Privacy

Questo sito fa uso dei cookies utilizzati dalla piattaforme blogger per garantire una migliore esperienza di fruizione dei contenuti e per raccogliere statistiche anonime sugli accessi e sulla visualizzazioni di pagina. Visitandolo ne accettiutilizzo secondo quanto previsto dalle norme specifiche di Google Inc. relative alla propria politica sulla privacy.

martedì 20 maggio 2014

La superficie della vita

"Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose ci si può spingere a cercare quel che c'è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile" - I. Calvino, "Mister Paolmar (Dal terrazzo)"

Succede a volte che anche i conigli si alzino prima dell'alba; sono giorni speciali, dal destino imprevedibile, in cui l'aria di città fa brillare gli occhi e frizzare il palato, e sembra persino avere un sapore diverso.
A spingerti giù dal letto, a quell'ora impropria, è quasi sempre un evento speciale, la cui eco si allarga nei giorni che lo precedono e lo seguiranno, come insolite onde circolari che agitano la superficie quasi sempre calma della vita. 
La realtà si deforma sotto la spinta di queste perturbazioni, increspando lo specchio delle tue percezioni e riempiendolo di nuove immagini; le cose che di solito non vedi, quelle che accadono dietro l'angolo che non svolti, o un minuto dopo che sei passato. Ciò che ti sfiora e non ti raggiunge. 

C'è una sveglia che suona, sul tuo comodino, immersa nel buio totale. E poi strade silenziose, che sconvolgono il ritmo di percorsi non più abituali, portandoti alla stazione attraverso una città fantasma, sospesa fra il sonno e la parte più timida dell'alba. Arrivi con moltissimo anticipo: il cielo rosseggia, contrasta con lo scenario cupo delle strade, che dormono raggomitolate alla base dei palazzi.
L'unico bar aperto è gestito da una coppia di cinesi: entro, mi sorridono entrambi.  Sembrano svegli da sempre. Non so catalogarli, in questo limbo, fra le cose del giorno o fra quelle della notte.  Accenno con il capo al bancone, ancora vuoto: mi spiegano che il ragazzo del forno è in ritardo. 
Sorrido, mi siedo e attendo. 
"Di solito lui già qui" mi informa premuroso l'uomo, mentre la compagna spolvera un bancone ancora immacolato, come se non concepisse l'idea di rimanere inoperosa. 
Le sagome ottuse e lucide delle immancabili slot occupano il lato del locale dal quale sono seduto, chiudendo la vista sulla strada. Il mio mondo insolito si popola di altre due figure, un uomo e un ragazzo: padre e figlio, direbbero le somiglianze. Compaiono già davanti alle macchinette, si muovono lentamente, riempiendo l'aria di sussurri e occhiate guardinghe. L'uomo si volta verso il ragazzo, bisbiglia qualcosa, accenna forse un sorriso, a cui lui oppone solo un guizzo triste degli occhi, incurvando appena gli angoli della bocca. 
Sicuro di essere osservato dal figlio, si toglie di tasca alcune banconote e le infila nella fessura. Le accompagna una ad una, dolcemente, con un movimento studiato delle dita, come se quell'ultima carezza potesse influenzarne il destino, convincendolo a far pendere la bilancia dalla parte della fortuna. 
Distolgo lo sguardo, riprendendo la mia lettura. Un trambusto ovattato mi informa che il fornaio è finalmente arrivato; mi dirigo al banco e reclamo una delle paste: un fugace contatto con le dita basta per far svanire l'illusione che siano appena sfornate. Tornando al mio posto, il cornetto in bilico sopra la tazza del cappuccino, incrocio lo sguardo del ragazzo, in uno dei suoi andirivieni fra la schiena del padre, lo schermo della slot e il resto del mondo. C'è qualcosa che luccica, uno sfarfallio lontano di sogni, pensieri, emozioni, che ammiccano dal profondo dei suoi occhi. Colgo un lampo vivido, come lo scintillare di un raggio di sole riflesso da un prisma, su cui è gettato il drappo scuro dei giorni che seguono i giorni, immutabili, grigi come il profilo dei palazzi prima dell'alba, il fianco sinuoso delle macchinette, il colore dei gettoni che scivolano fra le dita, scomparendo uno dopo l'altro, lentamente, come in un gioco di prestigio malriuscito.
Mi guarda, osserva il padre, poi mi fissa di nuovo, come per dire che lui, il trucco, lo ha già capito, ma non gli servirà a niente. 
Quando sollevo nuovamente lo sguardo dal mio libro, controllando l'orologio, la luce, che si è fatta chiara, li ha portati via entrambi. Silenziosamente, come conviene alle ombre.
Pago e saluto: fuori il mondo appartiene al giorno, sulla strada hanno montato la scenografia consueta, quella di studenti e pendolari, strisce arancioni di sole che marcano gli incroci dei viali, arrampicandosi sui muri della stazione. Altri bar aperti. Mi incammino nel sottopassaggio, cercando fra le scritte giallognole la mia direzione.
Il treno arriva puntuale, ma riesce comunque a sorprendermi, costringendomi ad affrettare il passo, salire in fretta sulla carrozza. Riparte mentre mi siedo: volti ordinari, un paesaggio che conosco, accompagnano il pensiero delle incombenze della giornata che inizia. La  locomotiva accelera, i vagoni le vanno dietro, compreso il mio. La superficie della vita è tornata calma, ha smesso di ondeggiare, portandosi via, fra riflessi al di là del vetro, il ricordo vago di quello che c'è sotto.