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venerdì 16 maggio 2014

Più vicino del sangue nelle vene

I concetti che la biologia moderna usa per definire le diverse tipologie di associazione fra esseri viventi sono irrimediabilmente  improntati ad una visione parcellare ed antropocentrica delle relazioni fra organismi viventi.
Come quasi sempre accade l’essere umano, nel suo goffo tentativo di interpretare la realtà dal suo marginale punto di osservazione, giunge a concepire idee aberranti, distorte dall’erraticità dei mezzi limitati di cui dispone, sprofondando in una visione alienante e grottesca dell’universo.
La realtà oggettiva è, al solito, molto più lineare ed estremamente semplice: viviamo inconsapevoli, immersi nel gregge che nutriamo.
( Die Erscheinung der Symbiose, di A. de Bary -  commento a;  anonimo)


Non sono mai stato propenso ad accettare le verità dogmatiche che mi venivano proposte come tali; non senza sforzarmi di percorrere da solo la catena di sillogismi che conduce all’ineluttabile assioma. Di me, dirò inoltre che provengo da una buona famiglia, cui sono debitore di un’eccellente educazione, riguardo alla quale non ho alcun merito, se non quello della volenterosa e diligente dedizione con cui mi sono sempre assoggettato agli studi.
In sintesi, vengo a ragione considerato un uomo acuto, di raffinata e profonda cultura, dotato di una insolita chiarezza di pensiero. 

Mi è sufficiente inoltre riferire che mi chiamo Jerraud De Perluase, e che all’età di quarantotto anni, mentre l’apogeo della follia colonialista della Terza Repubblica veniva suggellata a La Marsa, occupavo la cattedra di scienze naturali all’Université de Montpellier.
Quell’anno nulla sembrava poter distogliere i miei migliori allievi dalle lusinghe degli apostoli di quell’insensata epopea. Anche quel giorno, davanti alla mole scura dell’école, immersi luce dorata di cui soltanto sono fatti i pomeriggi d’autunno nella Languedoc, all’eco delle frasi tronfie e intrise di grandeur della propaganda ribollivano le vene dei giovani, che sarebbero stati pronti ad alimentare l’invasione africana, inzuppando di altro sangue francese quegli sterminati deserti. 
Quel pomeriggio dunque mi rifugiai all’interno dell’antica e ricca biblioteca dell’università, le cui pietre, gravide di penombra ed umido silenzio, sembravano insensibili alla chiassosa isteria che turbava anche quell’angolo remoto di Francia, stretto fra le Alpi e l’azzurro interminabile del mare.
Era in cerca di quiete, ma non solo.
Da giorni andavo sistemando i miei appunti per una lezione memorabile, a cui lavoravo alacremente con l’intento di strappare le menti dei ragazzi alla follia della guerra coloniale.
Sovvertendo ciò che da sempre rappresentava l’ordine di argomenti nel mio corso di scienze naturali, avevo programmato per la settimana successiva una lettura magistrale sull’inconsueto tema, mai trattato prima, delle relazioni fra organismi viventi.
Confesso che, al momento in cui iniziai a sfogliare la nutrita raccolta di periodici specializzati, alla ricerca delle più recenti pubblicazioni, la mia cultura in materia si dimostrò subito alquanto arretrata.
All’estero invece, in quegli anni, l’argomento suscitava un fervente dibattito. Le definizioni innovative di Frank, che per primo aveva usato il termine “simbiosi” nel definire la relazione di collaborazione fra specie diverse di funghi, erano state rapidamente superate dall’eccellente lavoro di un altro micologo tedesco, che si era spinto ad estendere il termine a qualunque sistema di convivenza fra specie distinte.
La questione mi affascinò: quel terreno inesplorato, nel quale la strada maestra dell’ortodossia scientifica era ancora una confusa pista appena accennata, sembrava fatto per dar libero sfogo alla naturale propensione giovanile per l’indagine speculativa.
Eccitato, iniziai a buttar giù qualche nota sul mio quaderno, sfruttando l’appoggio del tavolo di consultazione: scrivevo in piedi, di getto, senza badare alla forma né al progressivo indolenzimento delle mie giunture, per nulla disposte a sostenere a lungo la scomoda posizione a cui le costringeva la mia eccitazione intellettuale.
Un passaggio, in un commento anonimo ad un notevole articolo di Anton de Bary, mi colpì.
Vi si suggeriva, con stile aspro e vagamente insolente, che le conclusioni dell’illustre autore non solo erano erratiche e fuorvianti, ma che l’intero prodotto del metodo scientifico e dell’indagine osservazionale fosse da considerarsi un’aberrante distorsione.
Nel breve seguito, l’ignoto autore lasciava intendere di poter fornire invece una visione diretta, semplice ed illuminante, che consentiva la piena comprensione del fenomeno delle relazioni fra i viventi, sia in senso biologico che in chiave più generale e metafisica.
Confesso che il passaggio mi incuriosì, al punto che il resto del tempo della mia consultazione fu speso quasi tutto a cercare passaggi e contributi da riferire allo stesso, ignoto autore dell’arrogante commentario. Lo feci con il fine sia di approfondire il suo presuntuoso e intrigante punto di vista, sia di scoprire, da un raffronto con altri testi firmati, chi si celasse dietro quelle avventate affermazioni.
Quando mi sembrò, da certi indizi chiarificatori, di averne svelato il nome, questo non mi accese nessuna luce nella mente, né mi suscitò alcuna impressione particolare. Non trascurai comunque di disturbare l’inserviente, il quale, dopo un lungo scartabellare fra polverosi faldoni, mi informò che l’intera biblioteca conteneva soltanto un volume, scritto dal misterioso scienziato.
Obbedendo all’impulso di una crescente curiosità, domandai di poterlo vedere. Il bibliotecario scomparve nelle profondità del suo labirinto di carta, più silenzioso del fruscio stesso delle pagine, per riemergerne poco dopo, stringendo fra le mani un piccolo libro dalla coperta rigida e scura.
“Vuole prenderlo?” domandò, porgendomi un registro consunto e una vecchia penna, già intinta nell’inchiostro.
Alla luce sempre più incerta dell’ultimo sole, vergai il mio nome e apposi la sigla. Da quel momento, la mia copia del “Ektosymbiose” non mi avrebbe più lasciato.

All’inizio non notai nulla di insolito: in fondo, la vita di docente universitario si adattava così bene alla nuova situazione da rendere il cambiamento del tutto plausibile e naturale. Si potrebbe dire, e forse molti lo fecero, osservandomi dall’esterno, che ospitavo già in me stesso il germe della mia mutazione.
La realtà, sinistramente opposta a questa casualmente acuta interpretazione, mi balzò davanti una mattina di gennaio di due anni dopo, quando, risalendo al mio scrittoio, dopo essermi chinato a raccogliere un vecchio pennino, osservai le mie mani ed ebbi la precisa, orribile sensazione che non mi appartenessero.
Quelle dita, vecchie e logore, biancheggiavano sul piano, immobili e consunte. Quando una di esse, obbedendo ad un comando del mio cervello, si sollevò di pochi centimetri, fui assalito da una sensazione di irrealtà, come se avessi mosso con il pensiero un qualsiasi altro oggetto estraneo al mio corpo.
Imbarazzato e inquieto, scacciai la sensazione, liquidandola come frutto della stanchezza, e ripresi a scrivere, affrontando con maggior determinazione quel decisivo capitolo del mio nuovo libro.
Nemmeno oggi posso dire con certezza se allora, ormai giunto a quel punto, mi sarei potuto fermare: se la mia vita, o quel che ne rimaneva, avrebbe potuto essere ancora salvata. Spesso ci penso, mentre giro i miei occhi quasi ciechi per questa stanza, dentro alla quale si è ormai rattrappito il mio orizzonte;  gonfia dei libri che ho scritto, ammucchiati in ogni spazio disponibile.
Una fioritura, ormai inarrestabile, di lettere che si addensano in parole, succhiano la linfa del mio corpo, crescendo rigogliose in sempre nuove righe, infoltendo le colonne di pagine su pagine, ordinate e mute, silenziosa foresta di carta e inchiostro che si espande a mie spese.
Guidata più dal tatto che dalla vista, ormai fallace, la mano trascina il moncherino di penna, divorando lo spazio bianco di un nuovo foglio: da tempo sento che non ho più alcun controllo su ciò che scrivo. È come se anche lui fosse consapevole che la fine è vicina, ormai; il senso delle mie parole non ha importanza.
Il mio ruolo è finito: ho compiuto il mio scopo, quello per cui sono stato scelto e al quale mi sono del tutto asservito. Trionfante, il vecchio libro che portai a casa con me, un giorno di venti anni prima, occhieggia dalla cima di una precaria torre di carta: sa che posso vederlo, anche se i suoi contorni sfumano e gli occhi, nello sforzo di metterlo a fuoco, mi si riempiono di lacrime.
Troneggia sulla sua progenie, perfettamente consapevole del suo potere, immobile come un Patriarca, che un sinistro dio ha benedetto con una discendenza, numerosa e sua volta prolifica.
Non so cosa lui pensi di me, mentre mi accingo a vergare questi ultimi segni. Cosa provi, pensando che tutti i libri che ho scritto, gli articoli che ho pubblicato, l’enorme mole della mia produzione scientifica, hanno in lui la propria radice. Soprattutto, mi domando se sia consapevole che finalmente ho compreso: di come mi abbia manipolato, sfruttando la mia mente e il mio corpo per generare i suoi figli, nutrendo delle mie ambizioni ed energie le sue larve.
Molte di loro, ormai mature, hanno colonizzato scaffali delle biblioteche, o popolano raffinati scomparti in pregiate librerie, nelle case eleganti di scienziati affermati. Altre, pronte a sbocciare, giacciono forse nei magazzini del mio editore, a Londra o a Boston, in attesa del loro momento. Ma di ognuna, almeno una copia è in questa stanza, dove oggi avvizzisce e muore il vecchio grembo che tutte le ha partorite.
Te ne stai lì, vecchio “Ektosymbiose “, e non dici niente. Hai influenzando il mio destino, portandomi alla gloria, donandomi la fama immortale e prendendosi in cambio tutto il resto. Realizzando ciò che era insito nel suo stesso nome.

Ne sono sicuro, anche adesso che tutto diventa scuro: se non ti avessi incontrato, non avrei mai potuto scrivere così tanto. E forse potrei morire felice. 




Nota: questo breve racconto nasce da una sorta di scommessa con Michele Scarparo, riguardo alla possibilità di trarre una storia da un post (non lo trovo più, ma non ha molta importanza) sul parassitismo e sulle varie forme di simbiosi, più o meno consapevole.
Se vi interessa, anche lui ha scritto la sua versione della storia, e domani la trovate qui, all'interno del progetto "dimmi che storia scrivere".