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venerdì 4 luglio 2014

La musica del cielo

Mephal sapeva che non sarebbe dovuto andare di nuovo da lui. Si guardava intorno nervosamente, scrutando l’orizzonte tremolante oltre il profilo tozzo delle dune, nel timore di veder spuntare all’improvviso la sagoma scura di un catafratto romano. L’uomo con il turbante era lì, seduto tranquillamente all’ombra: la lunga asta del suo strumento spuntava dalla bisaccia, in bella vista, come se si fosse trattato di un oggetto qualunque.
Il ragazzo affrettò il passo, lanciandosi di corsa per l’ultimo tratto della stradina che congiungeva il centro di Nisibis alla spianata dove era stata costruita la chiesa. Il vecchio persiano lo vide e spalancò le braccia in segno di saluto, alzandosi faticosamente in piedi. 
“Salute, piccolo uomo!” lo salutò, colmo di gioia.
“Azad! Vecchio pazzo” rispose il ragazzo, fuori di sé dalla paura, additando il manico del liuto. “Che ti salta in mente di venire in città con quello? Sai che il governatore ti può mettere a morte!”
“L’ho fatto per te, mio piccolo sole! Per farti udire i suoni delle sfere celesti.”
“Ah! Taci! Se ti odono!” 

La voce del piccolo contadino tremava. Alle sue spalle, le pietre della facciata sembravano assorbire il candore abbacinante del sole. La chiesa gli faceva paura l’aveva vista costruire in pochi anni, a ricordo della grande martire dalla storia truce. L’aveva sognata, Febronia, con le mani e i piedi mozzi, i seni squarciati che grondavano sangue. Gli gridava parole incomprensibili, guardandolo con gli occhi bianchi e ciechi, schiumando bava dalla bocca, fin quando la scure del carnefice non le tagliava la testa. A quel punto lui si svegliava urlando: rimaneva immobile nel letto, fissando il vago chiarore delle stelle fra le assi del soffitto, e pregava il Dio cristiano perché la santa smettesse di visitarlo in sogno.
“Il suono non conosce confini, soltanto mezzi di trasmissione” stava dicendo il vecchio, mentre con grande fatica si rimetteva a sedere all’ombra, poggiando la schiena al muro della chiesa. Tirò fuori il liuto con calma, compiendo ogni gesto con cura e lentezza. Le sue dita nodose tastavano le morbide curve del legno, impostando le regolazioni del cavigliere. Strappò alle corde alcuni accenni di vibrazioni, quasi fantasmi di suoni, che aleggiarono nella calura del mezzogiorno. Attonito, combattuto fra il terrore di quello che stava facendo e il desiderio di ascoltare finalmente la musica del cielo, Mephal tratteneva il fiato e tendeva l’orecchio con spasmodica concentrazione.
Finalmente, un suono isolato, limpido e puro, fu generato dall’oscillazione armonica di una singola corda; amplificato dalla cassa di risonanza dello strumento, si propagò nell’aria, giungendo all’udito sensibile del giovane. La nota cristallina gli attraversò i sensi, fu raccolta dai complessi meccanismi del suo orecchio e tradotta in segnali che il suo cervello poteva interpretare come un abisso insondabile di pura emozione.

“Questa” disse piano il vecchio liutaio, prima che tutto si perdesse nella leggerissima brezza “è la musica lunare. La più semplice da ascoltare, in quanto la più vicina al mondo su cui poggiano i nostri sensi. Adesso” proseguì, osservando di sottecchi il suo giovane allievo, che fremeva di crescente eccitazione “ascolterai il suono della sfera del sole”.
Così dicendo, prese con cura da un sacchetto che portava al collo un regolo di legno, squadrato e levigato, sul quale erano riportate una serie di elaborate incisioni. Lo osservò attentamente, portandoselo vicino agli occhi: poi accostò una delle incisioni ad un punto preciso della corda che aveva suonato poco prima, dividendola in due segmenti, di lunghezza determinata, e ne percosse la parte più lunga. Una nuova nota, di tono più alto, vibrò con lo stesso timbro pulito, privo di qualunque dissonanza, e di nuovo il petto del fanciullo sobbalzò di meravigliata esaltazione.
“Il sole e la luna condividono una proporzione fissa, eterna ed immutabile, che ne definisce la natura e permette di riprodurre l’unica e inconfondibile armonia di entrambe” continuò il vecchio, mentre si accingeva ad individuare un’altra posizione del legnetto e l’applicava nuovamente allo strumento. Sotto gli occhi attenti di Mephal, il vecchio suonò ancora, stavolta pizzicando contemporaneamente due corde diverse. Si diffuse un’armonia più complessa, dolce e intensa, che giunse subito in profondità nella coscienza del giovane, risuonandogli fino dentro le ossa, e lo scosse come il tocco della folgore. 

“Giove e Saturno, le cui orbite celesti vibrano insieme” spiegò. “Chi conosce il segreto di tali proporzioni può creare l’essenza l’universo intero, partendo dalle sue armonie.”
“Dio ha creato l’universo” obiettò il giovane, asciugandosi una lacrima di commozione. “Come puoi tu farlo di nuovo?”
Il vecchio sorrise dolcemente, allungando una mano rugosa sul viso del fanciullo. “Conosco poco il tuo Dio cristiano, piccolo Mephal. Ne sento la tenerezza, ma sono troppo vecchio per lasciare che la sua mano mi tocchi il cuore.” Fece una lunga pausa, durante la quale sembrò impegnato a contemplare qualcosa che il ragazzo non poteva percepire, come una presenza, muta e ineffabile, che aleggiava fra le pietre, la sabbia e il cielo. 

“Non so se il tuo Dio ha creato il mondo” proseguì il musico, predisponendo una nuova regolazione di proporzioni sulla tastiera del liuto. “Ma se l’ha fatto, ha suonato queste stesse note, con un altro strumento.”
Pizzicò tre corde. Le onde sonore, stavolta, investirono la coscienza dell’ascoltatore con incredibile violenza. L’onda d’urto delle sensazioni che si agitavano in lui lo gettò a terra, in preda a spasimi incontrollabili: le orecchie presero a ronzargli, mentre un rivolo di bava gli sfuggiva agli angoli della bocca. Per alcuni interminabili istanti il corpo del ragazzo fu squassato dalle convulsioni, di sempre minore intensità, poi improvvisamente le contrazioni dei muscoli cessarono del tutto, lasciandolo riverso sul selciato, sporco di urina e di saliva. 

La prima cosa che Mephal vide, quando aprì gli occhi, fu il pennacchio rosso sangue di un legionario, che ondeggiava ritmicamente contro il cielo azzurro. Ci mise alcuni istanti a comprendere che l’uomo lo teneva coricato sulle proprie spalle, come un capretto, e che lo stava portando via. Ruotando lo sguardo scorse il vecchio persiano, che incespicava lì accanto, tentando di assecondare gli strattoni con i quali un altro legionario lo conduceva in catene.
“Cosa gli fate?” domandò.
“Ah sei sveglio?” bofonchiò il soldato, un gigante dalla pelle chiara e i capelli biondi, con l’accento della gente del nord. “Meglio così, mi risparmierai la fatica di portati in spalla”.
Così dicendo posò a terra il ragazzo e gli legò i polsi dietro la schiena, impugnando l’altro capo della corda, e lo incitò a riprendere il cammino con le proprie gambe.
“Ma dove andiamo?” domandò lui. “Non ho fatto niente!”
“Silenzio!” soggiunse una voce autorevole. Il soldato si fermò e un uomo alto e magro, con una semplice tunica scura, li raggiunse. 
“Chi ti ha detto di farlo camminare?” domandò al legionario, con tono sprezzante.
“Si è svegliato” si giustificò questi.
“Questo ragazzo è indemoniato: se è sveglio, legatelo e imbavagliatelo” ordinò l’uomo, prima di allontanarsi facendo frenetici gesti di scongiuro con le mani. “Sempre più barbari, sempre più ignoranti” lo sentì bofonchiare Mephal, mentre scompariva dalla sua vita. 

Due uomini eseguirono l’ordine; dall’altra parte della strada, gli giunse la voce del vecchio liutaio: “Mi dispiace, ragazzo. Volevo che tu sentissi il suono delle stelle fisse, almeno una volta.”
“Taci, eretico!” lo insultarono, colpendolo duramente con il piatto della spada. “Ti giustificherai davanti al Centurione.”
Ridotti i prigionieri al silenzio, i romani ripresero la strada. Dal suo punto di vista ondeggiante, nuovamente sulle spalle del gigantesco soldato del nord, Mephal poteva vedere il profilo superbo di un catafratto, che li sorvegliava dall’alto della duna.

Romani, Sassanidi, cristiani, zoroastriani… Nomi che per lui significavano soltanto miseria e violenza. Poco importava chi fosse dentro le mura, e chi fuori: a Nisibis le antiche pietre si tingevano sempre di sangue e di lacrime, mentre i due grandi imperi si contendevano la città come cani rabbiosi, stritolandola fra le loro fauci.
Un soldato romano aveva violentato sua madre, uccidendola. In cerca di vendetta, suo padre era stato trucidato dalla cavalleria persiana. Non faceva alcuna differenza, non l’avrebbe mia fatta: che fosse in nome di Dio o di Zoroastro, gli uomini continuavano a uccidere allo stesso modo. 
Per questo aveva cercato, nella musica del cielo, un senso più grande. Ma il liuto del vecchio giaceva spezzato, con le sue delicate corde che si seccavano al sole. Il misterioso regolo delle proporzioni era andato perduto, sarebbe marcito sotto la sabbia. 

E lui non l’avrebbe mai sentito, il suono delle stelle fisse.



Nota - questo racconto partecipa al 75° carnevale della matematica, ospitato da Dionisio su "Pitagora e dintorni" con il tema "la matematica della musica o la musica della matematica".
Nel corso della sua storia e in particolare nel IV secolo dc, la città di confine di Nisibis fu a lungo aspramente contesa fra i Bizantini (Impero Romano d'Oriente) e la dinastia medio-imperiale dei Sassanidi. La questione fu definitivamente chiusa dopo quasi altri due secoli, con la conquista araba di buona parte del medioriente, che spazzò via il millenario impero Persiano. 

Sullo sfondo dei brutali scontri militari, gli aspetti culturali, filosofici e artistici si mescolano sanguinosamente con i determinanti delle appartenenze religiose e politiche e vengono strumentalizzati ad una cieca ragione di stato, che impregna di sé tutti gli aspetti della vita civile e spirituale.
A farne le spese è, allora come oggi, l'umanità dei protagonisti, le loro ambizioni più nobili, gli slanci spirituali, la vita stessa. Che si ripiega a terra, allontanandosi irrimediabilmente dalla bellezza.