Privacy

Questo sito fa uso dei cookies utilizzati dalla piattaforme blogger per garantire una migliore esperienza di fruizione dei contenuti e per raccogliere statistiche anonime sugli accessi e sulla visualizzazioni di pagina. Visitandolo ne accettiutilizzo secondo quanto previsto dalle norme specifiche di Google Inc. relative alla propria politica sulla privacy.

sabato 3 maggio 2014

La Mer - “Jeux de vagues" – Allegro

"La Mer" è un racconto sinfonico impressionista in tre parti. Qui trovate la prima. 
In questo post, invece, è possibile rovinarsi la sorpresa leggendo il suo "make of". Potete sempre ignorarlo, o farlo dopo, se questo è il vostro stile. 

La veste nera del lutto avvolgeva il corpo sottile della donna, lasciando intravedere soltanto i piedi nudi che avanzavano rapidi, sfiorando appena il pavimento del corridoio. I lunghi veli scuri ondeggiavano al ritmo dei suoi passi, disegnando intorno al corpo complicati arabeschi che le davano un aspetto vagamente spettrale. I due Bahamutritter, quando la videro sbucare dal nulla alle loro spalle, si voltarono bruscamente, mettendo mano a lame e dardi, temendo un'imboscata.
"Cerco la zona residenziale di questo ponte" fece Galatea fermandosi a pochi passi da loro, per nulla impressionata dalle armi che le avevano puntato contro. "Dovrebbero esserci delle cabine poco lontane da qui".
"Sì, più avanti c'è un corridoio abitato." rispose uno dei guerrieri. "Ma la zona è pericolosa, Nereide, e noi non possiamo abbandonare il nostro posto."
"Non mi serve una scorta, solo di sapere la strada" rispose sicura.
Ricevute le indicazioni, la giovane proseguì da sola, inoltrandosi nelle profondità della nave e nella crescente penombra. Gli impianti di illuminazione erano stati danneggiati piuttosto seriamente; nessuno osava avventurarsi al di sotto del terzo ponte, per timore delle frequenti incursioni della gente di sotto. Anche i ritter mantenevano soltanto pochi presidi, per la maggior parte semplici sentinelle, che avevano il compito di darsela a gambe e avvertire i compagni dei ponti superiori al primo segno dei predoni.
Erano pochi i passeggeri che sceglievano di vivere in questa zona di confine: quelli che lo facevano avevano in genere qualcosa da nascondere, o non temevano i barbari. Roland delle nuvole, pensò la ragazza, probabilmente apparteneva ad entrambe le categorie.
Si domandò per l'ennesima volta per quale motivo avessero scelto lei, per andare a parlargli. Nel piccolo gruppo del quale faceva parte c'erano persone più autorevoli e più forti, capaci di trattare con quell'uomo solitario molto meglio di una giovane artista indifesa. Ma lei avrebbe fatto qualunque cosa per salvare Anfrite, e non le importava di ciò che avrebbe potuto capitarle, avventurandosi là sotto.
Rabbrividì al ricordo di quello che era successo subito dopo l'incidente durante il Canto della Tempesta. Nel fuggi-fuggi generale, mentre i Bahamutritter urlavano e spintonavano per riprendere il controllo della situazione, lei e pochi altri attori erano riusciti a raggiungere i comandi della Vela, chiudendola prima che la furia della tempesta provocasse altri danni.
Alla fine c'erano stati diversi feriti, colpiti per lo più dai frammenti della torre d'acciaio con cui Anfrite aveva tentato di raggiungere l'occhio del tifone, origine della forza devastatrice che intendeva invocare con il proprio Canto. La maggior parte degli spettatori era rimasta incolume, anche se bagnata fradicia e terrorizzata. Il peggio sarebbe arrivato più tardi: la mattina dopo, mentre Galatea era al Teatro per aiutare gli altri volontari Nereidi a sgomberare il palco dai rottami, qualcuno, affacciato al parapetto del decimo ponte, aveva notato una frenetica attività in basso, all’altezza della linea di galleggiamento della Eastbourne.
Un boccaporto si era aperto, appena sopra la sentina, lasciando uscire un rozzo vascello.
"Gli Scritifini stanno combinando qualcosa" aveva gridato un vecchio Lemuride, riferendosi ai barbari con il nome scientifico che la sua gente gli aveva affibbiato, in riferimento alla leggenda dei selvaggi abitatori dell'ultima Tule.
Sulla rudimentale imbarcazione, poco più che una piattaforma galleggiante, un manipolo di umanoidi seminudi si affaccendava intorno ad una struttura cilindrica alla quale era legato un corpo umano.
 Con orrore degli impotenti spettatori, il palo era stato issato, rendendo riconoscibile la figura dello sventurato attore prigioniero. I suoi carcerieri, pungolandolo con le punte delle loro rozze lance, lo costringevano a cantare; la voce, tremante di terrore e interrotta dai singhiozzi, si levava in urla acute quando gli Scritifini lo ferivano con le armi, prorompendo in grottesche risate di scherno.
Lo strazio era durato per molti minuti, poi il prigioniero, svenuto, era stato portato via. Quegli  episodi di pubblica tortura del famoso Nereide si ripetevano quotidianamente, con la stessa agghiacciante crudeltà, ormai da una settimana, suscitando l’indignazione e l’orrore di tutte le caste e degli altri passeggeri civilizzati dei ponti superiori.
Un sibilo strisciante nel buio interruppe i suoi pensieri. Galatea si voltò di scatto, trovandosi a fissare gli occhi gonfi e dilatati di un umanoide basso, dal volto coperto di una fitta barba, che si congiungeva con i capelli incolti. Lo Scritifini la fissò per un istante, leccandosi le labbra socchiuse, dalle quali emetteva un cupo rantolo che avvolse la ragazza del fetore della sua bocca marcia. Lei arretrò lentamente, sapendosi in trappola, consapevole che al minimo movimento brusco quell’animale le sarebbe saltato alla gola, dilaniandola a morsi, o peggio.  
D’un tratto l’espressione della creatura cambiò, mutandosi in una smorfia di stupore e dolore. Con le mani tozze si strinse il ventre, da cui proruppe improvvisamente la punta aguzza di una lama, trascinando verso la superficie una larga porzione degli organi interni.
Senza aver nemmeno il tempo di gridare, il predone si accasciò a terra.
“Nessuno dovrebbe venire a trovarmi senza un appuntamento” fece Roland, avanzando di un passo verso di lei. Si chinò brevemente, ripulendo la spada sulla schiena nuda della creatura che aveva trafitto, poi le fece cenno di seguirlo nell’oscurità.
***
“Dammi una sola ragione per farmi coinvolgere in questa follia”
L’interno dell’appartamento del giovane fuoricasta era composto da ben tre cabine. Erano state rese comunicanti con larghe aperture ad arco, realizzate, Dio solo sapeva come, attraverso le massicce pareti divisorie. L’ambiente centrale, il più grande, era situato all’estremità del terzo ponte della Eastbourne e si affacciava direttamente sull’oceano. Da dove era seduta, Galatea poteva vedere un largo tratto di quella gelida distesa verdemare, in quel momento calma e piatta come un’immensa prateria.
“Non hai niente da guadagnarci” ammise, fissando tristemente il pavimento di marmo pregiato, su cui si riflettevano i fregi dei lussuosi mobili antichi.
“Nonostante le apparenze, non sono in cerca di ricchezze” precisò Roland, intuendo i pensieri di lei, “e non mi interessano nemmeno i favori delle cortigiane”
“Non sono una cortigiana” scattò Galatea, accigliata. “Sono un’artista. Se sono venuta fin qui, rischiando la vita, è perché credo in ciò che porta dentro Anfrite, e sono pronta a dare la mia vita per lui.”
“Non era mia intenzione offenderti, Nereide. Rispetto il tuo dolore e i tuoi sentimenti; ma questo non cambia la realtà. Assaltare i ponti degli Scrifitini con un pugno di uomini è una follia, anche se fossero tutti campioni ritter. E a quanto ho capito, il vostro gruppo è composto per una buona metà da ballerini e topi di biblioteca.”
La giovane esitò, incerta su cosa rispondere. Lui aveva ragione, naturalmente: ciò che volevano fare era folle. Ma era l’unica speranza per salvarlo. Malgrado l’indignazione e l’orrore che aveva suscitato la sorte di Anfrite, nessuno era andato oltre le dichiarazioni rabbiose e le infinite discussioni, giungendo alla sintesi di un piano d’azione. La maggior parte dei Bahamutritter temevano di avventurarsi troppo in profondità nella nave, rischiando le loro forze a malapena sufficienti a contenere la proliferazione dei barbari, che si si riproducevano vertiginosamente. E gli studiosi, pur ammiccando alla possibilità di mettere le mani sui pezzi di ricambio e le tecnologie custodite nelle stive, erano in grado di fornire soltanto un modesto contributo logistico e tecnologico, del tutto inadeguato in una campagna di conquista di quelle zone perdute e inesplorate.
Quanto alla sua gente, la maggior parte dei Nereidi si era rassegnata a tollerare gli orribili supplizi con cui veniva straziato il genio vivente, pur di non mettere a rischio l’opulenta tranquillità nella quale vivevano. Fra tutti loro, soltanto lei e suo fratello avevano trovato il coraggio di unirsi a quel manipolo di ritter e Lemuridi, meno di dieci persone, che stava organizzando la folle spedizione, suscitando per lo più biasimo o indifferenza.
“Non posso chiederti di combattere per ciò che non conosci, e che non puoi comprendere” disse alla fine la ragazza, alzandosi in piedi. “Ti chiedo solo di riaccompagnarmi al posto di guardia, affinché possa riferire l’esito della mia visita a chi mi ha mandata.”
Il giovane rimase a lungo in silenzio; in piedi davanti alla vetrata, le dava le spalle, immobile, fissando il mare. In lontananza, verso l’orizzonte, i suoi occhi distinguevano soltanto una chiazza indistinta di luce verdastra.
Si voltò improvvisamente verso la Nereide in attesa: “Verrò con te da chi ti ha inviata” le disse, lasciandola sbigottita.
***
La ragazza non riusciva ancora a spiegarsi per quale ragione quell’uomo misterioso avesse accettato di accompagnarla, ma lui alla fine l’aveva seguita fino al quartier generale dei ritter. Quella specie di gigantesca caserma, organizzata all’interno dell’antico solarium a prua della nave, era l’unico luogo dove il gruppo potesse riunirsi liberamente, senza rischiare di subire gli insulti e le minacce di coloro che temevano le conseguenze della loro missione.
Il vertice del comando dei Bahamutritter, ancora impelagato nei negoziati ufficiali con le altre caste, non aveva formalmente autorizzato quel tentativo, ma di fatto metteva a disposizione gli uomini e le risorse per la sua preparazione.
Fin dal primo momento in cui avevano attraversato insieme l’ingresso della cittadella fortificata, Galatea si era resa conto che il suo accompagnatore era ben conosciuto fra i guerrieri. Al suo passaggio, tutti sembravano mostrare timore e rispetto; anche se molte delle occhiate che gli venivano rivolte non avevano esattamente un intento amichevole, tutti gli cedevano il passo, e alcuni dei guerrieri più anziani gli rivolgevano aperti cenni di saluto.
Roland non aveva fatto commenti; l’aveva seguita in silenzio, fino alla stanza dove gli altri stavano aspettando, anche se lei era convinta che avrebbe potuto orientarsi da solo in quel luogo. Quando erano entrati, i suoi compagni non le erano sembrati per nulla sorpresi del successo del suo tentativo.
Uno dei Lemuridi, il più giovane, si era alzato ed aveva stretto la mano al fuoricasta: sembravano conoscersi da tempo.
“Sapevo che saresti venuto, Roland delle nuvole” gli aveva detto.
“Puoi davvero aiutarmi?” era stata la sorprendente risposta.
“Tu aprici la strada per le stive; al resto – a tutto il resto – ci penseremo noi”.
***
“Sei sicuro?”
Il Lemuride scosse la testa, allontanando il viso del suo compagno da sopra la sua spalla con un gesto brusco della mano.
“Se continui a coprirmi la luce, non posso esserlo davvero.”
Al di sotto del secondo ponte, l’intensità delle luci di emergenza era così fioca che i componenti della spedizione avevano difficoltà a capire dove mettevano i piedi. In tutta la Eastbourne non erano mai state trovate lampade di emergenza o torce di segnalazione, oggetti di cui ormai si discuteva soltanto al passato: come di molte altre cose che erano rimaste indietro, nel mondo al di là della nebbia, ammesso che ci fosse ancora.
I cinque guerrieri, disposti in formazione di copertura lungo il corridoio, accarezzavano nervosamente le lame delle armi, scalpitando e sbuffando. Roland pensò che quella doveva essere almeno la decima volta che i due studiosi si fermavano a consultare le planimetrie delle uscite di emergenza, unica guida per trovare un percorso fino al primo ponte.
 Da lì in avanti l’energia dei sistemi ausiliari era ridotta agli sgoccioli; il buio si infittiva, e allora sarebbe toccato a lui e ai suoi occhi malati. Malgrado la tensione palpabile, il giovane non poté fare a meno di ridacchiare, pensando che la sua condizione era sia il motivo per cui gli era stato chiesto di far parte della spedizione, sia la ragione per cui aveva accettato.
“Cosa c’è da ridere?” gli sussurrò Galatea, scivolando al suo fianco.
“Decisamente niente.” Rispose Roland, sorridendole nella penombra. Non sapeva se lei potesse vederlo nitidamente, mentre la fissava e decideva che il suo viso era bellissimo.
 “Da questa parte”. Il richiamo dei due Lemuridi, finalmente convinti della direzione da prendere, echeggiò nella penombra. Il capo dei ritter fece un cenno ai suoi compagni e tre di loro si portarono alla testa del drappello, procedendo affiancati per i corridoi, le lame in pugno. Gli studiosi e i Nereidi li seguivano da vicino, mentre Roland, che era rimasto in coda con gli altri due guerrieri, camminava voltandosi continuamente a guardarsi le spalle.
La strada sembrava quella giusta: dopo alcune svolte, i Bahamutritter in testa incontrarono il vano di una larga scalinata, che scendeva verso il basso perdendosi nel buio più fitto. Raddoppiando le precauzioni, iniziarono a scendere gli eleganti gradoni in pietra; Roland passò in testa al gruppo, portandosi a fianco degli altri combattenti. 
Percorse un paio di rampe, un altro slargo dava l’accesso ai corridoi del primo ponte, quello da cui si accedeva direttamente alle stive e poi alla sentina. Iniziarono a camminare, pendendo una direzione qualunque, fidandosi dell’istinto della loro guida e di ciò che riusciva a scorgere nella tenebra quasi completa. Le lampade erano alimentate da un filo di energia e rischiaravano lo spazio di pochi centimetri, come una fila di fuochi fatui, immobili nel buio.
“Ehi, fuoricasta” fece ad un tratto uno dei ritter rivolo a Roland che si era nuovamente fermato “a furia di stare con la testa fra le nuvole, ti è venuta la claustrofobia. Sei a disagio qui sotto, piccolino?”
Lui non perse tempo a rispondere, fissando meglio lo sguardo sul minuscolo puntolino rosso che si faceva strada nel buio, puntando dritto sul gruppo. “Puntatori laser!” gridò. “Sparpagliatevi!”
Un attimo dopo, intorno a loro esplose l’inferno.
Un fiotto di adrenalina inondò il cervello di Roland, trasformandolo in un groviglio di puro istinto. Si gettò a terra e strisciò all’indietro con un serpente, mentre accanto a lui i corpi dei guerrieri venivano dilaniati da una scarica di proiettili esplosivi. Dopo pochi istanti, incontrò qualcosa di morbido e caldo: senza fermarsi, scattò in piedi e si caricò la Nereide sulle spalle, iniziando a correre verso il punto da cui erano venuti.
Superò il gruppo dei ritter superstiti circondati dagli Scritifini i quali, esaurita l’esigua scorta di munizioni che avevano racimolato nella stiva, si erano lanciati in un sanguinoso corpo a corpo. Gli bastò un’occhiata per sapere che i suoi compagni non avevano molte speranze: erano addestrati e non avevano perso la testa, ma gli avversari erano in troppi.
“Resta qui” sibilò, posando la giovane a ridosso della parete.
“Cosa devo fare?” domandò lei, aggrappandosi ad un lembo della sua veste.
Roland si liberò con dolcezza. “Fai il tuo lavoro. Recita la parte del morto, e falla bene: altrimenti poi ti verrà anche troppo naturale”.
   Prima che lei potesse ribattere ancora qualcosa, era già scomparso nel buio, diretto verso il punto da cui provenivano i rumori della schermaglia.
A Galatea non rimase che accasciarsi a terra e seguire il consiglio dell’uomo che l’aveva salvata. Si domandò dove fossero suo fratello e i Lemuridi: durante le prime fasi dell’attacco aveva perso completamente l’orientamento. Senza capire da dove arrivassero i colpi, si era rannicchiata contro la parete, coprendosi la testa con le mani, cercando di non impazzire di terrore.
Adesso, distesa nel buio, si sforzò di mantenere la calma: i suoi della battaglia erano cessati all’improvviso, sostituiti da una serie di rumori, ovattati e indistinti, dai quali non le riusciva di comprendere nulla riguardo all’esito dello scontro.
All’improvviso, udì distintamente un suono di passi che si avvicinavano nel buio davanti a lei; con il cuore che le martellava in petto, la giovane si impose di non muovere un muscolo, irrigidendosi contro il muro dove era rannicchiata. I passi si avvicinarono ancora, per fermarsi proprio davanti a lei.
“Alzati” le disse la voce familiare del fuoricasta. La mano di lui trovò il suo braccio, sorreggendola ed aiutandola a rimettersi in piedi. Poi, rivolto a qualcun altro che la ragazza non poteva vedere, disse ancora: “Ce la fai a camminare?”
“Sì” ansimò la voce sofferente di uno dei Bahamutritter.
“Lo aiuto io.” Questo le sembrò invece uno dei Lemuridi.
“Seguitemi” disse ancora la loro guida, iniziando a camminare. “Da quella parte sembra esserci un passaggio più sicuro”.
Per diverse centinaia di metri, i sopravvissuti della spedizione si trascinarono nell’oscurità; percorsero dapprima i corridoi principali, poi Roland rimosse un pannello dalla parete e li fece inoltrare in uno dei condotti di servizio, stretto e basso. Là dentro le rade lampade erano servite da un’utenza privilegiata, che assorbiva una quantità maggiore di energia, gettando un chiarore sufficiente perché tutti potessero camminare senza aiuto.
Galateo fissò gli altri compagni: un Bahamutritter, l’unico scampato al macello, aveva un largo squarcio che gli attraversava il torace ed era inzuppato di sangue, ma appariva era determinato a restare in piedi. L’altro superstite, il più giovane dei due Lemuridi, sembrava illeso, sebbene il pallore del suo viso fosse evidente anche con quella poca luce.
“Questi tunnel” spiegò Roland “sono i passaggi dei rack dati e delle linee degli UPS. Percorrono tutti i livelli della nave e sono collegati da cavedi verticali. Se siamo fortunati, riusciremo ad arrampicarci fino ai ponti superiori prima che agli Scritifini venga in mente di esplorarli.”
Nessuno osò domandare niente: la missione era palesemente fallita. La giovane donna chinò il capo e restò muta, fissando il pavimento. Passando accanto a lei per mettersi alla testa del gruppo, Roland le sfiorò dolcemente una spalla, sussurrando: “Mi dispiace”.
Incamminandosi in silenzio, Galatea ricominciò a piangere. 

Continua: http://spartacomencaroni.blogspot.it/2014/05/la-mer-dialogue-du-vent-et-de-la-mer.html