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lunedì 5 maggio 2014

La Mer - “Dialogue du vent et de la mer” - Animé et Tumultueux

"La Mer" è un racconto sinfonico impressionista in tre parti. Qui trovate la prima, e qui la seconda
In questo post, invece, è possibile rovinarsi la sorpresa leggendo il suo "make of". Potete sempre ignorarlo, o farlo dopo, se questo è il vostro stile. 

In quel luogo alienante, la marcia assumeva la dimensione di un orribile sogno, dal quale era impossibile svegliarsi. Un’eterna successione di rettangoli d’acciaio, lisci e identici, riempiva da ogni lato il breve orizzonte di quel cunicolo cubico, apparentemente illimitato. Galatea lottava per restare sveglia; il suo corpo esausto, che ad ogni istante le implorava di fermarsi, desiderava accasciarsi sul lucido pavimento e dormire.
Un passo dopo l’altro, cadenzando il respiro, si spingeva avanti con la sola forza della disperazione, consapevole che la tregua era solo temporanea e che da un momento all’altro le orde degli Scritifini avrebbero potuto invadere il passaggio e farli a pezzi.
“Vorrei sapere dove hanno trovato quei fucili” bofonchiò il ritter, che camminava davanti a lei mantenendo un passo spedito nonostante le sue gravi ferite.
“Questi sono i livelli più grandi della nave” spiegò Roland; la  sua voce, sebbene ridotta a poco più di un bisbiglio, sembrava rimbombare in quel luogo surreale. “Sotto di noi, nella parte immersa dell’Eastbourne, ci sono immensi depositi di materiale, compresa una piccola armeria.”
“Come fai a saperlo?” domandò il guerriero, diffidente. “Saranno almeno vent’anni che nessuno viene qui sotto, da quando quella feccia ha preso il controllo del primo ponte”

“Sono diciassette anni e tre mesi, per la precisione. Ho partecipato anche io all’ultimo tentativo di riprendere le stive superiori; per qualche ora controllammo l’armeria, prima che gli Scritifini ci ricacciassero indietro e la rioccupassero. Per fortuna le scorte di munizioni erano limitate, altrimenti avrebbero spazzato via ogni altro essere umano sulla nave già da molti anni”.
Il Bahamutritter si era fermato, bloccando Roland con un braccio: “Tu eri un ritter. E non uno qualsiasi, vero? Tu eri un Condottiero.”
“È passato tanto tempo, uomo” ammise Roland, con tono triste. “Mi chiamavano…”
“Nuvola di fuoco!” concluse il Lemuride, intromettendosi nella conversazione. “Era il tuo nome di battaglia, giusto? Sapevo che quelle vecchie registrazioni mezze cancellate si riferivano a te. Ma perché non ci sono dati ufficiali, su quel periodo?”
“Dopo quell’ultima guerra, il comando ha avuto due soli pensieri: cancellare il ricordo di quella disfatta, e mantenere le posizioni, al di sopra della linea di galleggiamento. L’Ordine dei Bahamut era diventato l’ombra di sé stesso ben prima che io lo abbandonassi.”
Roland riprese a camminare; per un po’ nessuno disse niente, meditando su quelle rivelazioni.
“Ordine dei Bahamut…” ripeté il guerriero, dopo diversi minuti di silenzio. “Era il primo nome della casta, non è vero?”
“Non eravamo una casta. Avevamo un altro scopo.”
“E qual era?” domandò Galatea. Roland si voltò a guardarla, sorpreso: la giovane non aveva detto una sola parola dal momento in cui aveva preso coscienza della morte del fratello. Le rispose con tono molto dolce: “Quello di comprendere la verità: scoprire chi eravamo, per quale motivo ci troviamo su questa nave, e com’era la vita nel mondo di prima.”
“Prima di cosa?”
“Questa è la vera domanda, Galatea. Qui siamo tutti nati sulla Eastbourne, ma i passeggeri originali sono parecchi. Avete mai provato a chiedere? Nessuno di loro ricorda la sua vita di prima. È come se nelle menti di tutti loro ci fosse un blocco: hanno un’idea chiara di come fosse il mondo, ma non sono capaci di spiegare in quale modo ci vivessero, dov’era la loro casa, chi fossero prima di salire a bordo.”
“C’è uno scopo, in tutto questo.” Il Lemuride parlava con aria sognante, come se stesse raccontando un’antica leggenda. “Noi ne siamo sicuri: l’oblio è il prezzo che paghiamo per la rinascita. Dobbiamo dimenticare completamente chi eravamo, solo così saremo degni di approdare alle rive della nuova Mu, rinata dalle acque.”
“Ancora con queste fesserie!” ringhiò il ritter.
“Ogni fede è degna di rispetto” intervenne Roland, interrompendo sul nascere la discussione. “Ma dovresti chiederti se quello in cui credi ti porta verso una verità, o è semplicemente un modo per nascondere altre domande.”
Il Lemuride stava per dire qualcosa, ma un gesto imperioso dell’ex condottiero lo zittì. All’improvviso, davanti a loro, il tunnel finiva.
***
La stanza al termine del lungo passaggio era una cavità semisferica, ricavata nel cuore degli impianti del primo ponte, di circa tre metri di raggio. Il pavimento e il soffitto, ricavati in un unico blocco d’acciaio, erano attraversati in verticale da una scala a spirale, i cui gradini si avvolgevano attorno ad un pilastro metallico, che entrava dal centro del pavimento e perforava la sommità della volta.
Lungo il bordo del locale, accatastate contro il muro liscio e lucido, c’erano diverse casse chiuse. Lentamente, il Lemuride si avvicinò e sollevò uno dei coperchi, iniziando a rovistare all’interno.
“Oddio!” gridò ad un tratto Galatea, indicando con la mano tremante un punto dall’altra parte della stanza. Roland e il Bahamutritter scattarono bruscamente, sguainando le armi: poi lo videro. Seduto in un rudimentale giaciglio, un uomo magro, pallido e dal volto tumefatto li osservava, silenzioso e muto, scosso da violenti tremiti.
“È il Nereide” asserì il guerriero, rivolto al suo compagno.
“Pare di sì.”
Galatea nel frattempo era corsa verso il prigioniero, si era inginocchiata al suo fianco e gli teneva la mano, carezzandola dolcemente. Anche i due guerrieri si erano avvicinati: l’uomo li fissò entrambi, il viso contratto in una smorfia di dolore mentre ansimava, sforzandosi di parlare.
“Aiutatemi” disse Roland, passando una mano dietro la schiena del ferito e spingendo per sollevarlo.
“È stato lui… Ha organizzato tutto nei minimi dettagli” stava dicendo Anfrite. “Non c’era altro modo… per chiamarti quaggiù.”
“Che sta dicendo?” domandò il ritter. “Delira?”
Roland non gli badò e si inginocchiò davanti all’artista, fissandolo dritto negli occhi. Sorprendendo tutti, allungò una mano e la posò dolcemente sul suo viso sofferente, poi disse: “Sono qui. Non temere, messaggero. Il tuo compito è finito.”
Il Nereide sembrò calmarsi. Le sue labbra esangui si dischiusero in un timido sorriso, poi chiuse gli occhi e reclinò il capo, accasciandosi sulla branda.
“È svenuto” disse Roland, rivolto agli altri. “Dovete portarlo al sesto ponte, agli impianti medicali. La scala verticale dovrebbe proseguire almeno fino al quarto livello: là troverete aiuto.”
“Ci pensiamo noi” confermò il Bahamutritter, sollevando l’attore con un unico movimento fluido: sembrava essersi ripreso completamente dalle ferite riportate nello scontro.
Nello stesso istante, il Lemuride si avvicinò, le braccia cariche all’inverosimile di un groviglio di fili e componenti elettroniche. “Roland, è incredibile” stava dicendo, indicando il materiale che stringeva in braccio. Sembrava completamente ignaro di quello ciò che era accaduto negli ultimi minuti. “Circuiti integrati, condensatori, interi blocchi di processori… in una sola di queste case ci sono abbastanza pezzi di ricambio per ripristinare tutte le funzioni della nave.”
Si avvicinò a Roland, sorridendo, e gli mise sotto il naso un pezzo di scheda elettronica da cui spuntava un groviglio di fili elettrici.
“Con questa roba” proseguì  “ti rimetto a posto gli occhi in meno di una settimana!”
Roland annuì, posando una mano sulla spalla del Lemuride.
“Sali con gli altri, porta su quello che puoi; i ritter manderanno qualcuno a prendere il resto del materiale, una volta imparata la strada.”
“Puoi scommetterci” confermò il guerriero che, sistematosi il ferito sulle spalle, stava già risalendo i primi gradini della scalinata. Galatea lo seguiva da vicino, sostenendo la testa di Anfrite perché non sbandasse.
“Aspetta” fece all’improvviso la ragazza a Roland: “Tu non vieni?”
Lui le rivolse soltanto uno sguardo triste.
Poi si alzò, raggiunse la scala al centro della stanza ed iniziò a percorrere la scala verso il basso.
***
Stava scendendo da ore. Anche se era difficile rendersi conto del trascorrere del tempo, capiva di aver percorso una distanza talmente grande da condurlo ben al di sotto della chiglia della Eastbourne. Ma la scala proseguiva, identica a sé stessa, dipanandosi un grandino dopo l’altro.
La sensazione di irrealtà, che aveva già provato quando avevano trovato il Nereide, continuava a rimbalzargli nella mente. Era stato tutto troppo facile: i componenti elettronici, il prigioniero, la facile via di fuga. Ogni cosa sembrava parte di un meccanismo perfetto, calcolato nei minimi dettagli.
Non c’era altro modo per chiamarti laggiù.
All’improvviso Roland si fermò. Intorno a lui, nulla era cambiato: la scala proseguiva identica, in entrambe le direzioni, una successione di gradini indistinguibili. In qualche modo, sapeva che non c’era bisogno di parlare, in quel luogo: chi lo aveva realizzato era già dentro di lui. Ma alzò lo stesso la voce, quando disse: “Sono Roland; un tempo ero Nube di fuoco, condottiero dell’ordine del Bahamut. Ti ho cercato a lungo, ed ora sono qui.”
Il silenzio era assoluto: nell’aria immobile non si udiva alcun ronzio, nemmeno il sibilo dell’aria, pompata dagli impianti di ventilazione. Persino il suo cuore sembrava pulsare senza alcun rumore.
All’improvviso, la mente del guerriero si riempì di una presenza. Non era una voce, né un’allucinazione dei sensi, ma la consapevolezza, chiara e inconfutabile, di non essere solo.
Serrò gli occhi, sforzandosi di schiudere la mente a colui che, lo avvertiva con crescente chiarezza, spingeva per entrare in lui e raggiungere la sua coscienza. Li riaprì dopo un lunghissimo istante: il vecchio era lì, immobile, seduto con le braccia incrociate.
La stanza che percepiva ora assomigliava ad uno antico studio: le pareti in legno ospitavano una successione di eleganti scaffalature, ricolme di libri. Dall’unica finestra, alta e stretta, entrava la luce dorata del tardo pomeriggio d’estate. Fuori doveva essere quasi l’ora del tramonto; per qualche ragione, Roland fu certo che la stanza si affacciasse sui viali alberati di un grande parco.
Era così il mondo di prima? pensò, senza dire niente.
Il vecchio seduto alla sua scrivania, intendo a sfogliare un quaderno di appunti, sembrò aver udito nitidamente l’eco del suo pensiero. Posò il libro e gli sorrise.
“Finalmente sei arrivato. Questo è solo uno dei ricordi del mio programmatore, un luogo che amava. Lo ricreo nella tua mente perché vi si svolga la nostra conversazione.” La sua voce era calda e cristallina.
“Ti ha progettato il  professor Eastbourne, suppongo” rispose Roland, sorridendo a sua volta per quella bizzarra situazione.
“È esatto” confermò la voce. “Vedo che alcune cose le hai già intuite da solo: ciò mi fa ben sperare circa l’esito di questo incontro.”
“Ho letto tutto quello che ho trovato a bordo: in uno dei libri sulla costruzione della nave c’è la sua foto.”
Il simulacro del vecchio professore annuì, allargando il sorriso. “È uno degli indizi che ho lasciato.”
L’illusione era perfetta: sentiva persino i rumori ovattati che giungevano dai giardini, fuori della finestra socchiusa. Ma Roland era consapevole che stava parlando con l’interfaccia neurale che lo controllava, probabilmente fin dalla sua nascita, senza mai svelarsi.
“Perché non scrivere tutta la verità? Tenerci tutti all’oscuro è stato un terribile sopruso.”
“Non conosci ancora la verità; non sai quali possono essere le sue conseguenze. Eppure giudichi terribile il fatto di avertela tenuta nascosta?”
“Sì. Conoscere la realtà è un diritto, non un privilegio.”
L’immagine del professore parve colpita dalla risposta. Guardò negli occhi il guerriero, aggrottando le sopracciglia. Poi il suo sguardo si fece disteso: “Ora capisco perché sei stato tu, ad arrivare qui.”
“Che cos’è questo posto?”
“Il luogo non ha importanza. È raffigurazione piuttosto fedele dello studio del professor Eastbourn, a Cambridge, nell’estate del 2048. È uno degli sfondi del mio programma di simulazione.”
“Tu chi sei? Con chi sto parlando?”
“Questo lo sai già” suggerì la voce.
“Voglio sentirtelo dire.”
“Sono il programma di neurosimulazione della Eastbourne, nave colonia; equipaggio originale: 22.500 umani e 12.300 umanoidi modificati. Sono stato lanciato il 22 gennaio 2054, a dieci ore dallo sgancio della nave dalla Stazione Internazionale: sono attivo da 39 anni, otto mesi e 12 giorni, tempo della terra.”
 “Qual è il tuo scopo?”
“Sono progettato per mantenere il controllo della simulazione visiva e dei blocchi mnemonici dell’equipaggio umano, fino al momento dello sbarco sul pianeta di destinazione.”
Roland cercò di dominare la propria mente, mantenendola lucida difronte alla portata di quelle rivelazioni. Mentre parlavano, scariche di elettricità statica si addensavano lungo le pareti dello studio:  capiva che il tempo a disposizione non era molto, e che non avrebbe avuto un’altra occasione.
Cercando di pensare in fretta, domandò: “Quanto durerà ancora la missione?”
“La nave raggiungerà la meta fra 1.6 mesi.”
“La meta è un pianeta abitabile?”
“Sì. Kepler 20320. Distanza di missione: 2.1 anni luce.”
“La Eastbourne è una nave spaziale” asserì Roland, come per fissare nella mente la più macroscopica delle verità che gli erano state dischiuse. ”Il resto non è reale, vero? Il mare, la nebbia, le tempeste: è tutto illusorio.”
“Fa parte della simulazione.”
“Perché?”
“Ci sono alcuni dati che sono autorizzato a rivelare.”
“Procedi.”
Il computer parlò a lungo. Fuori, il giardino senza tempo continuava ad essere inondato dai raggi incidenti del sole: le fronde degli alberi stormivano al vento, mentre il profumo dolce del gelsomino penetrava nella stanza sulle ali di una brezza leggera. Incurante della bellezza intorno a sé, Roland ascoltava ogni cosa.
Apprese l’esistenza del progetto Icaro, del colossale sforzo che tutte le Nazioni del mondo avevano sostenuto, per armare la prima arca interstellare: apprese degli esperimenti di neurologi e psicobiologi dell’animazione, per sviluppare una tecnica efficiente di ibernazione che permettesse ai coloni di superare un periodo di coma pluridecennale, mantenendo le abilità e le attitudini mentali acquisite con l’addestramento.
Tutti i primi volontari, svegliati dopo pochi mesi, erano ridotti alla quasi completa demenza: prive di stimoli esterni, eleminata la necessità di interagire con gli altri esseri umani, le menti regredivano con incredibile rapidità ad un livello infantile.
Per superare quello scoglio era nato il programma della simulazione parziale: nessuna ibernazione, niente coma. Uomini e donne liberi, convinti di trascorrere il tempo in una eterna crociera, ed in grado di muoversi autonomamente sulla nave, con la possibilità di vivere la propria vita e darsi un’organizzazione sociale. I sistemi medici di bordo erano in grado di mantenere i corpi dei coloni in perfetta efficienza per il periodo di missione, consentendo loro di affrontare il compito di popolare un nuovo mondo.

Roland si rilassò sulla sedia, perplesso: “Per quale ragione è stata generata l’illusione del mare?”
“La consapevolezza di essere destinati a colonizzare un nuovo mondo sarebbe stata destabilizzante. Gli effetti negativi sarebbero stati potenzialmente incontrollabili: fazioni, lotte di potere, deliri di onnipotenza; oppure, all’opposto, ansia e tentativi di suicidio. La mancanza di una meta e di prospettive spinge la mente in uno stato di limbo, garantendo il mantenimento dell’ordine sociale spontaneo. ”
“E gli Scritifini?”
“Forniscono il principio di coesione difronte ad una minaccia esterna, ed impediscono lotte fra i gruppi. Sono programmati per non sopravvivere allo sbarco. Inoltre, impediscono all’equipaggio di raggiungere i centri di controllo, fino al momento opportuno. Questo luogo, ad esempio, dove la vicinanza con gli emettitori di onde ipnoinducenti permette alla tua mente di percepire chiaramente la mia presenza.”
Roland rimase in silenzio, meditando sulle parole della macchina. Non riusciva ancora ad afferrare del tutto la portata di quello che gli era stato rivelato: si domandò come avrebbe potuto spiegarlo alla sua gente, se l’avrebbero mai creduto.
D’un tratto si scosse. Era evidente che il sistema aveva funzionato bene, ma rimaneva il problema di come spezzare l’illusione, una volta che non fosse stata più necessaria. A conferma delle proprie intuizioni, domandò: “Perché sono stato attirato qui? Qual è il senso di questa rivelazione?”
“Fa parte della programmazione di fine viaggio. Fra quarantotto giorni la nave entrerà in orbita geostazionaria su K20320; la neurosimulazione avrà termine e l’intero equipaggio verrà informato della reale situazione.”
“Non la prenderanno bene.”
“Le reazioni possibili sono state analizzate: è necessario un elemento catalizzatore, una guida. Qualcuno che guidi l’umanità nella sua terra promessa.”
“Per questo hai realizzato la messa in scena del Nereide prigioniero? Per far venire qui qualcuno che facesse da pastore al tuo popolo?”
“Questo è esatto.”
“Ma perché hai scelto me?” gridò Roland, infuriato. “Credi che io voglia essere il tuo dannato profeta?”

“Io non ho scelto, guerriero, ma ho offerto la verità. Ho aperto una via per raggiungerla: e sei giunto tu.”
***
Nella Città Teatro, ormai deserta, Roland e Galatea giacevano abbracciati, i volti vicini che fissavano l’immensa oscurità, punteggiata di stelle.
La ragazza guardava il cielo al di là della copertura di cristallo della Vela; erano reali, quelle tremule luci che vibravano nell’aria limpida? O facevano parte dell’illusione, al pari del dolce sciabordio dell’oceano che riempiva il silenzio, come l’adagio di una maestosa sinfonia?
Si avvicinò ancora di più a Roland, che le passò un braccio attorno alla spalle, ricambiando l’abbraccio. Ogni volta che lui la stringeva, riviveva l’istante in cui si erano rincontrati, dopo la spedizione che aveva salvato la vita ad Anfrite. Il sollievo di rivederlo vivo aveva permesso al sentimento che li attirava l’uno verso l’altra di rompere la diga; la loro passione, non più trattenuta si era liberata in quel primo, violento contatto, e in quel che ne era seguito.
Sentì un fremito di dolce desiderio che le attraversava il corpo, ma si trattenne, avvertendo il respiro lieve dell’uomo che amava, di nuovo addormentato. Sapeva quanto avesse bisogno di recuperare le forze, dopo l’intervento agli occhi: anche se la sua vista andava migliorando di giorno in giorno, era necessario che stesse a riposo, finché fosse stato possibile.
Nessuna sulla nave sospettava ancora nulla di ciò che Roland aveva scoperto là sotto, in quella zona della nave che, ancora per poco, rimaneva del tutto inaccessibile. Era una realtà così difficile da comprendere, soprattutto per chi non era stato laggiù: lei stessa, a volte, definiva fede ciò che la spingeva a crederci. Eppure sapeva che ogni cosa era reale; lo sentiva chiaro nella sua mente, che andava di giorno in giorno liberandosi dei condizionamenti e dei ricordi indotti da quarant’anni di stimolazione neurale.
E non era la sola; per loro il processo era facilitato dalla conoscenza della verità, ma non passava giorno che Roland e Galatea non cogliessero qualche segno del cedimento nella cortina di nebbia che aveva avvolto il popolo della Eastbourne. Sempre più spesso, gli uomini e le donne rimanevano all’aperto, sui ponti alti o sulle passerelle, ed osservavano il cielo, dubbiosi. E a volte, nei momenti in cui il crepuscolo di un lungo giorno grigio si incendiava all’improvviso dei colori più dolci, lei era stata certa di vederla, la meta ancora segreta di quel lungo viaggio.  
Nessun continente perduto, nessun cataclisma, nessun punto d’origine di mistiche onde spirituali  che attendeva quel manipolo di uomini e donne, circondati dal nulla. C’era invece un pianeta, sospeso sopra le loro teste e sempre più vicino: un mondo intero da costruire, per popolarlo di sogni e nuove speranze.
Guardò nuovamente le stelle: nell’oscurità, le parve che si muovessero, scivolando lentamente a poppa. Forse la nave stava virando, o magari iniziava ad inserirsi nell’orbita di quel mondo, che avrebbero dovuto imparare a chiamare casa.

“Non ha importanza” sussurrò Galatea. Che quelle luci fossero o meno già reali, non cambiava niente. Roland si mosse nel buio; lei gli prese la testa fra le mani e la posò sul proprio seno, cullandolo come un bambino. 


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