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domenica 20 luglio 2014

Obliterato - un brivido estivo con "Tortura!"

Continua in questo inizio d'estate caratterizzato dal ritorno del Pannolino taglia II e poppate notturne, la rassegna di racconti obliterati,  idea di Katia Mazzoni che la pratica nel suo Pendolante

Questo racconto è però addirittura un biglietto fuori corso, di quando il blog del Coniglio Mannaro non esisteva proprio. 
Il titolo, Tortura,  lo commenta. Buon brivido estivo...


La luce del giorno si affievoliva lasciando il posto alle lunghe dita oscure della notte. 
“Di nuovo!” Pensò con un fremito di orrore. L’essere arrivava sempre a quell’ora, portando con sé la sua dose quotidiana di dolore; veniva, e usava su di lui quelle sue terribili lame, gli spruzzava addosso un orribile veleno che lo lasciava ustionato e mezzo soffocato.

Quello che più lo terrorizzava, però, era che quella creatura enorme faceva tutto questo e sembrava felice. Mentre lo torturava e gli infliggeva tutti quei tormenti, camminava su e giù davanti a lui ed emetteva dei suoni armoniosi, quasi dolci: gli scoccava, di tanto in tanto, occhiate affettuose, e a volte passando protendeva un appendice dal suo tronco e lo accarezzava. 
Lui rabbrividiva a quel contatto: quella pelle molliccia e bagnata gli provocava sempre un enorme disgusto. Era mille volte peggio di sentirsi camminare addosso un viscido verme, qualcosa di simile al lezzo delle foglie marcite, ma molto più schifoso. Non aveva parole per descrivere quello che gli procurava sentirsi toccare da quella cosa untuosa, di un rosa rivoltante, che si contorceva oscenamente.
Comunque, da quando era prigioniero di quell’essere, non era assolutamente deperito. Forse per il gusto di poterlo torturare più a lungo, non gli veniva fatto mancare né cibo né acqua: lui sospettava addirittura che nel suo pasto fossero mescolate delle sostanze per irrobustire il corpo, perché a volte si sentiva inebriato e stordito come se fosse drogato e si accorgeva di essere addirittura cresciuto di qualche centimetro da quando era lì.
Per quello che riusciva a percepire, si trovava in un ambiente ampio e spazioso, circondato da mura poco più alte della creatura che ci viveva, e sormontate da un tetto bianco. Vicino al luogo dove era stato messo, c’era una apertura nel muro; le dimensioni della stanza erano gigantesche, e anche se si trovava praticamente sotto la finestra, avrebbe dovuto allungarsi di almeno un metro per raggiungerla! Lui naturalmente faceva tutto quello che poteva per allontanarsi dalla creatura e dal luogo dove viveva, ma i suoi sforzi davano risultati quasi impercettibili.
In quelle ore, quando i raggi dorati venivano a carezzarlo e lenivano un pochino il tormento di quella crudele prigionia, lui si ricordava sempre di quando era libero. Allora viveva in una zona molto più calda, e aveva intorno a sé tutto quello che desiderava: spesso fremeva di nostalgia al ricordo dei suoi boschi, degli uccelli che al mattino allietavano l’aria con i loro cinguettii, del vento, e  della pioggia che lo bagnava scorrendogli addosso. 
All’improvviso percepì il suono temuto e odiato della voce della creatura. Involontariamente, tutto il suo essere si tese, cercando di allontanarsi da lei: ma era inutile, naturalmente non poteva scappare. Poi la cosa fu nella stanza: con un fremito di orrore, vide che aveva di nuovo cambiato aspetto. Adesso la sua superficie era di un giallo sgargiante: quando si avvicinò però, poté vedere che le estremità con le quali lo torturava erano sempre dello stesso rosa, pallido e nauseante.
Aveva imparato che l’esterno della creatura poteva essere sfilato via, come una buccia: spesso, entrando nella stanza, lei se la toglieva e la sostituiva con un’altra, che prendeva in un luogo che non aveva mai visto. La prima volta che la vide fare quella cosa, non riuscì a dormire per due notti. 
Sempre emettendo il grottesco suono musicale, l’ aguzzino sollevò le sue lame, e si abbatté su di lui con gesti metodici e rapidi. Rabbrividendo di orrore, vide le parti di sé che lei gli aveva staccato cadere a terra, insudiciando il pavimento. Cercando di dominare il dolore, si costrinse a rassicurarsi: Lei non infliggeva mai ferite mortali. Come sempre, quel tormento durò poco, e le violente fiammate di sofferenza pura lasciarono il posto ad uno spasimo continuo, sordo, che partiva dalle zone ferite e si diffondeva dappertutto. 
Poi vide che la creatura aveva portato uno strumento che non conosceva, e il terrore tornò a impossessarsi di lui: con una delle sue appendici rosa, stringeva una specie di sbarra di ferro, lunga e sottile, che si piegava e ondeggiava mentre lei si muoveva. Guardandolo con quegli occhi malvagi, la belva infisse una estremità della sbarra per terra, vicino a dove si trovava lui, e poi fece qualcosa di orribile: lo afferrò con forza e piegò il suo corpo fino al limite assoluto di resistenza. 
Pensò di essere alla fine: sentiva qualcosa lacerarsi dentro di sé, e il suo organismo tendersi fino allo spasimo. Ma gradualmente la tensione si stabilizzò, e anche il dolore diminuì. Si concentrò per resistere, e non cedette. Non voleva che quella creatura lo uccidesse solo per il proprio divertimento, e si costrinse a sopportare questa nuova, terribile tortura. 
Il mostro afferrò l’estremità libera della sbarra e la attorcigliò attorno al corpo di lui, fissandolo in quella posizione innaturale, curvata ad arco. Poi si allontanò, e rimase a fissarlo: lui poteva giurare che sembrava compiaciuta. E adesso? L’avrebbe lasciato così ancora per molto? Il male adesso ricominciava ad aumentare.
La creatura rimase ancora un po’ indecisa, poi cominciò ad allontanarsi. Lui sentì la disperazione crescere dentro di sé: l’avrebbe davvero lasciato stretto a quella sbarra di ferro finché non si fosse spezzato? Cercò di farsi sentire dalla belva, vomitando tutta la sua rabbia e il suo furore con un torrente di improperi e di minacce, ma anche questa volta i suoi strepiti non ottennero nulla. Da diversi giorni, sospettava che lei non potesse nemmeno udirlo.
Disperatamente, cercò di adattarsi alla nuova tremenda tortura; fece di tutto per cercare di assumere un aspetto rilassato: sapeva che lei era felice del suo dolore, e forse, se le dava l’impressione di non essere troppo sofferente, si sarebbe stancata di quel terribile gioco e avrebbe tolto la sbarra.
Uno scatto alla porta dell’ingresso la fece sobbalzare: lei sorrise felice, e si voltò da quella parte. 
“Cara, sono a casa!” Chiamò lui.
“Ciao, tesoro. Finisco qui di potare il bonsai e sono subito da te!”