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lunedì 23 giugno 2014

Permesso di soggiorno

Era il 1899, l’ultimo anno del secolo, e io mi ero trasferito a Kensington da poche settimane.
Dopo la morte di mia moglie, le incombenze del lavoro di studioso e gli altri impegni scientifici avevano perso per me qualunque attrattiva. Avevo preso l’abitudine di camminare qualche ora, ogni giorno, in attesa della cena, fino a poco prima del tramonto. Indifferente ai capricci del tempo, la passeggiata pomeridiana divenne ben presto un rituale a cui mi attenevo scrupolosamente, con la puntigliosa consuetudine che contraddistingue ogni vero suddito di Sua Maestà, la Regina Vittoria.
In un pomeriggio soleggiato di fine autunno volli visitare il cimitero di Brompton. Un vecchio amico mi aveva parlato a lungo di quel luogo, descrivendomi in modo assai vivido i pomeriggi soleggiati, quando i morbidi ajouré di luce dorata, che le fronde delle vecchie querce ricamano sul selciato bianco dei viali, si confondono con le scintille arancioni del crepuscolo che avvolgono gli antichi tronchi, rendendo più malinconiche le ombre sulla facciata della Chapel Office. Così mi incamminai per la Old Brompton Road verso occidente, godendomi il raro privilegio di quella dolce luce sul viso, lasciando scorrere lo sguardo sulle facciate dei palazzi dai colori caldi e cupi.
L’ingresso principale del cimitero si trovava all’angolo con Kempsford Gardens, sull’altro lato del viale; l’austera facciata di mattoni, ornata di alcune tozze colonne, continuava dal muro di cinta, innalzandosi modestamente in un semplice arco a tutto sesto, privo di decorazioni, il cui profilo mi ricordava la pigra voluttà di un vecchio gatto. Oltre l’ingresso, la prospettiva costringeva lo sguardo lungo il viale principale, al cui termine occhieggiava la mole chiara della Cappella. Il limitare dello stradone, su entrambi i lati, era scandito da un’ordinata alternanza di platani e di slanciate lapidi in pietra, quest’ultime invariabilmente circondate da bassi cordoli di sassi scuri. Nei punti dove il viale e le tombe non erano ricoperti di foglie brune, occhieggiava il muschio, leggero come un velo di brina, confondendosi con il verde più chiaro dell’erba.
Rapito da quella promessa di quiete e triste dolcezza, mi accinsi a varcare il breve tratto che separava l’ingresso da una cancellata in ferro battuto, che mi sorpresi di vedere chiusa. Prima che potessi allungare la mano e sospingere il battente, si fece avanti la sagoma di un uomo in divisa, di corporatura slanciata, lo sguardo triste e la pelle chiara. Mi guardò con un’espressione intensa, nella quale credetti di indovinare anche un accenno di premura e compatimento.
– Prego, professore, voi non potete entrare nel giardino.
Sul momento, fui seccato da quei modi, e poco o niente sorpreso di essere conosciuto dal custode di un cimitero, cosa che imputai senz’altro alla notorietà della mia carriera accademica.
– Per quale ragione? – domandai, irritato dall’arbitrarietà di quel divieto. – C’è forse un orario di visita?
– No, – rispose l’uomo, senza abbandonare il suo atteggiamento di condiscendenza. – Il cimitero è sempre aperto, ma non per voi.
– E per quale ragione mi è imposta una così peculiare restrizione? – incalzai, aumentando il tono della voce. Nello stesso momento, percepii la presenza di due figure alle mie spalle, che provenivano dalla stessa strada che avevo percorso pochi istanti prima. Si trattava di un uomo e di una donna, entrambi vestiti di scuro, che si muovevano con aria dimessa e vagamente trasognata: avanzando con lenta sicurezza verso il cancello, si voltarono all’unisono e rivolsero al custode un accenno di sorriso, più triste che educato; poi l’uomo, con un gesto elegante, sopravanzò di qualche passo la signora, aprendo per lei il battente della cancellata. Mentre i due procedevano affiancati lungo il viale interno del giardino, al custode non sfuggì il mio piglio, interrogativo e indignato.
– La signora Peeledge è con noi da poche settimane, – spiegò il custode con aria ampollosa, – e fino ad ora ha dato prova di una condotta impeccabile. Il fatto che un uomo come Roderick Murchison si sia disturbato ad accompagnarla fuori è la miglior riprova della considerazione che ha saputo guadagnarsi presso gli altri ospiti.
– Ma di cosa sta parlando? – interloquii, sempre più confuso.
– Professor Talbot, le rinnovo per l’ultima volta la mia richiesta di andarsene. Faccio appello alla sua fama di uomo ragionevole.
– Stia a sentire... – cominciai, ma fui interrotto da una terza voce.
– Che succede, Bob?
Il nuovo arrivato, che sembrava essere comparso dal nulla, era un anziano dall’aspetto distinto: indossava un completo nero da gentleman, incluso un lungo ombrello a cui si appoggiava leggermente con la mano destra. Rimanendo in piedi al di là della cancellata, costrinse il sorvegliante a voltarsi.
– Quest’uomo, – gracchiò il custode con voce petulante, – vuole entrare nel giardino, pur non avendone diritto.
Il custode estrasse un taccuino dal taschino della divisa e lo porse all’anziano signore:
– Ecco qui, vede? Aurelius Talbot. Si è...
L’ultima parola fu pronunciata lentamente, in un bisbiglio discreto che mi sfuggì.
Il gentleman mi fissò brevemente con i suoi occhi chiari, bruciandomi il viso con totale disprezzo, quindi disse: – Professor Talbot, mi meraviglio dalla sfrontatezza con la quale si presenta in questo luogo sacro.
– Cosa?
– Non finga d’ignorare la situazione, e non abusi della mia pazienza: dovrei cacciarla in malo modo.
– Ma che diavolo...
– Adesso basta! – scattò improvvisamente l’uomo vestito di scuro. – Non tollero provocazioni! La sua volgarità è del tutto inaccettabile: le intimo di andarsene immediatamente, o dovrò ricorrere alle autorità.
– Ma s’immagini. Sono io che ricorro alle autorità, signori miei. Vado subito a cercare un poliziotto!
Mi allontanai con passo rabbioso, sotto gli sguardi ostili e sprezzanti di quei due individui, e svoltai per la strada principale, in cerca di un agente. Per un fatto non insolito in quella stagione, nei pochi minuti che avevo trascorso all’ingresso del cimitero si era levata una fitta nebbia, cancellando ogni riferimento: mi trovavo immerso in un paesaggio irreale, fatto di luci soffuse e contorni indistinti. Incerto sulla direzione da prendere, continuai a seguire quella del mio passo, fendendo i flutti di quel mare bianco.
Finalmente dall’opalescenza confusa presero forma le sagome di una piccola folla, stretta in cerchio, che mi voltava le spalle: mi avvicinai, facendomi largo fra le schiene fino a contemplare una figura, riversa a terra, che nessuno osava toccare.
– Pover’uomo, – sentii sussurrare una voce di donna. – Che fine orribile... così distinto, di così raffinata cultura. Ma si vedeva che non era più lo stesso, dopo la morte della moglie.
– Ha compiuto un gesto terribile, – le rispose un uomo, da un punto imprecisato, poco lontano. – Che Dio abbia pietà della sua anima!

– Ah, – continuò la voce femminile, – lo spero tanto. Ma per quelli come lui non c’è diritto d’asilo, né in terra né in Cielo!


Nota: questo racconto partecipa alla selezione "Racconti Umoristici al Cimitero", indetta da Stella Demaris e Fabio Nocentini. Io e il Coniglio ci siamo anche travestiti per l'occasione (ma lui si vergogna e nella foto ci sono solo io...)