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giovedì 5 giugno 2014

Della dignità del rimandare il dentista

Sì, lo so. Non sto giocando pulito. Il post è ingannevole, autoreferenziale e pretestuoso.
Il fatto è che questo dovrebbe essere un articolo sulla parola "procrastinare", per rispondere all'idea di una che si chiama Romina Tamerici e che in settimana passata si è inventata questa roba.  E a me, quella parola lì fa venire in mente l'essere più terrifico che riesco a concepire, e le molteplici strategie che metto in atto per evitarlo. 

Ma in fondo, che altro si può scrivere su: "procrastinare"? 
Già solo a pronunciarlo, ti vien voglia di mollar tutto, riparlarne domani: nomen-omen, e buonanotte.

Al più, si può dire che è un sostantivo del gergo burocratico-acculturato: al lavoro, lo usi in quelle lettere ai fornitori in cui vuoi far vedere che stai seduto ad una discreta scrivania (comunque di laminato, eh, legni nobili nella PA non se ne vedono da parecchio), mica vendi le noci per strada, e quindi invece di dirgli "alza il culo e fammi il lavoro che ti abbiamo pagato" te ne esci con un "non è accettabile procrastinare ulteriormente la declinazione operativa del servizio pattuito".
Per strada, invece, non lo usi proprio. E nemmeno a casa tua, almeno spero.
Esempio: ore 19, interno casa - salotto. 
Padre: "Hai finito i compiti?"
Figlio: "Ancora no."
Ai miei tempi (da figlio), erano strilli e/o peggio. Ricordo l'uso disinvolto di alcune espressioni gergali, ma non mi sembra che si facesse uso della parola "procrastinare" per spiegare la necessità, non negoziabile, di terminare le incombenze scolastiche entro l'ora di cena.

No, il fascino di questa parola, ammesso che ne abbia, non sta nella sua capacità di arricchire il lessico popolare, o nelle suggestioni letterarie, men che meno poetiche. Se ne annovera invero l'uso in disparati motti arguti, aforismi e massime, destinate però ad un contesto formale.

Formale. Ecco qual è  il problema con questo vocabolo. Toglie naturalezza: ma volete mettere i sinonimi? Rimandare, posticipare, persino tergiversare mi sembrano più benevoli, familiari e maneggevoli di quell'intreccio di consontanti, con quell'orrendo cipiglio di gutturali germaniche, ammassate in dittonghi aspri, "pr", "cr", "st": chi lo pronuncia, non può che apparire ingrugnato, incattivito, anche un po' belluino.

Perché scriverne, dunque?
Sarà per quella sua etimologia, che, al pari di quanto si fa usualmente con un cattivo elemento, ne nobilita se non l'apparenza, per lo meno la genia?
Un lemma antipatico, ma di buona famiglia, che risale al tardo "latinorum"; ricco di fascino già per la presenza di quel cras, il sempre speranzoso domani, si arricchisce del delizioso suffisso "-tinus", che trasforma tutto in aggettivo, traendone, distillazione nobilitante, la pregiata sostanza qualitativa dalla forma grezza del sostantivo.
E poi c'è il pro, che ricorda il moto, l'ardire, l'ambizione verso: simboleggia l'azione, volitiva e cosciente, di un essere senziente verso l'oggetto del proprio desiderio. 

Quindi, procrastinare finisce per rappresentare l'anelito inalienabile della libera coscienza verso il concetto, astratto e speculativo, del tempo in divenire. 

Insomma, tornando da questa parte del mondo, io non procrastino l'intervento del dentista, ma lo riprogetto nel vissuto di un domani più propizio, percepito come reale, in un futuro che non manco di perseguire attivamente. 

Intanto mi tengo il mal di denti, con maggiore dignità. Perché non sto mica menando il can per l'aia, io: mastico da una parte sola, ma ho lo sguardo dritto aperto nel futuro.

(Pierangelo, scusaci. Si scherza).