Privacy

Questo sito fa uso dei cookies utilizzati dalla piattaforme blogger per garantire una migliore esperienza di fruizione dei contenuti e per raccogliere statistiche anonime sugli accessi e sulla visualizzazioni di pagina. Visitandolo ne accettiutilizzo secondo quanto previsto dalle norme specifiche di Google Inc. relative alla propria politica sulla privacy.

lunedì 14 luglio 2014

Oltre la nebbia del primo mattino - capitolo 5

Nota: questo è il quinto capitolo di un racconto, ambientato in un mondo particolare, che potrebbe anche essere il nostro. I dettagli li puoi trovare qui.


Il piccolo emporio si trovava nel cuore della città vecchia, nascosto fra le pieghe della collina che dominava il porto, ed era circondato dalle umili abitazioni prefabbricate dei contadini. L’unica strada si snodava fra i terrazzamenti sbilenchi dei pascoli, separati da fossati traboccanti di sterpaglie e rade macchie di alberi. Nora osservava il cielo scuro, adombrato da una coltre irregolare di nuvole lattescenti, qua e là più scure e minacciose. Quando scesero dal piccolo fuoristrada eolosolare che il maggiore Baranov era riuscito a requisire all’aeroporto, l’aria era impregnata di minuscole goccioline di condensa, mentre un sordo brontolio proveniente dall’oceano si propagava tutto intorno.

“Non pioverà molto.” annunciò il soldato boreale, con fare saccente. “Da queste parti sembra sempre che stia per scoppiare una tempesta, ma il più delle volte si tratta di poche gocce.”
La ragazza non rispose, limitandosi ad osservare il negozio verso il quale si stavano dirigendo, dall’altro lato della strada in forte pendenza. Era una casupola rosso scuro, a due piani, con le pareti di vetroplastica dipinte in modo da ricordare le antiche facciate in legno delle case tradizionali. Il tetto, rivestito di vernice fotoelettrica, aveva gli spioventi larghi e ripidi, incurvati all’ingiù, come i baffi di un vecchio triste.

Dentro, l’unico ambiente era illuminato da una doppia serie di fasci di fibra ottica, che riverberavano la scarsa luce solare ottenendo il risultato di una modesta e uniforme penombra. L’uomo al banco sollevò lo sguardo sui due visitatori con fare guardingo: i suoi occhi neri, sottili e scintillanti, si muovevano con guizzi precisi, passando alternativamente in rassegna la figura massiccia di Baranov e il corpo snello della sua compagna.
“Bom dia.” annunciò a bassa voce. Qualcosa di indefinibile, in quel semplice saluto, trasmetteva tutta l’atavica diffidenza dei paesani per le facce nuove. “Di cosa avete bisogno?”
“Informazioni.” tagliò corto il militare, posando il palmo di entrambe le mani sul bancone e spostando il corpo in avanti, sorreggendosi con le braccia muscolose. L’altro arretrò di qualche centimetro, ma la sua espressione non mutò.
Con lo stesso tono cupo, rispose: “Questo è solo un emporio.”
“E a me interessano i tuoi clienti.”
“La maggior parte delle persone che vengono qui sono contadini e pastori. Non credo che…”
“Non mi importa di quei pezzenti.” sibilò il soldato, scoprendo i denti e spostando ancor più in avanti il tronco. “Io cerco quelli che ti hanno comprato cinquantaquattro condensatori ad alto voltaggio e due trasmettitori a lungo raggio.”
L’ombra di terrore che balenò sul viso dell’uomo fu evidente anche a Nora.
“Non so di cosa…”
Il colpo giunse talmente rapido che la mano del maggiore sembrò non essersi mai spostata dal suo punto d’appoggio. Quando il negoziante riuscì a sollevare di nuovo la testa, la metà destra della sua faccia era ricoperta di sangue scuro, che iniziò a gocciolare in grossi grumi sul piano del bancone. Nora non seppe trattenere un gemito di disgusto.
“La mia amica, qui” stava dicendo Baranov, immobile davanti alla propria vittima “non è abituata alle scene forti. Mi dispiacerebbe molto impressionarla negativamente.”
 Un secondo, imprevedibile manrovescio lo raggiunse alla bocca, mandando in pezzi buona parte dell’arcata dentale superiore e riducendogli il labbro ad un brandello penzolante. L’uomo barcollò, cadendo all’indietro sulla seggiola, mentre l’odore metallico del sangue iniziava a riempire il locale. Nora distolse lo sguardo, concentrandosi per dominare i conati che l’assalivano. Chiuse gli occhi: da un punto sempre più lontano gli giungevano i suoni di una scena buia, che si sforzava di non visualizzare. La voce monotona del boreale proseguiva nel suo violento interrogatorio. Udì lo schiocco secco di altri colpi. Gemiti disarticolati. Qualche parola in russo, che non comprese. Infine, un profondo silenzio riempì la stanza, mentre lei raggiungeva a tastoni un vecchio divano e ci si abbandonava, sfinita e disgustata.
Il tocco insistente della dita del soldato sul collo la fecero trasalire. Si domandò per quanto tempo fosse rimasta così, con la mente in stand-by, quasi priva di coscienza. Il maggiore le sorrideva e la scrutava con i suoi inquietanti occhi chiari. La mano che l’aveva sfiorata, ancora protesa a mezz’aria, era imbrattata di sangue e di piccole schegge d’osso, che biancheggiavano sinistramente vicino alle nocche.
“Abbiamo una pista.” annunciò lui. Poi, senza aggiungere altro, si voltò e si avviò verso l’uscita dell’emporio. Dopo alcuni istanti Nora lo seguì, sforzandosi di non gettare lo sguardo verso il punto in cui la loro vittima giaceva riversa, scossa da un fremito continuo.
Il soldato salì sul fuoristrada e lo mise in moto; attese che la ragazza si fosse a sua volta sistemata sul sedile del passeggero, poi fece fare un mezzo giro al veicolo, puntando di nuovo verso la strada che conduceva all’abitato di Quellon. Passando nuovamente davanti all’emporio, tirò giù il finestrino e si frugò con noncuranza in una delle tasche della divisa.
La granata centrò con millimetrica precisione la porta socchiusa del locale, scomparendo all’interno in un paio di rimbalzi. Nora, che seguiva la scena dal monitor retrovisore, osservò trasecolata la nuvola di fuoco sorgere come un piccolo sole, avvolgere la casa e poi scomparire, in pochi istanti, come se non fosse mai esistita, portando con sé l’intero edificio; al suo posto restava un grumo nerastro di rottami contorti. L’onda d’urto e il boato dell’esplosione la riscossero: incapace di trattenersi oltre, si gettò verso Baranov, tempestandogli il braccio teso con i piccoli pugni.
“Maledetto assassino! Pazzo, sadico! Che bisogno c’era? Vigliacco!”
Il colpo secco che la bloccò le provocò più sorpresa che dolore: la mano del soldato si era mossa di nuovo con quella sconcertante rapidità che gli aveva visto usare nel pestaggio, ed era tornata al suo posto, tranquilla, come se non si fosse mai staccata dal volante.
Lentamente, la ragazza portò un dito sul labbro, raccogliendo una singola, minuscola stilla di sangue che si andava formando vicino all’angolo della bocca, come una piccola gemma scarlatta.
“La zona dove si nascondono i ribelli è estesa.” comunicò lui con tono asciutto, ignorando quello che era accaduto un istante prima. “Abbiamo bisogno di una ricognizione aerea.”
Dopo alcuni secondi di incredulo silenzio, Nora rispose, in maniera automatica, ascoltando la sua stessa voce come se provenisse da un punto indefinito: “Le linee di comunicazione con Nuova Damasco potrebbero essere intercettate facilmente. Gli ordini sono di mantenere il silenzio radio se non in caso di…”
“Non pensavo ai vostri ricognitori” la interruppe Baranov. Mentre guidava a velocità sostenuta, serpeggiando fra i veicoli agricoli e la folla di venditori ambulanti che iniziavano ad affollare il centro della cittadina, l’uomo estrasse un piccolo comunicatore suborbitale e digitò una serie di comandi. Nora sentì una voce in russo che gracchiava, con tono sorpreso. Il militare scambiò qualche battuta nella sua lingua, poi sembrò farsi serio: pronunciò ancora alcune frasi, con tono autoritario e aggressivo. Per alcuni secondi restò in attesa, con il volto teso, fissando la strada; alla fine la voce dall’altra parte parlò di nuovo, in modo sbrigativo, e lui riattaccò, con un ghigno soddisfatto dipinto sulla faccia.
“Vede, signorina Santiago? I debiti d’onore contratti in guerra possono rivelarsi maledettamente utili, in certe situazioni.”
Nora si voltò dall’altra parte e si mise ad osservare la fila di baracche prefabbricate che costeggiavano la strada, immerse nel fango. I pannelli fotoelettrici e le turbine eoliche giacevano ovunque, abbandonati in vistosi cumuli accanto alle case: Nora sapeva che dal momento in cui la Rete di Luci aveva attaccato i Regni, tutte le infrastrutture tecnologiche prodotte nelle Colonie si erano disattivate, precipitando la popolazione indietro di due secoli.
Si domandò ancora una volta per quale ragione stessero combattendo una guerra con quella gente: che minaccia potevano rappresentare? Erano popoli disperati, disposti a tutto pur di godere della sicurezza e del benessere che Nuova Damasco e la sua organizzazione sociale erano in grado di fornire. Metà del pianeta si era stretta intorno all’ultima luce della civiltà, sfuggendo ad un orizzonte di tenebra, implorando di essere assistita e protetta. Il popolo delle Colonie, per cento anni, era stato visto come una generazione eletta, da cui sarebbe giunta la salvezza: e adesso, la Rete di Luci aveva trasformato tutto questo in un incubo.
All’improvviso un vecchio cane randagio sbucò da una stradina laterale, caracollando verso il centro della strada. Baranov lo vide e non fece alcuno sforzo per evitare l’impatto: il tonfo sordo della testa dell’animale contro il parafango fu seguito da un lieve sobbalzo, quando lo pneumatico lo schiacciò. Ci fu un rumore di scoppio, seguito da un crepitio, e il ventre del cane si squarciò sotto il peso del mezzo: nel monitor retrovisore, Nora e il maggiore videro un piccolo indio correre disperato verso la carcassa dell’animale, spiaccicata in mezzo alla strada.
“Maledetti pezzenti.” sibilò l’uomo con disprezzo. “Non vedo l’ora che siano stati tutti sterminati.”
In silenzio, con il capo chino, Nora iniziò a piangere.

***
“E siete sicuri che non avesse addosso documenti.” Mikerson ripeté la constatazione con tono incredulo. Non pensava che i suoi uomini gli stessero mentendo, ma il fatto che non fosse possibile accertare in alcun modo l’identità del naufrago gli metteva addosso un senso di inquietudine.
“Sì.” confermò nuovamente l’ufficiale. “Ha gli abiti a brandelli e il corpo ricoperto di ustioni: probabilmente è stato attaccato da quello sciame di droni.”
Il comandante restò in silenzio, valutando la situazione. Avevano ripescato quell’uomo poco al largo della baia Inutil, mentre cercavano di sfruttare il momento giusto per sfilare di nascosto verso ovest, nel punto in cui lo Stretto di Magellano si infilava fra le frattaglie dell’Isla Clarence. L’idea di Mikerson era di guadagnare il Pacifico meridionale navigando sotto costa, sfruttando il dedalo di canali e isolotti che punteggiavano tutta l’estremità del Sud America, procedendo fino alle Torri del Paine. Da lì, avrebbe guidato la nave in mezzo all’oceano, contando sul campo di occultamento per evitare le pattuglie di Nuova Damasco, e avrebbero attivato i ricevitori passivi per informarsi sullo sviluppo di quell’assurda guerra.
“Va bene.” fece alla fine. “Se è in grado di alzarsi dal letto, lasciatelo libero di girare per le nave. Non credo che quel poveraccio possa procurarci più guai di quelli che abbiamo già. Se avrò un minuto libero, lo chiamerò per fare due chiacchiere, prima o poi.”
Il piano del comandante stava procedendo come previsto: dopo aver ripescato il naufrago, l’incrociatore aveva proseguito indisturbato la navigazione senza incontrare nessuno, giungendo ad avvistare le superbe cime all’alba del quinto giorno. Sebbene il clothing garantisse una buona copertura anche nello spettro della radiazione luminosa, rendendo di fatto la nave invisibile alla rilevazione ottica, avevano optato per una navigazione notturna, trascorrendo le ore del giorno alla fonda, nascosti anche dalla vegetazione e dal profilo irregolare della costa.
In quel momento, il sole iniziava a scomparire sotto l’orizzonte, generando una lunga striscia dorata nell’acqua scura dell’oceano, reso ancor più cupo dal contrasto con il cielo, striato di riflessi indaco e pervinca. Il comandante della piccola ciurma di disertori stava per dare l’ordine di salpare, proseguendo lungo la rotta programmata, che li avrebbe portati ad avvicinarsi alle linee di navigazione civile fra l’Australia e il Sud America, nella speranza di intercettare le comunicazioni radio. Un segnale sulla plancia di comando lo trattenne all’ultimo momento. Il soldato schiacciò il pulsante e domandò di che si trattasse.
“Riceviamo un segnale a bassa frequenza sul canale criptato.” annunciò l’addetto alle comunicazioni. “Ho triangolato, viene da nord, a circa 600 miglia”
Mikerson visualizzò mentalmente la mappa dell’area: la trama di scogli e isolotti boscosi proseguiva ininterrotta verso l’equatore, fino ad allargarsi poi nel golfo di Corcovado, che separava la costa occidentale del Regno Paulista dall’Isla Grande de Chiloé. Controllò sulla mappa del software di navigazione, trovando conferma dei propri ricordi: il punto da cui proveniva il segnale lampeggiava di un blu intenso. Allargò l’immagine satellitare, mettendo in evidenza un’area impervia, punteggiata da basse alture boscose e ripidi calanchi. Aggrottò le sopracciglia, mentre le dita si muovevano rapide sui comandi e la scena scorreva a destra e a sinistra, poi bloccò la visuale e aumentò il dettaglio, zoomando su una macchia scura, quasi impercettibile. Il volto dell’ufficiale si distese in un sorriso, mentre osservava la sagoma di una vecchia casa colonica, apparentemente abbandonata.
“Tipico di quella vecchia volpe di Perés” disse, facendo voltare Franzetti, che si avvicinò.
“Che succede?” chiese il secondo pilota, incuriosito.
Mikerson non rispose, ma continuò ad armeggiare con i comandi. La mappa scomparve, sostituita da una lunga successione di lettere e numeri, privi di un ordine riconoscibile. I due uomini osservarono i caratteri per alcuni secondi, poi Franzetti domandò: “Ekert?”
L’altro sollevò il volto, fissando sbalordito il proprio ufficiale: “Che diavolo ne sai, tu?”
“Ho sempre avuto un pallino per la crittografia quantistica.”
“Sei una continua fonte di sorprese, ragazzo. Sono contento che sei passato dalla nostra parte.”
“Grazie, signore.”
“Mi chiamo Ronald. E non sono signore di niente.”
L’altro non rispose, tornando a concentrarsi sul messaggio. “Le coppie di cifre sono ancora entangled. Siamo noi i primi ad averlo intercettato?”
“Sì. Oppure, chi lo ha ricevuto prima non ha tentato di decifrarlo.”
“Procedo?” domandò Franzetti, incerto sul da farsi.
“Certamente. Se Perés manda un messaggio cifrato da una casa diroccata nel bel mezzo di una guerra, non è sicuramente per condividere le foto delle vacanze.”

Nello stesso istante, all’interno dell’ampia sala principale di un bunker sotterraneo, un soldato, seduto ad una delle consolle allineate lungo tutta la parete di fondo, si alzò e corse verso l’uomo in attesa all’ingresso della stanza, sventolando un piccolo schermo flessibile.
“Signore.” annunciò emozionato. “C’è una risposta. Una nave da guerra coloniale, in occultamento a circa 600 miglia, direzione 180”.
“Come sarebbe?”
“Ho verificato, signore. La coerenza degli spin è perfetta: la fonte è attendibile.”
L’uomo prese dalle mani del soldato il foglio elettronico, osservandolo attentamente. Un sorriso radioso si allargò sul viso di Eduardo Perés: “Mikerson, gran figlio di puttana!” gridò, facendo girare la piccola folla di uomini ai terminali. “Hai rubato un incrociatore!”

***
Il Pilota di Prima Classe Andreij Ivanovic posò il ricevitore, appoggiandolo sul tavolo e premendovi sopra la mano, con forza, finché la punta delle dita non divenne bianca. Borioso, arrogante e disgustoso Baranov! Era rimasto l’animale di sempre: non era affatto sorpreso che fosse coinvolto anche lui, nella carneficina che si stava consumando dall’altra parte del mondo! Si spinse all’indietro, facendo ondeggiare lo schienale della sedia a rotelle dove era costretto da quasi venti anni, da quando un missile a ricerca termica lo aveva cacciato dai cieli insieme al suo aereo rosso fuoco: lui era rimasto vivo, ma le sue gambe non ce l’avevano fatta.
La Guerra delle Sorgenti era ormai vinta, ma per lui, quel giorno, era iniziata un’altra battaglia. Aveva considerato di farla finita: era ciò che tutti si aspettavano da un eroe di guerra che aveva avuto il cattivo gusto di sopravvivere come disabile. Un soldato delle Colonie Boreali non può essere un peso morto, sottraendo risorse per niente, impossibilitato a ricoprire un ruolo operativo. A dispetto del nome, la “soppressione volontaria” non era affatto una libera scelta, ma un’aspettativa sociale dal peso insostenibile. Andreij però aveva dalla sua un enorme vantaggio: la parte del suo corpo che contava davvero, la sua mente, era rimasta intatta. Le interfacce neurali sviluppate dai cugini delle Colonie Australi avevano raggiunto un livello di perfezione tecnica inimmaginabile solo alcuni anni prima: il suo istinto di pilota prese così possesso di un drone da guerra, imparando a condurlo ben oltre i limiti delle prestazioni convenzionali a cui poteva spingerlo il computer di bordo. Accumulando esperienza, il giovane pilota da caccia era riuscito a controllarne due, poi quattro: in pochi mesi, mentre le artiglierie boreali ricacciavano i Nippocontinentali all’interno dei propri confini, uno stormo di otto droni rosso fuoco solcava i cieli sopra il fronte, distruggendo senza pietà qualunque cosa osasse levarsi in volo: il Barone Rosso era tornato di nuovo a dominare l’orizzonte.
Andreij si fermò a contemplare lo schermo di controllo dei suoi aerei: otto riquadri luminosi lampeggiavano pigramente, segnalando lo stato di efficienza dei sistemi, l’equipaggiamento, gli armamenti difensivi, i parametri di missione. In quel momento, guidati dal sistema automatico, i droni erano impegnati in una pigra azione di pattugliamento sul mar del Giappone: roba di routine, che serviva più che altro a ricordare ai Nipponici che la pesante mano delle Colonie era sempre pronta a rincarare la dose, già somministrata due decenni prima, a chiunque avesse voglia di attaccar briga.
Imprecando sordamente, si avvicinò alla fronte la cuffia con i trasduttori, connettendo l’interfaccia neurale. Nonostante il profondo disgusto che gli provocava agire per conto di quel serpente di Baranov, provò comunque un familiare brivido di eccitazione, mentre gli aerei si connettevano tutti insieme alla sua mente: era una sensazione di libertà indescrivibile, mille volte più intensa e profonda di quella che si provava durante un volo a corpo libero. Sapeva di non avere scelta: il maggiore aveva dalla sua un vecchio debito d’onore, qualcosa che un soldato coloniale non poteva tradire, in nessuna circostanza. Mentre formulava il pensiero che avrebbe attivato all’istante la propulsione supersonica della sua squadriglia, lanciandola a Mach 10 verso la costa occidentale del regno Paulista, Andreij pregò che quella richiesta non fosse seguita da altre. Ma sapeva benissimo che stava sperando in qualcosa di impossibile.

***

Il campo base dell’esercito di Nuova Damasco era stato montato con la consueta, sconvolgente rapidità ed efficienza. Erano passate meno di 48 ore dal momento in cui il maggiore Baranov aveva richiesto l’intervento di terra: in quel breve lasso di tempo, due immensi dirigibili nucleari erano stati calati dall’orbita alta direttamente alle porte dell’abitato di Quellon, scortati da un’impressionante flottiglia di droni d’assalto, in pesante assetto anticarro.
Le armate di bot e di stratocotteri erano state scaricate in pochi istanti, letteralmente vomitate dagli immensi hangar volanti, ed avevano iniziato a pattugliare la zona nel raggio di dieci chilometri, mentre il resto delle infrastrutture e gli apparati logistici di supporto venivano montati ed attivati. In poche ore le aeronavi da trasporto erano ripartite e il grosso dell’esercito, sei divisioni di hovercraft corazzati e tre stormi di stratocotteri d’assalto, era pronto a muoversi, lasciando indietro un robusto contingente di droni e artiglieria a sorvegliare gli apparati per la Luciconnessione remota.
Nonostante l’impeccabile celerità con la quale Nuova Damasco gli aveva messo a disposizione una forza di proporzioni titaniche, perfettamente operativa e schierata ai suoi ordini, il maggiore boreale faticava a contenere la propria impazienza mentre attendeva di conferire con l’ufficiale che comandava l’armata. Questi era poco più di un ragazzo, dal fisico gracile e lo sguardo smarrito, che passava tutto il tempo a consultare gli schemi operativi sul digiquaderno, sfogliando le pagine elettroniche con frenetica preoccupazione. Baranov scosse la testa, infastidito, e finì per perdere le staffe.
“Insomma, tenente!” gridò, dimenticando ogni forma di etichetta militare. “Si può sapere che cosa stiamo aspettando ancora? Le informazioni che vi ho fornito sono chiare, no?”
Il giovane si irrigidì: fissò l’uomo con uno sguardo tutt’altro che intimidito, poi tirò su con il naso e dichiarò, con calma: “Maggiore, la prego di conservare un atteggiamento adeguato alla situazione.”
La violenta imprecazione in russo, che il boreale urlò in tutta risposta, sfuggì completamente al giovane sottufficiale, ma non il resto, pronunciato in lingua comune: “Non me ne fotte un accidente dell’etichetta, ragazzino, hai capito? E riguardo alla situazione, sei tu e quelle teste d’uovo del tuo Comando che non l’avete chiara: la fuori, da qualche parte in mezzo a duemila chilometri quadrati di foreste, ci sono un pugno di terroristi con una connessione satellitare che stanno cercando di hackerare la Rete di Luci. E più tempo passiamo a schierare in parata i tuoi soldatini di latta, più aumentano le probabilità che quelli ci riescano.”
“Maggiore Baranov, le assicuro che la situazione mi è perfettamente chiara.” comunicò l’altro, senza perdere la calma. Il russo cominciò a pensare che quel ragazzo doveva essere completamente fuori di testa, oppure a conoscenza di un particolare che a lui sfuggiva. Ma la sua mentalità autarchica tendeva ad escludere questa seconda possibilità: i droni di Ivanovic avevano sorvolato l’area e circoscritto la zona dove erano evidenti i segnali di attività elettromagnetica: nessun campo di occultamento dei ribelli, nemmeno se  l’avessero rubato direttamente dall’intelligence di Nuova Damasco, poteva dirsi lontanamente all’altezza della tecnologia di scanning boreale, quindi il margine d’incertezza era nullo. Si doveva avanzare e fare fuoco: colpire rapidi come un serpente, questa era la tattica. Andava bene ai tempi della Guerra delle Sorgenti, e avrebbe funzionato a meraviglia anche adesso. E ora, per quel tenentino dalla faccia lentigginosa, che si metteva a perdere tempo con i suoi  dannati protocolli…
“Se l’avanzata di terra è stata interrotta” stava continuando quello, con tono di sufficienza “è perché i nostri scanner hanno rilevato una possibile presenza ostile nell’area.”
“Di che diavolo stai parlando?”
“Guardi qua” sospirò il tenente, allungando il suo blocco di fogli elettronici aperto su una delle facciate display flessibili.
Nora, che fino a quel momento era rimasta in silenzio alle spalle di Baranov, si fece avanti ed afferrò il notebook: le bastò uno sguardo per rendersi conto di cosa significavano quei grafici e quelle cifre. Si girò verso Baranov e lo fissò negli occhi: “credo che abbiamo davvero un grosso problema!”
Prima che il boreale potesse realizzare di cosa stessero parlando i suoi compagni, una serie di esplosioni, violente e ravvicinate, scossero furiosamente il suolo, facendo ondeggiare anche la piattaforma mobile di comando in cui si trovavano.
“Che sta succedendo?” strillò il maggiore, disorientato.
“C’è una nave da guerra, occultata al largo dell’Isla Chiloé,” spiegò Nora, mentre il tenente si era gettato sulla plancia di comando e snocciolava una serie rapidissima di ordini e comandi al computer. “Sta cannoneggiando le divisioni d’assalto.”
“Non c’è nessuna nave dei Regni che sia in grado di sfuggire alla rilevazione degli scanner delle Colonie, tantomeno ai droni di Andreij” rifletté Baranov ad alta voce, mentre il veicolo di comando si metteva rapidamente in moto per sottrarsi al micidiale fuoco di batteria dell’incrociatore. “O che abbia tutta questa maledetta potenza di fuoco”.
“Non è una nave dei Regni!” gridò il tenente dal monitor che stava controllando.

A poche decine di chilometri di distanza, l’eco delle esplosioni che stava squassando la boscaglia fu accolto da selvagge grida di gioia. I soldati ribelli, impegnati a controllare gli schermi degli elaboratori, si sollevavano dai monitor e correvano ad abbracciarsi al centro della stanza.
“Sono fermi!” gridò uno di loro, superando la confusione. “Le truppe di terra stanno arretrando verso le alture, e gli stratocotteri a quest’ora saranno già a metà strada per l’Australia!”
Perés continuava a sorridere, stringendo le mani ai suoi uomini e distribuendo pacche sulle spalle. Ma in cuor suo sapeva che era solo questione di tempo: Mikerson aveva giocato la carta dell’attacco a sorpresa, ma i Coloniali non erano gente che perdeva la testa per una cosa del genere. Avrebbero messo al sicuro le truppe, e poi chiamato i rinforzi: nel giro di qualche ora, ci sarebbero state più squadre aeronavali nel Pacifico meridionale che pulci addosso a un cane randagio. Si liberò dell’ennesimo abbraccio e si diresse verso uno dei giovani tecnici, mettendogli una mano sulla spalla.
“A che punto siamo?” domandò, avvicinando la bocca all’orecchio dell’uomo per farsi sentire.
“I tentavi procedono bene. Abbiamo fatto un paio di agganci al trojan dentro la Rete di Luci, sfruttando uno dei molti gate che sono rimasti aperti.”
“E?”
“Beh, siamo riusciti a lanciare un attacco parzialmente efficace: diversi nodi hanno disfunzionato, ma la reazione a catena non si è verificata come previsto. La Rete ha risposto all’attacco e ha cambiato la frequenza di aggancio dei gate, per cui dobbiamo capire cosa sia successo, prima di riprovare con un’altra connessione.”
“Il virus è stato scoperto?”
“Lo escludo nel modo più assoluto: è stato portato dentro dalla Luciconnessione della ragazza e la Rete non controlla ciò che si trova all’interno della Sfera.”
“Molto bene. Dateci dentro, figliolo.”

***

Mikerson non sapeva se esultare o strapparsi i capelli. Dopo una prima, esaltante sequenza d’assalto, in cui i grossi calibri dell’incrociatore avevano costretto la forza d’assalto a ripiegare verso posizioni meno esposte al fuoco dal mare, i sistemi di puntamento dell’incrociatoreerano rapidamente rimasti senza bersagli. Gli schermi di clothing portatili occultavano la posizione dei blindati, che per di più si erano quasi tutti infilati all’interno di calanchi e forre scoscese, dove i proiettili d’artiglieria e i missili a guida satellitare avevano ben poca possibilità di raggiungerli. In due giorni di bombardamento incessante le perdite, per l’esercito coloniale, erano state ben poco significative.
“Comunque li abbiamo fermati, per ora.” si consolò Mikerson. “E finché li teniamo inchiodati nella foresta, Perés e i suoi hanno qualche possibilità di farcela: è tutta una questione di tempo.”
“Ed è proprio quello che ci manca.”
“Che succede, Franzetti?” domandò il comandante, raggiungendolo davanti al monitor dello scanner passivo.
“Navi. Un’intera flotta di incrociatori coloniali e portadroni: stanno doppiando la Nuova Zelanda, e non ci metteranno più di qualche ora ad incrociare da queste parti.”
“Lo schermo di occultamento tiene?”
“Certo, finché non ci mettiamo a sparare. A quel punto, per sapere dove siamo gli basterà aguzzare l’orecchio, o avvistare il fumo dei lanciatori al plasma.”
Quasi nello stesso istante, il radar di terra si riempì di segnali luminosi.
“Penso che li abbiano visti anche loro.” commentò Mikerson. “Sanno che non possiamo riprendere il bombardamento senza rischiare di farci beccare, e ricominciano ad avanzare.”
“Che facciamo?” domandò uno degli uomini, che si erano radunati in un ansioso capannello attorno ai due ufficiali.
“Scendiamo a terra.”
“Cosa?”
“È la sola cosa che possiamo fare. Questa nave è piena di armamenti convenzionali: tonnellate di esplosivo, batterie lanciamissili e cannoni a corto raggio. Se facciamo in fretta, possiamo mettere in piedi uno sbarramento anticarro di tutto rispetto, e guadagnare un altro po’ di tempo.”
Un profondo silenzio seguì alla coraggiosa proposta del comandante; gli uomini si guardavano l’un l’altro, valutando le probabilità di riuscita di quel folle piano e cercando qualche alternativa ragionevole. Alla fine, uno dei più anziani disse: “È una follia, ma non riesco a pensare a qualcosa di meglio.”
“Rimane il problema di raggiungere la spiaggia senza farci intercettare. E, una volta lì, di muoversi verso l’interno senza perdersi in quel dannato labirinto di fossati e colline.”
“La nave può arrivare sotto costa senza essere rilevata,” precisò Franzetti. “specialmente se continuano a credere che siamo in mare aperto e a puntare gli scanner da questa parte.”
“E una volta a terra, come ci regoliamo?”
“Vi guiderò io.”
La voce, giunta dall’ingresso della plancia, fece voltare tutti verso quella parte: i disertori si trovarono a fissare la figura allampanata del naufrago, che da un paio di giorni si era ripreso abbastanza da potersi reggere in piedi. Era uomo alto, dai lineamenti sottili ed eleganti. Due profondi occhi celesti si muovevano vivacemente, passando da un volto all’altro, fissandosi sui particolari. Da quando si era risvegliato, era rimasto quasi sempre silenzioso, limitandosi a riferire il proprio nome e una versione molto sintetica della propria storia. Gli uomini avevano finito per considerare l’incontro con lui un semplice incidente di percorso, privo di qualunque risvolto utile nella situazione attuale.
Avanzando nella sala, Marcélo Medinas proseguì: “Mi avete salvato da morte certa: penso che sia giusto offrire il mio aiuto.”
“E in cosa consisterebbe, questo aiuto, signor Medinas?” domandò Mikerson, fermandosi in piedi davanti a lui.
“Come ho detto, posso guidarvi all’interno dell’Isla de Chiloé con la massima sicurezza. Conosco molto bene il terreno e non è la prima volta che affronto una missione di questo genere.”
“Lei è uno scout militare?”
Marcélo annuì: “Ho alle spalle vent’anni di servizio operativo nell’Esercito della Confederazione. Dopo il congedo, mi sono messo in proprio. Quando mi avete salvato, stavo guidando un gruppo oltre il confine Paulista.”
“Un gruppo di…?”
“Contrabbandieri.” ammise francamente la guida. Senza abbassare lo sguardo, aggiunse: “Ho tradito il mio Paese, ma non mi vergogno di questo: un uomo ha il diritto di non essere lasciato a morire di fame.”
Mikerson rimase in silenzio per qualche istante, scrutando gli occhi azzurri dell’altro, immobile e impassibile. Alla fine non riuscì a trattenere un sorriso: “Fra traditori della patria, ci si può fidare!”

***
La mano della ragazza era rimasta sospesa a mezz’aria, con le dita ancora strette nella presa che aveva sostenuto, fino ad un attimo prima, il piccolo schermo flessibile con le ultime notizie inviate dal Comando. Baranov, in piedi davanti a lei, stava recitando ad alta voce il nome di alcune delle principali città dell’emisfero sud, ai quali seguivano aride cifre. L’elenco era molto lungo.
“San Paolo, trentasette megatoni, otto milioni di vittime. Mexico City, dodici megatoni, quattordici milioni di vittime. Città del Capo, ventotto megatoni, vittime stimate superiori ai nove milioni.” Il soldato posò il display, che continuò a luccicare per qualche istante prima di disattivarsi automaticamente. “Così è cominciata.” commentò con tono asciutto.
“Che cosa sta succedendo, Piotr?” sussurrò Nora, chiamandolo per nome dalla prima volta che si erano incontrati. “Perché quest’assurda carneficina?”
“La vostra Rete di Luci sta mettendo in pratica ciò che le avete chiesto, signorina Santiago.”
“Ma di cosa parli?”
“Il vostro equilibrio sostenibile. Il rientro consapevole, o in qualsiasi modo volete chiamarlo. Noi lo conosciamo come ‘il migliore dei mondi possibili’, ma è la stessa cosa: un mondo in cui le risorse siano sufficienti per tutti.”
“Ma cosa c’entra questo con l’olocausto nucleare?”
“Non fare la sciocca, Nora!” gridò all’improvviso il maggiore, perdendo la pazienza. “Credevi davvero alla favola della rieducazione dei Regni Latino-sudafricani? Che fosse possibile insegnare a due miliardi di persone, ignoranti e semianalfabete, a vivere rispettando la biosfera? Queste favole possono andare bene per i trattati di assistenza tecnico-sanitaria, o per i discorsi dei politici. Ma la realtà è ben diversa: la popolazione ha superato la soglia critica, e va ridotta.”
“Sterminando intere città con le armi nucleari?”
“E perché no? È una soluzione rapida e molto meno dolorosa di una guerra convenzionale. Le Colonie dispongono di un’eccellente tecnologia per la decontaminazione da radiazioni, e i terreni possono essere ricondizionati nel giro di due o tre anni al massimo.”
“Ma è una cosa orribile! Indegna di esseri umani.”
“Ah sì? E cosa sarebbe invece degno degli esseri umani? Prosciugare il pianeta fino a far estinguere la vita sulla Terra?”
“Non può essere questa la soluzione.” insisté Nora, sconvolta. “Una specie non può sopravvivere al prezzo delle vite di miliardi dei suoi stessi membri!”
“È esattamente quello che fanno la maggior parte degli esseri viventi di questo pianeta. E se non provvediamo da soli, prima o poi non è escluso che la biosfera decida di darci lei una bella sfoltita!”
“Ci sarà pure una differenza, fra l’umanità e il resto degli animali!”
“Certo: l’uomo è molto più crudele.”
“Dipende dagli uomini che consideri, Baranov.” sibilò Nora con rabbia, abbandonando ogni prudenza. “Purtroppo esistono esseri come te, che incarnano ogni genere di stupido stereotipo. Ma l’umanità non è fatta soltanto di sadici ed arroganti: ci sono milioni di persone dotate di sentimenti nobili, capaci di sacrificarsi per gli altri. E sicuramente molti di loro si trovano anche fra quelli che stiamo cercando di uccidere!”
“Ma bene! La nostra piccola spia simpatizza per i ribelli. Non posso dire che la cosa mi sorprenda.” aggiunse con disprezzo il militare.
“Coloro che si ribellano ad un ingiustizia meritano ben più rispetto di chi si arroga il diritto di giocare a fare Dio!”
“Idiozie!” proruppe il russo. “Hai la testa piena di idiozie. Pensi che quelli là,” continuò, indicando la foresta oltre il vetro del comando mobile “siano cavalieri senza macchia e senza paura? Che siano meno crudeli della vostra Rete di Luci? O dei politici boreali, che a quest’ora hanno già ordinato ai nostri bombardieri nucleari di alzarsi in volo e radere al suolo le città dell’emisfero nord?”
Nora rimase sconvolta da quest’ultima, drammatica rivelazione, ma si sforzò di mantenere il filo della conversazione: “Non c’è paragone fra distruggere un computer e sterminare milioni di innocenti!”
“Sei proprio stupida, Nora!” la insultò, avvicinandosi a lei con la faccia deformata dalla rabbia. “Sai cosa succederà se riescono a far collassare la Rete? Sarà la paralisi completa di tutti i servizi. Impianti di climatizzazione, energia, linee di comunicazioni, fabbriche, ospedali… persino il controllo remoto degli impianti cibernetici salvavita verrà compromesso. La vita di migliaia di persone sarà a rischio già nei primi secondi dopo lo shutdown. Per non parlare di tutti quelli che soffriranno la fame e il freddo per mesi, forse per anni, prima che sia possibile ripristinare il sistema.”
“È sempre meglio che…”
“Non ho finito!” strillò Baranov, fuori di sé. “C’è di peggio. Tutti gli impianti di interconnessione neurale disfunzioneranno a livello variabile di gravità, a seconda della profondità dell’integrazione nel sistema. Per i cittadini comuni ci saranno lancinanti mal di testa e perdite di coscienza, che non risparmieranno nessuno. Riesci a immaginare quanti di quelli che sverranno all’improvviso staranno guidando uno stratocottero, o un veicolo di superficie? Quanti cardiochirurghi o addetti al controllo del traffico aereo collasseranno sul posto di lavoro? Per non parlare dei vecchi e dei bambini, che potrebbero subire danni permanenti.”
Nora restava in silenzio, assorbendo quel diluvio di informazioni.
“Ma questo è niente, rispetto a ciò che succederà a chiunque ha una Luciconnessione diretta. Sì,” aggiunse vedendo l’espressione sbalordita sulla faccia della ragazza “succederà anche a te. Il cervello di ogni Illuminato e di ogni militare, dai generali alle reclute, verrà devastato dalle conseguenze di una scarica di messaggi d’errore tale da fondere l’interfaccia, con le immaginabili conseguenze per i tessuti organici vicini. Sarà una brutta morte, Nora. Per milioni di persone.”
Nel frattempo, anche gli altri soldati presenti nel centro di comando si erano avvicinati, ed ascoltavano le rivelazioni del maggiore con le facce livide e terrorizzate.
“Come vedi, non abbiamo scelta. È la guerra, signorina Santiago: o loro, o noi.”
Nel silenzio generale, la giovane si voltò e si avviò verso l’uscito del contro di comando e premette una sequenza di comandi che fece aprire il pesante portellone blindato. L’aria fredda dell’esterno irruppe con un sibilo acuto, facendo svolazzare i fogli elettronici sparpagliati sul tavolo centrale.

“Non ci credo.” fece Nora prima di balzare giù dal predellino. Toccò terra con un movimento fluido, poi si rialzò e si mise a correre, scomparendo nella boscaglia. 

(Continua...)