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giovedì 24 luglio 2014

Oltre la nebbia del primo mattino - Capitolo 6

Nota: questa è la conclusione di un racconto, ambientato in un mondo particolare, che potrebbe anche essere il nostro. I dettagli li puoi trovare qui.

Andreij Vassilli percepiva lo scorrere del tempo come un liquido denso all’interno di una clessidra troppo stretta: i secondi si appiccicavano l’uno sull’altro, impilandosi e sovrapponendosi nella sua mente, spingendolo verso una dimensione sempre più irreale. Tutto ciò non influenzava minimamente la capacità del Pilota di Prima Classe di controllare la squadriglia dei suoi droni, rossi messaggeri di morte che solcavano la superficie dell’oceano a volo radente; invisibili a qualunque sistema di rilevazione, trasportavano il loro fardello di morte in una danza elegante appena sopra il pelo dell’acqua.
 Il tempo si contraeva e si dilatava ai margini della sua percezione, concentrata sull’istante in corso, e lo spazio che percepiva si era ridotto a quella sottile linea, in continuo accorciamento, che separava lo stormo dalle navi da guerra. Non contava null’altro. L’orizzonte si riempì di bersagli: all’approssimarsi dello stormo, davanti agli occhi increduli dei soldati, decine di allarmi acustici trillarono all’improvviso e le sirene di emergenza ulularono il loro tardivo avvertimento. Andreij ne era del tutto inconsapevole, né avrebbe fatto per lui alcuna differenza percepire l’ondata di stupore e panico totale che aveva suscitato la comparsa dei suoi droni. Tutto questo si svolgeva in un’altra scala temporale, in un mondo parallelo che non lo riguardava, se non per il fatto che lui stava per distruggerlo. I pensieri si susseguivano lucidi nella sua mente: armare i missili, inquadrare il bersaglio, lanciare. Cabrare, attivare gli scudi termici, virare. Rilevare la distruzione del bersaglio. Rientrare. 
Alle spalle della squadriglia, una foresta abbacinante di colossali funghi atomici faceva evaporare tutto ciò che si trovava nell'area, mescolando nuvole di metallo fuso a quelle sollevate dall’acqua dell’oceano. 

Nella giungla, l’onda sonora delle esplosioni atomiche si perse nel fragore della battaglia: un urlo continuo, intervallato da scoppi ancora più intensi, quando uno dei proiettili di mortaio incontrava la corazza di un bot coloniale, squarciando le lastre e facendo esplodere le celle energetiche e le munizioni al suo interno. Ma quando lo spostamento d’aria rovente giunse sopra l’isola, sradicando gli alberi per una profondità di dieci chilometri all’interno, i soldati impegnati nel durissimo scontro lungo lo sbarramento dei ribelli si resero conto che era successo qualcosa di terribile.
“La nave è stata colpita?” urlò Marcélo in una delle radiotrasmittenti da campo, con le quali il pugno di uomini della resistenza si teneva in contatto da un capo all’altro di quella lunga trincea, fatta di torrette anticarro e cannoncini automatici. 
Gli rispose la voce di uno degli ufficiali, che stentò riconoscere, semisepolta dalle scariche elettromagnetiche. “A giudicare dalla statica, sono state usate armi nucleari!”
Non rispose, non c'era bisogno: entrambi sapevano che a bordo dell’incrociatore di Mikerson era presente soltanto armamento convenzionale. Nel silenzio surreale che era seguito al passaggio dell'onda d'urto, lo scout si rialzò, raggiunse di corsa una delle centraline di controllo e svitò rapidamente il coperchio: l’impulso elettromagnetico aveva disattivato tutti i sistemi, ma la schermatura aveva tenuto. 
Inconsapevole che tutto orami era perduto, il computer che governava quel piccolo sbarramento anticarro si stava riavviando; nel giro di qualche minuto le armi avrebbero ripreso a far fuoco.  Meccanicamente, Mikerson ruotò al massimo il regolatore di potenza, incrementando il lancio di proiettili di plasma incandescente fino al ritmo di un flusso continuo: in questo modo, il generatore di energia non sarebbe stato in grado di rifornire di nuovi colpi la torretta, ma non aveva importanza. Il tempo, per i ribelli, era giunto alla fine.

*** 

La violenza del vento atomico aveva fatto inclinare su un fianco il comando mobile, sollevandolo ben oltre il limite di sicurezza e minacciando di capovolgerlo. All’interno, mentre gli allarmi dei giroscopi trillavano, sovrapponendosi al suono lugubre dell’allerta radiazioni, i tecnici dell’esercito coloniale lottavano per mantenere l’equilibrio, rinunciando ad ogni tentativo di comprendere cosa stesse accadendo. Baranov invece, avvinghiato con una sola mano ad un solido corrimano, si era fatto subito una propria idea, in base alla quale, prima che la struttura si fosse del tutto raddrizzata, stava già gridando ordini dentro il comunicatore: 
“A tutte le unità di terra: avanzare! Preparate gli stormi di stratocotteri e i droni per il decollo immediato!”
“Che diavolo sta facendo?” urlò il tenente, strappandogli di mano il dispositivo. “Non può comandare le mie truppe!”
“Posso, e come! I nostri droni d’assalto hanno nuclearizzato la nave di quei bastardi: ho dato io stesso l’ordine, al Pilota di Prima Classe Andreji Vassili, e lui lo ha appena eseguito. Ora è il momento di avanzare e spazzare via i ribelli, tenente, prima che la Rete di Luci sia compromessa.”
“C’è stato un attacco nucleare di origine sconosciuta,” continuò il soldato, con tono piagnucoloso “e io devo seguire i protocolli di sicurezza.”
“Sei sordo, soldato?” gridò l’altro, fuori di sé, avanzando e afferrando l’uomo per il bavero dell’uniforme “L’attacco è stato ordinato da me, proviene da un’unità dell’esercito Boreale ed ha annientato il nemico!”
“Mi lasci! Sicurezza!”
Due uomini armati fecero per avvicinarsi, titubanti, ma lo sguardo di Baranov bastò ad inchiodarli sul posto. 
“Che aspettate?” strillò  l’ufficiale, divincolandosi “Vi ordino di intervenire e arrestare questo pazzo!”
“Tenente Dawson” annunciò il maggiore in tono formale “Lei è sollevato dal comando per manifesta incompetenza. Assumo ora il controllo delle truppe coloniali.”
 “Ma cosa… non è possibile…” balbettò il giovane, mentre i due uomini della sicurezza lo afferravano per le braccia. Baranov lo lasciò andare e il soldato si abbandonò alle guardie, ammutolito e confuso, facendosi disarmare e ammanettare. 
“Avanzare con tutti i mezzi di terra. Decollo immediato dei mezzi aerei.” Continuando a sputare ordini, il maggiore si avviò verso l’uscita del veicolo. “Sergente!” gridò, già sulla soglia “Faccia preparare uno stratocottero per me, voglio seguire personalmente l’avanzata finale dall’alto.”
Senza attendere conferma, Baranov uscì dal portello, atterrando su un mucchio irregolare di rami spezzati e frasche: tutto intorno, la boscaglia era stata devastata dai venti dell’esplosione atomica. Gli alberi divelti erano stati scagliati ovunque e i tronchi giacevano alla rinfusa in un groviglio infernale, rendendo molto difficile spostarsi a piedi. A fatica raggiunse una zona sgombra, verso la quale stavano già convergendo alcuni grossi cingolati, aprendosi la strada fra i detriti e permettendo ai mezzi più piccoli di avanzare. Il maggiore attese alcuni minuti, poi uno stratocottero atterrò a pochi metri di distanza, e lui si affrettò a salire a bordo. Il velivolo decollò subito. In basso, file di bot e cannoni cingolati emergevano dai nascondigli e si dirigevano verso la costa occidentale dell’isola, lontana ormai non più di una ventina di chilometri. Da quella parte, verso il Pacifico, l’orizzonte era chiuso da una densa cortina di nubi vorticose e scure, che rotolavano verso l’alto, conservando ancora un sinistro aspetto a fungo. Solo a quella vista il maggiore realizzò il rischio che aveva corso, rimanendo esposto all’aria. Ma in quel momento, non gli importava nulla: l’eccitazione della battaglia aveva preso il sopravvento su ogni altro pensiero razionale.
Anche da quell’altezza, era impossibile distinguere alcunché al di là della fitta cortina di fumo nerastro che aveva invaso l’oceano e la parte orientale dell’isola. Ma a lui bastava osservare il fronte dei mezzi da guerra che avanzava, per sentirsi sicuro della vittoria. Girò il selettore sul pilota manuale, impugnando la cloche, e si passò la lingua sulle labbra, eccitato: prima della fine, avrebbe avuto senz’altro l’occasione di sparare a qualche bersaglio!

***

La casa era ormai a poca distanza. Un ultimo tratto allo scoperto, meno di trecento metri, da percorrere di corsa evitando di inciampare in un ramo spezzato o nelle schegge dei tronchi divelti. Marcélo respirò a fondo, cercando di non pensare al dolore che gli martellava il cervello, proveniente da una moltitudine di graffi e contusioni che si era provocato nella sua fuga verso il rifugio dei ribelli. A quest’ora, calcolò, i cannoni anticarro dovevano essere sul punto di completare la sequenza di reboot e riprendere a sparare, cogliendo di sorpresa i coloniali: sapeva che questo non avrebbe cambiato le sorti dello scontro, ma avrebbe contribuito a rallentare l’avanzata delle truppe di Nuova Damasco. 
Si alzò in piedi: dato che doveva morire, preferiva farlo a fianco degli uomini che aveva cercato di aiutare. Prese fiato e cominciò a correre, sperando di non essere visto da uno dei droni che stavano di nuovo sorvolando la zona. Era già a metà strada quando sentì il rumore: un grido rauco di donna, che chiedeva aiuto. Si bloccò, dimenticando ogni prudenza, e rimase fermo in ascolto. Quando urlò di nuovo, la individuò. Era una ragazza giovane, con il viso sporco di fango e di sangue: stava riversa a terra, una gamba bloccata da un tronco caduto, e protendeva le mani verso di lui.
“Aiutami! Ho la gamba incastrata.”
Senza esitare, lo scout la raggiunse, girando intorno al suo corpo, e afferrò il tronco che la teneva bloccata. Scoprì con sollievo che poteva spostarlo, e in breve aiutò la donna a liberarsi.
“Riesci a muoverti?” 
La ragazza si azzardò a spostare la gamba, e il viso le si contrasse in una smorfia di dolore. 
“Deve essere rotta… Ti prendo in spalla.” Fece Marcélo, chinandosi e passandole le braccia sotto le ascelle. Incurante delle fitte che le dava la gamba, lei tentava di assecondarlo e di bilanciarsi contro la sua spalla. Lo scout si tirò in piedi e si avviò a fatica verso la casa diroccata, cercando di non pensare al tempo che avevano trascorso all’aperto, esposti al fallout radioattivo. 
“Quel Perés avrà senz'altro portato un po’ di attrezzature sanitarie di emergenza.” bofonchiò fra sé. Impegnato com’era a mantenere l’equilibrio, non si accorse del sussulto che ebbe il corpo di Nora Santiago, quando udì pronunciare il nome del diplomatico di Maputo.

***

Era solo questione di tempo: il tecnico se lo ripeteva da giorni, un mantra che aveva avuto l’effetto di calmarlo, aiutandolo a concentrarsi sul lavoro, ignorando il caos che regnava nel bunker via via che si susseguivano i colpi di scena e giungevano le frammentarie notizie. Continuava a recitarlo anche adesso, tentando di non dare ascolto ai brandelli di conversazione degli altri soldati, chini davanti ai monitor degli scanner attivi, e di non lasciarsi influenzare dal significato lugubre delle frasi che udiva. Tuttavia, era evidente che stava arrivando la fine: privi di protezione, il pugno di hacker e di guardie armate che occupavano i sotterranei della casa abbandonata erano tutto ciò che restava del movimento ribelle dei Regni. Per il momento, la loro posizione era ancora ignota al possente esercito che avanzava indisturbato, radendo al suolo ciò che restava della foresta per stanarli. Ancora una volta, era solo questione di tempo. Ma non ce n’era abbastanza. 
Sbuffando di stanchezza e frustrazione, il giovane informatico passò in rassegna per l’ennesima volta la lunga fila di simboli matematici che riempiva i cinque monitor della sua postazione. In quella griglia cifrata era nascosto il codice d’accesso alla Sfera, che avrebbe permesso al segnale pirata di agganciarsi al virus introdotto dall’inconsapevole spia, adescata da Perés alcune settimane prima. 
Si passò una mano sugli occhi, esausto, e si distese sulla consolle, lasciando vagare la mente. Contro lo schermo buio delle sue palpebre, le cifre azzurrognole continuavano a ballare dispettose, impedendogli di rilassarsi. Cercò di concentrarsi su qualcos’altro: senza una ragione, gli vennero in mente le note di una vecchia sonata che suo padre eseguiva al pianoforte, nelle sere trascorse a casa con la famiglia. Un semplice canone, che si ripeteva crescendo di tono, ed ogni tanto veniva eseguito all’inverso. Robert ricordava di aver scoperto da solo, ancora adolescente, il segreto della periodicità di quelle inversioni, che seguiva l’ordine dei numeri primi. 
Il pensiero lo colpì senza preavviso. Aprì gli occhi, sollevandosi di scatto, e sbatté più volte le palpebre, tentando di mettere a fuoco i monitor: all’improvviso vide chiaramente il pattern che fino a quel momento gli era sfuggito. Trattenne un grido di eccitazione e fece scorrere le dita sulla tastiera con guizzi frenetici, pregando di essere ancora in tempo. Numeri primi! Come diavolo avesse fatto a non accorgersene prima?

***

Quando il vento iniziò a soffiare dal continente, respingendo verso il mare aperto la muraglia scura di polvere e fumo che aleggiava sopra la terra devastata, Baranov esultò in un grido selvaggio, poi iniziò a strillare ordini concitati nel comunicatore. Cento metri sotto di lui, le macchine d’assalto si affrettavano ad eseguire le frenetiche istruzioni, aprendosi a ventaglio nella giungla e sobbalzando sui detriti lasciati dall’uragano. Qua e là, quando i sensori individuavano un possibile bersaglio, colpi di mitragliatrice e boati dei grossi calibri sovrastavano il rumore dei cingoli e delle turbine.
Il maggiore aspettava con ansia crescente che i suoi mezzi giungessero in prossimità del bersaglio, la cui posizione era ancora ignota, ma che non poteva sfuggire a lungo al rastrellamento palmo a palmo condotto dalle sue forze. Una serie di improvvise esplosioni lacerò l’aria e lui credette che quel momento fosse arrivato: ma poi vide le parabole infuocate dei traccianti che si levavano dalla foresta, poche centinaia di metri davanti alle sue avanguardie, e ricadevano verso il suolo, investendo il fronte dell’esercito coloniale con la violenza di una tempesta di meteoriti. I bot d’assalto, presi frontalmente dalle raffiche di plasma anticarro, esplodevano uno dopo l’altro in piccole palle di fuoco: in breve lo sbarramento dei ribelli aveva costretto ancora l’esercito di Nuova Damasco ad un’imbarazzante e precipitosa ritirata.
Baranov strinse la cloche dello stratocottero, digrignando i denti con furia selvaggia. Senza riflettere, abbandonando ogni elementare prudenza, spinse in avanti la barra di comando e si calò in picchiata, deciso a porre fine personalmente a quella pagliacciata.

***

Sulla plancia dell’incrociatore, Mikerson e Franzetti si affannavano a riscontrare tutti i segnali d’allarme, liberando lo schermo dei monitor dalle decine di pop-up che lampeggiavano sopra i dati e i controlli, rendendo impossibile il governo della nave.
“Questo coso non è fatto per essere comandato da due persone soltanto!” si lamentò il secondo ufficiale, esasperato. 
“Smettila di lamentarti e cerca di ripristinare gli scanner attivi: dobbiamo riarmare i grossi calibri alla svelta.” 
“Ci sono quasi.”
Mikerson si spostò verso un altro settore della plancia, osservando una diversa fila di monitor. L’attacco nucleare era giunto del tutto inaspettato: chi lo aveva scagliato era piombato all'improvviso dal cielo, senza lasciare nessuna traccia sugli strumenti, nessuna impronta termica o elettromagnetica, niente. Per quanto ne sapeva, la salva di missili atomici che aveva disintegrato la flotta nemica poteva essere stata lanciata da un fantasma. L’onda d’urto li aveva fatti ballare: non aveva danneggiato la sua nave, ma parecchi sistemi si erano spenti automaticamente per evitare le conseguenze dell’impulso elettromagnetico.
Non sapeva cosa fosse successo, né c'era il tempo di fare delle ricerche in tal senso. Forse tutto sarebbe rimasto un mistero, uno dei tanti interrogativi senza risposta che si sarebbe lasciata alle spalle quell'assurda guerra, insieme a milioni di vite umane. In quel momento, solo una cosa era sicura: qualcuno gli aveva dato un immenso, inaspettato vantaggio, spazzando via la minaccia delle navi coloniali e nascondendo l’incrociatore dietro un sipario di fumo e radiazioni. 
“Sistemi d’arma online!” annunciò trionfante Franzetti. Con un ghigno, il comandante osservò i bersagli che si comparivano sullo schermo.
“Stanno facendo avanzare tutti i mezzi!” commentò il capitano, iniziando ad inquadrare i nemici più vicini. “Credono che l’esplosione nucleare abbia distrutto la nave, oltre a mettere fuori uso le difese di terra.”
“Sono talmente sicuri di loro da aver lasciato indietro tutti i veicoli dotati di scanner pesanti!"
"Peccato che da questo errore non potranno imparare niente." concluse Mikerson, premendo il pulsante di lancio missili. 

***

Il vento continuava a crescere d’intensità sopra la Isla de Chiloé; lo stratocottero del maggiore si lanciava in spericolate picchiate verso la giungla, vomitando fuoco contro le torrette anticarro. Sebbene fosse del tutto concentrato nelle manovre d’assalto, il boreale continuava ad occhieggiare l’orizzonte davanti a lui. Quando all’improvviso un colpo d’aria, più forte degli altri, squarciò nettamente il velo cupo di foschia sopra l’oceano, fu l’istinto accumulato in centinaia di battaglie, a spingere Baranov a guardare nella direzione giusta. O forse il pilota notò, un attimo prima degli allarmi automatici,  il bagliore delle centinaia di missili lanciati da Mikerson contro lo stormo di stratocotteri. 
Il suo ultimo pensiero, mentre veniva vaporizzato insieme al suo velivolo, fu che ad averlo tradito poteva essere stato soltanto l’uomo che credeva di aver tenuto in pugno.

***

Non era facile, per Perés, capire cosa stesse dicendo la ragazza: non in mezzo alla confusione assoluta che regnava dentro al centro di comando del bunker, con tutta quella gente che correva da ore da una parte all'altra, gridando ordini e ripetendo ad alta voce le notizie frammentarie e contrastanti che si erano susseguite per tutta la giornata. Adesso, dopo l'ennesimo colpo di scena, con l'incrociatore ribelle  di nuovo operativo, l'offensiva coloniale si era arrestata definitivamente, e i militari di Nuova Damasco sembravano interessati soltanto a cercare di riportare a casa la pelle; i tecnici informatici avevano avuto il miracolo che gli serviva e sfruttavano ogni secondo per portare a termine l'operazione. Quel che lui non riusciva a capire, era per quale motivo avessero bisogno di fare tutto quel chiasso.
“... collasso delle interfacce neurali!” stava dicendo nel frattempo Nora Santiago, sforzandosi di parlare in maniera chiara, nonostante il dolore e lo stordimento che le provocavano i farmaci.  Eduardo Perés si voltò verso di lei: ancora una volta lo colpì il ricordo della giovane spia nuda nel suo letto. Scacciando il senso di colpa che provava verso di lei, si sforzò di non pensare al mondo in cui l’aveva sfruttata: si domandò invece cosa ci facesse lì, e quale fosse adesso il suo ruolo nell'intricato quadro d'insieme. Provò a domandarlo direttamente, ma lei sembrava non sentirlo, e continuava a ripetere le stesse frasi, frammentarie e prive di senso.
Ad un tratto sembrò tornare in sé. Si sollevò sul lettino dove l'avevano sistemata e fissò il capo dei ribelli con un'espressione lucida: “Se completerete il vostro attacco,” disse respirando con affanno “la Rete di Luci collasserà, e le interfacce neurali fonderanno. Ci saranno migliaia di vittime: non solo militari, anche la gente comune. Vecchi, bambini. Dovete fermarvi.”
“Fermarci?” rispose lui, sbalordito. Qualcosa nei modi della giovane gli rendevano impossibile credere che stesse mentendo: sembrava terrorizzata. 
“Vi prego! Ci sono state già troppe vittime in questa guerra assurda.”
“Già: e se non distruggiamo la Rete di Luci, ce ne saranno ancora, a milioni. Non si fermerà finché non ci avrà sterminati tutti.” 
“Deve... deve esserci un'altra soluzione!”
Perés stava per ribattere, quando uno dei tecnici gridò: “Ci siamo! Siamo dentro la Sfera.”
Le parole di Nora furono soffocate dalle acclamazioni di esultanza. Perés fu trascinato vicino ai monitor di controllo, dove si trovò ad osservare una interminabile fila di codici che per lui non avevano alcun senso. Mezza dozzina di tecnici commentavano i simboli che apparivano sullo schermo, informandolo in modo confusionario che l'attacco stava avendo successo, la Rete di Luci stava disfunzionando ad un ritmo vertiginoso, collassando un nodo dopo l'altro. Fuori, le macchine da guerra delle Colonie Australi giacevano inerti nella foresta devastata, nascondendo all'interno i corpi senza vita dei soldati che le avevano guidate, mentre i droni, privi di controllo, precipitavano e si scontravano nel cielo come uno stormo di uccelli impazziti. 
Nel caos della vittoria, nessuno fece caso a Nora, che giaceva riversa sulla schiena, completamente immobile. 

***

 “Adesso prendi i tuoi droni e li fai decollare. I nostri stanno dando una mano ai ribelli a smantellare la Rete di Luci e tu li aiuterai: ci sono molte unità da battaglia australi che meritano il carico che porti. Bisogna dare ai ribelli del sud l’opportunità di cui hanno bisogno.”
Nei ricordi di Andreji, il vecchio capo dei ribelli che aveva manomesso il sistema di controllo, permettendogli di dirigere le unità da battaglia contro l’esercito coloniale, era appena uscito dalla stanza, o l’aveva fatto secoli prima: non aveva alcuna importanza. Il suo stormo stava tornando a casa: liberi dal terribile carico di armi nucleari, gli otto droni rossi volavano leggeri, confondendosi con i riflessi del sole al tramonto. Alle loro spalle, sempre più lontane, le rovine della flotta di Nuova Damasco, destinata a spezzare per sempre le speranze dei ribelli, si inabissavano lentamente verso il fondo del mare, di nuovo calmo e azzurro; di nuovo senza memoria.
Il pilota spinse indietro la propria sedia, rilassandosi contro la parete fino a sentire il contatto del duro cemento con la nuca. L'aria fredda, che veniva aspirata dall’impianto del bunker, gli passava veloce davanti alla faccia; se chiudeva gli occhi poteva anche illudersi di essere di nuovo lassù, a giocare con il vento, ruotando la cloche fino a confondere l'orizzonte del cielo e quello del mare in una girandola di azzurri.  
Quel tempo era passato e nulla lo avrebbe riportato di nuovo indietro; ma il volo non era finito. La fuori, oltre la soglia della stanza, c’era un mondo nuovo che lo aspettava. Fra un minuto avrebbe fatto scorrere la sua sedia sul pavimento ruvido, per raggiungere tutte quelle persone silenziose, che aspettavano di acclamarlo come un eroe. Attendavano lui, che aveva disobbedito agli ordini, utilizzando la sua squadriglia di droni e le armi nucleari per distruggere un'intera flotta dell'esercito delle Colonie Australi! 
Il mondo era davvero cambiato. 


Epilogo

L'oceano era calmo. Una distesa limpida, priva di increspature, sulla quale anche la luce abbagliante del sole tendeva ad assumere un aspetto uniforme e quasi ovattato; sembrava che nemmeno il pieno splendore della calda giornata estiva potesse intaccare l'immutabile quiete di quel gigante azzurro.  Fermi contro la graziosa staccionata, che delimitava il bordo del sentiero nella parte alta dell’isola di Xefina Grande, due vecchi amici osservavano in silenzio lo spettacolo dei giganteschi dirigibili nucleari che ondeggiavano lenti, immergendo in mare la parte terminale di un lungo tubo. Le immense pompe aspiravano tonnellate di acqua al secondo, rigettandole in spettacolari cascati iridescenti dalla parte posteriore delle aeronavi, dopo averle depurate e purificate dalle radiazioni. 
Eduardo Perés cercò con gli occhi la bandiera dei Regni, dipinta a colori sgargianti sul fianco dei dirigibili: gli faceva impressione vedere i simboli del cambiamento, uno stravolgimento completo degli equilibri mondiali di cui si stentava ancora a cogliere la portata. Sentì il bisogno di comunicare le proprie emozioni all’uomo che gli stava accanto, immerso a sua volta nei propri pensieri, ma sapeva che le parole non sarebbero state sufficienti ad esprimere tutto quello che provava.
“Mi confondo sempre, pensando a quello che è successo.” attaccò, parlando quasi sottovoce. “Soprattutto mi sembra assurdo che siano passati solo sei mesi dalla fine della guerra.”
“Sono cambiate così tante cose.” concesse Blossom, dopo una pausa talmente lunga che l’altro pensò di non essere stato udito. “Ma il mondo, quando decide di cambiare, lo fa sempre all’improvviso.”
“Tu credi che qualcuno, di noi o di loro, abbia veramente voluto tutto questo? Che sia stato deciso a tavolino?”
“No, naturalmente. Non succede mai: tutti credono sempre di agire per il meglio. Eppure anche questa volta, gli uomini che si sono sterminati fra loro, giungendo a falciare quasi due miliardi di vite, sono gli stessi che hanno creduto nel sogno di un’umanità illuminata, priva di conflitti e di egoismi, in armonia con il proprio pianeta.”
Perés non rispose: dall’altra parte della baia, le rovine contorte del centro di Maputo brulicavano di mezzi meccanici, impegnati nella titanica impresa della ricostruzione. Gli sembrava quasi di vederli, i prigionieri di guerra di Nuova Damasco, muoversi fra le macerie, arrostiti dal sole, impacciati dalle tute antiradiazioni e grondanti di sudore. Gli faceva pena quella gente: a suo modo di vedere, quel popolo senza più esercito, mutilato della propria élite culturale, privo di guide, era da includere fra le vittime del grande olocausto che aveva decimato l’umanità. Delle Colonie Australi rimaneva una moltitudine di macchine. Per molte di esse, nessuno aveva idea di come farle funzionare: ma con quelle vestigia di una civiltà che stava per essere del tutto dimenticata, ciò che restava dei Regni Latino-Sudafricani tentava di evitare il collasso, strappando al fallout radioattivo terre da coltivare e falde acquifere. 
“Pensi che ce la faremo, Romeo?”
La domanda era caduta così, staccandosi all’improvviso dalle labbra del capo dei ribelli, divenuto suo malgrado uno dei leader di quel pezzo di mondo agonizzante. 
“Dipende da cosa speri di ottenere. Di sicuro riusciremo a sopravvivere, almeno alcuni di noi. Poi si tratterà di ricominciare a vivere, e dovremo sceglierci un nuovo cammino.” Si voltò verso l’amico, svelando il sorriso triste che gli adombrava il volto stanco, e aggiunse: “Chi avrà il coraggio di rialzarsi e ripartire, dopo quello che è successo?”
“Io!” 
Una voce allegra, poco lontano, costrinse i due uomini a voltarsi verso il sentiero alle loro spalle. Serpeggiando fra le fronde delle jacarande, Roland Mikerson spingeva la poltrona mobile di Nora. La giovane, sebbene avesse ancora un aspetto pallido e stanco, aveva il viso rischiarato da un sorriso raggiante: i suoi occhi luminosi si muovevano di continuo, manifestando una prorompente vitalità che aspettava il momento di riprendere possesso del suo corpo. 
“Sto facendo enormi progressi, amici:” continuò lei “ieri sono rimasta in piedi quasi dieci minuti e i medici sono convinti che entro questo mese riuscirò a fare qualche passo!”
“Una notizia meravigliosa, signorina Santiago.” rispose Blossom, avvicinandosi e prendendole con affetto la mano. “Ma per quanto mi riguarda, non posso dire di esserne sorpreso: una donna con la sua forza interiore e il suo coraggio non può restare troppo a lungo seduta su quella sedia!”
Nora lo fissò con gratitudine, trovando ancora una volta conferma della profonda sensibilità del vecchio diplomatico, a cui doveva buona parte del suo recupero. Dopo il collasso della Rete di Luci, c’erano voluti molti minuti prima che qualcuno si accorgesse di cosa le stava accadendo: il suo corpo era rimasto in preda alle convulsioni, mentre l’interfaccia neurale dentro al cranio di Nora si surriscaldava sempre di più. Soltanto l’intervento di uno dei medici dei ribelli, che aveva avuto il coraggio di tentare una disperata operazione neurochirurgica in quelle condizioni, le aveva evitato il peggio. Lei era rimasta in coma per tutte quelle prime, caotiche settimane, quando le notizie della guerra civile nelle colonie Boreali e degli olocausti nucleari avvenuti anche nell’emisfero nord rimbalzavano da un capo all’altro del pianeta, gettando nella disperazione i pochi sopravvissuti che tentavano di non morire di fame. 

Era stato Romeo Blossom, sulle cui spalle gravava in quel momento il peso titanico della guida dei Regni devastati dalla guerra, a farla portare nella sua casa, a Maputo, permettendole di ricevere le cure intensive che l’avevano aiutata ad uscire dal coma ed iniziare un lento ma costante recupero. L’isola di Xefina Grande era stata miracolosamente risparmiata dal bombardamento nucleare: Blossom aveva intuito per primo che i danni collaterali potevano essere riparati utilizzando l’immenso patrimonio tecnologico che l’esercito coloniale aveva lasciato sul campo. La sua casa e il parco dell’isola erano diventati un’oasi di pace e un simbolo di speranza; sul suo esempio, le altre città dei Regni avevano iniziato a rialzare la testa.
Invece che languire nei campi di prigionia, i soldati superstiti e i profughi di Nuova Damasco erano stati impiegati nella ricostruzione delle case e nell’allestimento dei campi profughi. Forse per la prima volta nella storia, due popoli nemici, entrambi sconfitti, lavoravano gomito a gomito nel fango e fra le macerie, mescolando le stesse lacrime e lo stesso sudore, fino a risultare indistinguibili.
“Ehi!” proruppe Nora, infastidita dall’improvviso silenzio che era calato nel gruppo. “Ma qui nessuno ha voglia di mettere qualcosa sotto i denti?”
Mikerson, fino a quel momento silenzioso, si fece avanti e si chinò per baciarle il viso. “Se dovessimo giudicare dal tuo appetito, Nora, nessuno crederebbe che sei in convalescenza! Nemmeno Eduardo è in grado di competere con te a tavola.”
Perés trasalì, sentendosi chiamato in causa dal suo vecchio amico: era rimasto in disparte, seguendo la conversazione senza prendervi parte, come sempre accadeva quando comparivano Roland e Nora. Sapeva che nessuno dei due gli imputava alcuna colpa, ma lui non riusciva a perdonarsi quello che era accaduto alla ragazza, e il modo in cui aveva approfittato di lei a Maputo. Si domandò per l’ennesima volta se Mikerson sapesse, se avrebbero mai trovato il coraggio di parlarne, un giorno. 
Sorrise ai suoi amici, senza riuscire a trovare qualcosa da dire. Roland lo guardò negli occhi, consapevole del suo tormento: avrebbe voluto fargli comprendere ciò che sentiva lui, quella certezza di essere giunto al di là di cose come il rancore o la vendetta. Quel tempo, in cui si viveva prigionieri del male subito, doveva appartenere per forza al passato, o nessuno sulla Terra avrebbe avuto un futuro: non poteva esserci ancora spazio per quel modo di pensare.
Ciò che era accaduto era la più grande calamità della storia umana. L’intera specie era stata ad un passo dall’estinzione; ed era successo per le conseguenze di un’ideologia, per la volontà di un gruppo di imporre a tutti gli altri la propria visione del bene comune, senza possibilità di scelta. Di nuovo, uomini e donne innocenti erano stati sterminati in nome di un nobile principio. Altro sangue innocente era stato versato invano, coloro che avrebbero dovuto essere salvati avevano pagato l’insostenibile prezzo della sofferenza, ed erano morti senza vedere l’alba di un mondo migliore. 
Eppure c’era qualcosa, oltre il manto di oscurità che avvolgeva la terra: un chiarore diffuso, il riverbero ancora lontano di una piccola luce, che a Mikerson sembrava di intravvedere con gli occhi dell’anima. Era la consapevolezza che non ci sarebbe stata un’altra occasione per l’uomo: il prossimo mondo, che stava rinascendo da quelle ceneri, sarebbe stato l’ultimo, quello che l’umanità avrebbe abitato fino alla fine dei suoi giorni. 

Dall’alto della piccola collina, guardando verso il mare aperto, riusciva a vedere la sagoma dell’incrociatore alla fonda. Presto sarebbe dovuto ripartire, lasciando nuovamente Nora, almeno finché si fosse del tutto ristabilita. Quel pensiero lo opprimeva e lo eccitava nello stesso tempo: non sapeva cosa avrebbe trovato, al di là dell’oceano. Dispersi e isolati, altri gruppi di uomini come loro stavano lottando per cercare la propria strada: forse qualcuno l’avrebbe trovata fra le stelle, o in fondo al mare. Altri avrebbero ricostruito ciò che era andato distrutto, o trovato un nuovo modo di vivere. 
Ma era sicuro che qualche parte, oltre la nebbia di quel primo mattino, qualcun altro custodiva nel cuore la sua stessa speranza.