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sabato 10 maggio 2014

Avventura al Policlinico

“Procedevamo verso sud, tenendo il fiume che scorreva sulla destra, e un occhio alla sponda messicana”. Il pistolero giaceva supino sul letto d’ospedale, con un braccio piegato dietro la nuca; il sottile tubicino di una flebo scompariva gli fra le masse imponenti dei muscoli dell’altro arto, disteso lungo il fianco. Non aveva voluto saperne di togliersi i propri abiti polverosi e adesso, i jeans azzurri e la sgargiante camicia gialla si stagliavano sul lenzuolo candido, con un contrasto stridente.
Fissò il medico, apparentemente senza notare quanto fosse a disagio, lì in piedi in mezzo alla stanza, tanto da non avvicinarsi al capezzale dei suoi pazienti, poi proseguì il racconto: “I Rurales non battono quasi mai le zone fra Juarez e Ojinaga,  lasciando il campo libero alle bande di desperados che scendono indisturbate dal Chihuahua, varcando il Rio Grande a sud di Fort Stokton.”
“Per questo il Comando ha avuto la bella pensata di mandare noialtri a farci impallinare dai bandidos” intervenne il più anziano dei quattro ricoverati.
Il dottor Riboli si girò verso colui che aveva parlato, osservandolo con attenzione. Anche quello si era coricato vestito, rifiutandosi di abbandonare gli abiti da bovaro, del tutto simili a quelli del compagno, fuorché per il colore della camicia a frange, verde scuro.

“Taci, vecchio gufo.” Lo zittì il primo, bonariamente:  fin da subito quell’uomo, massiccio e abbronzato, si era dimostrato il capo indiscusso di quella banda di giustizieri da fumetto. Poi, rivolgendosi al medico, precisò: “Deve scusare il mio pard: ha la spiccata tendenza a lamentarsi, ma guai a lasciarlo a casa, quando c’è da menare le mani!”
“Ci mancherebbe altro!” chiosò l’interessato.
“Pà ha ragione, dottore” si intromise il terzo paziente, un ragazzetto sui vent’anni che, per quanto aveva potuto intendere Riboli dai frettolosi ragguagli che gli erano stati forniti, era il figlio del capobanda. “Lo zio Kit è più permaloso di una vecchia comare.”
“Stai zitto tu, lingua lunga!”
“Il vecchio gufo ha ragione, Kit: non si manca di rispetto ai vecchi.”
“Vecchio sarai tu, tizzone d’inferno!”
“Chiedo scusa!” fece Riboli, alzando il tono della voce per interrompere il battibecco. “Possiamo procedere con ordine, per favore? E senza strillare: qui siamo in una stanza d’ospedale, ci sono dei malati gravi, in corsia.”
“Chiedo scusa, dottore. Il fatto è che non siamo abituati a frequentare questi posti.”
“Già. Di solito la gente noi ce la mandiamo, all’ospedale”
“O al camposanto!”
Riboli sospirò. “Senta signor…” iniziò, fermandosi per consultare una cartella fra quelle sparpagliate sul tavolino della camera di degenza.
“Willer. Tex Willer.”
“Bene. Signor Willer, vuole continuare il suo racconto? Possibilmente sintetico; e senza commenti da parti dei suoi compagni!”
Tex Willer completò il suo resoconto, riferendo in breve della loro missione di ricognizione lungo il Rio Grande, alla ricerca di elementi in grado di aiutare i militari di Fort Stokton a far luce sulla recente sparizione di un carico di winchester ultimo modello, destinato al forte.
Una missione come tante, che i quattro pards avevano accettato senza pensarci due volte, se si escludevano i brontolii e i commenti bisbetici del più vecchio. Quando era successo il fatto, erano in viaggio da quasi dieci giorni, cavalcando dodici ore al giorno sotto il sole e dormendo di notte sulla riva del fiume. Con tutta probabilità, aggiunse mentalmente Riboli, bevendo più whisky che acqua.
“Quando stavamo cominciando a disperare di trovare anche soltanto uno straccio di prova, e ci apprestavano a ritornare al forte con la coda fra le gambe, Tiger, il nostro pard indiano, notò qualcosa di insolito.”
Chiamato in causa, il quarto ammalato, fino a quel momento silenzioso, si riscosse dal suo apparente torpore. Lui, non solo non si era voluto svestire, ma si era accovacciato ai piedi del letto, a gambe incrociate, tenendosi addosso persino i mocassini.
“Ugh!” fece Tiger Jack, rivolto al suo leader. “Ho notato alcune tracce di springhorn che si avvicinavano al fiume, incrociando trasversalmente la pista. Incuriosito, le ho risalite, osservando che finivano improvvisamente contro la roccia. In quel punto la parete del canyon è così ripida che nessun animale avrebbe potuto scenderla senza rompersi l’osso del collo.”
Fece una pausa, osservando il dottore, come per sincerarsi che la spiegazione fosse ben comprensibile, poi proseguì: “Ispezionando le rocce, ho scoperto uno stretto passaggio, seminascosto dalla vegetazione. Facendomi largo fra le frasche, mi sono inoltrato nell’apertura, stretta al punto da consentire a malapena il passaggio di un uomo. Dopo i primi metri, il tunnel proseguiva in forte pendenza: la presenza di una corrente d’aria, nonostante il buio pesto, dimostrava che il camminamento si inoltrava a lungo nelle profondità della montagna.”
“E cosa ha fatto?” chiese il medico, che suo malgrado cominciava ad appassionarsi al racconto, dimenticandosi per un momento della bizzarra situazione.
Quando era stato chiamato in corsia, per il ricovero di quattro pazienti, disidratati e confusi, non si era certamente aspettato di trovarsi immerso in un fumetto di Sergio Bonelli. E adesso, da appassionato collezionista di Tex, stava scoprendo quando la cosa potesse essere divertente.
“Ci siamo attrezzati con delle torce” rispose Willer, riprendendo la narrazione “e abbiamo percorso il passaggio. Procedevamo con cautela, le armi in pungo, pronti a scatenare l’inferno al minimo segno di pericolo. Eravamo convinti che quel cunicolo rappresentasse una delle uscite del covo dei banditi che bazzicano la zona; contavamo sulla possibilità di prenderli di sorpresa.”
“E invece?”
“Può immagine lo stupore con il quale, percorso almeno un paio di chilometri all’interno di quel passaggio sotterraneo, le pareti di roccia si sono improvvisamente allargate e ci siamo trovati ad osservare l’acqua di una grossa cascata. Il tunnel, sbucando all’aperto, attraversava il getto in una strettoia, contornato da un grande e splendente arcobaleno: era un semicerchio perfetto, incredibilmente nitido, generato dalla miriade di goccioline degli spruzzi che si levavano dalle rocce”.
“Rassegnàti ad un bel bagno, abbiamo attraversato la cascata, immergendoci nell’acqua e in quel luminosissimo arco iridescente: mentre vi passavamo attraverso, lo spazio intorno a noi risplendeva dei suoi diversi colori. L’illusione era tale che persino la nostra pelle e i nostri vestiti ne risultavano completamente impregnati.”
“È vero” confermò il giovane Willer “è la stessa impressione che ho avuto io: muovendosi, là sotto, sembrava di immergersi alternativamente nella vernice di diverse tinte.”
“E poi cosa è successo?” incalzò il medico, sempre più incuriosito dal racconto di quello sbalorditivo accesso di follia collettiva.
“Cercando di tenere asciutti i fucili, abbiamo attraversato il getto d’acqua, sbucando in fretta dall’altra parte.”
“Cosa avete visto?”
“All’inizio, siamo stati abbagliati dal sole. Poi ci siamo accorti che stavamo camminando in un grande giardino, pieno di grandi alberi, aiuole fiorite e vialetti curati. Sembrava il giardino di una grande città del nord, o di una capitale Europea che ho visto nelle illustrazioni di un certo libro di mio figlio.”
“A me ha ricordato Washington.” intervenne il ragazzo, chiamato in causa.
“Ed è stato lì” riprese Tex “che siamo stati fermati da un gruppo di uomini, in tutto e per tutto simili a sbirri, ma che indossavano una ridicola divisa azzurra con le bande bianche.”
“Sembravano giacche blu con la divisa stinta!” aggiunse il più vecchio, stirandosi il pizzetto da capra e ridacchiando sotto i baffi.
“Il resto della storia lo conosce già, dottore.”
“So che siete accusati di ingiurie a pubblico ufficiale, resistenza all’arresto e violenza aggravata” rispose cautamente Riboli.
“Violenza?! Ohibò. Per un paio di sberle?”
“Nella stanza accanto” continuò il medico “ci sono due agenti con la mascella fratturata.”
“Ammetto di aver avuto la mano un po’ pesante” concesse Willer “ma quei vermi mi hanno puntato addosso la pistola prima ancora di darmi il tempo di tirar fuori il distintivo di ranger. E io non sopporto i maleducati.”
Così dicendo, il pistolero frugò nel taschino della propria camicia, estraendo, insieme ad una vecchia stella di latta, un pacchetto di sigarette e una confezione di antiquati zolfanelli.
“Ma che fa?” gridò Riboli “Qui non si può fumare!”
“Mi scusi” fece Tex, tirando una lunga boccata dalla sigaretta, prima di gettarla a terra per schiacciarla con il tacco dello stivale. “Dimenticavo che siamo in un ospedale. E ora mi lasci fare una domanda: si può sapere che diavolo ci facciamo qui?”
“E tanto che c’è” lo interruppe nuovamente il vecchio Kit “Si può sapere anche in che posto siamo?”
“Questo è il policlinico” rispose il medico, restando sul vago. “Ci resterete finché non abbiamo fatto qualche accertamento.
“Insomma siamo in arresto?”
“Diciamo che siete sotto osservazione clinica, in attesa di chiarire la situazione.” Si girò verso la porta, avviandosi lentamente. “Vi manderò un’infermiera per la cena e per farvi i prelievi.”

“Che ne pensi?” domandò Tex all’indiano, quando il medico fu uscito dalla stanza.
“Ci hanno colto di sorpresa e tolto le armi” rifletté Tiger. “In questo momento le carte buone ce le hanno in mano loro, chiunque siano.”
“Credi che quei finti poliziotti e il medico facciano parte della cricca dei contrabbandieri d’armi?”
“Non lo so. Il dottore mi pare sincero. Comunque sia, credo che ci convenga stare al loro gioco, per ora, ed aspettare l’occasione buona.” Le ultime parole, l’indiano le aveva pronunciate carezzando con la mano il gambale che gli stringeva la coscia, dove conservava il suo fedele coltello.
“Sono d’accordo” ghignò Tex, ripensando alla spocchiosa incompetenza con la quale erano stati perquisiti.
“Al maggiore Parker non farò piacere” bofonchiò Kit Carson
“Pazienza, vecchio mio” chiosò l’altro, accendendosi un’altra sigaretta. L’infermiera entrò spingendo un carrello, sopra il quale erano stati sistemati quattro vassoi, dai quali giungeva un odorino invitante. Lanciò un’occhiataccia al pistolero che stava fumando, poi sistemò il cibo sul tavolino ed uscì subito dalla stanza.
“Intanto, pensiamo a riempirci la pancia. A stomaco piano si ragiona meglio, non è vero?”

“Parole sante!” tuonò Kit, fiondandosi verso il cibo. 

Disclaimer (non è colpa mia!): 

Questo strampalato mezzo racconto partecipa agli EDS arcobaleno, indetti sotto la responsabilità della Donna Camél (ossequi), che si riassumono come segue:
1 arcobaleno intero
20 grammi di magia non di più
1/2 tazza di personaggio letterario scappato da un romanzo, fumetto, film, canzone, videogioco o opera di fantasia in genere
Mescolare bene e poi scrivere un racconto completo, lasciare asciugare almeno una notte e poi rileggere, mondare dagli errori, mettere nello stampo del tuo blog e avvisare quando è pronto.
Il 26 maggio a mezzanotte si chiude.

Al momento in cui si scrive, ci sono già altri due pesci, nella rete, insieme al Coniglio: