, lo sapevi?"
Lei si strinse nelle spalle. No, non lo sapeva. E non era sicura di...
Ma Francesco continuava il suo monologo senza darle la possibilità di interromperlo.
"Tutto fa riferimento al principio di indeterminazione, come base teorica, per lo meno. Penso che tu sappia che ogni particella esiste in una nuvola illimitata di possibilità, ciascuna con la sua infinitesimale probabilità di verificarsi. Tutto sta nell’immaginarla, poi gli occhiali pensano a definirla, calcolarla con precisione e, di conseguenza, renderla vera"
Fece una pausa, aspettando una reazione da parte di lei, ma Marika continuava a fissarlo in un silenzio sempre più ostile ed irritato.
“E non c’è limite” domandò lui alla fine “a quello che puoi immaginare?”
“No" sbuffò. "Penso di no: in questi due giorni si è realizzata ogni cosa che ho desiderato vedere. Ma funziona solo su piccole cose, in un raggio limitato”
“E’ già pazzesco così”
“In che se senso?”
Il ragazzo  si era tirato a sedere sull’asciugamano. “Ti rendi conto, Marika, che anche piccole modifiche alla realtà possono avere conseguenze enormi su tutto quello che ci circonda?”
“Francesco, è soltanto un gioco. Serve per riempire il nostro piccolo mondo di colori, luci, atmosfere da sogno. Non c’è nulla di pericoloso, in tutto questo. E a differenza di quello che vedevo attraverso i Realglasses, è qualcosa che posso condividere con te!”
L’ultima parte della frase la pronunciò con una punta amara di rimprovero, ma lui non ci fece caso.
“Nelle mani sbagliate” continuò “quei cosi sono un’arma di distruzione dalle potenzialità spaventose. Potresti far coagulare il sangue dentro un’arteria, o manomettere un sistema di sicurezza. E’ assurdo che l’abbiano data proprio a te”
Lei si alzò dall’asciugamano, arrabbiata. Si voltò verso di lui, fissandolo con gli occhi verdi che ammiccavano, ingigantiti dalle lenti.
“Ma che vuoi dire? Per chi mi hai preso? Credi forse che mi metterò a fare la terrorista, che diventerò un’assassina?”
“Non volevo dire questo”
“Ah, e cosa volevi dire? Che non sono capace di gestire una cosa importante? Guarda, se è questo, l’ho già sentito dire abbastanza da mio padre, quando era vivo, e non ho bisogno che tu me lo ripeta”
“Non ti arrabbiare, Marika” fece Francesco, improvvisamente inquieto. Un brivido gli serpeggiò lungo la schiena nuda. Si sfregò con le mani la stoffa dei bermuda e pensò, con un angolo della mente, che l’aria stava diventando molto fredda, ad una velocità innaturale.
“Non dirmi di non arrabbiarmi. Siete tutti uguali. Tu, mio padre, i miei tutori. Tutti a trattarmi come una ragazzina viziata ed incapace di prendersi le proprie responsabilità”
La luce stava rapidamente calando di intensità. Francesco guardava il viso della ragazza, alterato dalla rabbia, farsi a sua volta sempre più scuro. Gettò un’occhiata all’orizzonte, dove si ammassavano minacciosi cumuli neri, solcati da ragnatele di fulmini. Si era levato un vento era teso, che spruzzava violente zaffate di pioggia.
“Marika” disse, spaventato “sta arrivando una tempesta”
Lei proseguì, senza sentirlo: “Ho passato tutta la vita ad ascoltare i giudizi degli altri. Non ho avuto una sola possibilità di scelta, te ne rendi conto? Hanno sempre…”
Lo schianto di un tuono, vicinissimo e violento, coprì il rumore della voce di lei. Una pioggia di scintille sfrigolò sinistramente, sollevandosi dal tronco incenerito di un piccolo albero, a poche decine di metri di distanza.
“Marika!” gridò il ragazzo. “Che stai facendo? Smettila!”
“Non dirmi cosa devo fare!” urlò lei a squarciagola. Mentre la pioggia cominciava a cadere, sommergendo l’erba e la sua rugiada di colori, Marika iniziò lentamente a sollevarsi da terra.
"Non può essere" lo sentì dire disperatamente. "Non è reale!"
Poi l’oscurità li avvolse entrambi.



La mano gli faceva male. Fitte lancinanti, che gli martellavano lungo tutto il braccio al ritmo del battito cardiaco, rendendogli difficile concentrarsi. L'uomo imprecò rabbiosamente, a denti stretti. Ferirsi in maniera così stupida, con le sponde del letto! Era una cosa che poteva costargli cara.
Sembrava un taglio profondo. Non ci voleva, non adesso che stava arrivando la parte più difficile. Si sforzò di calmarsi, respirando a fondo, e di ignorare il dolore. Aveva bisogno di tornare lucido e doveva farlo in fretta. Con gli altri era stato facile, ma non poteva abbassare la guardia. Non con lei.
Si domandò per l’ennesima volta se non stesse rischiando troppo, con quella ragazzina. Per il primo esperimento, come gli piaceva chiamare così ciò faceva ai pazienti, aveva scelto un barbone, dal cervello già mezzo spappolato dall'alcool. L'aveva trovato subito, una volta dentro il simulatore; era bastato verificare i bar dell'area in cui l'aveva immesso. Per la donna la faccenda avrebbe potuto essere più complicata, ma aveva avuto fortuna. Il suo carattere abitudinario e insicuro l'avevano spinta a mantenere le proprie abitudini, comportandosi come una comune pendolare, e non c'era voluto molto per rintracciarla.
Lei, invece…
Svoltò l'angolo a fatica, impacciato dalla necessità di spingere il pesante letto di rianimazione con una mano sola. Il tratto successivo del lungo corridoio era deserto: l'uomo sorrise, la fortuna continuava ad assisterlo. Ne aveva bisogno, pensò con un brivido di eccitazione. Quella ragazzina era diversa. Guardò il corpo esile, circondato di tubi e raccordi, disteso sul lettino. Il sibilo ritmico del respiratore sembrava sollevare appena il lenzuolo con cui era coperta.
Erano bastati pochi secondi, nella prima simulazione, perché lui si rendesse conto di non trovarsi davanti alla giovane impacciata, ricca e capricciosa, che si era aspettato.  C’era qualcos’altro, più grande di lei, nascosto ben oltre la parte superficiale della sua coscienza. Qualcosa che non era per nulla condizionato dall’estrema fragilità del suo corpo malato. La sua mente, nello scegliere lo scenario, si era inaspettatamente avvicinata alla verità, immaginando quell’incredibile trovata degli occhiali in grado di modificare la percezione realtà. Un simbolo inconscio, forse, ma comunque vicino al vero, e quindi in grado di minacciare l’illusione su cui tutto si basava. Sebbene sapesse che era impossibile, l’uomo aveva quasi l’impressione di percepirla, la presenza di quella consapevolezza, anche senza l’ausilio dell’interfaccia neurale.
Sentì il cuore accelerare i battiti, la mente scivolare verso il panico. Aumentò l’andatura, dirigendosi verso il servizio di neuroradiologia, completamente deserto. Doveva assolutamente capire cosa stava succedendo con Mariabelle.
Entrò in fretta nel reparto, chiudendosi la stanza alle spalle. Non aveva bisogno di accendere le luci, conosceva alla perfezione la strada verso il locale dove erano alloggiati i macchinari del Progetto Morpheo. Spinse il letto oltre la porta scorrevole, che si aprì automaticamente con un sibilo discreto, chiudendosi alle loro spalle dopo pochi istanti.
Nel buio della stanza diagnostica il riverbero delle luci di servizio dei server, al di là di una parete di vetro, gettava una luce spettrale. I giganteschi banchi di memoria ticchettavano pigramente, trasmettendo all’esterno un segnale indiretto della vita che fremeva al loro interno. Malgrado tutto, il piccolo tecnico grassoccio non poteva fare a meno di provare un palpito di orgoglio e meraviglia dinanzi a quel gioiello della tecnologia, capolavoro nato da decenni di ambiziose ricerche.
Curare l’uomo attraverso i sogni. L’idea, che aveva accompagnato lungo i secoli le più suggestive mitologie di ogni popolo e cultura, faceva parte della stessa natura dell’essere umano, del suo desiderio di sollevare il velo della realtà materiale e varcare il confine della propria coscienza.
Ma era stata la scienza, non la mitologia, a dare consistenza al mito di Morpheo. Le ricerche sulla meccanica quantistica, dopo i primi, incerti passi di due secoli prima, avevano subito negli ultimi anni un’accelerazione vertiginosa. E alla fine l’uomo aveva scoperto, con l’esistenza dello stato totipotente, la natura della materia e dell’energia che, all’inizio del ventunesimo secolo, prendeva ancora il nome di “oscura”.
Ed era stato allora che quell’indeterminazione, intessuta nella trama stessa dell’universo, che per decenni aveva reso vaga e misteriosa buona parte della realtà materiale, si era rivelata la chiave per penetrarla: materia ed energia non erano  solo due facce della stessa medaglia, ma che la loro controparte oscura permetteva di definire con perfetta precisione ogni variabile dello stato dei sistemi complessi e, di conseguenza, di influenzarlo a piacimento.
Applicare questa potenzialità alla neurobiologia era stata uno dei primi frutti della nuova meccanica deterministica, che aveva rivoluzionato, nel giro di una generazione, il settore della medicina rigenerativa. La possibilità di influenzare la materia all’interno del cervello aveva spalancato orizzonti prima impensabili nella  cura delle patologie neurodegenerative, delle malattie mentali, o dei traumi. Un potenziale impressionante, ancora in parte inesplorato, in grado di rendere l’uomo libero da molti dei più terribili mali che l’avevano afflitto nella sua storia millenaria.
Ma era anche possibile utilizzare lo strumento per manipolare la sua mente, sfruttarne le immense potenzialità contro sé stessa, e renderla schiava. Quando era stato chiaro quanto potente fosse il condizionamento che il macchinario poteva indurre, erano sorte leggi severe, bloccando ogni ricerca in questa direzione.
 Ma non tutti si erano arresi a quell’oscurantismo: la scienza aveva il diritto di proseguire il suo cammino, a qualunque prezzo. Un piccolo sacrificio era giustificabile, davanti all’immensità del potere che racchiudeva Morpheo. Ed era questo che stava facendo lui, si disse, mentre finiva di attivare i circuiti: soltanto un altro piccolo sacrificio.

Osservò soddisfatto il monitor del terminale operatore: controllò i collegamenti e appoggiò la piccola cuffia dell’interfaccia neurale sulla fronte della giovane paziente. Poi si sedette alla consolle, respirò profondamente, ed indossò il visore. Si assopì immediatamente. Contemporaneamente,  da qualche parte dentro Morpheo, il signor Niels aprì gli occhi e si afferrò la mano destra, urlando per il dolore.

(segue nella terza parte)