Privacy

Questo sito fa uso dei cookies utilizzati dalla piattaforme blogger per garantire una migliore esperienza di fruizione dei contenuti e per raccogliere statistiche anonime sugli accessi e sulla visualizzazioni di pagina. Visitandolo ne accettiutilizzo secondo quanto previsto dalle norme specifiche di Google Inc. relative alla propria politica sulla privacy.

martedì 1 luglio 2014

Oltre la nebbia del primo mattino - Capitolo 4

Nota: questo è il quarto capitolo di un racconto, ambientato in un mondo particolare, che potrebbe anche essere il nostro. I dettagli li puoi trovare qui.


Nel silenzio assoluto, i confini della Sfera si espandevano e si ritraevano, seguendo l’imprevedibile fluttuare dei picchi di corrente. Il suo cuore sembrava pulsare ritmicamente, se solo in quel luogo fossero stati applicabili concetti come lo spazio e il tempo. Lo stesso termine geometrico, con il quale ci si riferiva al centro nevralgico della rete informatica delle Colonie, veniva usato dai tecnici come pura astrazione, per dare un nome all’entità della cui manutenzione erano responsabili.
In realtà, nessuno avrebbe mai potuto svolgere direttamente qualunque genere di operazione sulla Sfera; le incombenze dei tecnici costituivano nel sorvegliare l’insieme di condizioni ambientali necessarie al mantenimento di un grappolo di singolarità quantistiche, che potevano esistere solo in un range molto ristretto di parametri fisici. Dalla Sfera dipendeva la capacità di interconnessione dei nodi: senza di essa, la Rete di Luci non sarebbe stata che la mera somma delle sue parti, un cumulo di qubit di ultima generazione del tutto incapaci di interagire in maniera complessa.
Da oltre un secolo le migliori menti delle Colonie erano impegnate in accesi dibattiti e dispute intellettuali, nel tentativo di definire il livello di coscienza e di consapevolezza che pervadeva la Rete di Luci, le cui decisioni venivano elaborate secondo un complesso meccanismo di sommatoria di potenziali d’azione, tipico di una rete neurale. Ma il fatto che quell’insieme potesse definirsi una forma di vita senziente, o al contrario fosse soltanto un calcolatore incredibilmente complesso, non comportava nei fatti alcuna differenza.


La Rete governava le colonie: indicava ai cittadini compiti da svolgere e gli orari da destinare ad ogni attività. Mandava istruzioni alle fabbriche e ai laboratori di ricerca, fissava i limiti di distribuzione delle omniteche, i tetti dell’immigrazione, i tassi demografici. Soprattutto, comandava direttamente ogni nave, aerostato, drone e warbot che veniva prodotto dalle immense stamperie militari. Per decenni, la consapevolezza che il sistema era alimentato dalle idee e dalla volontà di ogni cittadino, percepite tramite le interfacce neurali o attraverso le connessioni privilegiate dell’élite degli Illuminati, aveva fornito ai popoli delle colonie la certezza di essere governati dal più perfetto dei sistemi democratici, animato da un sincero spirito di bene comune. Ogni scelta, ogni dettaglio del piano di governo, veniva ricavato per calcolo razionale direttamente dai sentimenti e dalle legittime aspirazioni del popolo. La “compucrazia rappresentativa” veniva celebrata come la più grande conquista sociale dell’umanità, dai tempi dell’Atene di Pericle, ed ogni cittadino delle Colonie Australi era fermamente convinto della necessità di estendere questo immenso dono al resto del pianeta.
Perciò, quando la città di Nuova Damasco, in una mattina qualunque, si svegliò sotto il pugno di ferro di una rigida legge marziale, la maggior parte della gente pensò che la Colonia fosse stata invasa da un ignoto nemico. Soltanto gradualmente, mentre un pallido sole illuminava le strade, brulicanti di robot d’assalto, facendo scintillare le corazze lucide dei droni e dei veicoli da battaglia, tutti realizzarono che i territori colonialisti resilienti erano occupati dai mezzi del loro stesso esercito.

Tutti i Luciconnessi si erano concentrati sulle proprie interfacce fin dalle prime luci del giorno, interrogando il sistema centrale, creando connessioni dirette con gli altri Illuminati, alla ricerca di informazioni in grado di spiegare l’assurdità di quello che stava accadendo. Ma la Rete continuava a fornire, a loro come a tutti gli altri cittadini, una sola laconica risposta, formulata con stesse parole che lampeggiavano per le strade, nei grandi pannelli luminosi, dentro i visori nelle case, nei piccoli terminali portatili: “Attenzione – minaccia all’equilibrio globale – azione di riequilibrio in corso”.
In città non c’erano stati disordini. La gente che aveva provato ad uscire era stata fermata e ricondotta immediatamente all’interno degli edifici, scortata dai droni antropomorfi incaricati dell’ordine pubblico, che si muovevano con la consueta fermezza, ma evitando di ricorrere alla violenza. La gente era abituata ai robot-agenti, ma la maggior parte dei cittadini era rimasta impressionata dalle altre macchine da guerra che avevano invaso le strade. Ovunque risuonavano le voci inespressive dei warbot, che pattugliavano i viali scivolando sui loro cuscini d’aria, le torrette dei cannoni al plasma che roteavano incessantemente sulla sommità delle sagome tozze, simili a gigantesche tartarughe. I messaggi ripetevano a tutti che la legge marziale era indispensabile per la sicurezza comune: a chi chiedeva ulteriori spiegazioni agli agenti di sicurezza, veniva riproposta come spiegazione la necessità di scongiurare una minaccia all’equilibrio globale. Furono date rassicurazioni in merito ai rifornimenti di cibo, medicinali e generi di conforto, che i sistemi di distribuzione della Colonia assicurarono effettivamente con efficienza e rapidità. Dopo i primi giorni di prigionia nelle loro stesse case, trascorsi al caldo e ben assistiti, ai cittadini di Nuova Damasco non rimaneva che domandarsi quanto sarebbe durata, e in che modo la Rete di Luci potesse assicurare la produzione industriale senza nessun uomo al lavoro. Ma non c’era modo di ottenere risposte, né di sapere cosa stava accadendo nel resto del mondo: tutti i canali di comunicazioni erano stati oscurati e la connessione neurale consentiva soltanto lo scambio di contenuti personali e di intrattenimento, senza alcuna possibilità di contatto con l’esterno. 

Tutto ciò aumentava la frustrazione e la preoccupazione dei cittadini, che alimentavano le ipotesi più pessimistiche riguardo alla natura della crisi e alle conseguenze che avrebbe avuto sulle loro vite.
Oltre i territori coloniali, nel frattempo, le cose stavano effettivamente prendendo una brutta piega; quella mattina, mentre scorreva le notizie sulla consolle di lavoro, nel palazzo del Reggente di Maputo, il signor Blossom ne ebbe un’ulteriore, drammatica conferma. Rilesse due volte le poche righe del rapporto che ammiccava in un angolo dello schermo, poi mosse le dita nell’aria per attivare il comunicatore. La voce della sua segretaria gli rispose in una frazione di secondo.
“Elisabeth, per cortesia. Mi metta in comunicazione con il Reggente.”
“Ci vorrà un po’. Le linee sono tutte sovraccariche.”

Lo credo bene! Pensò fra sé il vecchio diplomatico, disponendosi all’attesa. Si domandò quanti altri rapporti simili a quello che aveva davanti stessero giungendo nello stesso momento ad altri uffici come il suo, sparsi in tutti gli angoli della Confederazione dei Regni. L’aggressione, inattesa e apparentemente immotivata, era stato immediato e totale. Con lucidità e raggelante efficienza le forze delle Colonie avevano attaccato contemporaneamente in ogni settore, mettendo rapidamente fuori combattimento il novantacinque percento delle forze armate dei Regni. Navi da guerra, dirigibili militari, mezzi di terra, basi e infrastrutture: nulla era sfuggito agli attacchi mirati, lanciati con ogni mezzo e condotti con precisione chirurgica. Ogni uomo o donna che si era trovato a bordo di un mezzo militare o in prossimità di una installazione strategica era stato trucidato senza pietà. Per quanto ne sapeva Blossom, quell’assalto incomprensibile non prevedeva la possibilità di fare prigionieri.
“Signore” annunciò la voce della segretaria, interrompendo le sue cupe riflessioni. “Ho il reggente in linea.”

Un attimo dopo, la voce familiare del sovrano lo salutò: il tono tradiva un’immensa stanchezza e una nota stridente di paura. Blossom gli riferì il contenuto del messaggio, poi attese, mentre dall’altra parte il silenzio si prolungava in una lunghissima pausa.
“Ne è sicuro, vero?” domandò alla fine il reggente.
“Purtroppo sì. Anche San Paolo è stata completamente circondata. I bot coloniali hanno completato la distesa di un cordone elettrificato, mentre le navi e i droni pattugliano lo spazio aereo e marittimo.”
“Cuba, Antofagasta, Buenos Aires e adesso San Paolo” elencò il Reggente, sconsolato. “E da questa parte dell’oceano, oltre a noi, hanno già stretto d’assedio Walvis Bay e Manakara. Ma che diavolo vogliono? Cosa dicono all’ambasciata?”
“Stiamo cercando disperatamente di metterci in contatto con i nostri ambasciatori a Nuova Damasco fin dall’inizio della crisi, ma senza alcun esito. Temiamo che siano stati fatti prigionieri, o peggio: le forze armate sono state decimate in tutte le guarnigioni.”
“E i contatti diplomatici?”
“Completamente muti. Le Colonie non hanno risposto a nessuno dei nostri messaggi, né inviato alcuna dichiarazione formale di guerra. Anche i tentativi di comunicare con i mezzi d’assalto, sulle frequenze di emergenza, non hanno sortito effetto.
“Insomma ci stanno sterminando senza una ragione?” gridò, esasperato.
Blossom esitò prima di rispondere: “Sembra proprio che sia così.”

***

Da qualche ora, il mare sembrava aver esaurito la propria furia. Calato il vento polare, i giganteschi marosi si erano lentamente placati, lasciando che la superficie dello stretto di Magellano tornasse a specchiare il triste azzurro cupo del cielo australe. A bordo del grande incrociatore da battaglia, le sottili vele a fibre vibranti per l’alimentazione eolica erano stare riassorbite nelle ramificazioni delle alberature, che ora si stagliavano contro l’orizzonte, scheletriche e spoglie, come i rami di una foresta d’inverno. Alimentate dall’energia generata dalla vernice solare, le turbine idrodinamiche espellevano l’acqua verso poppa con potenti getti sottomarini, spingendo il mastodontico scafo ad oltre 40 nodi. Anche se in quel momento l’unità navale era impegnata in una navigazione di crociera, i sistemi di bordo erano impegnati a pieno regime a ricaricare le armi a lungo raggio e le batterie da bombardamento costiero. A poppa, lungo la riva settentrionale dello stretto di Magellano, si levava da più punti il fumo nero delle installazioni militari ed industriali che avevano appena distrutto.
Nella plancia di comando, sospesa a trenta metri sopra al ponte principale, era in corso un’affollata riunione d’emergenza: oltre al comandante e a cinque dei suoi ufficiali, altri dieci membri dell'equipaggio erano in piedi, silenziosi e attenti, in cerchio attorno agli strumenti di navigazione. Mentre terminava di interrogare il software di navigazione e lo scanner a lungo raggio, Mikerson occhieggiava i volti di coloro che avevano osato seguirlo in quella follia, alla ricerca di un segnale che ne tradisse i pensieri nascosti.

Quindici uomini - pensò, contando rapidamente ciò che restava del suo equipaggio, dopo che lui aveva comunicato le proprie intenzioni e lasciato gli uomini liberi di scegliere. Trattenne il sorriso triste che gli spuntava sul viso, al ricordo di un antico stornello che suo padre gli canticchiava per addormentarlo. Lì per lì considerò di utilizzare il suo ricordo per rompere il ghiaccio, in quella prima riunione con gli uomini che erano rimasti a bordo, ma lasciò perdere: al giorno d'oggi, nessuno leggeva più i libri d'avventura del XIX secolo.

"Signori" inizò, alzandosi in piedi e facendo girare intorno lo sguardo, con calma e sicurezza. "Desidero anzitutto ringraziarvi tutti per la fiducia che mi avete accordato in queste difficili circostanze. È del tutto inutile nasconderci che la nostra posizione è estremamente vulnerabile. Ciò che stiamo per compiere non ha precedenti nella storia militare della nostra nazione, né degli altri territori coloniali." Fece una pausa, studiando le reazioni dei propri uomini, mentre si avvicinava con teatrale lentezza al pannello di controllo principale: la spia della Luciconnessione brillava di un tranquillo azzurro cupo.
"Se qualcun altro desidera seguire una strada diversa" proseguì Mikerson, sollevando la manica destra e scoprendo l'impronta di un circuito integrato stampato sottocute "ha adesso l'ultima possibilità di sbarcare."

Mentre tutti rimanevano muti, il comandante dell'incrociatore accostò la pelle del polso al pannello della Luciconnessione: una smorfia di dolore gli contrasse il viso; il programma di sabotaggio si attivò rapidamente, riversando un flusso impressionante di dati all'interno del sistema di elaborazione, sovraccaricandolo. Per alcuni secondi, Mikerson mantenne il braccio accanto al terminale, con il pugno chiuso e i muscoli contratti, resistendo al dolore provocato dal calore crescente del circuito che si surriscaldava. La spia delle Luciconessione inizò a modificarsi, passando verso tonalità sempre più scure e cupe, perdendo d'intensità, mentre veniva meno la sua capacità di controllare la nave e di connettersi alle interfacce neurali degli uomini a bordo. Infine, con un ultimo guizzo che inondò la plancia di un pallido indaco, si spense del tutto. Il comandante restò immobile, contemplando la portata di ciò che aveva fatto. Poi abbassò il braccio e si rivolse verso i soldati in attesa.

"La nostra scelta è compiuta" annunciò. "Da questo momento, nessuno di noi potrà aspettarsi alcun tipo di perdono. Siamo dei disertori dell'esercito Coloniale e non c'è bisogno che vi ricordi come questo dia il diritto, a chiunque ci incontri, di ucciderci a sangue freddo. La nostra priorità di missione” concluse "è ora quella di nasconderci.”
"Nasconderci?” intervenne uno degli ufficiali più anziani. “Come possiamo impedire alla Rete di individuarci?"
"Il sistema di cloathing è stato riprogrammato” spiegò Mikerson “Le frequenze del campo di occultamento elettromagnetico variano secondo una sequenza casuale: nessun rilevatore satellitare può identificare la nave senza conoscerne il codice."
"E la nostra ultima posizione?"
"È stata falsificata sul database centrale. Il programma che ho inserito nella Rete include anche un algoritmo per fuorviare le ricerche: nel raggio di cinquecento miglia sono stati attivati tre falsi bersagli virtuali, con caratteristiche che corrispondono al nostro spettro di emissione, programmati per allontanarsi secondo rotte casuali."
Ci fu un lungo silenzio, nel quale gli uomini valutavano la portata di quelle informazioni. Era evidente che il comandante si era preparato da tempo alla diserzione, e non poteva certo aver fatto tutto da solo.
"Chi ha programmato quel coso" azzardò un altro dei veterani "ha fatto davvero un buon lavoro. Non sapevo che i nostri nemici disponessero di una tecnologia così avanzata."
"E chi sono i nostri nemici, adesso?" ribatté il comandante, intuendo dove lo stava portando la conversazione. "Quelli che fino a poche ore fa abbiamo aggredito, senza alcuna dichiarazione di guerra, distruggendone le installazioni militari lungo la costa? O la patria che abbiamo tradito, ribellandoci all'ordine di sterminare migliaia di uomini e donne, dei quali ignoriamo le colpe, del tutto impreparati a difendersi dal nostro attacco?"

Senza dare ai suoi uomini il tempo di rispondere, continuò: "È vero, il circuito che ho stampato sul braccio è stato realizzato da un gruppo clandestino, in un laboratorio segreto alla periferia di Maputo. La tecnologia che l'ha generato è completamente ignota all'intelligence militare dei Regni e non è registrata nei database di spionaggio industriale dell'esercito coloniale.”
“Non aveva il diritto di agire in questo modo senza consultarci, comandante.” Riprese l’ufficiale che aveva parlato per primo. Mikerson colse la nota di dubbio nella sua voce: gli si avvicinò, guardandolo apertamente negli occhi, e gli pose una mano sulla spalla.

“Forse ho sbagliato a tenervi all’oscuro del mio coinvolgimento con la frangia ribelle della Confederazione; ma lascia che ti faccia una domanda: se ti avessi detto che la Rete di Luci avrebbe scatenato un genocidio su scala planetaria, avresti mai creduto alle mie parole, prima di aver visto quello che è successo negli ultimi due giorni?”
“Non è esagerato, parlare di genocidio?”
“No, non lo è.” L’improvviso intervento di Franzetti fece voltare tutti i presenti verso il giovane secondo pilota, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, apparentemente assorto nella lettura di un terminale.
“Le ultime notizie disponibili prima della disconnessione” continuò, senza sollevare gli occhi dallo schermo “parlano di un embargo totale intorno alle grandi città dei Regni. Le centrali energetiche sono state distrutte o private di alimentazione e le fabbriche si sono fermate. Hanno tagliato l’energia persino alle stamperie di cibo e di vestiario, e agli impianti di trattamento dell’acqua.”
“Mio Dio…”
“I bot impediscono ai profughi di uscire e ai rifornimenti alimentari di entrare. La popolazione cittadina è condannata ad una lenta agonia.”
“Sembra la cronaca di un assedio medioevale.”
“Non ‘sembra’: è esattamente quello che sta facendo la Rete” riprese Mikerson, alzando il tono della voce per sovrastare il brusio dei commenti. “Sono pronto a scommettere che in questo momento non c’è nemmeno un drone da ricognizione impegnato contro le tribù del deserto, o i villaggi minori.”
“Così pare” confermò il giovane, controllando sul computer.
Il comandante annuì. “Ha perfettamente senso. La Rete sta eliminando tutte le forme di organizzazione sociale non sostenibili dal punto di vista delle risorse. Esercito, industrie pesanti, agglomerati urbani ad alta densità. Sta riducendo i Regni Latino-Sudafricani ad una società di cacciatori-raccoglitori.”
“Ma perché fare una cosa del genere?” intervenne uno dei marinai. “Abbiamo impiegato anni di sforzi e sacrifici per fornire a quella gente un’assistenza tecno-sanitaria all’avanguardia. Che ne è di tutti quei programmi educativi, che avrebbero dovuto cambiare la loro organizzazione sociale, formare una élite illuminata, e renderli parte del rientro consapevole?”

La risposta fu anticipata dal trillo acuto di un segnale di emergenza. Anticipando tutti, Franzetti scattò verso il dispositivo da cui proveniva l’allarme e digitò rapidamente una serie di comandi sul terminale.
“Droni. Una grossa squadriglia sta sorvolando lo Stretto.”
“Ci hanno già trovati!” piagnucolò qualcuno.
“Non cercano noi.” dichiarò il comandante, risoluto. “Disattivate i sistemi automatici di ricerca bersaglio: che nessuno inquadri nulla, fosse anche un gabbiano!”
“Ma senza la contraerea…” attaccò uno degli ufficiali.
“Faccia silenzio! E non discuta gli ordini. Finché la nave rimane passiva, il cloathing ci garantisce l’invisibilità assoluta, anche agli strumenti di ricerca ottica.”
“A meno che non sappiano già dove siamo” sibilò l’altro, indispettito.
Mikerson si limitò a fissarlo, mentre il sibilo della squadriglia di droni in avvicinamento cresceva fino a diventare un fischio assordante. Nella plancia nessuno degli uomini osava respirare: lo spicchio di cielo, visibile dall’ampia vetrata verso poppa, fu riempito all’improvviso da una moltitudine di sagome scure e affusolate, che sciamarono sopra la nave, oscurando la luce del sole.

I rumori dei reattori e delle turbine rendevano impossibile qualunque comunicazione, mentre lo sciame di droni sembrava incerto se proseguire. Da quella distanza, i soldati potevano scorgere ad occhio nudo le micidiali bocce da fuoco dei piccoli aeromobili, pronte a sputare getti di plasma ad alta temperatura, in grado di fondere in pochi minuti paratie d’acciaio di qualunque spessore.
Fermo al proprio posto, Franzetti teneva la mano sospesa sopra al pulsante che avrebbe riattivato i sistemi d’arma a corto raggio, ingaggiando all’istante un mortale scontro fra la nave e i droni, dall’esito tutt’altro che scontato. Poi, eseguendo all’unisono una manovra repentina e imprevedibile, tutti i velivoli balzarono in avanti e verso l’alto, scomparendo in un attimo alla vista. Pochi secondi più tardi, da un punto sulla riva a prua della nave giunse l’eco di una lunga serie di esplosioni.
“Qualunque cosa stessero cercando, l’hanno trovata.”

***

Marcélo si rialzò di scatto, con un colpo secco delle reni, ed iniziò a correre verso l'interno della boscaglia. Brandelli di corteccia e grumi di terriccio gli cadevano di dosso ad ogni falcata, mentre alle sue spalle le urla si mescolavano ai lamenti dei feriti. Si voltò soltanto una volta, per un brevissimo istante: fece in tempo a vedere tre dei contrabbandieri a terra, con i ventri squarciati, che si contorcevano in una pozza vermiglia. A pochi metri di distanza, sulla sinistra, le figure del capobanda e del suo braccio destro, apparentemente illesi, correvano sulle sue orme.
Proprio quei due dovevano salvarsi! Pensò Marcélo, scegliendo senza riflettere una biforcazione in salita, che si arrampicava lungo il fondo roccioso di un torrente in secca, inoltrandosi nel fitto del bosco. Un tramestio di rami goffamente spezzati e un'imprecazione soffocata lo informarono che i suoi indesiderati compagni di fuga gli erano ancora alle calcagna, decisi a sfruttare la sua abilità per salvarsi la pelle. Consapevole del fatto che non si sarebbe liberato di quei due, si voltò improvvisamente per affrontarli: i contrabbandieri si fermarono di botto, finendo l'uno addosso all'altro e barcollando per non perdere l'equilibrio.
"Se continuate a fare tutto questo frastuono" ringhiò lo scout, scuro in viso "i droni ci troveranno in un secondo. Seguitemi in silenzio e fate bene attenzione a dove mettete i piedi."

Senza attendere la risposta, riprese ad avanzare in fretta lungo il canalone accidentato, scegliendo con cura ogni appoggio, evitando di toccare i rami e le fronde che gli penzolavano intorno. Dopo alcune centinaia di metri, il letto del torrente in secca sfociava in una forra più grande, dove si era raccolta una pozza d'acqua stagnante.
"Dentro, nella pozza" ordinò.
"Stai scherzando?" protestò uno dei due malviventi. "Finiremo mangiati vivi dalle sanguisughe."
"O quelle, o il cannoni al plasma" concluse Marcélo, immergendosi nello stagno con un gesto fluido. I due compagni si guardarono per alcuni secondi, poi si rassegnarono ad immergersi a loro volta. Un attimo dopo, il cielo sopra le loro teste fu oscurato dallo sciame delle macchine da guerra: il vento generato dalle turbine si abbatté sulla vegetazione con la forza di un piccolo uragano. L'acqua melmosa, agitata dalle raffiche, sollevava spruzzi viscosi, che si infilavano in bocca e nelle narici, rendendo difficile respirare. Nonostante quell'inferno, gli uomini rimasero immobili, chiudendo gli occhi e trattenendo il respiro: dopo alcuni istanti che sembrarono interminabili, lo sciame riprese il volo verso l'interno, lasciando alle sue spalle una scia di erba schiacciata e arbusti divelti.
"Presto, da questa parte" sussurrò lo scout, uscendo dall'acqua e dirigendosi lungo un altro fiumiciattolo, in cui scorreva impetuosa dell'acqua scura. Appena gli fu possibile scalarne la sponda scoscesa, lo scout guidò i suoi compagni al centro della corrente, dove i flutti arrivavano fino alla cintura degli uomini.
"In questo modo non rischiamo di lasciare impronte, né tracce di calore" spiegò mentre avanzavano, cercando di non scivolare e di finire spazzati via dalla corrente. Per quasi due ore, il terzetto proseguì la fuga lottando con la forza dei flutti, sempre più impetuosi, barcollando sulle gambe infreddolite e insensibili, mentre il ruscello proseguiva il suo corso fra due muraglie ininterrotte di vegetazione. Ad un tratto, un sibilo crebbe improvvisamente di intensità alle loro spalle, e la sagoma di un drone comparve fra gli alberi.

"Giù!" gridò Marcélo. Una raffica di dardi incandescenti di plasma fendette l'aria e si abbatté sulle acque gelide, sollevando violenti spruzzi di vapore. Lo scout si immerse più a fondo possibile, raschiando con il petto le rocce taglienti del fondo. Un dolore acuto lo raggiunse alla gamba destra, là dove un fiotto di plasma lo aveva mancato di pochi millimetri, facendo ribollire l'acqua tutto intorno. Da qualche parte, in superficie, udì le grida di dolore dei contrabbandieri che venivano fatti a pezzi dalle raffiche. Qualcosa di ruvido lo colpì alla tempia destra: lottò disperatamente per mantenersi sveglio, mentre tutto iniziava a sfumare in una nuvola scura e vorticante. Poi fu trascinato a valle a velocità folle, lontano dalla minaccia del drone, in mezzo alle rocce.

***

L’immenso tappeto di nuvole scivolava lento sotto la chiglia dell’aerostato: branchi di piccoli cumuli, che galleggiavano sopra la superficie dell’oceano, solcata dalle linee pigre delle correnti. Seduta ad uno degli eleganti tavolini della sala ristorante, Nora teneva la testa appoggiata al finestrino, scrutando il paesaggio oltre il proprio riflesso, ed evitava di guardare l’espressione sconsolata del suo stesso viso.  Davanti a sé, nitido sopra un lieve velo di foschia, l’inconfondibile profilo della catena andina si stagliava contro il cielo al tramonto, uno sfondo pervinca graffiato da strisce di porpora.
Il lieve beccheggio della cabina si ripercuoteva sul liquido ambrato che riempieva a metà un boccale di raffinato cristallo, abbandonato sul tavolo di fronte alla giovane donna: le oscillazioni del contenuto provocavano un ritmico e costante spostamento del bicchiere, che si stava avvicinando pericolosamente al bordo. Soltanto un attimo prima dell’irreparabile, con un guizzo fulmineo la mano di Piotr Baranov afferrò il boccale per il fondo, fermandolo a mezz’aria e riportandolo al centro del tavolo, con un gesto elegante. Nora si voltò improvvisamente, trovandosi a fissare gli occhi color ghiaccio del Maggiore.
“Un Armagnac di questa qualità è davvero troppo raro per sprecarlo in questo modo, signorina Santiago” disse l’uomo. Aveva una voce profonda e baritonale, a cui il forte accento russo dava un tono ancor teatrale che a Nora dava inevitabilmente sui nervi.
“La ringrazio, Maggiore” rispose svogliatamente, tornando a fissare il panorama fuori dal finestrino. “Ma non ho affatto voglia di bere.”

Nonostante l’evidente disinteresse della ragazza, l’uomo sembrava intenzionato a proseguire nella conversazione. Accennando appena a chiedere permesso, si accomodò sull’altra sedia libera e allungò le gambe, avvicinando il tronco al centro del tavolino.
“In tutta l’Eurasia non si trova più un solo filare di Colombard, da decenni” riprese, sollevando il bicchiere di lei e osservandone assorto il gioco di chiaroscuri, che i raggi del tramonto producevano attraverso il liquore. “I pochi distillati che importiamo nelle Colonie derivano dai debiti di guerra dei Nipponici”.
L’ultima frase era stata pronunciata senza alcun tentativo di nascondere l’orgoglio con cui il militare si riferiva alla schiacciante, definitiva vittoria dell’esercito boreale sulle armate dell’invasore.
“Può berlo, se vuole” commentò Nora, per nulla impressionata dalla boria del suo interlocutore.
Per alcuni minuti il Maggiore rimase in silenzio, apparentemente rassegnato, osservando le cime dei ghiacciai andini che scintillavano ancora al sole, troneggiando sullo sfondo scuro del continente sudamericano. Il colossale dirigibile iniziò proprio in quel momento una lenta virata, che lo avrebbe portato ad allinearsi con il sentiero di avvicinamento a Quellon. Baranov trovava singolare che l’esercito australe, nel pieno svolgimento della campagna militare contro i Regni, avesse già ripreso i voli della propria aviazione civile, limitandosi ad impedirne l’accesso a chiunque non fosse un cittadino delle Colonie. Comprendeva che la popolazione avrebbe senz’altro apprezzato la rapida cessazione della legge marziale e la fine dell’isolamento; ma da soldato, non sapeva ancora se interpretare quell’avventata sicurezza come un segno di schiacciante supremazia militare o di mastodontica incompetenza.

Di sicuro, avrebbe preferito essere trasportato sull’obiettivo di missione da un volo militare, scortato da una buona copertura di droni e con una schermatura totale. L’idea che lui e Nora potessero risultare credibili, come coppia in viaggio di nozze, gli sembrava del tutto dissennata, anche per un calcolatore. Tentando di rianimare la conversazione, espresse il suo pensiero ad alta voce: Nora si voltò finalmente verso di lui, con espressione palesemente disgustata.
“Spero che non si aspetti che mi presti ad una messa in scena del genere” fece la ragazza, gelida “e soprattutto che non sia messo in testa di sottopormi a smancerie o altre sconvenienti confidenze, in pubblico o in privato.”
“Non ho mai osato pensare ad un’eventualità del genere, signorina Santiago” fece il Maggiore con tono sostenuto, mentre lo scintillio nei suoi occhi lasciava intendere l’esatto contrario delle sue parole. “La missione che dobbiamo affrontare è estremamente delicata e impegnativa: credo le sia chiaro come dal suo esito dipenda la sicurezza dell’intero sistema nevralgico del suo Paese.”
“Mi è chiarissimo” asserì Nora, con un sorriso acido. “Come mi è palese il fatto che dal successo dipende anche la progressione della sua carriera.”

Il boreale non sembrò affatto risentito dell’osservazione; si mise a ridere di gusto, tracannando un paio di generose sorsate dal bicchiere della ragazza.
“Lei non ha davvero peli sulla lingua! Bene, considero la schiettezza una dote considerevole, specialmente in una donna. Vede, Nora, noi uomini del nord siamo gente diretta, con una mentalità pragmatica. Ci siamo sviluppati in un ambiente ostile, fra le vestigia di un mondo involuto, popolato di barbari incolti ed ignoranti. Abbiamo imparato a guardare in faccia la realtà delle cose, assumendoci il peso del nostro destino.”
“E quale sarebbe?” lo provocò lei, incapace di trattenersi. “Conquistare il mondo?”
“No. Soltanto impedire alle razze inferiori di mandarlo in malora, trascinandoci tutti quanti nel vortice dell’estinzione. È un compito a cui ci dedichiamo con qualunque mezzo a disposizione. E per quanto posso capire di ciò che sta succedendo qui” aggiunse, con una luce maligna negli occhi “questo è esattamente quello che state facendo anche voi.”

Nora non rispose, tornado a fissare ostinatamente l’oceano scuro sotto la nave. Di tutta quella situazione, e dell’odiosa missione che gli era toccata, ciò che in quel momento detestava di più era la consapevolezza che il Maggiore Baranov aveva perfettamente ragione. 

(continua...)