Privacy

Questo sito fa uso dei cookies utilizzati dalla piattaforme blogger per garantire una migliore esperienza di fruizione dei contenuti e per raccogliere statistiche anonime sugli accessi e sulla visualizzazioni di pagina. Visitandolo ne accettiutilizzo secondo quanto previsto dalle norme specifiche di Google Inc. relative alla propria politica sulla privacy.

martedì 10 giugno 2014

Oltre la nebbia del primo mattino - Capitolo 2

Nota: questo è il secondo capitolo di un racconto, ambientato in un mondo particolare, che potrebbe anche essere il nostro. I dettagli li puoi trovare qui.


Faceva caldo.
Nell’ampia suite, ricavata all’ultimo piano di un moderno grattacelo nel centro di Maputo, le pale di tre grandi ventilatori rimestavano aria calda, agitando le zanzariere in elaborati volteggi; la luce lunare vi si rifletteva generando spettrali giochi d’ombra.
Nora rabbrividì quando uno di quei drappi, impregnati di umidità, si staccò dal baldacchino del letto e le si avvinghiò alla pelle nuda del fianco, solleticandole il seno. Lentamente si mosse, liberandosi del fastidioso contatto, e si girò a guardare l’ambasciatore, disteso accanto a lei. L’uomo dormiva profondamente, il respiro pesante che gli raschiava ritmicamente contro la gola, interrotto da sussulti e rumorose deglutizioni.
“Ubriaco fradicio” pensò la ragazza, scivolando lentamente verso il pavimento, attraverso le cortine ondeggianti della zanzariera.
Per un attimo rimase lì, la schiena slanciata che biancheggiava nell’incerta luce notturna, poi si mosse con sicurezza e attraversò la camera da letto, diretta verso il punto in cui l’uomo aveva lasciato i propri vestiti. Si chinò sul mucchietto di abiti, rimanendo accovacciata per qualche secondo, poi si rialzò e scomparve oltre la soglia di un’altra stanza.
Pochi istanti più tardi, le dita della giovane spia di Nuova Damasco scorrevano sulla piccola tastiera del terminale, inserendo le credenziali di Eduardo Perés nel portale di accesso all’area riservata di un sito governativo ad accesso diretto, ben sepolto nel deepweb e sconosciuto agli algoritmi di ricerca. Con una serie di rapidi comandi, trovò i file che era venuta a cercare. Appoggiò la mano destra sul case ad induzione ed iniziò a copiarli nella memoria portatile che aveva serigrafata sull’unghia del pollice.

Nello stesso istante, un piccolo dispositivo, grande come un bottone da camicia, iniziò a vibrare fastidiosamente sotto la pelle del gomito destro del diplomatico sudafricano, svegliandolo.
L’uomo allungò una mano verso il centro del letto, dove una deliziosa infossatura, che Nora aveva lasciato sul lenzuolo candido, conservava ancora il ricordo del suo dolce calore. Le sue labbra si incurvarono in un sorriso soddisfatto: la piccola aveva inghiottito l’esca. Ora doveva solo aspettare che lei stessa la portasse dritta in bocca ad un pesce ben più grosso.
Se le cose andavano per il verso giusto, per lui e i suoi amici ben presto sarebbe arrivato il momento di tirare la canna. Mentre scivolava nuovamente nel sonno, Perés pensò che avrebbero dato un bello strattone.

***
A Carol Bernstein, moglie del più importante diplomatico di Maputo, faceva sempre piacere ricevere ospiti. Specialmente quando si trattava di personaggi di una certa importanza, la loro presenza in casa Blossom veniva ampiamente pubblicizzata all’interno della nutrita cerchia di relazioni sociali, che la signora intratteneva con l’universo femminile dell’aristocrazia locale. Ogni volta, lei accompagnava la notizia con una dettagliata descrizione degli sforzi, culinari ed economici, messi in campo per offrire agli illustri ospiti un’accoglienza adeguata al loro rango.
Quando si era sposata, la signora Blossom aveva giurato a sé stessa che la sua esistenza avrebbe riscattato la lunga catena di umiliazioni e sofferenze che la propria famiglia affondava nel passato,  oltre l’orizzonte della memoria degli antenati.  Sua madre, ultima di cinque sorelle, aveva passato quasi tutta la sua infanzia all’interno del cerchio di capanne di un villaggio mezzo sprofondato nella fanghiglia che restava al posto dell’antico lago Sua Pan.
Dopo una vita trascorsa a ricavare acqua potabile dalla melma, succhiandola con le cannucce nanofiltranti che i missionari del Regno distribuivano ai contadini, la nonna di Carol aveva deciso che le proprie figlie meritavano un futuro diverso.
Così aveva caricato tutto quello che possedevano in una cesta, ricavata dalle stesse giunchiglie con cui, vent’anni prima, il suo defunto marito aveva costruito la capanna per la propria famiglia. Poi si era messa in marcia, trascinandosi dietro le ragazze, attraverso i duecento chilometri di polvere e arbusti bruciati dal sole che li  separavano dal confine settentrionale del Regno Sudafricano.
Le donne della famiglia Bernstein si erano sempre rifiutate, finché avevano vissuto, di raccontare a Carol in che modo sua nonna aveva ottenuto che fossero accolte tutte come profughe di guerra in un campo di sussistenza della confederazione Latino-Sudafricana, alla periferia di Gaborone.
Ma ciò che non veniva detto si poteva facilmente immaginare: come le barbarie e gli stenti che quelle ragazze avevano dovuto affrontare dopo la morte della donna. Lei non seppe mai che le aveva salvate dalla fame e dalle malattie, solo per condannarle ad una vita di miseria e degrado, fatta di soprusi e continue violenze.
Le cose erano cambiate quando la madre di Carol era stata scelta, in maniera del tutto casuale, per un programma scolastico integrativo che le Colonie Australi avevano avviato all’interno dei Regni Latino – Sudafricani come parte degli accordi di assistenza.
Come in una grottesca favola, un giorno un uomo elegante, dai modi forbiti, aveva bussato con rispetto alla porta di assi e lamiera della baracca dove le cinque ragazze vivevano, comunicando che alla più piccola di loro era offerta la possibilità di un programma educativo decennale nel Centro di Collaborazione Tecnico-Sanitaria di San Paolo, in Brasile. Il pacchetto era comprensivo di vitto e alloggio e includeva anche l’assegnazione di una ricca borsa di studio, che sarebbe stata gestita dalla più grande delle sorelle, responsabile per l’intera famiglia fino al raggiungimento della maggiore età della studentessa.
Era sempre stato difficile, per Carol, capire cosa avessero provato sua madre e le sue zie in quel momento: il senso di stordimento, la diffidenza, l’umiliazione di vedersi offrire quella via d’uscita dalla disperazione, senza alcun motivo plausibile se non quello di un capriccio del destino, che aveva selezionato proprio il nome di Malika Bernstein da un logoro elenco amministrativo di piccoli orfani. Ma anche questo argomento era uno di quelli di cui tutte loro si erano sempre rifiutate di parlare apertamente.
Così la piccola aveva iniziato un altro viaggio, più lontano ma molto più breve, verso l’estremo opposto della confederazione di Regni che univa le propaggini australi di due continenti. Carol aveva tentato più volte di visualizzare l’immagine di sua madre, mentre attraversava l’atlantico meridionale su un moderno veliero solare, lento e mastodontico erede delle navi a vela che avevano solcato le stesse acque tre secoli prima. Ma di quel periodo non conosceva quasi niente, e non le erano venuti in aiuto né i racconti dei suoi genitori, né i propri ricordi. Sapeva soltanto che Malika era cresciuta in un istituto per orfani, da dove era uscita a diciotto anni, ben avviata negli studi e mantenuta dalle sovvenzioni Coloniali. Dal resto della lacunosa storia, che sua madre si era fatta lentamente cavare di bocca, aveva appreso di essere nata a San Paolo: successivamente, la sua famiglia si era di nuovo trasferita in Africa quando Carol aveva meno di due anni. L’uomo che l’aveva generata era un Sudafricano, docente di storiografia contemporanea a Maputo, dotato di qualche agio finanziario. Il suo amore per la cultura lo spinse ad assicurare alla bambina un’educazione di tutto rispetto, sebbene lontana dagli standard garantiti dai programmi Coloniali; la piccola ne fece tesoro, ed aiutata dalla guida di sua madre, ottenne brillanti risultati.
Meno di venti anni dopo, ormai divenuta una giovane donna di raffinata bellezza, faceva il suo ingresso nell’aristocrazia di Maputo, a cui era stata ammessa grazie al suo brillante curriculum di studentessa e al suo temperamento, intraprendente e volitivo.
La sera stessa in cui si svolse il suo debutto, la ragazza individuò subito l’uomo che avrebbe avuto il compito di renderla una donna ricca, rispettata e saldamente ancorata al suo ruolo sociale. Così, nel giro di due anni, la piccola figlia di una profuga assicurava il lieto fine alla sua favola vera, facendosi sposare in seconde nozze da Romeo Blossom, uno dei diplomatici più importanti di tutto il Regno Sudafricano, e trasferendosi nella sua lussuosa villa di Xefina Grande.
Una soddisfazione della quale i suoi genitori non poterono mai gioire, essendo entrambi scomparsi precocemente prima che Carol compisse vent’anni.

Mentre si aggirava per il salone, controllando puntigliosamente il lavoro delle domestiche, la signora Blossom si rimirava incessantemente nei grandi specchi appesi alle pareti, controllando da ogni possibile angolazione  la propria acconciatura e le pieghe del suo vestito da sera.
La tavola, per l’occasione, era stata preparata con alcune rare stoffe di broccato, prodotte a mano in una filanda che lei e il marito avevano scovato in un villaggio perso nella foresta germanica, durante un viaggio di rappresentanza di cinque anni prima. L’aveva fatta mettere, insieme al servito di porcellana antico, con il preciso intento di poter parlare, durante la cena, delle sue impressioni ricavate dal breve soggiorno nella vecchia Europa, e delle sue personali considerazioni sullo stato a cui era regredita una delle più antiche civiltà del pianeta.
Il pensiero del coniuge gli strappò un sospiro di disappunto: sebbene negli anni fosse diventato sempre più ricco ed influente, suo marito si ostinava a rifiutare gli incarichi che li avrebbero portato tutti a trasferirsi nelle Colonie Australi, coronando il sogno della signora Blossom di vivere al centro dello sfarzo e dello splendore che tanto agognava.
La donna non riusciva a comprendere per quale ragione egli preferisse dedicare il suo impegno a intessere  relazioni  commerciali e diplomatiche con popolazioni nettamente inferiori, per cultura e per sviluppo sociale, trascinandola per interminabili settimane in viaggi estenuanti nelle zone depresse del nord America, o fra le steppe spopolate dell’Europa centrale.
A volte, le sembrava che il contatto con la cultura di quella società evoluta e raffinata, inspiegabilmente lo irritasse, rendendolo schivo e smorto, lui che invece era dotato di un carattere curioso e vivace. Anche quella mattina a colazione, quando gli aveva descritto il programma della cena, lui si era limitato ad ascoltarla distrattamente, bofonchiando qualche apprezzamento di circostanza.
“Hanno scelto proprio noi per ospitare la cena di saluto alla delegazione di Nuova Damasco; è l’evento più importante che si sia mai verificato a Maputo, lo capisci? In pratica è la cena in cui si da ufficialmente l’avvio ad un nuovo quinquennio di programma di assistenza tecnico-sanitaria per tutti i Regni!”
“Lo so, cara, lo so. Sono sicuro che faremo un figurone” si era limitato a risponderle, senza sollevare gli occhi dai trafiletti delle notizie che scorrevano sulla superficie del tavolo, spostando la tazza per leggere meglio.
Le lo aveva lasciato perdere, concentrandosi nel gravoso compito di organizzare il plotone di donne di servizio in modo che non si intralciassero fra loro e, soprattutto, non le stessero fra i piedi mentre preparava la propria elaborata acconciatura. Per tutto il resto della mattinata, suo marito era rimasto in ozio, passeggiando in giardino e aspettando l’arrivo dell’ambasciatore Perés, invitato per il pranzo.
L’uomo, che lei trovava scialbo, sovrappeso e del tutto privo di fascino, arrivò con qualche minuto di anticipo. Sebbene indaffarata fino al limite della frenesia, la padrona di casa dovette naturalmente presenziare a tavola. Si era aspettata, da quella seccatura, almeno un resoconto del suo soggiorno nella capitale delle Colonie Australi, magari ricco di particolari e aneddoti che la signora avrebbe poi usato per animare le serate dei suoi ginecei.
Ma le sue aspettative erano state frustrate al di là di ogni più fosca previsione: ignorandola completamente, gli altri due commensali avevano parlato soltanto di congiunture economiche, sviluppo demografico e tecnologie agricole. Argomenti del tutto privi di interesse, che aveva subìto passivamente, attendendo la fine del pasto.
Finalmente, dopo aver gustato il sorbetto al vero limone vegetale di casa Blossom, preparato appositamente da una domestica specializzata in cucina naturale, i due uomini si erano ritirati in giardino e lei aveva potuto congedarsi, tornando finalmente ai preparativi per la serata.
Perés si era congedato facendole un ridicolo ed affettato baciamano, che le aveva lasciato una disgustosa sensazione di sporco e umidiccio sulla pelle sottile.
“Donna incantevole, tua moglie” lo aveva sentito dire al padrone di casa, mentre saliva le scale verso le proprie stanze. Non era riuscita a decidere se nella frase fosse nascosto del sarcasmo, e dopo un po’ decise che non le importava affatto.

Di sotto, nel frattempo, i due amici si erano trasferiti in giardino. Passeggiando fra i tortuosi viali in terra battuta, ornati di aiuole rigogliose e ombreggiati dalle jacarande fiorite, avevano ripreso la loro conversazione, ma l’argomento era decisamente cambiato.
“La data del prossimo Consiglio è già stata fissata?”
“Sì” rispose il vecchio diplomatico, guidando l’amico lungo uno dei viali più piccoli, che si inoltrava verso il centro dell’isola. “Tieniti libero per la metà della settimana prossima: riceverai la comunicazione criptata come al solito con il luogo e l’ora.”
“Bene. Non vedo l’ora di chiarire questa storia: il Consiglio deve capire la portata di quello che abbiamo fatto.”
“Sai che mi fido di te, Eduardo: ma non sarebbe stato meglio discuterne con gli altri, prima di passare all’azione?”
Perés scosse la testa, risoluto. “Non c’era tempo. Tutte le simulazioni davano un margine strettissimo: il pacchetto di dati sarà processato con i tempi standard dalla Rete di Luci, e per avere qualche effetto utile  dovevamo agire subito.”
L’altro, che sapeva di non poter ribattere a quelle considerazioni tecniche, si limitò ad annuire. “Sei sicuro che i file siano stati scaricati direttamente sul canale Luciconnesso della ragazza?” domandò comunque.
“Senza alcun dubbio: quella linea di comunicazione è l’unica abbastanza potente da superare le schermature del mio ufficio, e loro lo sanno bene.” La bocca di Perés si piegò in un sorriso furbo: “Quando ho partecipato ai loro seminari, in Australia, mi sono assicurato che gli informatici delle Colonie avessero a disposizione i dettagli dei nostri sistemi di sicurezza.”
 “Non mangeranno la foglia?”
Il diplomatico si strinse nelle spalle: “Chi può dirlo? Ma se vuoi il mio parere, credo di no. Fra i loro tecnici, l’idea dell’invulnerabilità della Rete di Luci è talmente consolidata che molti nodi stanno abbandonando le più elementari procedure di sicurezza.”
“Com’è possibile? Non ho mai capito granché di questa roba, ma da ragazzo i miei amici dicevano sempre che collegarsi ad una Luciconnessione era virtualmente impossibile.”
“Le cose sono cambiate: oggi, anche un ragazzino con un paio di socialglass potrebbe connettersi ad un gate.”
“Non capisco perché le Colonie corrano rischi del genere. Quel sistema governa tutto: esercito, sanità, distribuzione del lavoro, produzione industriale, linee di ricerca… Accedere alla Rete di Luci significa poter controllare ogni aspetto della vita di qualunque cittadino.”
“Te l’ho detto: sono convinti che il sistema non possa essere influenzato.“
“Influenzato? Che diavolo vuoi dire? Parliamo di computer, giusto?”
“Fino ad un certo punto. L’architettura di base è una rete neurale di processori quantistici di quarta generazione. Roba sofisticata, con brevetto militare. Hai presente i leggendari supercomputer Boreali, di trent’anni fa?”
“Sì, certo. Le colonie euroasiatiche li hanno usati per programmare i droni, e in cinque anni hanno vinto la Guerra delle Sorgenti.”
Perés annui. “Non è solo per quello che hanno vinto, ma la tecnologia militare dell’epoca era fatta così: enorme potenza di calcolo centralizzata, in grado di guidare direttamente ogni singolo mezzo d’assalto, missile, drone o bot terrestre, allo stesso modo in cui pianista controlla ogni nota della partitura con le proprie dita. Ma questi erano gli anni ’20 del XXIII secolo: oggi il mondo è cambiato.”
“Di nuovo?” scherzò Blossom con un sorriso triste.
“Temo di sì, amico mio. Sai che ad un certo punto i Boreali hanno rischiato di perdere la guerra?”
“Come sarebbe?”
“Sono informazioni riservate, documenti classificati che ho avuto fra le mani solo per pochi minuti, a Nuova Damasco.”
“Quello che si dice di te è vero, dunque.”
“Il mio lavoro va oltre lo spionaggio militare, se è quello che vuoi insinuare. Ma questo lo sai benissimo, vecchio volpone.”
“Vai avanti. Ho idea che la storia si faccia interessante.”
“Sicuro. Ma è anche breve: i Nipponici erano arretrati tecnologicamente, ma non certo stupidi. Si resero conto che tutte quelle azioni coordinate alla perfezione dovevano necessariamente avere un sistema di calcolo centralizzato, che ne tirasse le fila in tempo reale. Analizzarono le termografie del territorio coloniale: il Giappone aveva già rimesso in cielo una mezza dozzina di satelliti, all’epoca. In meno di due settimane, avevano identificato l’edificio dove erano ospitati i server quantistici. La radiazione dell’impianto di raffreddamento è descritta come paragonabile all’attività termica di un piccolo vulcano!”
“Non avevano schermato le emissioni?”
“Solo parzialmente: erano convinti che i Nippo-continentali non avessero mezzi così sofisticati, capisci?”
“Il solito vizio dei coloniali. Pensano che il resto del mondo sia popolato da idioti.”
“E forse, dal loro punto di vista, hanno ragione. In fondo, se il pianeta ha ancora un equilibrio alimentare, sebbene traballante, lo dobbiamo alle loro ricerche.”
“Su questo non ci piove. Anzi, ci piove, ma solo grazie alle torri di condensazione. Tu però finisci il racconto: perché le Colonie Boreali non hanno perso la guerra?”
“Pura fortuna. I Nipponici hanno lanciato tutti i missili a lunga gittata che erano stati in grado di produrre: armamento convenzionale, ma più che in grado di distruggere il dataserver. Otto lanci, ripetuti ad intervalli regolari durante gli ultimi due anni di guerra: nessuno  ha centrato il bersaglio.”
“Com’è possibile?”
“Un paio di razzi sono stati intercettati dalle batterie antimissile. Per il resto, non lo so. E forse non si saprà mai. Incompetenza, scarsa manutenzione, sabotaggio: ogni ipotesi è buona. Alla fine del 2228, i droni delle Colonie avevano distrutto tutte le rampe di lancio in Mongolia settentrionale: la guerra era finita.”
“Questo lo so anche io.”
“Certo. Ma lo scampato pericolo ha insegnato la lezione ai coloniali. Nel giro di pochi anni, la concezione dei sistemi informatici cambiò radicalmente: è in questo modo, che è nata la Rete di Luci. Un sistema di computer relativamente piccoli, connessi in una rete con caratteristiche marcatamente neurali.”
“Una storia davvero interessante” commentò Blossom, avvicinandosi all’imbocco di un sentiero che, prendendo origine direttamente dal curato vialetto del parco, si inoltrava nella vegetazione lussureggiante alla base di una piccola collina, salendo dolcemente verso la cima.
“Fa molto meno caldo adesso” propose il padrone di casa, avviandosi per il sentiero “ti va se torniamo a casa passando da questa parte? C’è una vista strepitosa sulla laguna.”
“Purché ce la facciamo per l’aperitivo” accettò Perés, incamminandosi dietro all’amico. Per alcuni minuti i due uomini proseguirono in silenzio, cadenzando respiro e passi per affrontare di buona lena quella prima tratta piuttosto ripida. Anche se nel corso del pomeriggio la temperatura era calata di diversi gradi, la calura si faceva sentire: sulla sommità della collina, si fermarono a riposare su una panchina ricavata da un tronco caduto, ai margini del sentiero, godendosi le folate di brezza e lo scintillio del mare.
“Non ho ancora capito” riprese Blossom, tornando sulla conversazione di poco prima “come funziona la rete neurale dei coloniali. Cosa vuol dire che non può essere influenzata?”
“Oh, è davvero difficile da spiegare, a chiunque non sia un tecnico. Quando la Rete di Luci prende una risoluzione, lo fa soppesando gli stati quantistici di ogni nodo, con un valore proporzionale alla polarizzazione della variabile decisionale al suo interno, e al peso intrinseco di quel nodo rispetto agli altri.”
“Molto chiaro” ironizzò.
“È come una riunione di condominio, Romeo. Ogni nodo locale, corrispondente al computer quantistico di ogni colonia, è interrogato sulla decisione da prendere. Con i dati a sua disposizione elabora un giudizio, orientandosi con determinata forza verso un parere negativo o positivo.”
“Ok. Ognuno dice sì o no, a seconda della situazione locale.”
“Non proprio ‘sì o no’. Non parliamo degli antichi computer binari: ogni qubit è in grado di assumere un numero pressoché infinito di stati intermedi. Si può dire che ogni nodo ha la sua opinione, complessa e sfumata. La rete, in modo davvero troppo complicato da spiegare, assegna un valore a questo stato e lo somma a tutti gli altri per assumere la decisione finale, che finisce per tener conto sia dei fattori oggettivi che delle opinioni diffuse nella popolazione.”
“Sembra molto democratico.”
“Non esattamente. Anzitutto ogni nodo ha un “peso” relativo diverso, a seconda di un numero elevato di fattori: popolazione della colonia, importanza strategica, coinvolgimento diretto ed esperienza specifica nel problema da analizzare… Tecnicamente si chiama ‘compucrazia rappresentativa’. Alla fine però la Rete di Luci tiene conto dello stato dei suoi nodi, ma decide autonomamente. Ed è questo, il punto debole del processo.”
“Sarebbe a dire?”
“Beh, immagina di avere in testa un’idea: una fede politica, un’opinione su qualcuno, un giudizio estetico. Qualunque cosa. E immagina che qualcuno volesse farti cambiare idea a tutti i costi.”
“Una situazione ben chiara ad ogni uomo sposato!” scherzò il diplomatico. “Ma cosa c’entra questo con i computer?”
“Una rete neurale ha molti punti in comune con il cervello umano, soprattutto riguardo al processo decisionale che ti ho descritto. Quante volte ti capita di agire in modo diverso dalle tue convinzioni, o dal tuo istinto, per il condizionamento dei fattori esterni? Chiamalo compromesso, paura del giudizio degli altri, disciplina morale, inibizione religiosa… Il fatto è che tu decidi qualcosa di diverso da ciò che ti suggerisce la tua stessa mente.”
“E questo capita anche al computer?”
“Non ad ogni singolo computer, ma al sistema nel suo complesso. È un fenomeno che gli addetti ai lavori chiamano ‘tsunami quantistico’: un’onda anomala, dalle caratteristiche imprevedibili, che conduce il processo decisionale nella direzione inaspettata. Ed è un fenomeno in marcato aumento, negli ultimi anni.”
“Ma da cosa è originato?”
Perés si alzò in piedi, avvicinandosi di qualche passo al limitare del sentiero: nel canale che separava l’isola dalla terraferma, una lenta processione casuale di piccole imbarcazioni lasciava righe nette sulla superficie dell’acqua. Stringendo gli occhi, gli sembrava di osservare una partitura musicale.
“Non si sa esattamente, ma sembra che sia collegato all’attività dei Luciconnessi. Gli accademici più meritevoli di ogni colonia possono collegarsi direttamente alla rete per un certo di numero di ore al giorno, sfruttando un’interfaccia neurale. Hanno accesso ad una quantità sbalorditiva di informazioni, in cambio della possibilità che il computer utilizzi i loro stessi neuroni per incrementare la propria capacità di calcolo: è proprio questo fenomeno che, secondo le teorie che ho letto, porta alla nascita degli ‘tusnami’. Il fatto è che la mente umana è frutto di una complessità in larga parte imprevedibile.”
“Cosa stai cercando di dire, Perés?” domandò il vecchio diplomatico, improvvisamente allarmato. “Che gli accademici Luciconnessi possono controllare la rete neurale delle colonie?”
“No. O almeno, non direttamente: nessun cervello umano ha la benché minima parte della capacità di calcolo necessaria ad interagire anche con pochi qubit. Ma è un fatto che la variabilità del sistema è aumenta di parecchio, in maniera esponenziale rispetto al numero di luciconnessioni attivate.”
“Non mi sembra una cosa positiva.”
“Adesso capisci perché siamo preoccupati, Romeo” fece Perés, voltandosi verso il suo ospite. “L’equilibrio è già sufficientemente sbilanciato così; ed ogni giorno che passa, sempre più accademici accarezzano l’idea che tutto il mondo dovrebbe essere radunato sotto la bandiera del ‘rientro consapevole’, con le buone o con le cattive. la Rete di Luci è l’unico elemento di controllo che prevenga un’espansione aggressiva.”
“In effetti” ammise l’altro “se queste sono le premesse, la vostra azione sembrerebbe del tutto giustificata. Ma dimmi ancora una cosa: se nessuno può obbligare la Rete a decidere di scatenare una guerra, non corriamo ancora un vero pericolo, giusto?”
“Ti è mai successo di prendere una decisione avventata? Magari in mezzo alla confusione, o sotto pressione? Non possono influenzare il sistema” concluse Perés, con tono cupo “ma possono farlo sbagliare.”

Blossom impallidì, visibilmente turbato. “Quando sarà il momento” disse, sforzandosi di controllare il tremito nella propria voce “parlerò in tuo favore”.

(Continua...)