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martedì 13 maggio 2014

Il mare non è fatto per il buio

Il villaggio, con i suoi tetti bagnati fradici, scintillava nella luce bassa dell’ultimo pomeriggio. Un sole tardivo si era fatto largo, bucando le nubi basse sopra al mare cupo, contendendo alla pioggia la fine di una domenica di mancata primavera.
I pochi passanti, determinati a non farsi rovinare la festa dal maltempo, ammiccavano soddisfatti ai crescenti squarci d’azzurro, che s’allargavano sopra l’orizzonte; richiudevano gli ombrelli e se li appuntavano al polso, trascinandoli sulle pietre della passeggiata a mare come vecchi cani svogliati. Per terra, alle loro spalle, le punte di alluminio graffiavano e stridevano, saltellando ad ogni interruzione fra le lastre di ardesia, marcando la strada percorsa con strisciate sottili.
Anderline guardava verso il mare, oltre la linea discontinua e ondeggiante degli alberi delle barche alla fonda. Un braccio della bambina era sollevato e trattenuto per il polso dalla stretta guardinga del padre, che ogni tanto la tirava  a sé, per allontanarla dalle evoluzioni di una bicicletta, o dal vagabondare di un cane a cui era stato lasciato troppo guinzaglio.

A lei piacevano le barche, ma amava di più il mare: ammirava gli scafi lucidi, dalle curve sinuose ed eleganti, ed era incantata dalle vertiginose alberature, dove il sartiame ricamava intricati disegni contro le vele candide.
Ma poi il suo sguardo finiva per scivolare in basso, seguendo la linea dello bordata fino al punto in cui questa si confondeva con il proprio riflesso, scomponendosi nelle ondulazioni liquide di quell’indaco cangiante.
Se non ci fosse il mare, pensava, non ci sarebbero le barche. Era come diceva la mamma: ogni cosa bella ha il scopo. E le navi servivano ad andare sull’acqua. Una volta, sulla spiaggia, avevano visto un peschereccio tirato in secco: riverso su un fianco, con gli alberi che ondeggiavano sfiorando la sabbia, e la chiglia, incrostata di conchiglie, che si seccava al sole come la pelle grinza di una vecchia balena.
Anderline si era impaurita, scoppiando a piangere. Aveva trascinato via suo padre, che avrebbe invece dato volentieri un’occhiata all’imbarcazione, incuriosito dall’insolito punto di osservazione che offriva.
 “Cosa c’è che non va?” le aveva domandato lui, senza riuscire a calmarla. E la stessa sera, mentre accompagnava il risvolto della coperta sul suo petto con una lunga carezza, le aveva chiesto di nuovo come mai si fosse così tanto spaventata.
Lei non lo seppe spiegare, ma il ricordo di quell’immagine l’accompagnò mentre si addormentava. Sognò la mamma; la salutava da lontano, seduta su una riva luminosa, al di là di un breve tratto di mare quieto. Alle spalle di Anderline c’era la nave inclinata, la cui ombra innaturale la inseguiva, mentre il sole scendeva a tramontare oltre la spiaggia, dietro le colline.
L’ombra sul mare le faceva paura; l’acqua era fatta per la luce. Le increspature delle onde dovevano scintillare al sole come uno zaffiro, dai riflessi di stella, o brillare alla luna, coprendosi di una ragnatela di fili argentati.
Camminavano, lei e suo padre, diretti verso il piccolo chiosco dei gelati. Fra poco lui le avrebbe chiesto, come ogni volta, quali gusti desiderasse. E come sempre lei avrebbe risposto: “Fragola e banana”.
Bianco e rosa, il colore del vestito che indossava la mamma, quando era partita con il traghetto.
Era successo di notte, Andreline lo sapeva, anche se i grandi pensavano che non l’avesse capito; credevano che non riuscisse a seguire il filo dei loro discorsi, decifrare le mezze frasi, osservare gli occhi, che diventavano lucidi, quando loro raccontavano di come era morta la sua mamma.
Era successo di notte e non c’era nemmeno la luna, Anderline sapeva anche questo.

Il mare non è fatto per il buio.