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mercoledì 23 aprile 2014

La quarta cosa che non vidi al mattino

Eppure mi ero davvero impegnato, per questo compito. Sono sicuro di aver fatto tutto nel migliore dei modi e non mi meritavo davvero, che finisse così.
Certo, ora non posso essere più sicuro di niente; il caos mi ha ridotto la mente in poltiglia. I ricordi, inaffidabili, sono un turbine di frammenti, e quelli reali che non si distinguono dalle illusioni. Ragion per cui, riparto dall’unica certezza presente: sono fermo, bloccato, trafitto dalla moltitudine di appendici di questo talamo ipertecnologico, che tentano di tenermi in vita.
Subito prima stavo camminando sul pianerottolo; ma sono consapevole che questa immediata consecuzione di tempi esiste soltanto nella mia percezione interiore. Fra il pianerottolo del mio appartamento e questa stanza, piena di sensori e cicalini, immersa in un’ovattata oscurità, si distendono le pieghe di un tempo e di uno spazio non trascurabili.

Altro balzo all’indietro, in quel tempo da riscoprire. Sono appena sveglio: la prima cosa che ho visto, è stato il rettangolo luminoso e vibrante della sveglia. E subito è stato di nuovo buio, perché ho immediatamente serrato gli occhi, con euforica soddisfazione: ce la stavo facendo!
Da giorni infatti mi sforzavo di provarci, a registrare impeccabilmente l’ordine delle prime quattro cose che vedevo al risveglio.
Ma l’applicazione pratica di questo semplice compito, fino a quel momento, mi era sempre risultata imperfetta, fuori tempo o fuori luogo: mi ero per lo più ricordato tardivamente del mio impegno, a volte appena fuori della porta di casa, oppure davanti al primo caffè della giornata, in un bar del centro, o per la strada.
Ma per quanti sforzi facessi, è impossibile ripercorrere nella memoria il susseguirsi delle recenti immagini. Provateci: per me, l’imprecisione con cui riuscivo a richiamarle era sconfortante. C’era stata per prima la sagoma indistinta dei calzini ammucchiati sulla scrivania, accanto al computer, o la cornice della porta scorrevole da cui filtrava il primo chiarore dell’aurora?

Il respiro regolare di mia moglie mi aveva spinto a voltarmi verso di lei, incrociando la vista dei suoi capelli sul cuscino: ma era successo prima o dopo aver messo a fuoco gli occhiali nella penombra del comodino?
Finalmente ero riuscito a far precedere l’azione dal pensiero cosciente. Certo, avevo subito visto la sveglia, era inevitabile. Una delle mie quattro carte era già stata calata, per quella mattina. Ma ripassando mentalmente tutte le accortezze, minuziosamente elaborate nei giorni precedenti, ho richiuso gli occhi, tenendoli tappati per il tempo in cui la vista non era strettamente necessaria.

D’altronde, le regole degli EDS, su questo punto, erano aperte alla libera interpretazione: la quarta cosa che vedi al mattino, punto e basta. Non si specificava il divieto di oscurare la propria visione, proteggendosi dall’incontro occasionali con le cose più familiari e banali, come i propri vestiti, il getto della doccia, la maniglia della porta di casa.
Tutte cose, poi, che non c’è alcun bisogno di vedere, essendo già ben note per posizione e funzione. Così mi sono lavato nell’oscurità e poi, rinunciando per un giorno al viso rasato, ho indossato a tastoni gli abiti, preparati la sera prima, potendo dire di ben conoscere la mia veneranda carcassa.
Trovare la maniglia è stato un gioco da ragazzi, ma – adesso inizio a ricordare più chiaramente – non avevo fatto i conti con la solerte propensione della mia dolce metà alla raccolta differenziata, che la spinge a disseminare il mio percorso verso l’uscita di casa di sacchetti multicolore, scrupolosamente e correttamente riempiti.

E io l’ho sempre detto, che l’ordine domestico, specie se muliebre, mal si concilia con l’aspirazione alle vette dell’arte scrittoria!
Il fracasso di vetri sul pavimento mi ha costretto a sprecare il mio secondo sguardo della giornata, sottraendo al mio destino una potenziale, maestosa fonte di ispirazione, in cambio della visione di un vecchio sacco giallo da cui spuntavano i colli, fortunatamente intatti, di un buon numero di bottiglie.
Così è stato inevitabile buttare un’occhiata, ormai la terza, agli altri sacchetti, per poterseli infilare sottobraccio senza produrre infausti rumori, capaci di provocare un drammatico risveglio dell’Infanta. Cosa che, a quel punto, avrebbe riempito i miei occhi di due volti familiari, uno piangente, l’altro assonnato e infuriato, vanificando ogni ulteriore tentativo letterario.
Con emozione mi rendo conto di essere sul punto di riannodare il filo spezzato dei miei recenti ricordi: ripercorro le ultime scene come una cupa moviola.

Nel condominio è tornato il silenzio; la maniglia ha girato senza intoppi, il tintinnio della spazzatura è contenuto: mi muovo con prudenza, gli occhi serrati. Sono determinato a non sprecare  l’ultima occasione: chissà quando riuscirò a svegliarmi di nuovo con la prontezza di non aprirli inutilmente, questi dannati occhi, insaziabili divoratori di immagini insignificanti!


Il silenzio animato della terapia intensiva si riempie all’improvviso di ticchettii e trilli: qualcosa mi sfiora il braccio; il corpo, che non risponde ai miei comandi, viene spostato con decisione e sicurezza. Sento delle voci lontane ma non capisco il senso delle parole. Perché avete interrotto il flusso dei miei pensieri? Lasciatemi stare, ho bisogno di ricordare tutto!
Voglio sapere se è vero, che ho resistito fino ad ora, che non li ho aperti ancora, per l’ultima volta, i miei occhi traditori. Sì, traditori: è la parola giusta! Perché proprio adesso, che la scena sembra interessante, si rifiutano di fare il loro dovere.
Quei due bulbi dispettosi, sempre pronti a divorare ogni minimo dettaglio, si ostinano a non registrare la tensione palpabile, i gesti frenetici dei sanitari, il drammatico spasmo di orrore sul volto dei miei cari, malamente spinti in disparte, che osservano, dietro alla muraglia tumultuosa di schiene affannate, il mio viso farsi cinereo e rantolante.

Niente: io, di questo spettacolo, posso solo udirne i suoni. Mi rimane soltanto il buio, è questa la quarta cosa che ho visto stamani. E mi sa che non faccio nemmeno in tempo a scriverla, né per gli EDS, né per qualcos’altro.

Destino beffardo, proprio lì mi aspettavi, in agguato sul quarto gradino!

Qui scrisse la Donna Camel e generò la tragedia che avete appena letta: 
"E te l'ho detto che si può scrivere anche senza eds? Da qui a maggio c'è tempo per scrivere un po' anche senza tema e senza regole, solo per divertimento. Vabbè, anche gli eds sono per divertimento, se no perché? In ogni caso, fai come me, esci di casa, prendi la quarta cosa che ti capita davanti e inventati una storia, ricama, fatti un telefilm tutto tuo."