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martedì 26 agosto 2014

Il naufragio del "Perroquet" - 1/2


La sera del 29 maggio, dopo ottantacinque giorni di navigazione, il tre alberi al comando di Sir Oswald Blossom avvistò il relitto del “Perroquet”. Era il termine di un’uggiosa giornata autunnale: un vento australe, salmastro e inclemente, fischiava sinistro fra il sartiame, infradiciando le vele di vischiosa condensa.
Ansioso di portare a termine quell’ingrata missione, il comandante, nonostante il sole già basso sull’orizzonte, ordinò di mettere a mare una scialuppa e incaricò il marinaio scelto Neil di condurla fin sotto  alle secche, dalle quali spuntavano sbilenchi gli alberi del veliero, spolpati da sei mesi di salsedine e tempeste. L’irlandese, a cui era toccato l’incarico, si fece il segno della Croce, sputò e scelse a caso tre compagni. Questi si limitarono a seguirlo bestemmiando, prendendo posto nell’imbarcazione, che fu calata in un silenzio lugubre. Ricordo lo sciabordio dei remi sull’acqua scura e le ombre lunghe dell’alberatura del nostro legno, che si sfrangiavano reticolo ondeggiante dei riflessi, mentre un tramonto pallido incupiva il Pacifico meridionale di triste porpora.
La prua della scialuppa si fece strada lenta fra i gorghi dispettosi di quel tratto di mare, denso come acqua stagnante: a poppa, la scia si richiudeva subito sulla chiglia, come se la barca procedesse in un liquido oleoso. Un volo di uccelli marini si librava ad oriente, diretto al  tramonto; dal ponte li vedemmo passare sopra la scialuppa e virare leggermente a nord, verso il relitto, per raggiungere i nidi che avevano sull’isolotto.
La distanza e la penombra del crepuscolo rendevano la scena indistinta. Ad uno ad uno scomparivano i particolari: dei nostri compagni non distinguevamo già più i volti e le mani, quando udimmo nitido un sommesso boato, come una vibrazione sottomarina, seguito da un lungo grido di terrore. Incapaci di reagire, in silenzio, osservammo la scialuppa inclinarsi su un lato, poi beccheggiare con violenti sussulti, fino ad issarsi quasi a perpendicolo sul pelo dell’acqua. Surreale, giunse il tonfo ovattato dei corpi che precipitavano in mare, seguito da un osceno risucchio liquido, che aveva qualcosa di animale, mentre tutta la lancia veniva ingoiata dal vortice. Infine, nel volgere di un interminabile istante, la superficie livida dell’oceano si distese, tornando a riflettere il cielo impassibile, screziato di indaco. Soltanto allora, come un tardivo tuono che segue la folgore, gli uomini sul ponte iniziarono a gridare, tutti insieme.


Mi chiamo Samuel Jordan e sono imbarcato da un lustro. Salpai la prima volta da Bristol, appena ebbi compiuto vent’anni, insieme a mio cugino di poco più vecchio di me. Facemmo insieme il viaggio dal Galles, per presentarci ad un guercio che aveva passato tutta la vita a reclutare equipaggi per la marina militare: ci squadrò con l’occhio buono e disse soltanto: –  Arruolati.
Mezz’ora dopo eravamo a bordo. Philip è sbarcato dopo il primo viaggio: quella del marinaio non è la vita che fa per lui: per quanto ne so, passa le sue giornate a lavare i piatti in una locanda di Nantucket. Fu poco dopo il suo sbarco che feci amicizia con gli irlandesi: Neil mi aveva preso a cuore e la sua benevolenza convinse gli altri ad accogliermi nel loro piccolo clan. Non so se potevamo definirci amici: di sicuro mi voleva bene, il vecchio pel di carota. Quella notte, quando all’improvviso mi accorsi che lui era disteso sul pavimento della mia cabina e strisciava verso di me, cercai di chiamarlo per nome: ma non ero capace di emettere alcun suono.
Era zuppo di acqua marina, che gli colava dagli abiti infradiciando le assi: emanava un odore nauseabondo, di muffa e cose morte, come un sepolcro scoperchiato. Quando vide che lo guardavo alzò il collo e mi fissò con gli occhi spenti. Aprì la bocca, come per dirmi qualcosa di terribilmente importante: ne uscì uno spruzzo di fango e sangue, al termine del quale l’affogato esalò un lungo e sinistro sospiro gorgogliante.
Mi svegliarono le mie stesse urla e il dolore della botta che avevo dato contro la parete della cuccetta, mentre nel sonno cercavo di sfuggire a quella terrifica apparizione. Ci misi molto tempo per rendermi conto del tutto che si trattava di un orribile incubo. La mattina dopo, confortato da una tremula alba, ascoltando i discorsi degli altri mozzi sul ponte scoprì di non essere stato l’unico, ad aver passato una notte insonne.

La prima cosa da fare era tentare di ritrovare i dispersi, o almeno di strapparne i poveri resti dall’oblio di quell’immensa tomba liquida che è l’oceano. Sir Blossom aveva un militaresco senso dell’onore e soltanto le vibrate proteste del nostromo, ai limiti dell’insubordinazione, fecero desistere il comandante dal rischiare tutta la nave, nel tentativo di avvicinarsi al punto dove erano scomparsi Neil e i suoi uomini, convincendolo a mettere in acqua altre tre lance, stavolta alla piena luce del giorno e munite di scandaglio. Il “Perroquet” si era leggermente spostato rispetto alla posizione del giorno precedente, ma appariva ancora saldamente incagliato: qualunque fosse stata la causa di quell’esplosione, sembrava non aver avuto altro effetto che colare a picco la scialuppa con i nostri sfortunati compagni.
Io facevo parte dell’equipaggio della terza imbarcazione, che aveva l’ordine di restare a mezza via fra la nave e la più avanzata delle imbarcazioni: il nostro compito era di prestare soccorso ai compagni più avanti, ai quali eravamo collegati per il tramite di due lunghe cime, passate intorno alla vita di uno dei membri degli altri equipaggi. Stringevo una delle due corde con entrambe le mani, osservandone le pigre oscillazioni mentre la canapa assecondava il rollio del nostro moto. Per molte ore scandagliammo il tratto di mare, rilevandone la profondità del fondale, senza trovare alcuna traccia dei dispersi, né un qualunque segno di pericolo. Una forte corrente sottomarina trascinava gli scandagli verso il promontorio di rocce aguzze dove si era incagliato il relitto: una punta che intuivamo essere la propaggine di un’isola più grande, sconosciuta alle nostre carte. A metà pomeriggio, con il sole ancora alto nel cielo, giunse l’ordine di rientrare. Esausti, la pelle bruciata dal sole e dalla salsedine, ci gettammo sul ponte, tracannando l’acqua fresca di stiva che i compagni ci avevano preparato.
Riverso sull’assito, osservavo il cielo chiaro, velato di foschia lattescente, che occhieggiava fra il sartiame, e ascoltavo la discussione fra il comandante e il secondo. Più tardi, poco prima del tramonto, il nostromo comunicò che l’indomani avremmo doppiato il promontorio, per una ricognizione dell’isolotto.
Quella notte mi svegliò il bagliore di un fulmine: il tuono, che vibrò a lungo sulle pareti della mia cabina oscillante, seguì immediatamente, segno che la nave si trovava nel pieno della tempesta. Le urla degli uomini mi indussero a vestirmi in fretta, sebbene non fossi di turno, consapevole che in certi frangenti un paio di braccia può far la differenza. Salii in fretta sopra coperta, aprì il boccaporto e fui investito da una fiume gelido di spruzzi salmastri. Chiusi gli occhi e la bocca, per consolidato istinto, e continuai a muovermi, portandomi oltre gli ultimi gradini e sollevando così la testa dalla furia delle ondate che spazzavano il ponte. Alla luce della luna e delle ininterrotte folgori, vidi subito che la situazione era grave: uno degli alberi, spezzato, galleggiava vicino a poppa, trattenuto da un groviglio di cime e brandelli di vele. Il suo peso minacciava di inclinare il veliero, rendendolo ancor più facile preda degli elementi, mentre il moncone del tronco, ad ogni ondata, batteva sinistri colpi contro la chiglia, con il rischio di sfondarne le assi e colarci a picco.
Afferrata un’ascia mi gettai con gli altri al febbrile lavoro, tentando di liberare la nave, che si dibatteva nei flutti come una balena arpionata: ma ben presto ci fu chiaro che, malgrado gli sforzi, il nostro destino era segnato. Un sinistro rumore di sfracello annunciò l’apertura di una falla e subito il vascello si inclinò di parecchi gradi: io stesso, che mi trovavo in bilico su una delle balaustre, per meglio colpire il mio bersaglio, fui sbalzato fuori bordo. L’impatto con l’acqua gelida mi impedì di perdere conoscenza: le dita nodose delle correnti mi arpionarono le gambe, trascinandomi sotto. Temetti, in quei primi momenti, mentre la furia della tempesta mi trascinava lontano dalla rovina del veliero, di morire cento volte. Lottai a lungo fra i marosi, che a tratti mi sollevavano ben oltre l’altezza di un pennone, per poi schiantarmi in un abisso tenebroso e liquido, le cui fauci scintillavano spettrali alla luce della luna.
Ma rimasi in vita: la violenza del mare a poco a poco si placò. Le ondate, ancora ragguardevoli, mi sballottavano su e giù, lasciandomi il tempo di osservare, ad ogni oscillazione, il rapidissimo affondamento della nave: ebbi così la certezza che nessuno dei miei compagni, intrappolati sul ponte e nell’impossibilità di mettere a mare le scialuppe, si era salvato. Persi la cognizione del tempo: dondolato dai flutti e assediato dal sonno, non dedicai a quegli sventurati più di una silenziosa preghiera, certo che la mia sorte, sebbene più tardiva, non sarebbe stata diversa dalla loro.

Un pigro formicolio del braccio mi costrinse ad abbandonare l’oblio di una quiete tenebrosa; mi sollevai di scatto, scatenando vividi lampi di dolore che mi percossero tutto il corpo. Spaventato dai miei bruschi movimenti un granchio, che stava esplorando il mio braccio riverso sulla battigia, si allontanò a piccoli balzi indignati. L’abbacinante luce del giorno e un forte capogiro contribuivano alla sensazione di irrealtà che mi aveva invaso: mi domandai se non fossi stato preda di una qualche allucinazione. Ricordai che quel giorno avremmo dovuto esplorare l’isola: forse eravamo sbarcati, insieme ai compagni, e nell’ispezione della spiaggia mi ero perduto? Poi lo sguardo mi cadde sull’ascia, che ancora stringevo in pugno, e la memoria tornò ad occupare il suo posto nella mia coscienza. Venuto in cerca di superstiti, ero diventato naufrago io stesso.
Trascorsi il resto del pomeriggio in cerca di un riparo: in un rialzo del terreno, a poche centinaia di metri dalla battigia dove mi ero risvegliato, trovai un avvallamento riparato dalla macchia sparuta di una faggeta. Il calore diurno, che mi aveva confortato durante l’incoscienza, asciugandomi gli abiti zuppi, svaniva nel rigore del pomeriggio autunnale. Passai una notte dura, appoggiato rabbrividendo sotto gli strati di fogliame con il quale avevo cercato di ricoprirmi, che non riuscivano a trattenere l’impeto di un maligno vento tagliente, proveniente da sud.
In alto, fra le fronte agitate, occhieggiavano maligne le stelle, pulsando al ritmo del loro canto gelido, denso di incomprensibili presagi: si agitavano nel mio sonno frammentato le voci di un coro di fantasmi, che elevavano il loro canto funebre dalla sterminata tomba azzurra. I compagni mi cercavano, forse credendomi disperso, inconsapevoli della differenza fra i nostri destini. Quel pensiero allucinato svegliò in me il più brutale istinto di sopravvivenza: a mani nude scavai nella polvere, fino a seppellirmi nell’umida terra brulicante di vita, riparato dal vento. Trascorsi così, sepolto vivo, la prima notte sull’isola, aggrappato a quel suolo che per il momento continuava a rappresentare l’unica speranza di salvarmi dalle insidie del mare.

L’alba mi trovò quieto: un raggio incolore dardeggiò con dolcezza oltre le mie palpebre, rendendomi consapevole che i rigori dell’inverno non sarebbero tardati ancora molto. Mi alzai, districandomi fra rami e terriccio, che levai alla meglio dai vestiti. Urgevano un riparo, del calore, cibo. Esplorai deciso la macchia di arbusti e faggi che si estendeva alle mie spalle, risalendo l’altura. Sollevato, memorizzai il percorso per ritrovare la polla d’acqua che si raccoglieva in prossimità del confluire di alcuni rivoli. L’ascia che avevo salvata dai marosi mi fu preziosa per abbattere diversi tronchi, con i quali delimitai una rudimentale capanna di tronchi accatastati, che ricoprii con frasche intrecciate e completai con un pagliericcio di frammenti di corteccia fibrosa. Infine, composi un cerchio di pietre, dove avevo intenzione di accendere un fuoco, sfruttando l’abbondanza di legno secco e quel che sapevo riguardo all’arte di arrangiarsi all’aperto.
Già oltre mezzogiorno, spinto dalla fame, usai l’ascia per appuntire dei bastoni, con l’intento di scendere alla spiaggia e catturare qualcuno dei granchi che vi avevo visto. Mi avviai dunque, armato dell’ormai inseparabile utensile e dei miei spiedi: la battigia era inondata di luce e calore, che contrastavano con la penombra e la frescura del bosco nel quale avevo eretto la mia temporanea dimora. Numerosi gruppi di granchi si aggiravano nell’ampia striscia di sabbia, lambendo il mutevole limitare dell’acqua, nel giocoso alternarsi della risacca con la quale il mare calmo accarezzava la terraferma.
La caccia fu fruttuosa e di sorprendente facilità: le bestiole non facevano nessun tentativo di fuggire al mio sopraggiungere ed erano facili da infilzare. Riempii due spiedi di grossi esemplari, impilandone i carapaci trafitti senz’altro rimpianto che quello di non aver a disposizione un mezzo più pratico per raccogliere il mio bottino. Mentre tornavo alla mia capanna, per tentare di cuocere la polpa dei crostacei, mi colpì il pensiero che il loro atteggiamento ingenuo era motivato senz’altro dall’assenza, nell’isola, di predatori naturali. Questa constatazione, se da un lato mi tranquillizzò riguardo al rischio di essere minacciato da grossi animali, mi lasciò invece un senso di grande turbamento, quando compresi che a quelle creature anche gli esseri umani dovevano risultare del tutto sconosciuti. Da ciò dedussi impietosamente che l’equipaggio del Perroquet, dopo il naufragio, non era mai sbarcato sull’isola.

Riuscii ad accendere il mio fuoco, non senza molte difficoltà: ma dopo i primi, goffi tentativi, indovinai la tecnica giusta e mi impratichii in fretta. Nel pomeriggio, messi da parte i granchi che non avevo consumato, tornai alla spiaggia. Avevo intenzione di provare a catturare qualche pesce, ma scoprii che mi mancava l’abilità necessaria con la fiocina, e non possedevo gli strumenti per attrezzare una lenza. Così pensai di dedicare le rimanenti ore di luce ad esplorare la costa, deciso a compiere il periplo dell’isolotto, che giudicavo di modesta estensione. La parte sabbiosa della spiaggia, che occupava il versante occidentale, su cui mi ero arenato, si continuava dopo meno di un chilometro, verso mezzogiorno, con una più compatta scogliera, il cui profilo diventava rapidamente spigoloso, elevandosi per alcune decine di metri, in una vera muraglia di roccia a picco sul mare. Salii senza difficoltà sul pianoro erboso che sovrastava gli scogli: da quella posizione sopraelevata potevo contemplare tutta l’isola. Confermai le mie stime riguardo alla sua dimensione, che non doveva superare, nel punto più largo, i quattro o cinque chilometri. Alle mie spalle, verso nord, vi era la modesta collinetta boscosa alle cui pendici mi ero accampato, dal profilo tozzo e arrotondato sulla cima. Dal lato opposto il terreno roccioso su cui ero salito degradava fino ad entrare in mare con lo spuntone contro il quale erano naufragati sia il Perroquet, sia il mio vascello.
Tuttavia, per quanto mi sforzassi, non mi riuscì di scorgere traccia di nessuno dei due relitti: piuttosto perplesso, mi avviai in quella direzione, supponendo che la mareggiata di due notti prima doveva averli spostati dall’altra parte della punta, anche se da quel luogo sopraelevato avrei dovuto comunque scorgerne qualche traccia. Ma nonostante un’accurata perlustrazione, nella quale impiegai il resto del pomeriggio, non fui in grado di trovare il minimo segno delle navi, né al largo, né sulla riva. Pensai che entrambi i velieri dovevano essere colati a picco: il primo, in conseguenza di quella misteriosa esplosione; e l’altro, a seguito della tempesta dalla quale mi ero fortunosamente salvato. Ma anche così, non si spiegava l’assenza di alcuna traccia di frammenti, o pezzi del carico, che sempre galleggiavano dopo un affondamento: non se ne vedeva nemmeno uno per tutta la battigia, dove senz’altro la corrente avrebbe dovuto convogliarli. Scendeva la sera e il buio si avventava repentino contro gli ultimi indugi del tramonto: i richiami striduli delle urie echeggiavano come un lugubre monito. Appesantito da una crescente inquietudine, mi affrettai a raggiungere il mio riparo: lo stormire del bosco, mosso dalla brezza marina che si era levata al calar del sole, salutò il mio ingresso fra gli alberi, che agitavano i rami, rendendo mutevoli le ombre, tanto che più di una volta sbagliai la semplice strada per la capanna.
Quando la ritrovai, mi dedicai febbrilmente ad accendere il fuoco, scrutando inquieto le sagome nere dei tronchi e gli arabeschi, che la luna e il vento componevano sul terrendo scuro con le fronde ondeggianti. La fiamma si piegava ai refoli che penetravano nella radura, guizzando irrequieta, ed era sempre sul punto di spegnersi, sottraendomi anche quel po’ di conforto. Per la prima volta, dal momento del naufragio, sentii il peso della selvaggia solitudine alla quale ero condannato. Incapace di resistere oltre, mi abbandonai ad un pianto sconsolato, nel quale indugiai per buona parte della notte, finché non cedetti al sonno inquieto.


(continua...)
Questo racconto partecipa al Carnevale della Matematica di settembre (numero: 77; nome in codice: all’alba melodioso) che sarà ospitato su Mr. Palomar, con il tema: Matematica mostruosa, spaventosa, vertiginosa

(immagine credits: http://www.raphael-lacoste.com/Matte_Paintconcept/dossiers/matte_SITE/pages/Matte_Esperance1000.htm)