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domenica 10 agosto 2014

La dama incolore - 2

La notizia aveva attraversato la piccola comunità come un fulmine che, in una giornata di sole e senza alcuna avvisaglia, scaturisca dal cielo limpido e si abbatta violento nel bel mezzo di un giardino fiorito. Nei giorni di forzata inattività, a cui lo costringevano le insolite circostanze, lord Asterion si rese conto di come il senso comune della gente del posto non avesse tardato ad individuare nella sua presenza, in quanto eccentrico forestiero, la causa finale della vergogna che aveva colpito tutti loro. L’increscioso evento, incrinando la stabilità della famiglia aristocratica, aveva infatti, per ineluttabile assioma e atavico ordinamento delle cose, minato alla radice l’equilibrio dell’intera comunità.
Come ebbe modo di realizzare, girando per il paese, dai brandelli di conversazione che sfuggivano alla ritrosia dei paesani, il gentiluomo venuto dal Sud era già stato identificato come foriero di sventura prima del suo arrivo. Il suo incarico presupponeva  l’intenzione di mutare il paradigma di una cultura che da secoli affondava le proprie radici in un abisso di consuetudini, il cui unico fine era quello di preservarsi immutata, garantendo l’assenza di ogni cambiamento.
Insegnare all’unica figlia di Lord Tompstone a ragionare come un uomo, ad abbracciare la fede della ragione, abiurando i dogmi della consuetudine e della tradizione, era più di un gesto sconveniente: rappresentava un sanguinoso insulto. Da lì, il popolino era giunto subito a pensare che ciò che era accaduto alla famiglia nobile fosse una solenne punizione divina, diretta conseguenza di quell’azione immorale, e che a farne le spese sarebbero stati comunque  tutti loro.

Tutto ciò non veniva esplicitato a parole, ma era chiaro nei gesti, nei sottintesi, negli sguardi, persino nell’atmosfera e nei suoni della vita quotidiana che circondavano Lord Asterion quando si recava al villaggio di Teviothead, in quei primi giorni di solitudine e attesa. Il suo ospite, confermando le indiscrezioni della cognata relative al carattere schivo e ritroso, non si era praticamente mai fermato a rivolgergli parola, dopo la prima volta in cui si erano incontrati nel cortile della dimora. Procurava che non gli mancasse niente, e gli faceva giungere, tramite i propri domestici, continui rinvii del momento in cui si sarebbero trovati per discutere della situazione: chiuso nelle sue stanze, era impegnato giorno e notte nel coordinare, insieme a buona parte dei propri familiari,  le ricerche di sua figlia, scomparsa da oltre una settimana.
Ad Asterion non rimaneva che osservare il corso degli eventi, fingendo di non comprendere le manifestazioni di ostilità e timore che i paesani  gli riservavano quando si recava al villaggio. Con l'inoltrarsi dell'autunno tuttavia il nobile trovò sempre più conveniente trascorrere le giornate alla villa, in compagnia dei libri che aveva portato e di quelli, molto più numerosi, che il suo anfitrione gli aveva messo a disposizione. Il poco tempo che non dedicava alla lettura, lo passava in con la sorella del padrone di casa e sua figlia Rebecca, le uniche persone che soggiornavano stabilmente nella dimora oltre ai domestici e ai due nobili. Dalle chiacchiere della servitù, della quale era un attento osservatore, aveva appreso come la raggazza, ormai prossima ai venticinque anni, fosse l'unica figlia della donna, rimasta vedova poco dopo la nascita della bambina. L'uomo che l'aveva amata, senza mai sposarla, era morto in circostanze non chiarite; emarginate dalla comunità, le due donne erano state accolte da Lord Tompstone sotto le pressioni della moglie. Quando lei era mancata, il vecchio gentiluomo non aveva avuto cuore di cacciare via quelle disperate, anche se la presenza della cognata e della nipote sembravano generare in lui una continua irritazione.
Poco prima dell'inizio dell'inverno, le ricerche della ragazza cessarono del tutto: nemmeno a quel punto per Lord Asterion fu possibile discutere della possibilità di essere sciolto dal proprio impegno di precettore. D'altronde, con la neve che aveva già cominciato a cadere copiosa, i valichi di montagna erano quasi tutti impraticabili; inoltre, il suo programma di restare a Teviothead per almeno due anni aveva il vantaggio di consentirgli di dedicare molto tempo alla stesura di un’opera didattica, alla quale, libero dalle incombenze originariamente pattuite, stava lavorando con grande profitto.
 In quel periodo il padre della giovane scomparsa, privato anche dell'illusione della speranza, aveva preso a girovagare nervosamente per casa, interferendo con le faccende dei domestici e rimproverando tutti per ogni inezia che riteneva di dover corregge. Il suo atteggiamento indisponente e autoritario infastidiva non poco Rebecca, che ricambiava la scarsa considerazione dello zio nei suoi confronti con un malcelato livore: la ragazza, sebbene non fosse particolarmente attraente e in alcun modo interessante, aveva una forte personalità e ambiva ad una maggiore libertà personale; non perdeva occasione per manifestare la sua insofferenza verso le rigide regole di casa Tompstone, relative all'abbigliamento, agli orari per i pasti, al modo in cui ci si doveva comportare con gli ospiti. Avrebbe desiderato inoltre recarsi liberamente al villaggio, senza la necessità di essere costantemente accompagnata da uno dei servi o da sua madre, non appena metteva il naso fuori dal cancello della villa. 
Le festività di Natale giunsero rapide, come le nuvole scure che si addensavano senza preavviso sulla brughiera e, altrettanto silenziose, trascorsero in un’atmosfera ovattata e tetra. I pochi parenti che usualmente convenivano alla villa per la Vigilia, per ossequio alla tradizione più che per il desiderio di vedere il burbero capofamiglia, parteciparono alla cena con malcelato disagio. Il banchetto, composto di cibi raffinati e in quantità luculliane, si svolse quasi tutto in silenzio, con i commensali incerti sugli argomenti da affrontare in quei particolari frangenti. La conversazione languiva e né l’anfitrione, che ne aveva il dovere, né la madre di Rebecca, alla quale tutti ne riconoscevano il diritto, compivano alcuno sforzo per rianimarla.
Su ogni parola, ogni gesto, persino gli sguardi, la cappa oscura del mistero che avvolgeva la sorte di Miss Tompstone pesava come un vecchio e logoro sudario.

La fine dell’anno, non portò con sé alcuna novità. Una sera, all’inizio di gennaio, il vecchio era particolarmente irascibile: mentre fuori dalla finestra il nevischio si addensava in fiocchi via via più densi e vorticosi, Rebecca si lasciò sfuggire un commento su quanto fossero noiose e insulse, le serate d'inverno, da trascorrere barricata in casa, senza la compagnia di ospiti interessanti. Asterion, pur cogliendo la pungente allusione che lo riguardava, non ribatté, considerando la frase della giovane come lo sfogo di un temperamento volitivo ed ancora infantile; ma lord Tompston non era intenzionato a lasciar correre. Batté il palmo della mano sul bracciolo della poltrona, facendo sobbalzare la cognata, che si era quasi appisolata davanti al fuoco, e ad alta voce rimproverò Rebecca.
- Non tollero che si manchi di rispetto in questo modo alla mia casa e ai miei ospiti! - le gridò contro, alzandosi in piedi e avvicinandosi alla ragazza.
- Per carità, Milord, - intervenne Asterion - sono certo che sua nipote non intendeva...
- Lasci, caro Asterion, la prego: ammiro il suo buon cuore, ma questa ragazzina sta passando ogni limite, ultimamente!
- Non sono una ragazzina, zio! - replicò l'interessata, con fare strafottente. - E non ho intenzione di ritrattare quello che ho detto: in questa casa ci si annoia terribilmente, sembra sempre che sia morto qualcuno!
Lo schiocco secco dello schiaffo fece sobbalzare Lord Asterion: sebbene l'osservazione fosse sconveniente e del tutto priva di riguardo verso lo zio e la cugina, ormai data per dispersa, non si era aspettato una reazione così violenta. Anche Rebecca, che con una mano si copriva il viso nel punto in cui era stata colpita, aveva un'espressione incredula, e faticava a trattenere lacrime di rabbia e umiliazione.
- Urgono provvedimenti, - stava dicendo Tompstone nel frattempo - per l'educazione di questa fanciulla. Non è tollerabile che una piccola bastarda, accolta per carità in seno alla famiglia, si comporti in modo da farmi vergognare del mio nome.
Mentre pronunciava quelle parole piene di disprezzo, guardava fissa negli occhi la cognata, che era avvampata fino alla radice del collo, mordendosi le labbra, ma non aveva detto niente. Rebecca si era alzata, livida e con gli occhi gonfi di lacrime, ed era uscita dalla stanza, senza aggiungere una parola. Il vecchio, completamente indifferente al gesto plateale della nipote,  si rivolse al precettore, che seguiva l'alterco sforzandosi di mantenere un'espressione di educata circostanza.
- Voi, Lord Asterion, sareste disponibile a tentare l'impresa di ricavare, da questa selvaggia, una signorina di rango? In fondo, la trasmissione della cultura era lo scopo principale della vostra permanenza qui a Teviothead, e quest’incombenza è del tutto rispondente a quanto avevamo pattuito, e per cui vi eravate impegnato.
L’insegnante, del tutto disorientato da quel repentino risveglio dell’iniziativa del suo ospite, che comportava un totale stravolgimento della sua comoda situazione, non poté tuttavia opporre alla richiesta alcun pretesto ragionevole, se non quello delle rimostranze che avrebbe fatto la ragazza, dalla quale sarebbe stato oltremodo difficile ottenere la necessaria collaborazione. Ma lo zio di Rebecca si mostrò, oltre che irremovibile nel suo proposito, del tutto convinto che la fanciulla si sarebbe sottoposta di buon grado alle lezioni.
- Il profitto che ne ricaverà, - aggiunse rivolto alla cognata – condizionerà l’appartenenza di Rebecca a questa famiglia, nonché il cospicuo sussidio che consente a voi e a mia nipote di mantenere un tenore di vita e una posizione sociale ben superiori al vostro livello.
Di nuovo, la donna non proferì verbo, limitandosi a fissare l’uomo con le labbra serrate, lo sguardo carico di un odio intenso, così radicato nel proprio animo da assomigliare ad un gelido macigno, una pietra tombale sotto la quale era sepolta ogni speranza di riconciliazione.
- Disporrò perché la prima delle vostre lezioni abbia luogo fra due giorni. – soggiunse lui, già sulla porta, prima di augurare ad entrambi buonanotte ed abbandonare la sala.
Per alcuni minuti, Asterion rimase seduto in silenzio, impedendo al suo sguardo di incontrare quello della donna, anch’essa muta; malgrado la questione non lo riguardasse, se non per il risvolto che avrebbe avuto sulla propria vita alla villa, era rimasto turbato dall’improvviso palesarsi di quel disprezzo antico, fino a quel momento abilmente velato dalla scenografia di un ménage domestico sereno. Quando lei  si alzò, circondandosi del lieve fruscio della veste da sera, il suo viso mostrava i segni di un dolore profondo, portato con immensa dignità.
- Una madre sopporta qualunque cosa per il bene dei propri figli, milord. – gli disse, sostenendo il suo sguardo carico di commiserazione. Poi, gli occhi della donna parvero brillare di una luce nuova, nella quale Asterion riconobbe lo scintillio malvagio che gli sembrava di avervi scorto, la sera del giorno in cui Miss Tompstone era scomparsa, e aggiunse: - Qualunque cosa. Fin quando tutto questo è necessario.
Lord Asterion riposò assai male quella notte.

Come aveva assicurato, l’anziano aristocratico fu in grado di ottenere la piena collaborazione di Miss Rebecca, facendo in modo che la fanciulla si presentasse puntuale alla sua prima lezione, che avrebbe dovuto tenersi in un angolo del salone grande, alla presenza della madre. Lord Asterion, in quella fredda mattinata il cui cielo sembrava sottratto al più rigido dei giorni polari, era sceso anzitempo e, consumata una frugale colazione, si era sistemato dal suo lato dello scrittoio, ripassando gli appunti e preparando i testi che intendeva seguire per quella introduzione.
Quando Rebecca, dopo i convenevoli che le spettavano, si fu accomodata davanti a lui, il maestro iniziò a riferirle quanto aveva preparato per quel momento, cercando di non far trasparire, né con le parole né con l’atteggiamento, che l’introduzione e l’intero ciclo di studi erano stati pensati per un’altra allieva, che adesso giaceva chissà dove, quasi certamente senza vita, fra i boschi del sud della Scozia.
Quanto alla discente, se ne stava seduta con l’aria concentrata e sottomessa, il busto eretto, le mani intrecciate in grembo, fra le pieghe della lunga veste bianca, e la bocca chiusa. Soltanto gli occhi, nei loro guizzi indagatori, tradivano la rabbia violenta che stava tenendo a bada, la voglia selvaggia di rovesciare quello scrittoio, strappare la lingua saccente di quell’uomo insulso e pedante, e darsela a gambe, allontanandosi per sempre dalle umiliazioni di quella vita di agi e supplizi.
Mentre Asterion elencava il programma degli argomenti che si proponeva di affrontare, il suo sguardo finiva per incrociare fatalmente quello della giovane, facendogli percepire qualcosa di quell’ambiguità, come una forza dirompente, trattenuta a stento, che prima o poi sarebbe esplosa con la violenza di un fiume in piena che si abbatte contro una diga.
- Le è tutto chiaro, Miss Rebecca? – domandò dopo un po’, non perché avesse dubbi sul fatto di esser stato compreso, ma per spezzare quella tensione innaturale che si era andata accumulando con il passare dei minuti.
- Perfettamente. – rispose lei, senza fissarlo in viso.
- Può guardarmi in faccia, mentre parliamo, Miss Rebecca?
Lei lo fece, in modo tale che lui si pentì di averle mosso quella puntualizzazione. Trattenendo un brivido, ringraziò la sua allieva per l’attenzione ed iniziò ad illustrarle i testi di antologia classica che avrebbe dovuto leggere per il giorno successivo, così da poterli commentare insieme.

Erano passate da poco le undici, quando la ragazza fu congedata e Lord Asterion si trovò con il resto della giornata libera, senza alcuna idea di come impiegarla. Troppo turbato per lavorare al proprio libro, l’insegnante approfittò di un modesto miglioramento del tempo per passeggiare nel parco della tenuta, in cerca della quiete necessaria per mettere ordine nei propri pensieri. Oltrepassò ben presto i confini del giardino, inoltrandosi fra i vialetti ben curati che conducevano all’ampia estensione di terreno di proprietà della famiglia: una serie di campi erbosi, buoni per il pascolo, ma che venivano lasciati incolti da decenni ed erano ormai ridotti in buona parte ad una selvaggia sterpaia. Un’intricata rete di viottoli, per lo più tracce che gli animali utilizzavano per spostarsi in cerca di cibo, attraversava i cespugli e la fitta selva di erbacce con un dedalo dove, per chi non conoscesse perfettamente i paraggi, era facile perdere l’orientamento.

Quando un brontolio lontano, ma minaccioso e duraturo, strappò il giovane aristocratico dalle sue riflessioni, questi si accorse subito di essersi allontanato in maniera considerevole dalla casa: si fermò per guardarsi attorno, realizzando di non aver prestato la minima attenzione alla direzione dei suoi passi, e che adesso, in quell’orizzonte ristretto di bassi alberi scheletrici e rovi aggrovigliati, non aveva idea di quale fosse la direzione da prendere per raggiungere la villa. Le prime gocce caddero con il rumore scrosciante di un torrente in piena: il muro di pioggia si infittì in pochi istanti, riducendo la visibilità a qualche metro e infradiciando subito i vestiti dell’uomo, del tutto impreparato ad affrontare un temporale di quella violenza.
Nessuno degli alberelli nei dintorni era in grado di fornire un qualche riparo e Lord Asterion si rassegnò a ripercorrere in linea retta la strada alle sue spalle, sperando che il tentativo finisse per condurlo verso una qualunque abitazione. Camminò spedito per molti minuti, durante i quali la furia del maltempo non accennò a scemare, andando anzi ad incrementarsi, fino ad assumere le caratteristiche di una vera e propria tempesta. La visibilità inoltre si era progressivamente ridotta, segno che il precoce crepuscolo invernale doveva essere oramai imminente: ma il livido manto di nubi nerastre non offriva alcun indizio utile per indovinare la posizione del sole al di sopra di esso.

Quando giunse in prossimità di una vecchia torre, il malcapitato viandante se ne accorse dal riverbero di un fulmine, che cadendo non lontano aveva illuminato un largo tratto di campagna. Nei pochi istanti in cui la scarica atmosferica l’aveva resa visibile, la struttura era apparsa come un rudere, privo di buona parte della sommità, ma abbastanza conservato per sperare di riceverne una qualche forma di ricovero. La pioggia ora sembrava essersi diradata, come se la tempesta, superato il suo acme, fosse intenzionata a proseguire il suo corso ad un regime più mite, ma sempre intenso. Lord Asterion poté scorgere una stradicciola infangata, tutta curve e avvallamenti, dove alla fioca luce crepuscolare luccicavano le pozzanghere. Si incamminò alla massima velocità possibile in quelle circostanze, sollevano larghi spruzzi e infradiciandosi ancora di più, se possibile, i vestiti, ormai intrisi di acqua e fango.
Raggiunse correndo il muro della torre e posò una mano sulle antiche pietre, che numerosi rivoli di pioggia rendevano viscide e gelide: nell’istante in cui toccò la torre, la pioggia cessò del tutto e alle spalle dell’uomo iniziò a soffiare un freddo vento impetuoso. Curvandosi per sottrarsi alla furia delle raffiche, non vide la mano se non all’ultimo istante, quando era ormai a pochi passi dalla sua gola, cogliendo un guizzo con la coda dell’occhio.
 Si voltò, trovandosi a fissare a pochi palmi dal suo il volto incolore della ragazza che aveva visto nel bosco, il giorno precedente al suo arrivo a villa Tompston. Come l’altra volta, teneva gli occhi chiusi, e la sottile linea delle labbra, anch’esse di un mortale pallore, era serrata in una smorfia cattiva.
Asterion cacciò un urlo acuto, allontanandosi all’indietro, e scivolò sul fango alle sue spalle, rovinando su un mucchio di pietre con un colpo violento: l’urto gli annebbiò la vista, rendendogli difficile concentrarsi sull’apparizione. Questa, nel momento in cui aveva urlato, si era fatta indietro, ma ora si stava avvicinando di nuovo, agitando convulsamente le mani nell’aria, come se cercasse di indovinare in quel modo la posizione esatta della sua vittima. Con un sussulto di lucidità, che lo soccorse quando era ormai sull’orlo del panico, il gentiluomo si rese conto che la sinistra figura si affidava ai rumori, muovendosi come se fosse immersa nelle tenebre, tenendo ancora gli occhi serrati.
È cieca – pensò Asterion, mentre rotolava nel fango, cercando di muoversi senza produrre suoni, per allontanarsi lateralmente. Lo stratagemma sembrò funzionare: strisciando con ogni cautela, approfittando del rumore dell’acqua che ancora sgocciolava dalle pietre, il nobile continuò ad allontanarsi. Dalla sua posizione, a terra e a pochi passi dalla donna, pur nella luce incerta riusciva a scorgere ogni dettaglio della sua veste, candida e leggera, che le si avvolgeva, inzuppata di pioggia, intorno al corpo esile, mettendone in risalto le inconfondibili forme muliebri. Pur nella terribile situazione, l’uomo non poté fare a meno di osservare la desiderabile curva dei fianchi e del seno della fanciulla, che doveva essere molto giovane. Ritenendo di essersi allontanato a sufficienza, azzardò di mettersi seduto e poi, gradualmente, si sollevò in piedi. La figura, che ora gli dava le spalle, continuava a vagare a pochi passi da lui, tendendo l’orecchio in cerca di un segno della propria preda. Lui arretrava, un passo dietro l’altro, finché urtò con il calcagno una catasta di pietre, provocandone la caduta. Immediatamente la dama incolore si voltò nella sua direzione, lo fissò con i suoi occhi chiusi ed iniziò a correre verso di lui,  emettendo nel contempo un urlo acuto e selvaggio con la bocca spalancata.
Incapace di sopportare oltre, la mente del nobile fu preda del terrore più completo, e l’uomo si lanciò una fuga disordinata, correndo a capofitto in mezzo al fango e ai detriti. Inciampando e cadendo, coperto di terra e di graffi, continuò a scappare per un tempo indefinito, che lo portò, a notte fonda, in vista della casa di uno dei contadini che vivevano ai confini della proprietà dei Tompstone. Lord Asterion, nella sua follia, sbatté violentemente contro la parete di una piccola rimessa, piena di attrezzi, e stramazzò al suolo. Come avrebbe raccontato più tardi, il contadino accorse subito, allarmato dal frastuono, e trovò il giovane riverso nel fango, che scalciava e ansimava come se tutto quello che riuscisse a fare fosse continuare a correre.


Quando cercò di afferrarlo, Asterion iniziò a gridare, dimenandosi con violenza, finché l’altro, temendo che potesse ferirsi, non gli affibbiò un violento pungo sulla nuca, gettandolo in un sonno misericordioso e profondo.