Privacy

Questo sito fa uso dei cookies utilizzati dalla piattaforme blogger per garantire una migliore esperienza di fruizione dei contenuti e per raccogliere statistiche anonime sugli accessi e sulla visualizzazioni di pagina. Visitandolo ne accettiutilizzo secondo quanto previsto dalle norme specifiche di Google Inc. relative alla propria politica sulla privacy.

domenica 1 giugno 2014

Oltre la nebbia del primo mattino - Capitolo 1

Nota - questo racconto è ambientato in un mondo che forse, un domani, potrebbe essere quello che ci aspetta. O qualcosa di simile.
Potete leggerlo e basta, senza farvi altre domande. Ma se vi incuriosisce è volete approfondire i dettagli di questa Distopia, o le sue origini, fatelo: potrebbe essere divertente.

Il sole, da quell'altezza, sembrava sul procinto di precipitare sulla terra, come in un'antica favola nordica. Dal suo disco bianco, reso netto dal vetro polarizzato dello stratocottero, i raggi si incuneavano a picco nella troposfera; un pozzo di luce, in fondo al quale scintillava lontanissimo l'azzurro dell'oceano.  
Mikerson indugiò sui comandi, lasciando il velivolo sospeso sul ciglio di quell'abisso, godendosi la sensazione di totale assenza di legami che gli dava volare a punto fisso ai confini dello spazio aperto: libertà assoluta.
"Ehi Ron!" lo apostrofò il suo compagno, squarciando il silenzio perfetto e interrompendo l'incantesimo. "Hai trovato un semaforo rosso? Che stiamo aspettando?"
"Stai calmo, Debois. Sto per andare giù."
"Sbrighiamoci, allora. Comincio ad avere fame, siamo fuori da stamattina."
Il pilota scosse la testa: la visiera del casco pressurizzato gli nascondeva un sorriso beffardo. Tipico di quel bestione, pensò con livore: trovarsi sospesi sopra allo spettacolo più affascinante dell'universo, e contemplare il buco nel proprio stomaco.

"Peggio per te, se hai la trippa vuota!" annunciò con un ghigno, spingendo contemporaneamente la cloche in avanti. Il velivolo rispose con un movimento fluido, imbardando e beccheggiando bruscamente fino ad allinearsi con il sentiero di discesa, una parabola tesa, quasi verticale, che li avrebbe riportati in asse con la pista di atterraggio di Nuova Damasco. 
In pochissimi secondi, la velocità della navetta aumentò paurosamente, mentre il piccolo tender, carico di strumenti scientifici, traballava e sbandava, mettendo a dura prova i ganci magnetici.
"Fai piano, tout fou!" lo apostrofò il francese, terrorizzato. "Finirai per farci schiantare!" 
"Sciocchezze" replicò, aumentando la velocità di un altro paio di Mach. E mentre il sibilo dell'atmosfera, che aggrediva gli scudi termici, si faceva sentire anche attraverso le cuffie isolanti, aggiunse con maligna soddisfazione: "Sei hai paura, lì ci sono dei sacchetti per vomitare."

Il rombo dei razzi di controllo discesa coprì completamente la risposta del francese: Micherson non gli chiese di ripetere, concentrandosi sulla fase finale dell'atterraggio. Il pannello pilota lampeggiava sul rosso, indicando che il muso dell'aeronave era sotto di quasi tre gradi rispetto alla traccia di approccio. 
Con uno sforzo rabbioso, strattonò la leva dei flaps, facendo vibrare la nave fin quasi al punto di danneggiare lo scafo. Strinse i denti, controllando gli strumenti: gli sarebbe davvero dispiaciuto, dover dare ragione a quel presuntuoso di Debois. 

***

Dall'alto della terrazza panoramica il luccichio del mare, oltre il tappeto erboso della pianura, ingannava lo sguardo, offrendo l'illusione che l'oceano fosse soltanto una striscia di luce fra la terra e il cielo. 
Nora spostava continuamente gli occhi fra quel panorama abbagliante e il volto del suo interlocutore, che gli si stagliava contro, rimanendo in ombra. Ma anche se faceva fatica a scorgere i lineamenti del suo fidanzato, la ragazza riusciva ad intuire la sua emozione dal semplice tono della voce.
"Capisci?" proruppe Ronald Mikerson, posando il bicchiere di limei ed accingendosi per l'ennesima volta al racconto della sua disavventura. "Quell'ignorante è andato a lamentarsi con il supervisore, ed ha strillato tanto che lo ha convinto a scrivere una segnalazione sul nostro nodo della Rete!"
Nonostante il tono allegro del pilota, Nora si accigliò: "Non è una buona cosa, mi pare."
"Oh, dai, persino una rete neurale distribuita riuscirà a capire qual è il problema fra me e Debois."
"E qual è?"
"Stai scherzando, Nora? Lo sai benissimo: il ragazzo è invidioso. Lo è sempre stato, da quando gli sono passato avanti al corso di astronautica e ho ottenuto il comando dello stratocottero."
"Ma hai sempre detto che non gli interessava affatto pilotare."
"Certo. A lui piacerebbe fare una carriera accademica. Farsi ammettere all'Accademia Culturale, magari solo come uditore. Credo che pensi di poter diventare membro del Consiglio degli Illuminati, con le conoscenze giuste."
"Conoscenze? Che razza di assurdità" proruppe Nora, sinceramente stupita. "Come può pensare una cosa del genere?"
"Oh, tu non conosci bene Debois. Ha qualcosa che non va nella testa, quello lì. Crede davvero che la carriera culturale sia soprattutto una questione di spinte e di favori. Pensa che il sistema sia permeabile, che la Rete di Luci possa essere influenzata volontariamente."
 "Roba da matti."
"Senz'altro. Matti da legare. Quel che mi stupisce, è che venga assegnato alla ricerca sull'irradiazione dei semi: è un settore d'avanguardia, cruciale per lo sviluppo del programma alimentare; le missioni sono pericolose, ed oltre alla vita degli uomini, ci sono in gioco attrezzature delicate e difficili da produrre."
"Se è come dici, dovrebbe essere contento di far parte del progetto di ricerca."
"Lo è. Ma non accetta il fatto di non essere il primo della classe. Ha paura di perdere la sua occasione di farsi notare."

La ragazza non rispose, lasciando indugiare lo sguardo sulla pianura, verso l'orizzonte luminoso. Alla base della piccola e ripida collina, le costruzioni di Nuova Damasco si stendevano verso l'oceano, seguendo le bizzarre pieghe del terreno e le curve morbide del fiume, alla cui foce era stata fondata la prima Colonia Resiliente dell'emisfero australe, quasi due secoli prima.
Da lassù era evidente, guardando l'abitato, la linea che separava il nucleo originale dell'insediamento, un complesso raccolto e compatto di laboratori, generatori di energia e spartani moduli abitativi, dai nuovi quartieri. Gli edifici residenziali erano sorti sempre più rapidamente negli ultimi quarant'anni, disponendosi intorno alla Colonia iniziale con una stratificazione concentrica, come i petali di un fiore. Le scialbe strutture spigolose delle unità scientifiche e industriali avevano gradualmente lasciato il posto ad eleganti complessi residenziali, alternati a viali alberati, larghe strade di scorrimento rapido, parchi ed impianti sportivi. 

"Cinquant'anni fa" riprese improvvisamente Nora, come seguendo il filo di una lunga riflessione "nessuno avrebbe mai nemmeno pensato ad una cosa del genere."
"Scusa?" fece lui, distogliendo lo sguardo dal paesaggio agricolo, un mosaico di rettangoli multicolore, torri di condensazione e serre idroponiche che sfumava verso l'interno dei territori Resilienti, fino ai confini del deserto
"Voglio dire, una volta era diverso, no? Stessi diritti, stesso impegno temporale per i lavori manuali ed intellettuali; nessun diritto di esenzione, nessun privilegio: essere un accademico era solo una questione di risultati e di credibilità conquistata sul campo."

Il pilota non rispose, lasciando che il canto lieve della brezza marina riempisse a tratti il silenzio. Rimasero seduti per diversi minuti, immergendosi nuovamente ognuno nei propri pensieri, poi lui diede un'occhiata al piccolo terminale che portava al polso e fece un cenno ad uno dei camerieri in turno sulla terrazza, mimando il gesto di una tazzina di caffè.
"Te ne vai di già?"
"Abbiamo un'altra simulazione di rientro verticale fra mezz'ora."
"Oh Dio! Vuol dire che anche stasera farai tardi?"
"Non lo so. Lo sai come vanno queste cose."
"Vorrei che non la Rete non ti avesse mai destinato alle forze armate"
Il ragazzo si strinse nelle spalle. "Ha i suoi vantaggi."
"Questa settimana ti hanno già tassato per venticinque ore!"
"Sempre meglio che zappare la terra, o rovinarsi gli occhi su uno schermo. È il mio destino, e sono contento così."

***

Sebbene il clima fosse insolitamente mite, per quei giorni di maggio, il signor Perés cominciava ad avere freddo. Aveva desiderato restare all'aperto, sul ponte alto del massiccio incrociatore militare, durante tutta l'ultima tappa del viaggio. L'intera traversata, dall'approdo delle Colonie in Australia Orientale al Sudafrica, su quel nuovo mezzo della marina Resiliente non era durata più di cinque ore. Guardò ancora una volta il profilo della costa malgascia che scivolava a poppa, allontanandosi con impressionante rapidità; trenta metri più in basso, l'oceano ribolliva sotto la spinta dei getti d'aria delle turbine, mentre hovercraft sfrecciava in avanti, lasciandosi alle spalle un solco d'acqua rimescolata e turbolenta. 
Uno di quegli spruzzi lo raggiunse, infradiciandogli il viso e le spalle. Sputando e rabbrividendo, il diplomatico si affrettò a raggiungere il boccaporto più vicino. Il soldato di guardia gli sorrise: "Si è beccato un'ondata, eh?"
"Temo di sì" rispose educatamente l'uomo, strofinandosi il colletto immacolato con un fazzoletto di seta.
"Succede, con questi nuovi modelli. Due anni fa stavo ai cantieri navali, in una delle nuove colonie del sud-ovest. I progettisti lavorano all'aerodinamica, e se ne fregano delle turbolenze idrauliche."
L'uomo sorrise e buttò lì una frase di circostanza, poi si avviò verso la sua cabina, due ponti più in basso, raggiungendola in fretta. Mentre si cambiava d'abito, pensò che, come sempre, i militari del Movimento Colonialista Resiliente non assomigliavano affatto a dei soldati. Se ne andavano in giro con l'aria assorta, parlando a bassa voce e intrattenendosi volentieri in conversazione su ogni genere di argomento.
Avevano l'aria di trovarsi ad un congresso scientifico, o una cena di gala; e quasi tutti avevano fatto almeno altri tre o quattro mestieri, prima di servire nell'esercito o nella marina. Faceva parte dei costumi di quella gente: ruotare periodicamente fra diverse tipologie di professioni, anche drasticamente diverse, era una prassi a cui i cittadini delle Colonie venivano regolarmente sottoposti da loro sistema di gestione delle attività lavorative. Come molti suoi compatrioti, Perés riteneva inaccettabile che fosse una rete neurale a decidere della vita delle persone. E questo non era stata la peggiore delle bizzarrie a cui aveva dovuto far l'abitudine, durante il suo incarico diplomatico. 

Finì di vestirsi e si fermò davanti allo specchio grande, sistemandosi l'elegante abito da cerimonia, poi uscì dalla cabina. La porta alle sue spalle si richiuse con uno scatto ovattato e lui si avviò per lo stretto corridoio, verso gli ascensori. Controllò l'orologio: era in perfetto orario.  Non poteva permettersi di tardare al brindisi che il Comandante della nave offriva ai personaggi di riguardo al termine di ogni traversata. La tecnologia aveva senz'altro accorciato le distanze e cambiato il modo di andare per mare, ma non aveva annullato le tradizioni.
Si preparò mentalmente, sforzandosi di adeguarsi all'atmosfera di pomposa cortesia ed ostentata superiorità intellettuale che i coloniali amavano sfoggiare in quel genere di occasioni. Non vedeva l'ora di tornarsene a casa, ma sapeva perfettamente che quei sei mesi passati a Nuova Damasco gli sarebbero stati maledettamente utili. C'erano molte cose di cui avrebbe dovuto discutere con i suoi amici, non appena sbarcato. E quasi tutte le aveva imparate in occasioni come quella, ascoltando i noiosi pettegolezzi delle signore e le vanterie degli Illuminati.

***

Dopo una lunga cacofonia di suoni discordanti, che aveva fatto fremere le colonne dell'auditorium per quasi due ore, le tre gelide note finali vibrarono a lungo nell'aria immobile, sospese sopra l'ampia platea come rintocchi di una lugubre campana. La folla di convenuti, quasi tutti Sudafricani, assaporava quelle ultime vibrazioni in un silenzio immobile, nel quale anche un sospiro sarebbe risuonato fragoroso, tentando di adeguarsi diligentemente ai canoni della musica d'avanguardia.
Perés si guardò intorno, violando di proposito il precetto di quell'immobilismo ossequioso e acritico. Era circondato dall'intera aristocrazia di Maputo: notò esponenti di quasi tutte le famiglie più antiche, diretti discendenti di coloro che duecento anni prima, alla fine del XXI secolo, avevano salvato il Sudafrica dal collasso economico ed energetico, gettando le basi per la fondazione del Regno. Sentì il cuore serrarsi in una morsa, osservando quegli uomini fieri che applaudivano, fino a spellarsi le mani, a quel ridicolo quartetto di musicisti allampanati di Nuova Damasco.
Giovani boriosi, dall'aspetto emaciato e scialbo, che si inchinavano leziosamente sul palco, ostentando tutta la loro alterigia. 
La donna che gli sedeva accanto sembrò aver intuito qualcosa dei suoi pensieri; all'improvviso gli pose una mano sottile sull'incavo del gomito e, chinata la testa verso di lui, parlò forte per superare lo scroscio dell'ovazione: "Forse sono troppo giovane, o troppo ignorante, ma trovo questo spettacolo un insulto alla buona musica."
Malgrado l'istintiva prudenza e l'esperienza professionale gli suggerissero di prendere le distanze da quel genere di giudizi, Perés non poté fare a meno di sorridere agli occhi verdi della graziosa spettatrice, che gli ammiccava con fare civettuolo.
"Non sono un critico musicale" si schernì, ma poi vide il velo di delusione che si faceva strada sul suo volto, facendole sfiorire il sorriso dalle labbra carnose, e un altro tipo di istinto ebbe il sopravvento. "Ma non ci vuole un diploma al conservatorio, per distinguere la vera musica da questo infernale frastuono!"
Lei sembrò soddisfatta della risposta. Gli strinse brevemente il braccio, prima di tornare ad applaudire insieme agli altri, sorridendo al palcoscenico con aria estasiata. Qualcosa, in quella stretta fugace, suggerì a Perés un'implicita promessa: perciò, quando finalmente i musicisti delle Colonie si ritirarono dietro le quinte, lui si alzò e seguì la giovane sconosciuta nel foyer dell'auditorium, navigando a vista nei flutti festosi della folla che si riversava verso il rinfresco, generosamente offerto dal Reggente di Maputo in persona, in onore degli illustri ospiti. 

Perés schivò facilmente i capannelli degli aristocratici, nonostante conoscesse bene molti di loro, e proseguì sulla scia della ragazza distribuendo cenni di saluto e fugaci pacche sulle spalle. Nessuno dei presenti era veramente interessato alla conversazione: tutti erano intenti a spiare le mosse degli altri, aspettando l'occasione giusta per incontrare a tu per tu qualche rappresentante diplomatico dei Colonialisti, sperando di far colpo con qualche battuta brillante e riuscire ad intavolare una conversazione privata. Il diplomatico notò anche un gruppetto di nobili latini, che si muovevano con disinvoltura fra i locali, intavolando allegri siparietti con i loro elaborati rituali di saluto, che rappresentavano magnificamente le molteplici anime del Regno Latino Sudafricano.

La sensazione di disagio di poc'anzi lo afferrò di nuovo, stringendolo al centro del torace. Afferrò al volo un calice di raffinato vino spumante e colmò la breve distanza che lo separava dalla giovane donna: lei, che sembrava essersi accorta delle sue manovre per raggiungerla, si era seduta su un basso divanetto, in stile antico, sorseggiando a sua volta da una larga coppa colma di un liquido ambrato. Gli sorrise e lui affrettò il passo, frugando nella mente alla ricerca di una battuta brillante con cui esordire. 
La faccia piatta di Blossom gli si parò davanti senza alcun preavviso, nascondendogli la vista della ragazza, distante ormai solo pochi metri. Il massiccio Ecuadoregno gli appioppò una terribile pacca su una spalla, apostrofandolo con la sua voce profonda e vibrante, che rimbombò come una campana stonata nel soffuso chiacchiericcio del foyer:
"Eduardo, vecchio mio! Non mi aspettavo di trovarti qui, stasera. Quando sei tornato?"
Perés tentò di sbirciare oltre l'imponente figura dell'amico, per vedere che cosa stesse facendo la ragazza, ma il tronco e la testa dell'uomo gli impedivano ogni visuale. Rassegnato, rispose: "Sono sbarcato oggi stesso. Viaggio militare, su un hovercraft dei Colonialisti".
Romeo Blossom proruppe in un sonoro fischio di ammirazione, facendo voltare diverse teste e attirando numerosi sguardi di disapprovazione. 
"Che mi venga un colpo!" tuonò. "Un passaggio su una nave militare dei Resilienti non è qualcosa a cui tutti possono aspirare. Stai decisamente facendo carriera, piccolo ometto."
Suo malgrado, il diplomatico non riuscì a trattenere un sorriso triste. "Davvero una carriera folgorante, per un cospiratore."
L'altro impallidì, cambiando improvvisamente espressione. Abbassando il tono ai limiti dell'udibile, replicò: "Stai attento a come parli, vecchio pazzo. Ti rendi conto di quanti agenti mimetizzati ha portato qui stasera Mandala?"
"Gli scagnozzi del Reggente hanno altro da fare. Sono troppo occupati nei salamelecchi ai militari delle colonie per ascoltare i nostri discorsi."
"Sarà, ma la prudenza non è mai troppa. Se hai voglia di continuare la conversazione su questo tono, sarà meglio che ci spostiamo in terrazza. Fra l'altro, qui dentro comincia a fare un caldo infernale, por el Diablo!"

Perés si spostò con il tronco, sbirciando alle spalle dell'amico: il divanetto era vuoto e nella porzione di sala che riusciva a vedere non c'era traccia della ragazza. Rassegnato, si portò alle labbra il calice e lo svuotò. Poi si rivolse all'ecuadoregno: "D'accordo. Fammi strada, Romeo."

Per alcuni minuti i due camminarono in silenzio, fendendo la folla sempre più numerosa, accalcata intorno alle abbondanti libagioni. Pur sforzandosi di mantenere un contegno austero e raffinato, gli aristocratici e i notabili di Maputo si davano da fare per sfruttare la rara occasione di riempirsi la pancia. I cibi erano prodotti naturali al 100%, senza traccia di sintoproteine. Roba introvabile nelle città del Regno, importata a caro prezzo dai campi agricoli del mediterraneo occidentale, che aveva attraversato tutto il continente sotto una pesante scorta militare. Ai margini di quel vivace miscuglio di culture e costumi, restavano chiusi in uno sprezzante mutismo i membri delle delegazioni dei principati tribali del nord, tributari del Regno. Uomini fieri, ma solo formalmente liberi, che il reggente amava far presenziare in ogni occasione pubblica, per rimarcare la forza e l'autorevolezza con la quale governava quella propaggine settentrionale del grande impero, che gli era affidata e che lui considerava alla stregua dell'ultimo baluardo della civiltà. 

L'accesso al terrazzo era sorvegliato da un gruppetto di guardie armate: Perés e Blossom sorrisero ai militari, avanzando lentamente ma con sicurezza, sollevando il polso destro affinché il tatuaggio diplomatico che portavano risultasse bene in vista. Sulla terrazza spirava, deliziosa e suadente, la brezza dell'oceano. Gruppetti di nobili locali e di Latini conversavano a bassa voce, spillando generosi boccali di acqua fresca, non ricondizionata, da lussuosi contenitori di cristallo. Qua e là, alcune coppie accennavano brani di musiche tradizionali e passi di danze dei propri territori di origine.

Al centro della scena, Perés intravide il Reggente in persona, apparentemente intento ad illustrare qualcosa ai membri della delegazione Coloniale: i quattro musicisti che si erano appena esibiti ascoltavano il loro anfitrione in un educato silenzio, ma senza compiere alcuno sforzo per mascherare l'espressione di noia e disprezzo che quasi tutti gli ospiti avevano dipinta nei volti, spigolosi e duri. 
"Guardalo lì" sibilò Blossom al suo fianco, dimenticando la prudenza di poco prima. "Quel grasso maiale si struscia ai signorotti di Nuova Damasco come un gatto in calore. Non mi stupirei se arrivasse a leccargli la mano, per supplicare qualche altra tonnellata di proteine sintetiche e l'apertura di nuovo dispensario in città!".
"Sarebbe sempre più utile di un altro contratto per la fornitura di metalli pesanti" replicò Perés. "Per lo mano, la gente si ammalerebbe di meno e smetterebbe di morire di fame."
L'amico lo fissò in silenzio, con uno sguardo carico di stupore e costernazione.
"Che c'è?" domandò il diplomatico, accomodandosi su una delle numerose poltroncine disposte lungo tutto il perimetro dell'ampia terrazza. 
"Niente" ringhiò l'altro, sedendosi a sua volta. "Lo so che hai ragione. Ma questi mi sembrano discorsi da collaborazionista. E tu, prima di partire, eri un rivoluzionario, un membro leale del gruppo."
"Che diavolo significa 'eri'? Non ho cambiato le mie idee, se è questo che stai insinuando."
"Non voglio insinuare niente" si affrettò a precisare, con tono più conciliante. "Non volevo offenderti. Ma certi discorsi mi fanno ribollire il sangue: non ce la faccio, a vedere i nostri popoli, che hanno spremuto sangue per due secoli per costruire un regno libero e prospero, dover dipendere dell'elemosina di questi topi di laboratorio, boriosi e arroganti."
"È un fatto" suggerì Perés, con prudenza "che le Colonie hanno accesso a risorse e tecnologie che possono migliorare enormemente la vita di tutti i cittadini dei Regni."
"Questo lo so. Sarò un traditore della Patria, ma non sono un imbecille. Abbiamo bisogno di aggiornamento tecnologico, di industrie, di riforme, di scuole e ospedali. Ma non possiamo permetterci di essere semplicemente... colonizzati!" Si interruppe per attirare l'attenzione di uno degli inservienti, che si avvicinò a raccogliere le ordinazioni. In pochi secondi, con rapida e silenziosa efficienza, il ragazzo tornò con un vassoio carico di tartine, sul quale ondeggiavano due larghi bicchieri da cocktail. 
Appena il cameriere se ne fu andato, Blossom domandò: "Da quanto sei via? Un anno?"
"Due e mezzo" rispose Perés. "Un semestre al Centro di addestramento a Buenos Aires, poi diciotto mesi di missioni diplomatiche in diversi principati europei. Gli ultimi sei mesi, come sai, li ho passati a Nuova Damasco."
 "Manchi da un sacco di tempo, Eduardo. Dovresti farti aggiornare da qualcuno dei nostri che lavorano a Palazzo. Ti direbbero che Mandala e gli altri Reggenti fanno a gara per farsi autorizzare dal Re contratti di servizi sempre più vantaggiosi per i Coloniali."
"Ho letto regolarmente i dati sanitari e demografici" replicò. "La popolazione è aumentata, la mortalità infantile e la denutrizione sono ai minimi storici degli ultimi cinquant'anni."
"Sì, certo" ammise l'altro. "Ma a quale prezzo? I Trattati di Assistenza Tecnico-Sanitaria migliorano sensibilmente la qualità della vita, lo sanno tutti. Ma stanno distruggendo la nostra economia. Insieme alle medicine, all'istruzione e alle fabbriche di cibo sintetico, abbiamo acquistato programmi di sviluppo per migliaia di cose inutili. Centri di rinascita culturale, percorsi formativi per le classi dirigenti, programmi per le scuole. E visto che quella gente lì non usa denaro, sai come stiamo pagando?"
"Emigrazione?"
"Esatto. Prestazioni decennali di manodopera specializzata, trasferimento coatto delle élite culturali e scientifiche. Metà dei nostri migliori cittadini, ormai, vive o lavora dall'altra parte dell'Oceano Indiano."
Perés rimase in silenzio, sorseggiando il vino gelato, fissando un punto indistinto alle spalle dell'amico.
"È ancora peggio di quanto avessi immaginato" mormorò alla fine.
"E questo è soltanto l'inizio, credi a me" commentò l'altro. "C'è nell'aria qualcosa di ancora più grosso. Ma non è davvero il caso di parlarne qui, con tutta questa gente. Meglio se proseguiamo la conversazione da me, appena avrai un po' di tempo."

"Abiti sempre  a Xefina Grande?"
"Certo che sì" rispose Blossom, alzandosi e tendendo la mano all'amico. "Vieni a trovarci domenica prossima, per pranzo."    
Perés sorrise. "Tua moglie è rimasta sempre la stessa cuoca?"
"È addirittura migliorata" rispose l'altro, prima di voltarsi e avviarsi in silenzio verso l'uscita dalla veranda.

Rimasto solo, il diplomatico girò la comoda poltrona verso l'oceano, reclinò lo schienale e chiuse gli occhi, ispirando gli odori di cui si era a lungo privato. Quello dolcissimo dei gelsomini che si aprivano al fresco della sera e, più sottili, l'aroma della terra calda e il profumo dell'immenso mare. Per la prima volta, da quando era sbarcato, si rese conto di quanto fosse stato doloroso, trascorrere quegli anni lontano dalla propria terra.  

L'antico suolo d'Africa ribolliva nel fresco della sera, riempiendo l'aria di arcaici richiami, impregnandogli la mente di antiche e misteriose note, che poteva udire solo con la sua anima. Quella terra indomita, che si nutriva di sangue e di vita, di lacrime e danze tribali, osservava in silenzio il ritmo incessante delle vicende dei suoi figli. Sudafricani, Boeri, Latini, uomini delle Colonie di là dal mare... nulla appariva abbastanza nuovo, o abbastanza importante, perché la Grande Madre se ne curasse in modo particolare. 

Un rumore frusciante e un intenso profumo di donna lo avvertirono all'ultimo istante della sua presenza. Sollevò leggermente il busto, appena in tempo per  vedere la ragazza che scivolava sulla sedia accanto alla sua e si girava a fissarlo: alla luce delle fiaccole i suoi occhi verdi scintillavano come antichi smeraldi.  
"Alla fine" sussurrò lei con tono suadente, accostando un sottile calice alle labbra voluttuose "riusciremo a fare quattro chiacchiere in santa pace, io e lei?"