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sabato 14 giugno 2014

Sassolini Verdi

Lucertola sollevò il piede e si accinse a distendere la gamba, spostando in avanti il peso del corpo, per compiere faticosamente un altro passo. In quella disgraziata giornata, ne aveva già fatti diverse migliaia, arrancando a fianco dell’altro sopravvissuto allo schianto.

Le due serie di orme si snodavano parallele, serpeggiando nella distesa di sabbia verdastra, arroventata dai due soli principali che splendevano in cielo.
In quel punto la sconfortante monotonia del deserto di scaglie rocciose era interrotta dalla protuberanza di una formazione più grande, perfettamente invisibile nell’abbacinante mare di riflessi cangianti che riverberava dal terreno.
Il piede di Lucertola vi sbatté contro, facendogli perdere l’equilibrio e lasciandolo in balia della forza di gravità che, sebbene di molto inferiore a quella terrestre, fu sufficiente a sbatterlo malamente a terra, rovesciandolo sul dorso.
Robson trasalì, mentre il rumore prodotto dalla caduta dell’amico si propagava nell’atmosfera del pianeta e raggiungeva l’impianto acustico del suo casco.
“Ehi, Lucertola!” lo apostrofò, chinandosi sulla figura del compagno. Questi, come uno scarafaggio ribaltato, combatteva con il peso della tuta per mettersi seduto.
“Tutto a posto, amico?”
Una serie di scariche di elettricità coprì in parte la risposta. “… questo pianeta di merda verde!”

Rassicurato, Robson gli tese una mano per aiutarlo nell’impresa di rimettersi in piedi.
“Ti sei fatto male?”
“No. Ma che differenza fa? Tanto siamo spacciati comunque, grazie a quell’imbecille di Sojoku.”
“Ti prego! Quel poveraccio è morto.”
“Beh, e con questo? È tutta colpa sua: se fosse stato capace di pilotare, senza schiantarsi nell’unico pinnacolo di roccia nel raggio di cinquemila miglia, sarebbe ancora vivo. E poi” proseguì, puntando un dito guantato contro la piastra sternale della tuta del compagno “lui è rimasto secco sul colpo, mentre noi moriremo soffocati in questo schifo, quando finiremo l’energia delle tute.”

L’altro non rispose, limitandosi a fissare la linea piatta e monotona dell’orizzonte: il deserto di sabbia verde si estendeva a perdita d’occhio, uguale a sé stesso in tutte le direzioni. Le pietruzze che lo componevano luccicavano mirabilmente ad ogni movimento dello sguardo, generando un caleidoscopio di riflessi ipnotico e surreale.
Ad eccezione di una piccola fascia oceanica, vicino all’equatore, l’intera superficie di Kepler 913-J era composta da una distesa di minuscole schegge, che scintillavano ai raggi delle due stelle binarie intorno alle quali orbitava il pianeta.
Un posto dove nessun essere vivente, sano di mente, si sarebbe sognato di sviluppare una civiltà. Eppure, la mano bizzarra dell’evoluzione aveva scelto proprio quella palla di sassolini per seminare la vita intelligente.

Dal pianetino si era levata all’improvviso una nuvola di segnali elettromagnetici, il cui primo fronte d’onda aveva raggiunto la Terra in una mattina di tarda primavera. Dopo quel primo contatto, l’eco delle prime radiocomunicazioni di quel mondo lontano, invecchiata dalla distanza, era proseguita incessante, aumentando in volume ed intensità.
Nei primi giorni il mondo, commosso e frastornato, si era fermato per ascoltare i confusi frammenti di quel messaggio alieno, probabilmente sparato a caso nello spazio, che venivano ripetuti da ogni apparecchio radiofonico della terra. Poi l’emozione aveva lasciato il passo all’impeto organizzativo. Squadre di crittografi, linguisti, biologi, psicologi si erano messi al lavoro per interpretare quei ticchettii sfrigolanti, con lo scopo di cavarci un senso, e di predisporre un adeguato messaggio di risposta.
Era stato un lavoro duro, ma sorprendentemente rapido. Sostenuti dal continuo arrivo di nuovi messaggi, i tecnici terrestri avevano trovato rapidamente il bandolo della matassa. In pochi mesi, il testo del messaggio originale era stato decifrato e aveva fatto il giro del mondo.
Le poche parole, di disarmante semplicità, trasmesse dal primo alieno ad inventare la radio, non erano state evidentemente pensate per il primo dialogo fra due razze aliene, ma avevano conquistato tutti.
In pochi giorni, ogni ragazzino della Terra indossava una t-shirt con scritto: “Gran Dio! Funziona davvero!”

Subito dopo le comunicazioni con gli alieni avevano fatto passi da gigante. Entrambi i popoli avevano collaborato a costruire un linguaggio convenzionale, una sorta di Esperanto interstellare, a sostegno degli sforzi delle due specie intelligenti della galassia per conoscersi meglio.
I Kepleriani si erano dimostrati un popolo raffinato ed evoluto. Una solida e millenaria storia democratica, un’organizzazione efficiente che provvedeva al benessere collettivo, una fiorente produzione artistica e culturale. Invece, dal punto di vista tecnologico, risultavano incredibilmente arretrati: non avevano sviluppato alcuna tecnologia aerospaziale, per dirne una. E a quanto si riusciva a comprendere dalle discussioni sull’argomento, non riuscivano nemmeno a concepire il concetto di volo.
Nel complesso la loro civiltà sembrava l’opposto di quella terrestre, tanto speculativa ed armoniosa quanto primitiva a livello industriale. A parte le comunicazioni radio, i Kepleriani sembravano educatamente disinteressati a tutti i mirabolanti progressi, che gli umani sbandieravano ad ogni occasione.  

Per far decollare una nave verso Kepler 913-J c’erano voluti meno di dieci anni: le grandi imprese del settore aerospaziale avevano colto al balzo la loro grande occasione, tirando fuori dai cassetti i progetti più ambiziosi, rigorosamente scartati nei decenni precedenti per i costi proibitivi. Ma adesso il mondo era cambiato, e l’aveva fatto al grido di: “Gran Dio! Funziona davvero!”
La navicella poteva ospitare solo tre membri dell’equipaggio. Robson, Lucertola e Sojoku erano stati scelti subito: erano i migliori sulla piazza, una reputazione senza confronti, indiscussa a livello mondiale.
Il viaggio era stato lungo, anche se il tempo soggettivo era quasi annullato dalla tecnologia di stand-by di ultima generazione, e pieno di insidie. Ma alla fine era andato tutto liscio: decollo, accelerazione gravitazionale, volo interstellare, passato per la maggior parte in animazione sospesa, e poi l’immissione in orbita intorno al pianeta. Anche l’atterraggio automatizzato, con lo striminzito lander che avrebbe fatto da casa base per i tre esploratori, era filato alla grande.

I problemi erano iniziati dopo, quando, montato l’apparato radio per le comunicazioni terrestri, avevano informato gli alieni che la missione terrestre aveva avuto successo: tutto pronto per il primo contatto!
Ma la reazione degli altri era stata sconcertante: è vero che erano passati cinquant’anni, che i tre membri dell’equipaggio avevano trascorso isolati e all’oscuro dell’evoluzione dei rapporti con i Kepleriani. Questi comunque non sembravano divenuti ostili: si erano anche congratulati del successo della missione, ma rimanevano sul vago, come se non riuscissero a comprendere cosa ci si aspettasse da loro a quel punto.
Alla proposta di incontrarsi, osservarsi, interagire a distanza ravvicinata, le risposte si erano fatte decisamente confuse: sembrava che i Kepleriani non fossero in grado di fornire un indicazione precisa rispetto alla posizione delle loro città, né istruzioni sulla direzione da prendere per raggiungere almeno un avamposto, un villaggio, o la dimora di un singolo eremita. All’insistente domanda: “dove siete?”, le voci degli alieni continuavano a ripetere semplicemente: “siamo qui!”
Gli umani si erano aspettati anche che qualcuno li raggiungesse: una delegazione, una pattuglia militare. Ma l’orizzonte del deserto rimaneva vuoto.

Al terzo giorno sul pianeta, Robson era esploso.
“Ve lo dico io, ragazzi: abbiamo fatto un fottuto casino! Questo non è Kepler 913-J. Siamo sul pianeta sbagliato.”
“Cosa? Ma sei impazzito per caso?” gli aveva risposto Lucertola. “Una missione da cinquanta triliardi di dollari, progettata in dieci anni dalle agenzie spaziali di tutto il mondo, e tu dici che abbiamo sbagliato pianeta?!”
“Stai a sentire” aveva attaccato, iniziando ad indossare la tuta per la EVA. “Abbiamo orbitato tre giorni intorno a questa pietraia volante, scandagliandola con le telecamere orbitali palmo a palmo. Non c’è traccia di edifici, nessuna strada, nemmeno un dannato campo di patate!”
“Dove pensi di andare?”
“Fuori, con lo shuttle. Preparatevi.”
“Scordatelo, Rob. Io non vengo” aveva detto Lucertola.
I ragazzi non erano affatto dei vigliacchi, ma sapevano che per shuttle si intendeva una bara volante di sei metri per due, con tre posti in linea e un singolo reattore.
Ne era nata un’accesa discussione, al termine della quale Robson aveva ribadito che il capo era lui, e decideva lui, a cui non mancava certo il coraggio. A quel punto Sojoku, punto sull’orgoglio, si era offerto di pilotare il mezzo, e la storia aveva avuto il suo tragico epilogo.

Nel cielo livido, percorso da raffiche di metano e zolfo, si crogiolavano al sole ammassi di goffi nuvoloni, panciuti e rotondeggianti, che caracollavano verso l’orizzonte come mandrie di grasse mucche.
Lucertola li guardava, ipnotizzato dal paesaggio surreale e da quei colori pazzeschi: il giallo canarino deli soli, il cielo grigio-topo, le nuvole pervinca. E soprattutto quel tappeto verde, interminabile, onnipresente, che riempiva il mondo sotto i loro piedi. Era come se qualcuno avesse grattugiato un gigantesco smeraldo, ricoprendone ogni centimetro di quel dannato pianeta, che stava per diventare la loro tomba.
A confermare i suoi sinistri pensieri, una spia rossa iniziò a lampeggiare sul visore, mentre il cicalino dell’allarme energetico risuonava all’interno del caso.
“Ecco, ci siamo!” bofonchiò il cosmonauta, scoprendo di sentirsi più arrabbiato che impaurito.
Venivano lì, dopo un viaggio di cinquant’anni, pensando di passare alla storia come i primi uomini a visitare una civiltà aliena: e invece doveva finire tutto così, in mezzo ad una ridicola, immensa sassaia!
All’apice della propria rabbia, assestò un calcio poderoso al terreno sotto ai suoi piedi, sollevando in aria una miriade di sassolini verdi. Nella bassa gravità, le pietruzze sembravano quasi galleggiare, come minuscole goccioline di luce, quasi che avessero finalmente imparato a volare.

Per la prima volta nella sua millenaria esistenza, Kr-eoi riusciva a capire cosa avevano provato gli antenati, quando la Grande Pietra si era scontrata contro l’asteroide, generando i frammenti suoi figli che, caduti sulla Terra Promessa, avevano dato origine al Popolo Eletto.

“Gran Dio!” gridò la pietruzza, mentre volteggiava nel sole insieme ai suoi fratelli Kepleriani. “Allora la Scrittura è  vera!”