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lunedì 28 luglio 2014

La dama incolore - 1

L’ultimo giorno del viaggio, che aveva visto Lord Asterion abbandonare le comodità della propria casa di Newcastle, per inoltrarsi oltre la sponda settentrionale del Kielder Water fino al limitare delle Highlands, aveva piovuto fin dall'alba e senza interruzione. 

In prossimità del tramonto il viandante, disperando ormai di poter raggiungere Teviothead prima del buio, si era rassegnato a chiedere ospitalità per la notte presso una delle fattorie che sorgevano lungo il fiume. All’improvviso il cielo si era deciso a schiarirsi; gli ultimi raggi dorati della breve giornata autunnale dardeggiavano sulle propaggini della brughiera, facendo scintillare l’erba fradicia, piegata dal vento in maestose ondate sul fianco delle colline.  In alto, al posto del manto cupo che fino a quel momento aveva ricoperto la terra fradicia, vagavano banchi frastagliate di nuvolaglie, incendiate di tinte vivaci, insolite per il luogo e la stagione, che riflettevano una luce dorata. Lord Asterion, smontando dal carro per liberarsi dell’incerata grondante di pioggia, si fermò ad osservare la riva del lago, scarlatta dei riflessi del crepuscolo, indugiando a lungo dinanzi alla straordinaria profusione di colori, che mai si sarebbe atteso di contemplare in quelle lande. In seguito, ogni volta che avrebbe trovato malvolentieri il coraggio di raccontare della propria disavventura, il ricordo della vivace luminosità di quel paesaggio gli sarebbe balzato alla mente, come un particolare grottesco: e sempre avrebbe evitato di riferirlo, ritenendolo di cattivo gusto.
Ma in quel momento, la mente del nobile era tutta impegnata dal mutamento dei toni del cielo, subito ripresi dalle acque lacustri: dall’oro all’arancio, poi al pervinca, per scivolare verso le lamentose tinte del porpora e dell’indaco, che annunciava il buio. L’orizzonte era sovrastato dalla notte, quando l’uomo si scosse e riprese il cammino, rimproverandosi in silenzio di aver indugiato così a lungo, tramutando il rischio di essere sorpreso dall’oscurità in un’inquietante certezza.
La sera scese ancor più rapida di quanto avesse temuto, e ben prima che fosse giunto in vista di una luce, o qualche altro segno della presenza di un luogo abitato. Un quarto di luna, che si librava svogliatamente appena sopra al limitare degli alberi, illuminava il sentiero quel tanto che bastava per consentire ai cavalli di indovinarne la traccia: gli animali, poco avvezzi al terreno accidentato e alla scarsa visibilità, scalpitavano e sbuffavano innervositi, minacciando di impennarsi ad ogni asperità che calpestavano con gli zoccoli, tanto che il viandante, seduto a cassetta, faticava a sua volta a mantenersi in equilibrio.
In breve gli fu chiaro che continuando in quelle condizioni avrebbe rischiato di azzoppare le bestie, finendo per trovarsi in un frangente di gran lunga peggiore della prospettiva di passare una notte all’umido sul proprio carro. Così, individuato nell’oscurità crescente uno spiazzo lungo la strada, al limite della foresta, Lord Asterion vi diresse i cavalli recalcitranti e li fece fermare a poca distanza dagli alberi. Vedendo il nervosismo degli animali scese rapido e si affrettò a impastoiarli, perché non fuggissero.
Infine, dopo averli foraggiati, si accinse a rimontare sul proprio veicolo e a prepararsi per la notte: si voltò dunque e a pochi passi distanza, sul limitare degli vide, vide nitidamente la macchia chiara di una veste candida, che si spostava con lentezza verso l’interno del bosco. La figura, alta e sottile, sembrava di donna: alla luce incerta della luna si muoveva con grazia e sicurezza. Per un attimo a Lord Asterion sembrò di scorgere il riflesso argentino di una cascata di folti capelli: ma al successivo battito di ciglia, l’immagine era scomparsa e gli occhi del viandante contemplarono soltanto le sagome scure dei tronchi.

L’uomo rimase immobile, a pochi passi dal carro, assalito da una violenta sensazione di irrealtà. Si accorse di essere scosso da un tremito continuo e di avere il respiro affannoso. La bocca, quando provò ad inghiottire la saliva, era secca e impastata, come se non avesse bevuto da ore. Gradualmente il nobile recuperò il controllo delle proprie emozioni: si strofinò gli occhi, si schiarì la gola e si affrettò a rimontare finalmente a cassetta, infilandosi all’interno della copertura del carro. Si trascinò all’interno, adagiandosi in una nicchia ricava fra i propri bagagli. Per la prima volta, durante uno dei suoi viaggi, il nobile rimpianse di non possedere delle armi da fuoco, e frugò con gli occhi l’oscurità intorno alla radura.
 Da quella posizione, quasi reclinata, poteva infatti scorgere, attraverso l’apertura del telone, una buona parte del sentiero e la porzione di foresta al di là di esso. Il disco lunare saliva e il suo chiarore si faceva di minuto in minuto si faceva più intenso. La quiete del paesaggio notturno lo rinfrancò e gradualmente lo convinse ad imputare ciò che era accaduto poco prima ad un’illusione, provocata dagli ingannevoli riflessi del bosco, così scarsamente illuminato; ad essi la sua mente, sopraffatta dalla stanchezza, aveva associato le sembianze di una tanto inquietante quanto inesistente apparizione. Sostenuto da quel pensiero razionale, si dispose ad ascoltare gli ovattati rumori della foresta, lasciando che i continui fruscii e i più rari versi degli animali notturni lo cullassero dolcemente: un raggio di luna adesso penetrava all'interno del carro, rischiarando le casse dove erano custoditi, al riparo dalle intemperie, i volumi dell'Enciclopedie, con la preziosa introduzione di Diderot. Quella vista risvegliò in lui la consapevolezza del motivo per cui si era messo in viaggio, e il senso della sua missione in quella terra di confine: la diffusione dell'ideale illuminista, per amore del quale aveva accettato, a dispetto delle prerogative del suo rango, di impegnarsi a far da precettore all’unica figlia dei Tompstone. Indugiando in tali pensieri, si lasciò scivolare in un sonno quieto, sebbene leggero e guardingo.

Quando il nitrito dei cavalli lo svegliò, ebbe la netta sensazione che la donna lo stesse osservando da tempo: il volto incolore, inespressivo e muto, era rivolto verso di lui e la figura, avvolta nella veste candida con la quale l'aveva scorta muoversi fra gli alberi, era ferma in piedi, con la testa all'altezza dell'apertura del carro. Sebbene sembrasse guardarlo, teneva gli occhi chiusi, come se stesse dormendo. 
Lord Asterion si tirò su di scatto, sbattendo le palpebre, e lei balzò indietro, voltandosi e scomparendo alla sua vista, nascosta dal telo. Lui si precipitò fuori, arrancando fra gli oggetti sparsi intorno a lui per conquistare l'uscita. Quando fu a cassetta, ruotò freneticamente lo sguardo tutt'intorno. L’ampia radura era immersa in un forte chiarore lattescente: la luce era talmente intensa che le ombre degli alberi si stagliavano nitide sull'erba, le cui chiazze più rigogliose spiccavano scure contro la più tenue tinta azzurrognola del terreno spoglio. Nei dintorni del carro non c'era traccia della donna che lo stava spiando: i cavalli, impediti dalle pastoie, erano fermi dove li aveva lasciati. Davanti a lui e alle sue spalle, la pista si distingueva chiaramente, sul profilo irregolare della brughiera, ed era completamente deserta.  
Saltò giù dal carro, accingendosi a girarci intorno per ispezionare meglio la strada, quando con la coda dell'occhio colse un guizzo biancastro di breve durata, dall'altra parte della strada. Girò lo sguardo in tempo per vedere le vesti immacolate volteggiare intorno ad uno dei tronchi, scomparendo nelle profondità del bosco. Determinato a metter fine a quell'incresciosa situazione, Lord Asterion si lanciò all'inseguimento della misteriosa intrusa, pensando di essere vittima di uno scherzo di cattivo gusto, o delle attenzioni di un gruppo di ladri di strada, talmente vigliacchi da mandare una donna a spiarlo. 
Era irritato più che altro dalla propria paura irrazionale, che stentava a controllare, mentre correva fra gli alberi, scartando per evitare le frasche in ombra che gli si paravano davanti all'improvviso e inciampando più volte sulle numerose radici affioranti. Non si fermò a considerare che nessun ladro o burlone avrebbe indossato una veste bianca, in una note di plenilunio, per spiare la propria vittima. Il bosco era fitto e la luce lunare vi penetrava con difficoltà, rendendo difficile intuire il percorso che, all'inizio, gli era parso piuttosto evidente: in breve, l'uomo perse di vista la figura che stava inseguendo e, dopo aver tentato di ritrovarne le tracce compiendo alcune brusche svolte, si rese conto di aver smarrito l'orientamento. 
Ansando, si fermò a prender fiato contro un masso di dimensioni ragguardevoli, ricoperto di vecchio muschio e adornato dai mutevoli giochi d'ombra generati dai rami degli alberi, agitati dal vento. Il silenzio che lo circondava era interrotto da continui fruscii, piccoli schiocchi e improvvisi calpestii di foglie e rami, come se un intero esercito di esseri invisibili fosse in agguato intorno al punto in cui si era fermato. Le ombre poi, rese ingannevoli dalla trama del fogliame che ondeggiava, rendevano indistinguibile ciò che era fermo da quel che sembrava muoversi furtivamente nell'oscurità. Lord Asterion, tentando di controllare le proprie emozioni, si impose di riflettere sulla direzione da prendere per tornare al carro, ripassando mentalmente la topografia del luogo e la direzione della strada che lo attraversava. Ma per quanto si concentrasse, non riusciva a ricordare se al momento in cui si era inoltrato fra gli alberi avesse la luna di fronte o alle spalle.

In quel momento udì l'eco del canto. Una voce femminile che, sebbene dolce e molto melodiosa, era velata di una tristezza livida ed inconsolabile: proveniva da un punto indistinto: a tratti gli sembrava di individuarla alle sue spalle, mentre un minuto dopo il suono giungeva da tutt'altra direzione, portato da un refolo improvviso di vento. Restò in ascolto a lungo, osservando come tutti i suoni della foresta sembravano essersi annullati da quando la donna aveva iniziato a cantare: non riusciva a comprendere le parole, né a farsi un'idea della lingua nella quale venivano pronunciate. Una sola cosa divenne presto chiara all'uomo, che nel realizzarla si sistemò con la schiena contro il masso e afferrò un ramo, pronto ad usarlo a mo' di bastone: la voce si stava avvicinando.
Il chiarore, all'inizio, gli sembrò frutto della propria immaginazione. Si era aspettato di veder spuntare di nuovo la veste candida della misteriosa donna, la cui voce percepiva ormai vicinissima, anche se gli era impossibile comprendere da quale parte si stesse approssimando. Soltanto dopo diversi minuti si accorse che doveva trattarsi di torce, e allora gridò con quanto fiato aveva in gola.
 –Sono qui! Aiutatemi! 

Un sibilo rauco, vicinissimo e alle sue spalle, lo fece girare di scatto. A pochi passi da lui, si trovò a contemplare nuovamente il volto senza colore della giovane donna, che protendeva in avanti le mani, come per balzargli alla gola. Un attimo prima che lei si voltasse, per scomparire nuovamente nell'oscurità, un guizzo delle fiamme ormai vicine le illuminò in pieno il viso, e lui poté vedere che la ragazza teneva ancora gli occhi completamente chiusi, come se non avesse bisogno della vista per orientarsi di notte. 
– Lord Asterion?– gridò una voce baritonale, ancora lontana. 
Il nobile fece alcuni passi indietro, allontanandosi istintivamente dal punto in cui aveva perso di vista la sinistra apparizione, e gridò in risposta: – Per servirvi. – rivolgendosi alla direzione da cui gli giungeva il soccorso. – E voi chi siete, signore? Fatevi riconoscere.
– Sono Lord Tompstone. Siete ferito?
All'udire il nome del suo ospite, il cuore del viandante smarrito si rinfrancò non poco. 
– Sto bene, – lo rassicurò – ma affrettatevi: i paraggi non sembrano sicuri. 
Nel pronunciare l'ultima frase, si sentì a disagio, domandandosi cosa avrebbe pensato il suo anfitrione di un precettore che si smarrisce nel bosco e, dopo esser stato salvato, racconta per prima cosa dell'apparizione di una giovane donna, che vaga di notte per la brughiera, minacciando i viandanti.
Così pensando, iniziò ad avanzare in fretta verso la luce delle torce, la cui origine era ormai chiaramente distinguibile a breve distanza, e in pochi minuti si trovò dinanzi ad un nutrito gruppo di uomini armati, molti dei quali reggevano lunghe fiaccole ardenti. Il nobile che li guidava si fece avanti e lo salutò come si conviene ad un pari rango, non nascondendo una certa apprensione che, Asterion lo intuì facilmente, non si era affatto dissolta con il fatto di averlo trovato sano e salvo. 
– Affrettiamoci a tornare alla strada – fece Tompstone dopo i primi convenevoli, confermando quell’impressione. 
Per tutto il breve tragitto, dalla cui durata il viandante scoprì di non essersi allontanato dalla strada più di qualche centinaio di metri, nessuno degli uomini parlò: al bagliore delle fiamme, avevano tutti il viso tirato e frugavano nervosamente l'oscurità, come se temessero di non essere al sicuro. Quando furono di nuovo sulla via, il suo ospite lo accompagnò fino al carro e si offrì di lasciargli un uomo di scorta, con una torcia e un buon paio di pistole, cosa che venne accettata di buon grado. Pochi minuti dopo, il carro ripartì e il gruppetto di cavalieri che avevano accompagnato il proprio signore lo precedette al piccolo trotto lungo la strada, scomparendo in fretta alla vista.

– Vi ringrazio per il vostro aiuto. – disse Asterion ad un certo punto, per rompere il ghiaccio: l'uomo che lo accompagnava continuava infatti a fissare in silenzio la pista davanti a sé, tenendo la fiaccola al di sopra delle loro teste, in modo da illuminare più il bosco nei paraggi che il cammino. 
– Nessun disturbo. – rispose l'altro, laconico.
– Oh, invece temo di avervi dato una preoccupazione: contavo di arrivare prima di notte al villaggio, prendere dimora in una locanda e presentarmi domattina al castello. Ma è evidente che ho sbagliato di parecchio il mio calcolo.
– Queste terre sono insidiose, Milord: non è la prima volta che recuperiamo dei viandanti smarriti, da queste parti. – E abbassando la voce, dopo un silenzio che si riempì di attesa, aggiunse: – Non sempre arriviamo in tempo.
– Che intendete dire?
L’altro sembrò pentito di aver pronunciato quell’ultima frase. Visibilmente a disagio, rispose: – Non badateci, ho parlato anche troppo. Lord Tompstone ci tiene che il vostro soggiorno sia confortevole, e sono certo che farete in fretta a dimenticare questo piccolo… incidente.
Il modo nel quale il suo compagno aveva pronunciato l’ultima parola, allusivo e turbato insieme, lo convinse a non approfondire ulteriormente l’argomento, e in particolare a non parlare affatto della giovane donna che aveva inseguito nel bosco. Dopo un po’ l’uomo si offrì di prendere le redini per il resto del tempo, e il nobile, sul punto di essere sopraffatto dalla stanchezza, accettò di buon grado, abbandonandosi in poco tempo al sonno. 
La strada, dopo essersi inerpicata per una disordinata successione di basse colline, iniziava a degradare dolcemente verso il fondovalle, dalla parte opposta del Kielder, scendendo verso l’abitato di Teviothead. Quando vi giunsero albeggiava: Lord Asterion, ancora appisolato, sobbalzò quando il carro si fermò nel cortile della villa dei Tompstone. La dimora della nobile famiglia scozzese aveva l'aspetto di un fortilizio medioevale: un torrione centrale, tozzo e basso, si stagliava al centro di un'accozzaglia di bastioni e spezzoni di mura, disposte su un perimetro grossolanamente rettangolare, sulle quali erano state erette, senza un ordine apparente, numerose torri, anch'esse di modesta altezza. L'insieme dava un'idea di inattaccabile solidità e di totale mancanza di gusto. 

Lord Tompstone era in piedi, dinanzi all'ingresso principale della sua casa: si era cambiato d'abito e sul suo viso disteso non vi era traccia della notte insonne appena trascorsa. Salutò il suo ospite come se lo vedesse per la prima volta, informandosi su come fosse andato il viaggio, e se avesse incontrato il favore del tempo atmosferico. Lord Asterion, piuttosto sbalordito, era troppo stanco per commentare l'assurdità di quei convenevoli e del loro contenuto surreale, per cui si limitò ad assecondare il padrone di casa, rispondendo che sì, il viaggio era stato eccellente, ma molto lungo e piuttosto estenuante, pertanto avrebbe gradito potersi ritirare per il resto della giornata. Fu convenuto che i due gentiluomini si sarebbero rivisti a cena, alla quale avrebbe partecipato anche miss Tompstone, in modo da dare al maestro l'occasione di fare la conoscenza della sua allieva.
Il resto della giornata, il nuovo arrivato lo trascorse effettivamente immerso in un sonno ristoratore. Prima di abbandonarvisi, ebbe modo di constatare che l'alloggio messogli a disposizione era all'altezza delle migliori aspettative, del tutto adeguato ad un gentiluomo del suo lignaggio. Il padrone di casa non aveva trascurato alcuna delle comodità a cui lo aveva abituato la vita della città, e questo sforzo si vedeva chiaramente nella cura con la quale erano state arredate le sue tre stanze, fin nei più insignificanti dettagli. Il quartiere di Asterion si componeva infatti di una grande camera, con due finestre che affacciavano sul parco del maniero, un bagno privato, con un ampio disimpegno, e uno studio molto spazioso, dotato di scrittoio, di un salottino e di una monumentale libreria, ingombra all'inverosimile di volumi, che risvegliarono il suo interesse di letterato, e che si ripromise di ispezionare con calma. Sebbene la stanza fosse molto grande, era stato informato che le lezioni, per maggiore convenienza, si sarebbero tenute nella sala comune, al primo piano della casa, sotto lo sguardo vigile della domestica: miss Elisabeth Tompstone era infatti più una donna che una fanciulla, e sebbene la reputazione di gentiluomo del maestro fosse irreprensibile, non vi era alcuna ragione di dare alle malelingue occasione di esercitarsi. 

Si svegliò nel tardo pomeriggio, strappato al sonno dal bizzarro gioco fra le tende, mosse da un refolo di vento, e un obliquo raggio di sole, che immergeva i suoi occhi chiusi in un alternarsi di luce dorata e penombra. Si alzò e si avvicinò alla finestra, che non ricordava di aver lasciata accostata: la mente era assente, preda di un lieve opacamento di tutti i sensi, che Asterion imputava all'insolito orario del sonno che si era consesso. Si affacciò: il giardino dei Tompstone era immerso nel delicato splendore del primo crepuscolo: i vialetti, bordati di piccoli cipressi, e i numerosi piccoli stagni sembravano gareggiare per attirare il calore dell’ultimo meriggio. Oltre i confini del parco, di là dal muraglione che delimitava la proprietà signorile, i campi arati e i morbidi pendii erbosi si stendevano fino al limitare delle prime case del villaggio, costruito a ridosso dell'alveo del fiume. Osservata dall'alto, quella porzione meridionale di Scozia non sembrava affatto diversa dal nord dell'Inghilterra; a Lord Asterion parve un buon auspicio per il compito che si era proposto di svolgere in quel luogo: tanta similitudine geografica, si disse, di certo aveva operato sul temperamento delle persone che vi abitavano le identiche influenze positive che aveva riscontrato nei suoi giovani allievi dall'altra parte del confine. Egli era infatti un convinto sostenitore della teoria per cui l'ambiente e la società in cui si trascorreva l'infanzia influenzano le capacità intellettive dei giovani, condizionandone in modo indissolubile l'inclinazione all'apprendimento. 
Rinfrancato da quella constatazione e rigenerato dal riposo, il nobile si cambiò rapidamente d'abito e scese al pian terreno, di ottimo umore. Si fermò sul pianerottolo mezzano, un largo passaggio di congiunzione fra le due scalinate, così sviluppato in lunghezza da costituire un vero e proprio corridoio. Alle pareti erano appesi dei dipinti ad olio, di fattura non comune, fra i quali spiccava il ritratto di una giovane donna, vestita di bianco, che si stagliava su uno sfondo notturno. Qualcosa nella figura lo colpì, bloccandolo  a metà del proprio passo, e costrinse il suo sguardo a cercare quello della donna del quadro. Tuttavia, notò subito, comprendendo l'origine dell'inquietudine che gli trasmetteva quella tela, la dama era ritratta con gli occhi chiusi: forse per giustificare quella bizzarra rappresentazione, il pittore l'aveva disegnata con il capo curvo da un lato e leggermente chinato sulla spalla, come se lei stesse riflettendo, o fosse stata colta nell'attimo in cui veniva vinta da una profonda tristezza. Ad ogni modo, il nobile non poté fare a meno di rabbrividire, riconoscendo la straordinaria somiglianza fra la ragazza del dipinto e la figura che l'aveva tormentato durante il suo viaggio di andata, conducendolo, complice la sua imprudente condotta, a smarrirsi fra i boschi del Kielder. 
Con l'animo repentinamente mutato, raggiunse la sala da pranzo, già preparata per il desinare, e si predispose ai convenevoli, che avrebbe volentieri evitato, dato il suo stato di profondo turbamento, ma che l'etichetta e le circostanze gli imponevano di non trascurare. Tuttavia gli fu subito evidente, appena varcata la soglia dell'ampio soggiorno, che gli altri abitanti della dimora erano a loro volta impensieriti da un fatto rilevante: i domestici, che si affaccendavano intorno agli ultimi preparativi della cena, avevano volti tirati e compivano gesti nervosi. I familiari di Lord Tompstone che ancora non aveva conosciuto stavano in disparte, occhieggiandolo furtivamente, e sembravano incerti sul da farsi, in assenza del padrone di casa; il quale, a dispetto di quanto sarebbe stato ovvio aspettarsi, non era presente.

Dopo pochi minuti di silenzioso imbarazzo, durante i quali all'ospite furono offerti dai camerieri alcuni semplici stuzzichini, una donna alta, dall'aspetto austero ed elegante, ruppe gli indugi e gli si avvicinò con passo spedito, colmando la distanza che li separava con la sicurezza di colei che è abituata a rappresentare la famiglia nelle occasioni sociali, cosa che ad Asterion non sfuggì. 
– Buonasera, Milord – lo salutò con disinvolta affabilità, porgendole il dorso di una mano sottile ed elegante, che lui si affrettò a portare alle labbra. 
– Sono lieto di incontrarla, signora Tompstone – rispose lui, certo di trovarsi davanti la padrona di casa.
– In verità – lo corresse la donna – sono la sorella di milady: lei è mancata tre lustri orsono. 
– Ne sono desolato. – si giustificò. – Suo cognato non ha fatto menzione del proprio lutto in nessuna delle lettere che mi ha scritto.
– È un uomo dall’indole riservata e taciturna: i suoi silenzi ostinati si collocano spesso al confine delle buone maniere. Anche se è dotato di una profonda sensibilità d’animo, non è sempre facile comprendere il suo carattere; sua figlia – aggiunse con fare civettuolo, abbassando la voce – ne soffre, di un disagio crescente.
Lord Asterion annuì educatamente e, non intendendo farsi coinvolgere da quell’accenno di pettegolezzo, si affrettò a cambiare argomento: – Mi sono ritirato subito dopo il mio arrivo e non ho avuto ancora occasione di incontrare Miss Tompstone.
Gli occhi le brillarono di una luce intensa, che a lui parve cattiva: – Non gliel’hanno detto? 
– Detto cosa?
Incapace di contenere la propria malvagia soddisfazione, la donna concluse: – Questo pomeriggio, mia nipote è scomparsa.