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martedì 3 giugno 2014

Polvere rossa

Leo e Marika camminavano senza fretta, calpestando con studiata noncuranza gli antichissimi mucchietti di polvere rossa che crescevano in piccoli coni, bassi e instabili, ai lati della pista di terra battuta.
Il sentiero saliva pigramente sul fianco dell'arida collina, costeggiando dall'alto il villaggio; le sue unità abitative, rotonde e bianche, sembravano abbarbicate alla roccia come arselle su uno scoglio.
Più lontano, verso le montagne, le correnti ascensionali sbattevano in alto le rade nuvole di vapore, che spuntavano lentamente dal camino del condensatore e venivano risucchiate sopra l'immensa pianura desertica. Una  coperta rossa, grande come il mondo, punteggiata di minuscole macchie verdastre, là dove le serre idroponiche avevano attecchito.

A Leo piaceva quel tratto di strada: da quando aveva imparato quella parola difficile, facendosi spiegare il significato da suo padre, cercava di scoprire i segni del processo di terraformazione in atto: una nuvola che indugiava in cielo, opponendosi al vento furioso, o un ciuffo d'erba che resisteva per qualche giorno ai margini di un campo di condensazione.

L'ultimo tratto della salita era ripido: lo zaino pesava sulle spalle, soprattutto all'andata, con la riserva di aria al massimo della capienza. I ragazzi salivano lentamente, ansimando e appannando leggermente il vetro del casco, fino a conquistare la cima del pianoro.  Là, dove iniziava la vallata e il fiume scorreva tortuoso verso la città, l'atmosfera era abbastanza densa da potersi togliere il casco per qualche ora, a patto di non mettersi a correre e di non fare sforzi.
Marika e Leo si fermavano spesso in quel punto, a riprendere fiato, distesi sulla rada erba marziana, i cui fili sottili e asciutti erano un pallido simulacro delle praterie terrestri da cui le radici erano state trapiantate cinquant'anni prima. Ma loro, quelle distese ondeggianti di verde contro l'azzurro, non le avevano mai viste e non le rimpiangevano.
Ai due ragazzini bastava potersi asciugare la fronte madida, sentire la rada brezza sfiorargli la pelle, per essere felici. Uno spuntino e riprendevano la via, appendendo i caschi alle cinture, i movimenti resi un po' incerti dal loro peso che li sbilanciava su un fianco.
La scuola si trovava un paio di chilometri verso l'interno, a metà strada fra la grande città turrita e i piccoli avamposti dei pionieri, grumi di cupole domestiche aggrappate intorno alla torre di un condensatore, semisepolte dalla polvere rossa. Semi rinsecchiti, buttati a caso nel deserto sterminato, nel quale svanivano, annichiliti dalle dimensioni di quella pianura e dal conteggio del tempo necessario a colonizzarla tutta, al ritmo di duecento millimetri all'anno.
Un brontolio lontano li sorprese mentre attraversavano il letto secco di un antico canale.
"Tuoni?" Domandò Marika, di solito piuttosto indifferente ai fenomeni scientifici, che invece tanto affascinavano il fratello più piccolo.
"Sicuro" rispose lui, ben felice di avere un'occasione per sfoggiare le proprie conoscenze. "Ormai non è infrequente assistere a qualche temporale, nelle zone interne della terraformazione."
La ragazzina si strinse nelle spalle, il fugace interesse immediatamente svanito. "Speriamo che non ci bagni la testa."
Leo non rispose. A lui sarebbe piaciuto, invece, trovarsi sotto la pioggia. Suo padre diceva che poteva essere pericoloso: troppe rocce sulfuree sul pianeta, che reagivano con l'ossigeno immesso dalle macchine colonizzatrici. Le piogge venivano giù ancora belle acide, non si potevano bere e facevano bruciare gli occhi.
"Se doveste trovarvi sotto un temporale, andando a scuola" gli raccomandava ogni tanto "infilatevi il casco e cercate un riparo. Se le tute si bagnano troppo o se cominciano a corrodersi, chiedete subito aiuto con il comlink."
I brontolii aumentarono di intensità: il cielo, verso la città, si era fatto più scuro: non ancora un mantello di nuvole, ma una cappa impalpabile di vapore denso minacciava l'orizzonte, danzando nel vento.
"Meglio affrettarsi" fece il ragazzo. "Manca ancora quasi un chilometro."

La piccola scuola era stata costruita al confluire di una mezza dozzine di piste che, provenendo dalle regioni aride dell'interno, si radunavano come i superstiti sbandati di un esercito in rotta, confluendo in una larga strada carrabile che proseguiva dritta, verso le mura cittadine. Era una scuola di second'ordine, realizzata controvoglia dall’amministrazione, sotto la pressione delle crescenti lamentele delle famiglie di pionieri, che non avevano il tempo e i mezzi per curare l'istruzione primaria dei propri figlioli.
"E poi è una questione di principio" ribadiva spesso il padre di Leo, nelle frequenti occasioni in cui tornava sull'argomento. "La nostra gente si spacca la schiena per strappare brandelli di terra e sfamare gli scribacchini di Nuova Atlantis: senza di noi, la Colonia potrebbe chiudere i battenti in un paio d'anni, come è successo su Venere e su parecchi degli asteroidi esterni. Siamo noi, la spina dorsale del progetto Marte: facciamo la maggior parte del lavoro. Non si può tollerare che i nostri figli crescano da ignoranti solo per la pigrizia e l'inefficienza di quei burocrati dalla testa ammuffita."
Lui e gli altri capifamiglia si erano messi d'accordo: avevano fatto delle riunioni, scritto lettere, minacciato di sospendere la terraformazione di nuovi terreni e di bloccare la produzione di foraggio e funghi proteici. E alla fine l'avevano spuntata: la scuola era stata realizzata e, due volte alla settimana, un maestro veniva inviato dalla città per tenere cinque ore di lezione ai ragazzini della zona.
Questi arrivavano quasi tutti a piedi, tranne i pochi fortunati degli avamposti più vecchi, già raggiunti dal servizio di trasporto con i droni. Si facevano due, quattro ore di strada, sotto il vento e le radiazioni; all'inizio della lezione sedevano attenti, impolverati e stanchi, ma determinati a sfruttare ogni minuto.

Fuori della suola, quella mattina, si era radunato un insolito capannello di studenti. Per lo più, anche quando erano in anticipo, tutti si infilavano dentro la costruzione bassa e tozza, cercando riparo dal sole e il conforto di un po' di acqua fresca. Ma quel giorno era diverso: stavano tutti all'aperto, in piedi o seduti, fissando il cielo verso il deserto.
Leo si avvicinò ad un ragazzo che conosceva e gli toccò il gomito. Quello si girò subito, fissò l'amico e sorrise.
"Ehi, Leonard. Hai visto? Sta per succedere!"
"Di cosa parli?"
"Come sarebbe? Non sai niente dell'eclissi? Non li guardate i notiziari, a casa tua?"
Leo non rispose, vergognandosi. Suo padre aveva venduto il terminale due mesi prima, per pagare le riparazioni al condensatore.
"La notizia mi deve essere sfuggita" fece alla fine, con un tono di circostanza che sembrò poco credibile alle sue stesse orecchie.
L'altro stava per rispondere qualcosa, quando il passo svelto del maestro si fece sentire nel cortile; i ragazzini balzarono in piedi, accalcandosi intorno al punto in cui l'uomo stava fissando al terreno uno strumento sottile e affusolato, puntandone una delle estremità verso l'orizzonte.
"Cos'è?" Domandò Marika al fratello
"Credo che sia un telescopio. Ne ho visto uno disegnato nei libri di papà."
"Leggi i libri di papà?" Fece la ragazzina, con tono incredulo e spaventato.
"Fai silenzio. Sta spiegando."
"Come tutti sapete" iniziò il docente, facendo vergognare ancora di più il piccolo Leonard "fra pochi minuti si verificherà un evento astronomico piuttosto raro e di grande suggestione. La piccola luna Phobos, infatti, passerà davanti al sole, provocandone una parziale eclissi. Questo ci darà l'occasione di studiare, con le dovute precauzioni, la corona solare con il telescopio."
"Cos'è una corona solare?" Domandò un ragazzino.
"Perché la luna passa davanti al sole? Non rischia di caderci dentro?"
"Quanto è grande Phobos?"
"Per favore, per favore." Strillò il maestro, infastidito dal diluvio di richieste. "Sapete bene che non ho tempo di rispondere alle domande. Le ore sono poche e dobbiamo andare avanti con il programma. Trovate tutto nel libro di testo, comunque: leggete e imparate."
La deludente risposta non riuscì a smorzare del tutto l'entusiasmo dei piccoli, che continuavano a fissare il cielo grigiastro, in trepidante attesa. Lentamente, all'inizio in maniera quasi impercettibile, la luce iniziò a scemare. I contorni delle cose si fecero in qualche modo più netti, l'orizzonte sembrava chiudersi di minuto in minuto sopra la terra, mentre in lontananza i profili degli altissimi monti si stagliavano contro un cielo innaturale, color cobalto.
"Guardate" fece ad un tratto il maestro, sollevando la testa dall'oculare del telescopio, che fino a quel momento aveva regolato attentamente. "Presto, uno alla volta."
Mentre i ragazzi formavano una fila ordinata, e il primo di essi accostava l'occhio allo strumento, l'uomo continuava a spiegare. "Fissate lo sguardo al centro della scena. Il vetro esterno dell'ottica è stato schermato in modo da consentirvi di guardare il sole in sicurezza. Noterete che la parte centrale del disco è quasi completamente oscurata dal profilo roccioso del satellite che, orbitando, si frappone fra il vostro punto di osservazione e la stella. Ora, se osservate con attenzione il bordo del disco, potrete vedere la corona. Come abbiamo studiato il mese scorso..."

Leonard non ascoltava. In piedi, dietro alle schiene cenciose degli altri scolari, scalpitava aspettando il suo turno, ansioso di poter scrutare il cielo. Non gli interessava particolarmente l'eclissi, anche se doveva ammettere che lo spettacolo aveva il suo fascino, anche ad occhio nudo. Il disco solare, annerito e oscurato, sembrava ridotto ad un abbacinante anello di luce, circondato da un cerchio più grande che ardeva di un intenso color rubino.
Ma là dietro, oltre il sole splendente, giaceva lo spazio sterminato, l'infinito campo della notte, punteggiato delle fredde stelle. E lui voleva vederle, scrutarle una ad una. Rendersi conto se era vero che...
"Muoviti, Leonard. Tocca a te!"
Scosso dal rimprovero, si avvicinò allo strumento: appoggiò l'orbita al freddo metallo del cannocchiale e sbatté un paio di volte le palpebre. Il campo del telescopio  era riempito dal mutevole bagliore guizzante della corona solare, un oceano di fiamma dall'estensione immensa, che anche da quella inimmaginabile distanza faceva apprezzare tutta la sua maestosa potenza.
Leo indugiò, colpito da tanta bellezza. Anche il sole, pensò, era una stella. Quella più vicina, attorno alla quale giravano tutti i pianeti conosciuti: la vecchia terra, le colonie, i pianeti interni e i giganti gassosi, fino alle regioni più remote del sistema solare, dove le solitarie pattuglie di fabbriche robotizzate incrociavano l'orbita degli asteroidi più promettenti, avvolgendoli con le loro ragnatele di metallo, sondandoli e risucchiandoli, alla ricerca di elementi rari con cui realizzare componenti per l'elettronica.

Tutto questo lui lo conosceva già: l'aveva imparato dalle frettolose lezioni del maestro, sbirciato nei vecchi libri di suo padre, che lui teneva nascosti in cantina, per timore che venissero scoperti. Ma c'era di più: lo aveva letto nelle pagine più vecchie, quelle sepolte sotto il terreno polveroso del deposito degli attrezzi, alla base del condensatore.
Anche in quel momento unico, Leo sentì un brivido di terrore serpeggiargli lungo la schiena: se avesse scoperto che lui sapeva di quei libri, suo padre gli avrebbe spezzato la schiena a bastonate.
Faceva fatica a comprendere perché fosse così pericoloso, parlare delle stelle: una volta, mentre tornavano da Nuova Atlantis di notte, glielo aveva chiesto. L'uomo aveva fermato il carro elettrico, lo aveva guardato alla luce incerta delle piccole lune, fissandolo in silenzio per lunghissimi istanti. Poi, con l'aria di chi confida un terribile segreto, aveva detto: "Ci sono cose che non puoi conoscere, Leo. Ed è meglio così. Non domandare mai a nessuno delle stelle, capito? Tanto meno a scuola." La sua voce sembrava terribilmente seria, quasi spaventata. "Hai capito?" Aveva ripetuto più volte. Da allora, non avevano più parlato di quell'argomento.

"Allora, ti muovi?"
Alle sue spalle, la fila di allievi scalpitava. Ci stava mettendo troppo: ma la sua mano non voleva saperne, rimaneva bloccata intorno all'impugnatura del telescopio, stringendo convulsamente la leva senza osare muoverla. Raccogliendo tutto il suo coraggio, Leo trasse un profondo respiro e tirò il comando, spostando l'inquadratura.
"Ehi, che stai facendo?" Urlò il maestro.
Davanti ai suoi occhi, il disco incendiato del sole scivolò di lato. Le protezioni speciali caddero dall'obiettivo, lasciando che la debole luce dello spazio aperto filtrasse liberamente attraverso gli specchi. Leo poteva percepire il trambusto alle proprie spalle. Come in una scena al rallentatore, vedeva nella mente la sagoma tozza e sudata del maestro che si affrettava verso di lui, urlava ai bambini di allontanarsi, mentre protendeva la mano verso la sua schiena.

Un secondo, due, forse ancora una manciata di istanti lo separavano da una punizione terribile. Leo guardava, e vedeva: le lontanissime stelle, capocchie di spillo multicolore, brillavano vivide contro il drappo nero del cielo, un cubo quasi infinito, riempiendolo di dolci bagliori.
Ma c'era qualcos'altro, più grande e infinitamente più vicino. Vide le stazioni spaziali che orbitavano ai confini dello spazio interno, appena oltre l'orbita degli asteroidi: grumi lucidi di ponti, antenne e luci, grandiosi artefatti di metallo, lucido e alieno, che incombevano sull'umanità, controllandola e imprigionandola.
In un lampo, mentre la mano dell'uomo lo afferrava, strappandolo via e sollevandolo di peso, la visione sparì, ma Leonard aveva compreso.
"È proibito guardare le stelle!" stava gridando il maestro, con voce stridula, mentre continuava a tenere sospeso il corpo di Leo. "Lo dirò a tuo padre: non ti è permesso continuare le lezioni, per tutto l'anno. Magari per sempre!"

Gli altri ragazzini osservavano ammutoliti la scena, ma Leo non aveva paura, non più.
"È per via della guerra, vero?" Domandò, sprezzante, fissando il volto paonazzo dell'uomo.
"Cosa?" Balbettò questo, perdendo rapidamente colore. Lasciò andare Leo, che ricadde sulla polvere rossa con un tonfo ovattato. "Che ne sai tu della guerra? Chi ti ha... dove hai...."
"L'ho letto. Su... un libro che ho trovato per caso."
"Dov'è questo libro? Devi dirmelo subito, Leonard. Ascoltami, ti prego. È una cosa molto pericolosa!"
"Non lo so" mentì. "L'ho buttato via."
Il maestro si scosse, come colpito da un'improvvisa scarica elettrica. Si avventò sul telescopio ed iniziò a smontarlo con gesti rapidi.
"La lezione è finita" annunciò. "Tornate a casa, bambini. La scuola è chiusa, per questa stagione."
"Come chiusa?" Azzardò uno degli alunni.
"Chiusa! Chiusa!" Gridò, in preda ad un attacco isterico. "Sei sordo, per caso? Tornate a casa. Le vostre famiglie saranno informato. Voi fermi!" Aggiunse all'improvviso, rivolto a Leo e Marika. "Voi verrete con me in città."
"Ma dobbiamo tornare dalla nostra famiglia!"
"Avviseremo i vostri genitori. Ora dovete venire con me. Dovete raccontare la storia del libro a... ad una persona."

I due fratelli si guardarono l'un l'altro, perplessi. La ragazzina fissava il fratello con lo sguardo smarrito; sembrava terrorizzata. Anche Leo aveva paura, ma non gli importava di quello che sarebbe successo. I libri avevano ragione, lui l'aveva visto, aveva scoperto il terribile segreto. La guerra, la caduta dell'Impero Terrestre, l'esilio dell'umanità sulle colonie minori, guardate a vista dalle navi da battaglia dei vincitori. Tutte quelle bugie sulla colonizzazione, sullo sviluppo della razza umana, sugli uomini che avrebbero conquistato le stelle... erano solo il modo di nascondere la loro condizione di schiavi.

Il maestro li afferrò entrambi per la mano e li fece salire sul suo carro. Il veicolo si mise in moto e si avviò con un brusco sobbalzo, percorrendo la strada verso la città. Alle spalle, la polvere rossa si alzava lungo la pista, ricadendo in pigri mulinelli che il debole vento agitava lentamente, come buffi pennacchi.

Questo post partecipa all'edizione #74 del Carnevale della Matematica, ospitata dal gran maestro Maurizo Codogno, con il tema "la matematica che vorreste veder insegnata a scuola". E il Coniglio, il tema, lo ha decisamente interpretato al contrario...