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lunedì 24 marzo 2014

Realglasses 3/3

continua dalla (seconda parte)

Nel buio, Marika chiuse gli occhi, e subito il frastuono cessò. Un lentissimo battito di ciglia, e li riaprì su un’affollata strada di città. La luce morbida e avvolgente di una fredda sera d’inverno scendeva dolcemente dal cielo, velato e triste. Altre luci, colorate e brillanti, occhieggiavano dalle vetrine agghindate. La gente si spostava in vortici confusi, indistinti, che cambiavano continuamente direzione seguendo schemi immensamente complessi.
Il brulichio di individui era la sommatoria di una moltitudine di parti, a loro volta composte da miriadi e miriadi di elementi. Il suo sguardo contemplava quell’immensità di particelle elementari, che si aggregavano in componenti organiche, e queste in corpi, e i corpi nella folla che riempiva la strada.
Era di più, che essere come Dio: Lui, con la sua parola, aveva creato quell’inverso. Ma lei ne contemplava un numero illimitato di alternative, ciascuna delle quali attendeva soltanto il suo sguardo per divenire reale.

Marika respirò, contrastando la crescente sensazione di vertigine. Per un istante, nella mente, rivide la faccia di Francesco, contratta in una smorfia di terrore, mentre veniva portato via dal vento impetuoso che lei aveva evocato. Sentì una punta di angoscia farsi largo attraverso la sensazione di onnipotenza che l’aveva invasa e si sforzò di ricacciarla indietro, ma inutilmente.
Il pensiero di lui divenne totalitario, sgretolando la sua esaltazione. L’impressione di chiaroveggenza svanì, lasciandola sola e smarrita in mezzo alla confusione della folla e ai rumori del traffico. Si accorse di quanto facesse freddo.
Si diresse verso una panchina, facendosi largo a fatica nella ressa, e si sedette, prendendosi la faccia fra le mani. Le lenti fredde degli occhiali le ostacolavano le dita. Li sfilò quasi con rabbia, infilandoli distrattamente nella borsa, ed iniziò a piangere, angosciata. Che cosa aveva fatto?
“Qualcosa la turba, signorina Marinell?”
La giovane si sollevò di scatto, allarmata, e si trovò a fissare gli occhi scintillanti e sottili del signor Niels, che la guardava con aria di premurosa preoccupazione.
“Cosa… cosa ci fa lei qui?” domandò scortesemente, alzandosi in fretta dalla panchina. C’era qualcosa, nello sguardo dell’uomo, che le incuteva un innaturale timore. Percepiva un pericolo, un’irrazionale ondata di panico crescente, come un grido lontano che la metteva in guardia. Ma non riusciva ad afferrare il significato delle proprie emozioni.
“Non si allarmi” stava dicendo l’uomo, avvicinandosi lentamente. “Passavo di qua per gli acquisti di Natale; l’ho vista sedersi e scoppiare a piangere, così all’improvviso”.
Il signor Niels stava sorridendo, mentre si continuava ad avanzare verso di lei. Soltanto all’ultimo momento Marika notò la sua mano, con la vistosa fasciatura, che era rimasta seminascosta dietro la schiena, e la vide scattare in avanti. 
“Attenta!” gridò Francesco, nello istante in cui lei scartava di lato, evitando per un soffio la lama di un lungo coltello che le avrebbe trafitto il ventre.
“Corri, Mariabelle!” gridò di nuovo la voce del ragazzo. Era dentro di lei, intorno a lei, ovunque. “Corri senza voltarti”
E lei obbedì, lanciandosi lungo la strada affollata, urtando le persone cariche di pacchetti, buttandole a terra come birilli. Percepiva, alle sue spalle, le urla del signor Niels che la inseguiva, intimandosi di fermarsi, di arrendersi, di non complicare le cose.
Davanti a lei la folla si fendeva, si allargava, diventando le pareti di un sentiero, poi la volta di un gigantesco tunnel oscuro. Mentre iniziava a sentire la fatica della corsa appesantirle le gambe, e l’aria fredda graffiarle i polmoni, intravide una luce chiara davanti a sé. Una sorta di piccolo sole pulsante, giallo e vivido, che la chiamava e l’attirava con forza.
Ora Marika non correva più, stava cadendo verso quella luce luminosa, ne sentiva il bagliore nelle orecchie, sotto forma di un trillo acuto, violento, martellante. E c’era freddo, rumore, il fragore dell’allarme, lo scalpiccio degli infermieri che irrompevano nella stanza di Morpheo, le loro grida mentre bloccavano il tecnico, che tentava di scappare.
Osservava la scena, sbalordita, incapace di muoversi nel letto dove aveva trascorso i lunghi mesi in  coma, dopo l’incidente. Si rese conto che stava gridando. Ad un palmo dal suo viso, la faccia di una infermiera incombeva su di lei; si sforzò di ascoltarla e capì che le stava dicendo di stare calma, di non aver paura, che era tutto finito.
Ci fu un contatto, caldo e vivo, sul suo braccio, seguito dalla puntura di un ago. Poi, lentamente, Marika scivolò di nuovo nel buio.



“Mariabelle. Ehi, piccola. Puoi sentirmi?”
La voce era luminosa e calda, più di quanto la ricordasse. Ci mise un po’ a mettere a fuoco il volto familiare del padre, ed ancora di più ad abbozzare un sorriso. Lo vide rilassarsi, sorriderle a sua volta, poi scoppiare in lacrime.
“Cosa… cosa è successo?” domandò.
Suo padre si asciugò il viso con il dorso della mano e le parlò, con la voce ancora alterata dalla commozione: “C’è stato un incidente, bambina. Io e la mamma stiamo bene, per fortuna. Ma tu hai subito un trauma cranico” Parlava di getto, incapace di controllarsi. “Ti abbiamo fatto operare, l’intervento è riuscito, ma poi sei entrata in coma”.
La ragazza rimase in silenzio, assorbendo quelle informazioni, cercando di confrontarle con i propri ricordi, alterati e confusi.
“Quanto tempo?” chiese alla fine.
“Otto mesi, tesoro” disse lui. Gli occhi gli si riempirono di nuovo di lacrime, che sgorgarono in due lunghi rivoli. Lui non fece niente per trattenere i lenti singhiozzi. Prese la mano di sua figlia e lei la strinse, rimanendo in silenzio.
“Cosa è successo, prima?” domandò la giovane all’improvviso.
“Ti abbiamo trovata appena in tempo, Mariabelle”. La voce proveniva da un punto alle sue spalle. Si voltò, allarmata, scoprendo che poteva muoversi, ma che farlo le faceva un male terribile.
Il medico che aveva parlato le posò una mano su una spalla, con fare protettivo.
“Non fare movimenti bruschi, per qualche tempo” le disse sorridendo. “Il tuo corpo deve abituarsi a muoversi nuovamente”
“Perché ho fatto quel sogno orribile?”
Il medico sembrò sorpreso dell’ultima domanda. Si fece scuro in volto: “Ricordi il sogno?”
“Certo. C’erano quegli occhiali, e il signor Niels e…”  guardò suo padre, leggendogli in viso, in un istante, la risposta alla domanda che non aveva fatto.
Lui capì all’istante. Le prese la mano: “Mi dispiace, amore”
“Francesco” sussurrò lei, crollando di nuovo sul cuscino, improvvisamente senza forze.
“Abbiamo fatto tutto il possibile per tuo fratello” intervenne il medico, rompendo il pesante silenzio. “Ogni cosa che era in nostro potere, lottando assieme a lui giorno e notte. Purtroppo le sue ferite erano troppo gravi. Non ce l’ha fatta, Mariabelle”
Nella piccola stanza, la luce del sole entrava dall’alto, sfruttando una graziosa apertura nel soffitto, coperta da un pannello diffusore che diffondeva una luminosità delicata e piacevole. Il medico fece un cenno  e, lentamente, i due uomini si avviarono verso la porta, mentre la ragazza fissava in silenzio il chiarore indistinto sopra di lei.
“Chi era quell’uomo, dottore?” domandò il padre della paziente appena furono nel corridoio.  “Cosa stava facendo a mia figlia?”
“Credo di poterle raccontare tutto senza riserve, a questo punto. Era uno dei tecnici addetti a Morpheo, che si occupava delle sedute di neuro-rigenerazione quantistica sui pazienti in coma”
“Anche di Mariabelle?”
Il medico annuì. “Da alcune settimane, avevamo iniziato a sospettare che Morpheo venisse utilizzato per condurre ricerche non autorizzate sui pazienti, a loro insaputa e senza che qualcuno nell’amministrazione dell’ospedale ne fosse a conoscenza. Esperimenti, per usare la massima franchezza, che in almeno due casi hanno purtroppo causato dei danni al cervello dei pazienti”.
“E mia figlia ha…?”
“No, si tranquillizzi. Lei non ha subito alcun danno, fortunatamente. Abbiamo controllato accuratamente. E come vede” aggiunse sorridendo “la terapia ha funzionato”
“Ma l’avete trovata collegata al macchinario, insieme a quel criminale”
“Questo è vero. Ma grazie a Dio, qualcosa non ha funzionato. L’esperimento non ha potuto avere luogo, anche se ne sussistevano tutte le condizioni”
“Cosa è accaduto?”
Il medico rimase in silenzio per un lungo istante, prima di rispondere: “Francamente, non so spiegare cosa abbia salvato sua figlia”



Nel sonno, agitato e disturbato dai mille rumori della stanzetta di terapia subintensiva dove era stata trasferita, Mariabelle non stava propriamente sognando. Le sembrava di essere più che altro all’interno di un film, con una parte da recitare, ma senza la possibilità di cambiarla.
Il prato era verde, il colore intenso dell’erba fresca di primavera, piena di vita. Nel cielo limpido scintillava un sole dorato, ormai basso sull’orizzonte; lente nuvole rosa, maestose e soffici, veleggiavano sulle ali di una brezza carica dell’odore del mare.

Marika era seduta nell’erba, in silenzio, osservando per l’ultima volta il lunghissimo tramonto. Accoccolato al suo fianco, senza più parole, suo fratello le teneva ancora stretta la mano.