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sabato 21 giugno 2014

Oltre la nebbia del primo mattino - Capitolo 3

Nota: questo è il terzo capitolo di un racconto, ambientato in un mondo particolare, che potrebbe anche essere il nostro. I dettagli li puoi trovare qui.


Le onde scure, che si accavallavano in prossimità della costa, carezzavano la linea frastagliata della spiaggia con gelide dita sottili. L’oceano Pacifico, tormentato da insondabili correnti, sussurrava il suo antico canto di brezza e di spuma.
Il vento del sud lambiva la riva rocciosa, entrava nelle brevi vallate, filtrando fra le fronde umide delle Lenghe ed echeggiando nei profondi boschi scuri, abbarbicati sul fianco, subito ripido, delle montagne. Poi saliva impetuoso, portando l’odore del mare fino alle pietraie scoscese ai piedi delle vette candide; e alla fine si perdeva contro il cielo azzurro, strappando alle cime pennacchi di ghiaccio e neve, come fossero fumo.
Marcélo amava quel vento: ne portava l’odore sulla pelle e il fischio nell’anima. Lo sentiva anche adesso, mentre guidava, lungo la strada del porto, il suo piccolo fuoristrada elettrico. Era principalmente per quel vento che non era stato capace, nella sua lunga carriera di scout militare, di lasciare Ushuaia.

Negli anni, la sua esperienza e abilità gli avevano offerto decine di buone occasioni per trasferirsi lontano da quell’estremo avamposto, ma lui non ne aveva voluto sapere, giungendo a congedarsi dall’esercito quando l’unica possibilità di lavorare per i militari avrebbe significato un distaccamento di cinque anni sul continente africano.
Era rimasto a casa sua, ancorato a quell’ostinato moncherino di una civiltà che se n’era andata quasi cinquant’anni prima, quando le tempeste polari si erano fatte troppo intense e troppo frequenti, inducendo il Reggente di San Paolo ad abbandonare la parte più estrema del Regno al proprio destino.
Ma gli uomini di quelle terre erano fin troppo abituati all’assenza del governo centrale: fin dalla sua fondazione, oltre quattro secoli prima, la città era l’ultimo confine del mondo: ed anche adesso, che il mondo era cambiato, Ushuaia continuava a marcarne la frontiera.
Non erano cambiate le piccole case colorate, avvinghiate alle balze del Marzial, o le botteghe striminzite, stracolme di scaffali e dalle facciate rivestite di antiche assi, bruciate dal sale; né il porto, che fronteggiava con i suoi frangiflutti di pietra il tumultuoso canale di Beagle. Immutata era rimasta pure quella striscia incredibilmente sottile di terra, dove i cittadini si ostinavano a tenere aperto un aeroporto, avvicinandosi al quale i migliori piloti dei Regni si preparavano al peggio.
Solo i nomi erano diversi: l’antica prefettura, diventata capoluogo e poi provincia, era tornata ad essere un avamposto, come ai tempi di Waite Stirling e di Allen Gardiner. Adesso, pensò mentre si accingeva ad imboccare la strada che conduceva fuori città, non c’erano più indigeni da convertire, ma non per questo mancavano gli uomini disposti a qualunque barbarie pur di sottometterne altri ai propri interessi.
Il pensiero gli lasciò un retrogusto amaro, che nemmeno la vista mozzafiato della baia e delle isole fuegine all’orizzonte bastavano a cancellare.
L’idea di quello che avrebbe dovuto fare, delle persone per le quali avrebbe lavorato nelle prossime settimane, continuava a disgustarlo profondamente. Sapeva di non avere scelta, ma la tentazione di rinunciare all’incarico era fortissima.
Tuttavia quel gruppo di commercianti senza scrupoli erano gli unici ad avergli offerto un lavoro in tutta la stagione. Avevano bisogno di una guida che gli permettesse di superare i controlli commerciali dei Regni, aggirando i check point doganali di Punta Arena e di Rio Gallegos attraverso un insidioso percorso fra le montagne, che prevedeva l’attraversamento dello Stretto di Magellano in una zona quasi del tutto inaccessibile via terra.
Il capo di quella masnada era un vecchio contrabbandiere, di cui Marcélo aveva già sentito parlare, e che avrebbe volentieri fatto a meno di conoscere di persona. Si erano incontrati in una bettola vicino al porto, insieme all’uomo che li aveva messi in contatto: in pochi istanti, lo scout aveva avuto conferma del genere di persone con le quali avrebbe dovuto convivere in mezzo alla foresta.
Ma l’uomo gli aveva messo in mano un mucchio di soldi, in valuta di Maputo, con i quali avrebbe potuto tirare avanti per un bel numero di anni.
“E quando saremo arrivati a Natales, te ne farò avere altrettanti”. Si era chinato in avanti, come per confidare un segreto, e arricciando le labbra in un ghigno che gli lasciava scoperti una mezza dozzina di denti marci, aveva aggiunto: “Hai la mia parola.”
Così, sulla parola di un furfante, Marcélo Medinas aveva accettato di rischiare ancora una volta la propria vita.

Quando lo scout arrivò al punto concordato per l’incontro con i contrabbandieri, la breve notte dell’estate australe era vicina al termine. Il sole iniziava a spuntare dall’orizzonte, lambendo le acque scure della baia, e gettava una luce sbieca che faceva risaltare ancor di più i lineamenti spigolosi dei quattro uomini, fermi ai lati della pista in groppa ai loro cavalli.
Scendendo dal fuoristrada, Marcélo li valutò con una rapida occhiata: due di loro, bassi e tarchiati, dalla pelle scura, avevano l’aria di discendere direttamente dagli indios fuegini. Stavano in sella rigidamente, le braccia incrociate e gli sguardi bassi e ostili. Ai lati dei cavalli, anch’essi tozzi e robusti, pendevano voluminose bisacce da carico.
Gli altri due sembravano di razza caucasica: erano vestiti come dei pistoleros, con tanto di cartuccere a tracolla, e avevano il viso bruciato dal sole della pampa. Quando il nuovo arrivato ebbe messo un piede a terra, iniziando ad avanzare verso il quartetto, uno di loro spronò il proprio animale e gli si fece incontro, apostrofandolo con un ghigno che voleva essere un sorriso.
A lui non sfuggì il fatto che l’uomo teneva le redini con una sola mano, tenendo l’altra vicinissima all’impugnatura di un vecchio ma efficiente fucile UZI.
“Non sono abituato ad avere compagni di viaggio che mi puntano le armi di nascosto” disse Marcélo con sicurezza, ben sapendo che certe cose era meglio chiarirle subito. Poi aggiunse, osservando gli altri cavalieri: “Sei tu il capo?”
Invece di rispondere, il contrabbandiere allargò ancora di più il ghigno sbilenco che gli tagliava grottescamente la faccia, poi si girò verso i compagni e gridò. “Hernandez! Porta qui il cavallo per il nostro amigo. E fai attenzione: ha l’aria di essere un tipo sveglio.”
“Speriamo di poter dire altrettanto di voi” commentò. “Quella che stiamo per intraprendere non è esattamente un escursione per turisti.”
“Tranquillo, nonno” rispose con tono sprezzante il secondo pistolero, mentre avanzava verso di loro trascinando per la cavezza un robusto stallone, che lo seguiva sbuffando riottoso. “Siamo vecchi del mestiere, e abbiamo sulla coscienza più di una guardia di frontiera.”
“Fatti vostri” concluse il vecchio scout, salendo agilmente a cavallo e spronando l’animale al piccolo trotto, verso l’imboccatura di un sentiero poco distante. “A me basta che non dobbiate avere anche me, sulla coscienza.”

***

Durante la notte il vento aveva ripreso a soffiare da sud. Gelido, violento, si abbatteva con raffiche improvvise contro le vele in nanofibra, facendo scricchiolare le alberature e imprimendo allo scafo un brusco movimento di rollio.
Dalla piccola torretta di prua, sopra la batteria di fuoco principale, Mikerson guardava indifferente i vertiginosi inclinamenti dell’orizzonte: abituato alle evoluzioni dello stratocottero, una tempesta sul canale di Beagle non gli faceva certamente battere il cuore.
 Si concentrò sugli strumenti, gettando ogni tanto un’occhiata al paesaggio, di una bellezza selvaggia e triste. Il manto cupo dell’oceano infuriato si inarcava in torri di spruzzi cristallini, che aggredivano il cielo come se volessero trafiggere le schiere di nubi compatte che oscuravano l’orizzonte.
Quello spettacolo, reso lontano e surreale dal silenzio assoluto che regnava nella cabina di comando della nave da battaglia, gli fece venire in mente Nora.
Non aveva notizie di lei da quasi un mese, da quando era stata inviata improvvisamente in missione speciale a Maputo. Ricordava perfettamente il senso di disagio e di inquietudine che avevano provato entrambi, quando la Rete di Luci le aveva recapitato la notifica sull’interfaccia neurale.
Una missione speciale, di quelle a breve preavviso; meno di due ore per far le valigie e abbandonare amici e familiari, preparandosi ad un incarico di durata indeterminata, i cui dettagli e la destinazione venivano svelati soltanto dopo la partenza.
Mentre aspettavano che un mezzo militare venisse a prelevarla, lei e Mikerson erano rimasti abbracciati sul divano del soggiorno, silenziosi e increduli. Sapevano entrambi che poteva succedere a chiunque, ma come tutti i comuni cittadini delle Colonie, non avevano mai veramente creduto che un giorno avrebbe potuto capitare ad uno di loro.
Nora era ragazza ordinaria, di una bellezza semplice e riservata, a cui si accompagnava un carattere tranquillo e introverso. Non aveva ambizioni politiche o accademiche, nessun desiderio particolare di servire la patria, o di tradirla. Si era sempre interessata di letteratura e musica, ambiti nei quali, fino a quel momento, la Rete di Luci aveva ritenuto opportuno occuparla professionalmente.
“Ho sempre pensato che, fra noi due, saresti stato tu a ricevere un incarico del genere” aveva detto lei ad un certo punto, interrompendo il silenzio e sorprendendo il ragazzo.
“Perché io? Sono solo un soldato. Non sarei capace di ingannare nessuno.”
“Vuoi dire che io ne sarei capace?”
Lui si era stretto nelle spalle, poi l’aveva abbracciata più forte. Non avevano proseguito la conversazione.
 L’auto era arrivata, silenziosa e vuota come il sinistro carro senza cocchiere delle antiche favole gaeliche. Nora aveva caricato il suo bagaglio e si era sistemata nell’abitacolo, salutandolo con un sorriso triste.
Dieci minuti più tardi, mentre sedeva sul divano, cercando di misurare l’ampiezza del vuoto che lei aveva lasciato, il giovane pilota di stratocotteri aveva ricevuto la notifica urgente di un cambio di mansione.

“Ed eccomi a fare il comandante di un incrociatore eolosolare da battaglia” bofonchiò ad alta voce, seguendo il filo dei propri pensieri. Dall’altra parte della plancia, il secondo pilota rizzò la testa e mugolò qualcosa con tono interrogativo.
“Lascia stare. Pensavo ad alta voce” rispose, sorridendo al giovane commilitone. Lui e Franzetti erano andati d’accordo fin dal primo istante in cui si erano visti: il compagno, di origini italiane, era poco più di un ragazzo, dotato di un carattere aperto e collaborativo. Nonostante la sua relativa inesperienza, sembrava anche fornito di una solida preparazione tecnica: impressione che, per quanto aveva potuto vedere Mikerson nelle prime settimane di missione, trovava conferma nei fatti.



“Un bel casino là fuori, eh?” fece il giovane, desideroso di spezzare quell’opprimente e innaturale silenzio.
“Una tempesta in piena regola. Ma niente che possa impensierire un bestione come questo.”
“Lo so: ho navigato in mari ancora peggiori. È praticamente impossibile mandare fuori assetto un veliero di questa stazza. Ma mi fa impressione lo stesso, vedere il mare così infuriato. Mi sembra quasi innaturale, ecco.”
“È profondamente innaturale. Tempeste così, su questo tratto di oceano, sono il frutto di un sovraccarico di energia del sistema di moti convettivi che mantiene in equilibrio il pianeta. Oggi siamo abituati a pensarlo come un fenomeno atmosferico normale, ma fino a due secoli fa, fenomeni del genere non esistevano.”
“Ho studiato storia moderna e ho anche dato un esame di geografia ad indirizzo climatologico” spiegò, riuscendo a non apparire saccente.
“Allora sai di che parlo. È un fenomeno totalmente irreversibile, a quanto pare.”
“Come sarebbe? Le Colonie non sono state fondate per sviluppare un modello sociale sostenibile?”
“Ragazzo” iniziò Mikerson, assumendo un tono involontariamente paternalistico “una cosa è sviluppare tecnologie per sfruttare le risorse residue in maniera conservativa, in linea con la decrescita energetica, evitando ad almeno una parte di umanità di ripiombare nel medioevo. Un’altra cosa è portare indietro l’orologio del tempo: la biosfera di questo pianeta l’abbiamo ferita a morte. Forse se la caverà, ma non sarà mai più la stessa.”
“Quindi tu non credi nel fine supremo del rientro consapevole?”
“Ah! Ragazzo mio. Parli come una matricola dell’Accademia. Aspiri a diventare un Notabile, o magari un Illuminato? Ne avresti le capacità, senza dubbio” rispose senza traccia di ironia, ma con una nota di tristezza nella voce.
“Non nego che mi piacerebbe, ma non penso di averne la minima possibilità. Adoro gli studi e cerco di seguire tutti i corsi che posso: ma sono solo un soldato, e alle prime armi.”
“Ti stupiresti di sapere quanti Luciconnessi vengono dall’élite militare.”
“Questo non lo immaginavo” ammise il giovane, incapace di nascondere la scintilla di eccitazione che gli aveva animato lo sguardo.

“È piuttosto logico, se ci pensi. La Rete di Luci sa bene che realizzare il rientro consapevole richiede essenzialmente una cosa: controllo. Sulla produzione, sulla ricerca scientifica, sull’immigrazione e sui movimenti demografici. E qual è, in questo pianeta impazzito, l’unica forza in grado di imporre il controllo a tutti gli altri?” Senza attendere la risposta, il capitano concluse: “Ci siamo seduti sopra: le armi da guerra pesante.”
“Detta così” fece il giovane soldato, evitando una risposta diretta “il colonialismo resiliente viene dipinto come una sorta di dittatura.”
“Non è il termine esatto. Un dittatore non ha altro scopo che esercitare il potere. Anche nel migliore dei casi, nel governo autarchico di un uomo illuminato, le migliori intenzioni del singolo individuo possono tradursi in una condizione di drammatica sofferenza per gli altri.”
“E la Rete di Luci è diversa?”
“Certo. Soprattutto perché non si tratta di un individuo, ma di un insieme di potenziali d’azione, connessi come una rete neurale, che mette in relazione fra loro le risultanze delle analisi di milioni di individui e migliaia di calcolatori.”
“Quindi ha una ottima probabilità di prendere sempre la decisione giusta, non è vero?”
Mikerson si fermò a riflettere, sorpreso dall’acume del giovane soldato. “Non è del tutto sbagliato, quello che dici. Ma non funziona esattamente così: una rete neurale non è un oracolo, o un indovino. Prende decisioni razionali, ma lo fa sulla base dei dati in ingresso. Se questi sono coerenti, prenderà decisioni lineari. Se sono discordanti, il suo percorso di ragionamento diventa più complesso, e le azioni che ne derivano possono essere apparentemente assurde, almeno sul breve periodo.”
“E sulla lunga distanza?”
“Quello che sappiamo, è che la Rete elabora il suo schema di governo secondo un piano d’azione sostenibile e realizzabile, con l’obiettivo finale di preservare l’equilibrio fra l’umanità e il pianeta, impedendo il collasso. Non c’è alcun dubbio che ogni azione del sistema è finalizzata a questo: ma gli effetti a breve termine possono essere paradossali.”
“Che significa?”

“Immagina di avere una cultura di batteri, e di condurre un esperimento di sopravvivenza delle colonie, con risorse limitate. Cosa faresti se un ceppo, particolarmente prolifico e affamato di risorse, producesse una tossina che rende difficile la sopravvivenza delle altre colonie?”
“Immagino che cercherei di limitarne la proliferazione.”
“E come?”
“Non lo so… riducendo l’apporto di risorse a quel gruppo, oppure eliminandone una parte. O ancora” continuò Franzetti, riflettendo ad alta voce “modificandone le caratteristiche genetiche con qualche sorta di pressione selettiva.”
“Un’ottima risposta. Ora immagina che al posto della piastra di Petri ci sia il pianeta terra, e al posto dei ceppi di batteri, delle aggregazioni di essere umani: Colonie, Federazioni o Stati, chiamale come vuoi. Ti ripeto la domanda: cosa faresti per limitare la proliferazione di un gruppo che minaccia l’equilibro? Come potresti ridurre rapidamente il consumo di risorse, abbattere l’eccesso di popolazione, esercitare una massiccia pressione selettiva?”
“Mio Dio… vuoi dire che…”
“Non voglio dire niente. È solo un ragionamento astratto, Franzetti. Ma non mi stupirei affatto se la Rete di Luci decidesse, dall’oggi al domani, di scatenare un inferno.”

Il giovane non rispose, limitandosi a fissare il mare in tempesta: continuava a spostare lo sguardo dalle impressionanti ondate alla plancia di comando del vascello. Il pigro ticchettio degli strumenti e l’elegante gioco di luci degli indicatori facevano da corona ad una spia luminosa più grande, che brillava di un vivo azzurro, di intensità pulsante.
All’improvviso la presenza quella luce, che indicava l’attività della connessione remota con la Rete, non gli sembrava più così rassicurante.

***

In qualche modo, quando cavalcava, Marcélo Medinas riusciva ad isolarsi completamente dal mondo che lo circondava, dimenticandone le dolorose contraddizioni e assaporandone soltanto la selvaggia bellezza. Osservandola con gli occhi, nel suo intimo la natura diventava l’unico orizzonte del pensiero, l’estremo confine, la sola cosa reale.
Negli anni si era convinto che questa illusione fosse la base indispensabile per il proprio equilibrio, il meccanismo con cui la sua mente riusciva ad accettare quella vita dura, fatta di violenze e compromessi ai quali lui si sarebbe volentieri sottratto, per dedicarsi a contemplare l’immensità che lo circondava.
Solo là, ai confini del mondo, gli era possibile assaporare quella sensazione di libertà assoluta, anche quando era costretto dagli eventi a comportarsi come un bandito, assecondando i progetti di una banda di criminali.
Al vecchio scout erano bastati due giorni per avere conferma dei suoi sospetti. Gli uomini per cui lavorava non erano semplici contrabbandieri, ma trafficanti di interfacce neurali modificate. Roba pericolosamente potente, in grado di overcloccare il normale funzionamento delle sinapsi fra i neuroni, producendo effetti incredibili sulle abilità di calcolo e di memoria degli esseri umani.
Erano iniziati a circolare negli anni ’50: a Nuova Damasco ogni intellettuale era disposto a qualunque cosa pur di mettere le mani su uno di quei dispositivi, nella speranza di superare gli esami e i test culturali che davano accesso all’élite accademica, proibitivi per le persone normali.
Quando la Rete di Luci si era accorta di quello che stava accadendo, dichiarando illegale il potenziamento neurale, c’erano già stati centinaia di casi di emorragia cerebrale massiva fra i neuroaddicted. Chi non era morto, era rimasto in animazione sospesa, in attesa del prelievo degli organi.
Ma tutto questo non aveva debellato il mercato nero. Marcélo sapeva che a Ushuaia, come in tutte le zone alla periferia del mondo, l’industria clandestina di dispositivi neurali era la principale fonte di reddito, controllata da una struttura organizzata, ben inserita nel territorio e drammaticamente spietata nel proteggere i propri interessi.

“Hombre!” lo apostrofò improvvisamente la voce roca del capobanda, che aveva spronato il suo cavallo per affiancarglisi. Nello stretto sentiero, che serpeggiava verso l’interno facendosi largo fra i gruppi sempre più fitti di lenghe, i fianchi delle bestie quasi si sfioravano. “Sei seguro del cammino?”
Lui si limitò a gettargli uno sguardo eloquente, spronando la propria cavalcatura per riportarsi alla testa del gruppo.
“Sarà meglio per te, amigo!” sibilò l’uomo a denti stretti.
Per diverse ore, il gruppo procedette verso l’interno, seguendo verso ovest il sentiero che si snodava a mezza costa sul versante meridionale del Lago Fagnano. Prima di mezzogiorno avevano superato la Bahia San Rafael e nel primo pomeriggio avevano attraversato una striscia sottile di sabbia, alla base dell’altura, che congiungeva l’estremità meridionale dell’Isla Grande con la sua parte principale.
Da lì, avevano proseguito cavalcando lungo la spiaggia, sul versante occidentale, evitando la zona dell’interno dove le pattuglie del Regno Paulista battevano i boschi, sfruttando ciò che restava dell’antica strada che si spingeva fino a Porvenir.
Il sole era già basso sull’orizzonte quando lo scout, dalla testa del gruppo, avvistò la sagoma scura dell’Isla Wickham, dall’altra parte di un braccio di mare che comunicava con lo stretto di Magellano.
“Ci siamo” annunciò, lasciando che il capobanda si avvicinasse di nuovo. “Il piccolo traghetto è a poche miglia da qui, per cui conviene che ci accampiamo per qualche ora, in modo da raggiungerlo con le prime luci dell’alba.”
“No. Passiamo lo stretto di notte, è più sicuro.”
“È il modo più sicuro di andare all’inferno” ribatté Marcélo, risoluto. “Anche se siamo in estate, le lastre di ghiaccio che galleggiano sul canale sono un insidia letale con il buio. Nessuno accetterà di portarci di là, nemmeno se lo minacci di morte.”

Per quasi un minuto, il bandito parve incerto sul da farsi. Poi si girò bruscamente verso i suoi uomini, e ordinò di preparare il campo.  Gli altri smontarono da cavallo e si dedicarono alle proprie incombenze con rude e silenziosa efficienza. In breve i quattro, impossibilitati ad accendere un fuoco che ne avrebbe rivelato la presenza, si sistemarono intorno al modesto calore di uno scaldatore portatile, ad ossidazione esotermica.
Marcélo invece si coricò in disparte, alla luce della luna, godendo di quell’aria gelida che gli sferzava il viso con le sue ruvide carezze. Osservava il mare, annegando nelle sue acque senza memoria ogni pensiero cosciente: perse rapidamente la cognizione del tempo e, quando finalmente si addormentò, era del tutto inconsapevole di quanto l’alba fosse ormai imminente.

***

“Questa non ci voleva, por el Diablo!” ringhiò il capobanda, con le labbra quasi appoggiate all’orecchio di Marcélo. “Cosa fanno qui questi figli di cagna?”
Lo scout non rispose, limitandosi ad un gesto con le spalle. Erano stati sfortunati, ma non c’era modo di prevedere gli spostamenti della Marina Paulista, né di indovinare per quanto tempo la piccola fregata da pattugliamento sarebbe rimasta ad incrociare in quella propaggine meridionale della Bahia Inutil, prima di tornarsene alla base di Punta Arenas.  
I due uomini, appiattiti fra i radi cespugli della riva, si scambiarono uno sguardo d’intesa, poi iniziarono a scivolare lentamente all’indietro, verso il punto in cui avevano lasciato i compagni a guardia dei cavalli.
Improvvisamente il bandito urtò con il ginocchio un vecchio ramo, che si spezzò con uno schiocco secco. Quasi nello stesso istante, una sirena d’allarme risuonò sul vascello di pattuglia, seguita dal ronzio dei motori solari che si attivavano.
“Non può avermi sentito!” sussurrò il contrabbandiere.
“No, penso di no” confermò l’altro, sollevandosi sulle ginocchia per osservare il canale. “Sta succedendo qualcosa: è meglio correre al riparo.”
Abbandonando ogni prudenza, cominciarono a correre verso il folto degli alberi, sforzandosi di tenere la testa bassa e il busto chinato. Alle loro spalle, la fregata Paulista stava disperatamente cercando di compiere un mezzo giro, mettendo la prua in direzione della propria base. Le turbine, spinte al massimo dai motori eolosolari, sollevavano un’impressionante onda di spruzzi a poppa, il cui frastuono copriva il rumore della fuga dei contrabbandieri.
Giunti finalmente al riparo, Marcélo si voltò per cercare di scoprire la ragione della precipitosa manovra della nave. Aguzzò lo sguardo, fissando il profilo frastagliato delle isole, appena rischiarato dai raggi dell’aurora. Poi all’improvviso la vide.
La mole imponente di un veliero da guerra Coloniale avanzava ondeggiando fra la spuma: lo scafo colossale troneggiava sull’acqua scura come un ancestrale mostro marino, con le sue torri e le alberature che ondeggiavano al vento.

Procedeva rapido, le lunghe canne delle armi al plasma inequivocabilmente attive, in cerca di bersagli. La nave Paulista doveva aver rilevato le onde del sistema di puntamento e aveva deciso di non correre rischi.
Senza preavviso, una salva di dardi incandescenti saettò dalla sommità della nave da guerra, lacerando la penombra del primo mattino, e si abbatté sullo scafo della fregata. Lo schianto fu seguito dal rumore di un violento incendio, mentre una nuvola di fumo nero si levava dalla fiancata dell’imbarcazione, sinistramente illuminata dalla luce guizzante delle fiamme.
“Che diavolo succede?” gridò uno dei banditi, per superare il frastuono della battaglia. “Siamo in guerra con le Colonie?”
“Pare di sì” sibilò Marcelo, dirigendosi verso i cavalli.
“Ehi, dove credi di andare?” lo apostrofò il capobanda.
“Lontano da qui, e di corsa. Dopo averli colati a picco, quelli scenderanno a terra a cercare i superstiti. E non credo che sia il caso di fermarsi a spiegare le ragioni della nostra gita.”
“Va bene. Hernandez, Olioso: prendete i cavalli.”

***

Lo schianto del missile a ricerca termica superò anche lo spesso strato di cristallo insonorizzato della plancia, facendo vibrare a lungo le eleganti superfici lucide della consolle.
“Colpito” sussurrò Mikerson, mentre osservava con volto inespressivo il rogo della nave che avevano distrutto.
Come se l’avesse udito, la spia della connessione con la Rete di Luci smise di avvampare di un sinistro rosso intenso, e tornò gradualmente alle consuete tonalità di azzurro cupo.
Cinquanta metri più in basso, sul ponte principale, le mitragliatici frontali crepitavano a brevi intervalli, spazzando il pelo dell’acqua dove si agitavano i pochi superstiti della carneficina, riducendoli a brandelli. Infine, il relitto in fiamme si inclinò su un fianco e sprofondò nel mare, lasciando dietro a sé un piccolo gorgo, che si calmò in fretta.
“Mio Dio. È affondato” commentò Franzetti, con il viso pallido e le labbra tremanti.
“Che ti aspettavi? L’abbiamo ridotto a pezzi.”
“Ma perché? Cosa avevano fatto?”

“Non lo so, ragazzo” rispose il capitano, posandogli una mano sulla spalla. “Probabilmente non lo sa nessuno.”
Segue...