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giovedì 14 agosto 2014

La dama incolore - 3

Segue

Le regioni settentrionali della grande isola di Bretagna mantengono nei secoli la propensione ai mutamenti repentini del clima. Giunge sempre senza preavviso, nel più grigio dei giorni invernali, il raggio di un sole gagliardo, che scalda l’aria oltre ogni aspettativa, facendo fumare i prati fradici di pioggia e colorando il cielo d’azzurro, che si temeva ormai perduto.
Per effetto di questa caratteristica, il sole brillava insistente, contro gli infissi di una stanza al primo piano di villa Tompstone, in un giorno di precoce primavera. Le imposte chiuse scricchiolavano di legnoso piacere, assorbendo il calore insperato: un pertugio nel legno lasciava scivolare nella stanza un dardo di luce, che nel corso delle ore si era spostato lungo la parete di fondo della stanza, per arrampicarsi poi sul bordo di un letto, e giungere infine a brillare direttamente sul volto dell’uomo che vi era coricato.
Quando le sue palpebre, colpite direttamente dalla luce splendente, non riuscirono più a contenere quella vivida luminosità, l’uomo si destò, tirandosi a sedere, e d’istinto sorrise, sentendosi bene per la prima volta dall’inizio della sua convalescenza, durata alcune settimane. Lord Asterion si accorse di in grado di scendere dal letto, che l’aveva accolto, febbricitante e stremato, dopo la notte trascorsa nei campi sotto la furia dell’uragano. Nonostante avesse parlato a lungo della sua disavventura con gli abitanti della villa, non era mai stato in grado di descrivere chiaramente cosa gli fosse accaduto.  Il padrone di casa e la madre di Miss Rebecca avevano finito per convincersi che il giovane gentiluomo, poco pratico dei luoghi, si fosse perso nella tempesta, e che i rigori della notte invernale, uniti alla furia degli elementi, avessero provocato in lui un tale stato di prostrazione fisica da giustificare il panico e la confusione mentale in cui l’aveva trovato il contadino.
L’inglese, dal canto suo, non aveva fatto alcun accenno al fatto che ricordava perfettamente la dama incolore, dal vestito bianco e dal volto cinereo, che vagava con gli occhi accecati nel cuore della tempesta, cercando la sua gola con le mani adunche, e urlando il suo canto di morte mentre lui cercava di sfuggirle. A trattenerlo dal rivelare per intero ciò che aveva visto, era stato dapprima il dubbio della propria lucidità; ma poi, quando con i progressi della salute e la discesa della febbre, Lord Asterion era stato sicuro di non aver sognato la propria disavventura, non aveva voluto comunque condividere con nessuno quell’esperienza che molti non avrebbero esitato a definire come l’incontro con un essere ultraterreno.
Così, come già aveva fatto mesi prima, nell’impossibilità di offrire a sé stesso e agli altri una spiegazione razionale dell’accaduto, il giovane discepolo della ragione aveva sospeso il giudizio, relegando il fenomeno nel cospicuo numero delle faccende la cui natura era ancora oggetto di indagine e che, per il momento, non si potevano comprendere.
Nel periodo che aveva trascorso a letto, i valligiani avevano indovinato facilmente ciò che gli era accaduto quella notte nei campi, indirizzati dal racconto del contadino, che lo aveva sentito farfugliare di una donna pallida che lo inseguiva. Tutti i popolani si sorprendevano che fosse ancora vivo: la dama incolore era un presagio funesto, e non solo per chi la vedeva. Così quando lo straniero, perfettamente ristabilito, fece il suo ingresso al villaggio, recandosi personalmente nella bottega del sarto per adeguare il suo guardaroba all’ormai prossima stagione primaverile, la maggior parte dei contadini si ritrasse al suo passaggio, trincerandosi dietro le porte e le finestre, fra segni di scongiuri e l’eco di antiche litanie, pronunciate a mezza voce.

Per sua parte, il protagonista della vicenda faceva del suo meglio per superare l’accaduto e riprendere le sue consuete attività, incluse le lezioni di Miss Rebecca, che si svolgevano con il consueto, scarso entusiasmo dell’educanda. La bella stagione avanzava a grandi passi, solcando i prati in rigoglio sulle ali di tiepidi zefiri. L’aria si riempiva di dolci profumi e la luce solare, che entrava prepotente nell’antica magione fin dalle prime ore del mattino, scaldando le stanze e fugando ogni traccia del lungo inverno, invitava a lasciarsi alle spalle i pensieri cupi e le preoccupazioni, per sciogliere i rancorosi dissapori al nuovo calore.
L’atmosfera di rinascita aveva condizionato il giovane nobile, rafforzandolo nel proposito di rimuovere il ricordo della propria disavventura: la terrifica immagine spettrale che lo aveva aggredito si trasformava giorno per giorno in un ricordo confuso, da imputare alle bizzarrie di una mente stanca ed eccitabile. Concentrandosi sul proprio lavoro e sui progressi della sua allieva, il precettore trascorse così buona parte della primavera, giungendo alle soglie dell’estate con la soddisfazione di aver completato il programma di studi previsto, nonostante la lunga pausa dovuta alla convalescenza.
Gli sforzi della fanciulla erano innegabili, ed anche Lord Tompstone, quando fu chiamato ad esaminarli, dovette riconoscere che l’impegno c’era stato, ed i risultati erano soddisfacenti. Per un momento, mentre scrutava il viso inespressivo della nipote, che attendeva il giudizio con indolente disinteresse, sul volto del vecchio parve comparire un accenno di orgoglioso compiacimento: ma subito la sua abituale espressione arcigna riprese il proprio posto fra le antiche rughe, gli occhi tornarono al consueto cipiglio severo, e l’uomo si limitò ad un laconico commento positivo, abbandonando subito la stanza, senza fissare direttamente l’esaminanda.
Nonostante quel burbero atteggiamento, Miss Rebecca era soddisfatta, ben sapendo che l’esito del giudizio dello zio le avrebbe consentito di trascorrere l’estate nella dimora di vacanza della famiglia, come di consueto. Era, questa, un’antica costruzione in pietra, che sorgeva in un’invidiabile posizione elevata, fra i boschi delle alture sopra la sponda settentrionale del Kielder Water. La famiglia Tompstone usava trasferirvisi da luglio a settembre per sfuggire al clima afoso della pianura: anche quell’anno era stato deciso di rispettare l’antica consuetudine, con lo scopo esplicito di mostrare all’intera comunità che, malgrado la tragica scomparsa della giovane figlia, la vita della famiglia era scandita dallo stesso, immutato ordine di azioni ed abitudini.

In un pomeriggio di fine giugno, non appena la calura delle ore centrali della giornata fu mitigata da un refolo di brezza, un convoglio di cinque carri lasciò dunque la villa, attraversando il villaggio semideserto, diretto a sud. Il vecchio e i suoi familiari, incluso il precettore, viaggiavano sul carro di testa: altri tre erano stipati di suppellettili e bagagli, mentre i domestici erano stati caricati sull’ultimo veicolo, stretti insieme alle proprie cose. Non appena la strada ebbe iniziato ad inoltrarsi fra le prime alture, serpeggiando fra le querce e i prati seccati dal sole, la cappa di afa che opprimeva la pianura si diradò, lasciando il posto ad un piacevole calore asciutto, mitigato dalla brezza fresca che spirava dai monti. Lord Asterion viaggiava seduto accanto al bordo esterno del carro, godendosi l’ombra della copertura e lasciando vagare lo sguardo lungo il mosaico di campi che ricopriva la vallata. La voce di Miss Rebecca, seduta al suo fianco, fino a quel momento taciturna come al solito, lo fece trasalire.
- Crede che pioverà, milord? – domandò la giovane, alludendo forse ad un vistoso cumulo di nuvoloni, che si andava addensando all’orizzonte fin dal mattino, e che nell’ultima ora si era infittito.
Lui farfugliò una risposta di circostanza, spiazzato dal fatto che la ragazza, solitamente astiosa e piena di livore, manifestasse il desiderio di conversare con lui, anche se per farlo aveva scelto il più banale degli argomenti.
Ignorando la goffa replica del suo interlocutore, lei proseguì: - Mi auguro che il tempo si mantenga stabile: se arriviamo prima di sera, amerei fare una gita a cavallo, magari fino alla sponda del Kielder. Lei pensa che sarà possibile, Mr. Robson?
Chiamato in causa, il cocchiere rispose senza voltarsi, continuando a seguire la strada.
- Vedremo all’arrivo, milady. Sarò lieto di mettermi comunque a disposizione per accompagnarla.
Soltanto in quel momento, sentendone la voce, Lord Asterion riconobbe l’uomo che lo aveva accompagnato nell’ultimo tratto del suo primo viaggio a Teviothead, diversi mesi prima, dopo che gli uomini di Lord Tompstone lo avevano trovato nei boschi. D’improvviso si rese conto che il luogo dove erano diretti era non molto lontano dal punto in cui si era smarrito. Quella consapevolezza, insieme al ricordo della prima disavventura, instillarono nel suo animo una fastidiosa sensazione di incertezza e apprensione: non era ancora un vero sentimento di paura, ma lui lo trovava comunque sgradevole e oppressivo.
Il disagio era aumentato dall’insolito comportamento di Miss Rebecca: parlava di continuo, con voce stridula ed eccitata, rivolgendosi a turno a tutti gli occupanti del carro. Continuava a battere insieme le piccole mani, drizzando il busto e saltellando brevemente sul proprio sedile, come una ragazzina emozionata per un giocattolo nuovo; e i suoi familiari, anziché risponderle a monosillabi infastiditi, come si era aspettato, le dedicavano una gioiosa attenzione, sorridendole e ridendo a loro volta.
Quella sbalorditiva gaiezza collettiva aveva trasformato la famiglia di botto, come se al limitare del bosco, sul convoglio fosse stato lanciato un sortilegio. Tuttavia, Asterion percepiva qualcosa di dissonante, quasi grottesco: la presenza inquietante di un sentimento contrastante, che emergeva fra le risa e i gridolini di stupore. Qualcosa di sinistro, malcelato dall’allegria, come un desiderio malvagio, in attesa di essere esaudito.
Alla fine scosse il capo, irritato per la facilità con cui si lasciava suggestionare da pensieri tanto banali quanto privi di contenuti razionali, e si impose di concentrarsi sulla stesura del prossimo capitolo del suo libro, che si era proposto di concludere durante quella villeggiatura.

L’arrivo nella dimora estiva avvenne poco prima del calar del sole: al nobile inglese, che la vedeva per la prima volta, l’austera facciata di pietra, scintillante alla luce obliqua del tramonto, trasmise una suggestiva impressione di elegante solennità. Con rapida efficienza, seguendo l’ordine di una vecchia consuetudine, i domestici iniziarono a scaricare i carri, mentre il resto del personale di servizio, giunto alla casa ormai da alcuni giorni, si affacciò sul prato, per salutare l’arrivo della famiglia. Miss Rebecca, appena ebbe toccato terra scendendo dal carro, offrì il braccio a Mr. Robson perché la portasse immediatamente alle stalle, situate in uno stabile separato, dall’altra parte di un lieve declivio, dichiarando di non poter trattenere oltre il desiderio di accarezzare il suo cavallo preferito. La madre, con un sorriso indulgente sul viso, seguì i due con fare più composto, rinunciando a supervisionare la sistemazione del bagaglio, cosa che era ben felice di poter affidare alle domestiche.

I due gentiluomini, rimasti soli, furono fatti accomodare nella grande sala comune a pian terreno, dove gli fu proposto di intrattenersi in attesa della cena con qualche bicchiere di vino. Seduti che furono, il più giovane si sentì obbligato ad intavolare per primo la conversazione con il proprio ospite, ben sapendo che questi non avrebbe avuto alcuna voglia di proseguirla.
- Un luogo incantevole, con una vista magnifica. – azzardò, senza attendersi molto in risposta.
L’altro invece si voltò verso il suo interlocutore con un sorriso raggiante e, sollevando una mano in un gesto cordiale, ribatté compiaciuto: - Dite davvero? Sono molto lieto che il posto vi piaccia. Ritengo anch’io che questa casa abbia una splendida posizione, ed è costruita in modo da risultare piacevolmente fresca d’estate. 
- Ho notato, entrando, una temperatura assai gradevole. – rispose Asterion, spiazzato.
- Vedrete stanotte: riposerete come un piccolo principe! – E detto questo, il vecchio Lord iniziò a ridere di gusto, lasciandosi andare liberamente alla manifestazione del proprio buonumore. Sempre sorridendo e con tono allegro, iniziò poi a raccontare la storia della magione, proseguendo a lungo e arricchendo la storia con molti particolari della vita di famiglia. L’altro ascoltava sbalordito: mai, fino a quel momento, il suo anfitrione si era mostrato così loquace, e men che meno propenso a rivelargli questioni personali.
Il monologo proseguì con entusiasmo fino all’ora della cena, che fu annunciata ancora da Mr. Robson, che era l’unico altro uomo presente nella casa e che adesso, cambiatosi d’abito, svolgeva le funzioni di maggiordomo. Lord Tompstone scortò il giovane ospite con premura fino alla stanza da pranzo, al primo piano della villa, dove un lungo tavolo di quercia scura era apparecchiato sotto un enorme lampadario, realizzato con decine di corna di cervo intrecciate, che pendeva dall’alto soffitto a travi, anch’esse dello stesso legname. Le due donne di famiglia, già sedute ad un capo del tavolo, conversavano affabilmente: le loro voci allegre si sentivano fin dalla sommità delle scale, intervallate dai trilli eccitati che Miss Rebecca si lasciava sfuggire di frequente.
Quando gli uomini entrarono nella sala, la giovane si alzò in piedi, rimanendo stranamente vicina alla sedia, e tese il viso verso lo zio, per farsi baciare, cosa che questi fece con visibile compiacimento, accorrendo accanto a lei.
- Come sta il tuo morello? – le chiese con affetto, prendendole la testa fra le mani.
- Magnificamente! Mi ha salutata con un lungo nitrito, e ha preteso una serie infinita di carezze. Non so come ho fatto a lasciarlo per venire a cena. – squittì Rebecca, perfettamente a suo agio con l’uomo che, fino a pochi giorni prima, aveva manifestato di disprezzarla tanto.
Sotto gli occhi esterrefatti dell’ospite, il vecchio aiutò la nipote a sedersi a tavola e le pose delicatamente le mani sulle posate, come se lei fosse incapace di vederle.
- La cena sarà servita subito. – annunciò, rivolgendosi alla cognata, con premura. Nello stesso momento, la cameriera attraversò la sala recando una larga zuppiera, da cui proveniva un buon profumo di minestra e un lungo pennacchio di vapore. Quando giunse alle spalle della ragazza, la domestica le riempì il piatto con molta attenzione, poi le sussurrò con discrezione che avrebbe trovato il tovagliolo alla propria sinistra.

Il pasto si svolse in un’atmosfera surreale: Miss Rebecca si comportava come se non potesse vedere il piatto e gli altri commensali, ai quali si rivolgeva orientando con approssimazione il capo nella direzione della loro voce, senza fissare mai lo sguardo negli occhi dell’interlocutore, lasciando che le pupille assumessero quell’aspetto vacuo ed assente, proprio di chi non vede. La cena, che all’inglese parve interminabile, si svolse in realtà in un lasso di tempo abbastanza breve, durante il quale la sua allieva monopolizzò la conversazione, parlando delle aspettative che nutriva rispetto alla vacanza, con un entusiasmo e una vitalità che Asterion non le aveva mai notato, durante tutto il tempo che avevano trascorso impegnati nelle lezioni. Il monologo veniva interrotto soltanto dai commenti dello zio, che approvava incondizionatamente ogni osservazione della fanciulla, persino la più bislacca, dichiarandosi disponibile a far eseguire ogni suo desiderio o inclinazione.

Poco prima delle nove fu servito il dolce; subito dopo, nel ritirare i piatti, la cameriera dichiarò che i signori avrebbero potuto accomodarsi nel salotto piccolo, allo stesso piano, dove sarebbe stato servito del brandy. A quel punto, l’ospite approfittò per dichiararsi stanco della lunga giornata e bisognoso di ritirarsi nella propria stanza. Si alzò dunque per congedarsi e nel farlo incrociò lo sguardo della madre di Miss Rebecca: gli occhi della donna, che ricordava per lo più spenti e adombrati di una rassegnata abitudine all’umiliazione, scintillavano invece di voluttà. Asterion vi lesse chiaramente la malvagia soddisfazione di una prossima, sicura rivalsa. Distolse il proprio sguardo, incapace di sostenere il peso dell’ennesimo sconvolgimento che osservava nel piccolo orizzonte di quella misteriosa e inquietante famiglia, e si trovò suo malgrado a fissare il viso di Miss Rebecca. Questa, colta di sorpresa, lo stava osservando con un’aria astuta e cattiva: la ragazza gli rivolse un breve, intenzionale sorriso lascivo, prima di riprendere la propria commedia, tornando a fissare la parete alle spalle di lui, ed augurargli allegramente un buon riposo.
L’appartamento che avrebbe occupato il precettore, per tutto il soggiorno estivo, si trovava al secondo piano, in un ampio ed elegante sottotetto che, pur non estendendosi per tutta la superficie dei piani sottostanti, era composto di diversi ambienti spaziosi, ed aveva un ingresso indipendente. Quando vi entrò, il giovane aveva il respiro affannoso e l’animo pervaso da un vago senso di pericolo. Un’altra cameriera, ancora affaccendata a sistemare i bagagli del nobile in uno dei grandi armadi che si trovavano nel disimpegno d’ingresso, lo salutò con un sussurro e l’accenno di un inchino, tornando subito alle proprie incombenze. Stordito da quelle cupe sensazioni, lui rispose al saluto con un cenno distratto, e si inoltrò oltre il vestibolo, seguendo i contorni in penombra dell’unico corridoio, lungo il quale si affacciavano le stanze dell’appartamento. Alle sue spalle, la voce intimorita della donna lo informò che la stanza da letto si trovava in fondo, all’altro capo del passaggio. Borbottando un ringraziamento, l’uomo si avviò, tastando con i piedi le assi del pavimento, nel quale riusciva a scorgere soltanto il riverbero di un modesto lume, che era stato acceso accanto al letto dalla premurosa cameriera.

La luce, anche in prossimità della soglia, rimaneva incerta e seguiva i capricciosi guizzi della fiammella nella lucerna, che tremolava nell’aria fredda della sera, sempre sul punto di spegnersi, e sfrigolava come se mancasse l’olio. Asterion varcò la porta d’ingresso, esplorando l’ambiente con lo sguardo, e subito si bloccò, impietrito dall’orrore. Davanti a lui, nitida pur nella penombra, si stagliava immobile la figura spettrale che aveva invano di dimenticare nelle ultime settimane. La dama incolore puntava il suo viso senza luce dritto verso di lui, rimanendo ritta accanto al letto, con il busto leggermente reclinato all’indietro, come se fosse appoggiata alla parete. Apparentemente ignara della sua presenza, non emetteva alcun suono, né mutava in alcun modo l’espressione del viso, indifferente e orribilmente triste.
L’urlo scosse la donna, che si spaventò e lasciò cadere a terra la biancheria che stava finendo di sistemare. Si alzò in fretta e attraversò di corsa il corridoio, giungendo affannata alle spalle del nobile, il quale arretrava lentamente, emettendo un continuo gemito strozzato.
- Milord, cosa accade? – domandò la cameriera terrorizzata.
- Quella… quella donna!
- Oh mio Dio. Di cosa parla?
- Là, accanto al letto.
- Vuole dire Miss Tompstone? Il suo ritratto?

In quel preciso istante la mente allucinata dell’uomo riconobbe finalmente le caratteristiche della figura che l’aveva spaventato, i riflessi della luce sulle macchie di colore, il bordo in ombra della cornice, la totale immobilità di quella pur vivida raffigurazione, a figura intera, del tutto simile al dipinto che aveva visto appeso nel pianerottolo della casa di famiglia a Teviothead. Lottò per respirare, mentre il groppo di panico che gli aveva stretto la gola si allentava lentamente; incapace di controllare il proprio corpo, scivolò contro la parete, fino ad appoggiarsi con le natiche a terra, scosso da un violento tremito.
- Milord, si sente male?
- Non è niente… - riuscì a balbettare. Poi, imponendosi di controllare la proprio voce, aggiunse: – Solo la stanchezza. La ringrazio per la sua premura, vada pure, non serve altro…
Lei rimase per qualche istante sulla soglia, fissando alternativamente il quadro e il nobile, incerta se eseguire l’ordine o sincerarsi che l’uomo stesse davvero bene. Poi lui le rivolse un’occhiata risoluta e la donna si affrettò ad allontanarsi lungo il corridoio, tornando sui propri passi, per fermarsi nuovamente davanti all’armadio della biancheria, ancora indecisa sul da farsi.

Continua