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lunedì 18 agosto 2014

La dama incolore - 4


Qualcosa picchiava nel buio.
Un  ticchettio ritmico, reso ovattato dall’interposizione di un notevole spessore, echeggiava nella testa del giovane, immerso in un sonno agitato. Asterion continuava a rigirarsi nel letto, a cui non era abituato, e la sua mente associava quei colpi cadenzati alle immagini della serata appena trascorsa. Ora era Miss Rebecca, a battere sul tavolo con la forchetta, cercando di infilare il cibo che fingeva di non vedere; nella scena successiva, nell’ordine irrazionale proposto dal sogno, era invece sua madre, che percuoteva la testa di Lord Tompstone con uno scudiscio, facendone uscire copiosi rivoli di sangue, mentre lui continuava a ridere fragorosamente.
Si svegliò di colpo, sollevandosi a sedere sulle coltri, sopra le quali si era gettato ancora vestito: la stanza era immersa nel buio, ma un largo rettangolo di luce lunare, passando attraverso la finestra, illuminava un ampio tratto del pavimento. Non ricordava di essersi coricato, ma era evidente che la cameriera, completato il proprio lavoro, se ne era andata senza disturbarlo. Ancora profondamente turbato, si sforzò di mettere ordine nel tumulto dei proprio pensieri: il breve sonno aveva contribuito a calmare la sua eccitazione e, malgrado i numerosi motivi di apprensione, sentiva la mente lucida e disposta al ragionamento.

Il cambiamento dei tre componenti della famiglia che lo ospitava era stato talmente repentino e completo da sfuggire ad ogni logica razionale; doveva esserci tuttavia una causa profonda, qualcosa che fornisse un senso alle molte assurdità che aveva visto quel giorno: la gioia della fanciulla, le premure del padrone di casa verso la cognata e la nipote bastarda, e quella condiscendente mitezza delle due donne. Ma fra tutte, l’improvvisa cecità di Miss Rebecca era la nota più stonata: la ragazza fingeva palesemente, riuscendo tuttavia ad ingannare il vecchio zio, che non sembrava essere in grado di discriminare quell’evidente mistificazione. Di tutti e tre, Asterion ne era sicuro, il capofamiglia era l’unico a comportarsi sinceramente, il che significava senza dubbio che il vecchio lord era uscito di senno.
Ma a quale scopo le due donne si erano inventate la farsa della cecità della giovane? E come avevano convinto i domestici ad assecondarle, come aveva visto fare a cena alla cameriera?
Incapace, ancora una volta, di trovare le risposte che gli mancavano, il giovane si lasciò sfuggire un sospiro di  rassegnazione. Chiuse gli occhi, rimettendosi supino, e si concentrò sui rumori intorno a lui: ben presto, riconobbe il ritmico ticchettio che l’aveva svegliato. Sembrava il suono di una pendola. Si tirò su, riaprendo gli occhi: non ricordava affatto di averne vista una, né al piano di sotto, né in camera. Dopo aver ascoltato per alcuni minuti, provando a cambiare posizione, fu certo che il rumore proveniva da dietro la parete contro la quale era poggiata la testiera del letto. Ma da quella parte, non c’erano altre stanze: il corridoio finiva con la sua camera da letto.
Quel particolare gli portò alla mente qualcosa che ricordò di aver notato all’arrivo, riguardo alla forma della casa, e che adesso, considerando la disposizione delle stanze del piano dove alloggiava, gli risultava all’improvviso evidente.  Si alzò e attraversò la stanza, passando davanti all’unica finestra: il riverbero della luna rischiarava il cortile della villa e penetrava fra le ombre scure del parco, che si continuava nel bosco, disegnando un mutevole confine fra l’ombra e la luce spettrale.
Davanti a lui, il ritratto a grandezza naturale di Miss Tompstone lo fissava muto con i suoi occhi, che anche in questo caso stati ritratti chiusi: come aveva potuto sfuggirgli, si domandò il nobile, una verità tanto semplice quanto lampante? C’erano volute quelle insolite circostanze, la grottesca messa in scena ordita ai danni del suo anfitrione, per rendergli evidente ciò che adesso comprendeva con tanta immediatezza. Si domandò perché quel particolare non gli fosse stato riferito direttamente, dato che avrebbe influenzato non poco il compito per cui era stato chiamato a Teviothead. Ma a quel punto, aveva così tanti elementi per dubitare della sanità mentale del padre della scomparsa, che quel dettaglio diventava piuttosto insignificante.
Si concentrò sul ritratto, considerando la particolare, insolita posizione dove era stato posto: non al centro di una parete, o al di sopra del letto, ma in una zona defilata della stanza, troppo vicina all’angolo per offrire al dipinto la visibilità che meritava, e così in basso da fargli sfiorare il pavimento con il bordo inferiore della cornice. Era la posizione nella quale si sarebbe dovuta trovare una libreria, o una porta. Con la mano che tremava di eccitazione, sfiorò il dipinto, e non si sorprese quando, invece che la morbida resistenza elastica di una tela, si trovò a tastare con i polpastrelli la solida compattezza del legno massiccio. Picchiò risoluto con le nocche, e gli rispose l’eco di uno spazio vuoto al di là delle assi.
Una porta, dunque! Mimetizzata alla perfezione come un quadro, offriva senz’altro l’accesso a quella porzione del suo appartamento che doveva trovarsi al di là della sua camera da letto, non collegata in alcun modo alle altre stanze accessibili dal corridoio. Non ci mise molto per trovare, nascosto fra i chiaroscuri del dipinto, il delicato meccanismo di una serratura: lo premette e questo scattò, con un rumore ovattato. La porta scivolò silenziosamente di lato, lungo il cammino di una cerniera ben oliata, e rivelò l’ingresso di un'altra stanza.
Senz’altro indugio, l’uomo varcò la soglia, entrando in un vasto ambiente, di forma rettangolare, il cui lato maggiore percorreva tutta la larghezza del piano, procedendo parallelo al corridoio principale. Sull’altro lato, una grande vetrata lasciava entrare la piena luce della luna, che da quel lato della casa si ammirava alta nel cielo. Il disco lattescente, leggermente deformato dallo spessore del vetro, splendeva al centro della scena notturna, illuminando di un chiarore bluastro la campagna circostante; la luce lambiva le onde del Kielder, ricavandone multiformi riflessi cangianti, come se il lago fosse un gioiello incastonato nell’oscurità della selva circostante.
La stanza intera era rischiarata al punto da rendere del tutto inutile l’utilizzo della lucerna. Muovendosi con circospezione, nel timore che il rumore dei suoi passi potesse rivelare la sua posizione agli altri occupanti della casa, il nobile ispezionò l’arredamento. Una lunga serie di scaffali in legno scuro ospitavano una schiera di raffinate bambole di porcellana, sulla cui superficie, candida e opaca, si specchiavano morbidi i raggi lunari. Due di divani con alcune poltrone, disposte attorno ad un mobile da tè, e un elegante scrittoio completavano il mobilio dell’ambiente, nel quale era presente molto spazio libero, come se chi ne avesse progettato l’arredo si fosse curato di rendere ogni possibile percorso il più possibile privo di ostacoli. 
Aggrottando le sopracciglia, Asterion si avvicinò allo scrittoio, il cui piano di lavoro era tuttavia privo di carta, calamaio o qualunque altro strumento di scrittura. Nei cassetti, invece, il nobile rinvenne un plico di fogli, ordinatamente fermati da un laccio di seta rossa. L’intestazione che campeggiava sulla prima pagina era quella del Royal Medical College di Edimburgo: emozionato e certo di aver messo le mani sulla chiave dei numerosi misteri in cui si trovava invischiato, il giovane lord sciolse il nastro e in piedi, ponendo un foglio alla volta sul piano illuminato dello scrittoio, si accinse a leggere il dossier medico della giovane Rose Elisabeth Tompstone.
Fuori, la serena notte estiva iniziava ad essere rischiarata da un accenno di aurora, che incombeva silenziosa da est, carezzando di morbidi riflessi rosacei le acque addormentate del lago, quando lord Asterion, parzialmente pago di risposte, ripose il fascicolo nel cassetto, lo richiuse e rientrò furtivo nella propria stanza, deciso a non far insospettire i domestici e i membri della famiglia riguardo alle proprie scoperte.
Chiuse gli occhi, stanco ma sereno; molte cose non gli erano ancora chiare, ma ciò che era accaduto alla giovane, alcuni mesi prima della sua scomparsa, spiegava le assurdità a cui aveva assistito durante quel giorno. Non era ancora una risposta completa, ma adesso, al posto delle tenebre fitte del mistero che lo aveva oppresso, brillava una scintilla di ragione e di logica. Da quella luce, come sempre, sarebbe scaturita la verità.
Nei giorni successivi, si sforzò di mantenere un atteggiamento di disinteresse riguardo alle stranezze che lo circondavano, cercando di risultare il più convincente possibile. Era assai improbabile che miss Rebecca e sua madre si aspettassero che l’uomo non notasse la natura della mistificazione in scena alla villa; per cui Asterion si limitò a mostrarsi animato da discrezione e intenzionato a non impicciarsi delle bizzarrie della famiglia che lo ospitava. Assecondava la giovane nelle sue manifestazioni di cecità quando il vecchio Lord era presente, ma evitava di trattarla da non vedente quando lui era lontano: così del resto, per tacito accordo, sembravano comportarsi anche la madre e i domestici. Passava quanto più tempo poteva nelle sue stanze, limitandosi a partecipare ai pasti comuni e a svolgere il compito di tenere, per la sua allieva, due sedute di esercizi estivi a settimana.
Nel molto tempo libero, e in massima parte di notte, fece altre visite alla stanza di Miss Elisabeth, acquisendo altri particolari della sua vita, alla luce dei quali gli fu sempre più chiaro come il comportamento delle due donne avesse lo scopo di carpire la buona fede dello zio, la cui sanità mentale appariva sempre più  compromessa, convincendolo che Miss Rebecca fosse effettivamente sua figlia: questi, dal canto suo, si comportava da padre amoroso senza dar mostra di alcun sospetto.
Con la massima prudenza, Asterion osservava i gesti dei domestici e della cognata di Lord Tompstone, cercando di scoprire se al cibo del nobile, o alle sue bevande, venisse aggiunto un qualche farmaco allucinogeno o una droga di qualche altre tipo: ma non gli riuscì mai di comprovare questa ipotesi.
Madre e figlia, con il trascorrere del tempo, iniziavano a dar prova di un crescente nervosismo, abilmente mascherato, ma che traspariva da certi gesti di stizza e che lui, conoscendo almeno una parte delle loro macchinazioni, credeva di intuire da certe frasi, sussurrate in fretta, e subito interrotte quando le donne si accorgevano della possibilità di essere udite. Quale che fosse l’esatta natura della frustrazione che si andava incrementando nell’animo delle congiurate, era evidente che qualcosa non stava procedendo per il verso desiderato, e che al raggiungimento del misterioso obiettivo mancava ancora un elemento cruciale.
Lord Asterion, che stava in un continuo stato di vigile attenzione, ebbe conferma delle sue deduzioni una sera di fine settembre, nella quale l’avanzamento della stagione autunnale con i suoi rigori era stato sottolineato dall’improvviso scoppio di un violento temporale. Rientrando in casa, con i vestiti grondanti della pioggia che non era riuscito ad evitare di ritorno da una breve passeggiata, il giovane si era diretto subito nella sala a pian terreno, in cerca del fuoco acceso nel camino, per appendervi almeno il mantello, con l’idea di lasciarlo asciugare durante la cena. Era entrato nella sala dalla porta spalancata e il rumore dei suoi passi doveva essere stato coperto dallo scroscio della pioggia fuori dalle vetrate, perché né Miss Rebecca, né sua madre, si erano accorte della sua presenza e continuavano nella loro conversazione.
–… non ha ancora firmato il lascito. E non so in quale modo potremmo convincerlo a rimandare ancora il rientro a Teviothead! – stava dicendo la madre, concludendo una frase che non era riuscito a sentire.
– Lo so, maledizione! E cosa posso farci, io?
– Essere più convincente. Comportarti secondo il piano e concentrarti sulla tua parte! – sibilò la donna, inviperita. – Spero ti sia chiaro che solo in questo luogo… Silenzio, taci!
L’ultima parte della frase era stato pronunciato in un sibilo, mentre lei si voltava all’improvviso, notando la figura di lord Asterion in piedi davanti al caminetto. Questi, che si era premunito di seguire la conversazione restando girato di lato, verso la fiamma, non diede mostra di aver visto le due donne, né di aver notato l’improvviso interrompersi del dialogo. Si girò soltanto quando lei, dopo aver indugiato alcuni istanti, lo chiamò ad alta voce.
– Oh, signore. – fece lui con genuino stupore. – Perdonate la mia maleducazione, ma nella penombra della stanza e con questo fracasso d’acqua, non vi avevo notate. Come state?
– Ottimamente, milord – rispose Miss Rebecca con affettazione. – Non si può dire lo stesso di voi: avete i vestiti fradici, vi buscherete un malanno.
– Mi auguro di evitarlo. La pioggia mi ha sorpreso a pochi passi da casa, ma la sua violenza è stata tale da inzupparmi gli abiti in pochi istanti: per fortuna indossavo il mantello, che ha preso la maggior parte dell’acquazzone, e conto di asciugarmi in tempo per la cena.
– Me lo auguro! – dichiarò ad alta voce Lord Tompstone, facendo il suo ingresso nella sala, liberandosi a sua volta di un pesante pastrano grondante. – Ho fatto preparare del cosciotto di cervo in salsa di mele, e spero che non siate costretto a ritardarne l’assaggio!
– Cosciotto di cervo! – interloquì la ragazza, fingendosi oltremodo eccitata. Gettò uno sguardo in tralice alla madre, il cui volto si era invece incupito, e poi aggiunse, con tono stridulo: – Oh, papà! È il mio piatto preferito!
Un profondo silenzio era sceso nel salone. Lord Asterion osservava l’espressione inquieta del vecchio nobile, che era rimasto attonito, e sembrava profondamente impressionato dalle parole della giovane. Questa, dal canto suo, si era resa conto di aver commesso un qualche tipo di grave errore, ma non riusciva a realizzarne la natura, e cercava un suggerimento nel viso della madre. La donna invece rimaneva immobile, con le labbra serrate, che non riuscivano a dissimulare il panico che l’aveva colta.
– Il tuo piatto preferito… – ripeté il capofamiglia, come se stesse parlando a sé stesso. E senza modificare il tono della voce, proseguì: Elisabeth ha sempre detestato la cacciagione.
– Sciocca ragazzina! – sibilò la donna, incapace di trattenersi. Poi raggiunse Lord Tompstone e gli pose una mano sull’avambraccio, dichiarando con finta giovialità: – Nulla incide più positivamente sui gusti dei giovani che la permanenza in montagna. D’altronde capitava così anche alle figlie di alcuni miei conoscenti del Devonshire: si rifiutavano di mangiare carne finché non venivano portate in villeggiatura…
Nella stanza, nessuno ascoltava il monologo, che veniva portato avanti imperterrito, con tono stridulo. Suo cognato aveva ritratto il braccio, come infastidito da tanta prossimità, e fissava un punto indistinto, alle spalle degli altri, oltre la grande vetrata del salone. Con lentezza, come presagendo la presenza di qualcosa di straordinario, tutti si voltarono lungo la direzione dello sguardo dell’uomo: la prima a realizzare ciò che si trovava fuori, sotto la pioggia, fu Miss Rebecca, che immediatamente si coprì gli occhi con le mani, gettando uno acutissimo urlo di terrore. 
La dama incolore era lì, ferma sotto il diluvio, a pochi passi dalla casa: la sua figura scialba, avvolta dai panneggi inzuppati di una veste candida, fissava la casa, come se potesse percepire, attraverso le palpebre abbassate e i suoi occhi ciechi, la luce e il calore della vita che le era preclusa. Al grido, la figura si era voltata, sobbalzando, ad aveva iniziato a correre verso le stalle, mentre Miss Rebecca continuava a urlare: – È lei! È lo spettro di Miss Elisabeth!
- Taci! Non dire altre sciocchezze! – le strillò in risposta la madre.
Gli uomini nel frattempo erano corsi fuori; il più giovane che era stato superato dall’inatteso balzo di  Lord Tompstone, e i due si ritrovano insieme nel giardino. Era scesa la sera e il livido orizzonte di nuvole cupe rendeva ancora più incerta la luce del crepuscolo; la pioggia continuava a cadere, ora più fitta e continua, ovattando i rumori e rendendo impossibile udire il passo di qualcuno in fuga. Frequenti fulmini rischiaravano a tratti i dintorni: cogliendo un movimento con la coda dell’occhio, Lord Asterion si voltò di scatto, in tempo per distinguere chiaramente la sagoma diafana della fuggiasca, che correva lungo il pendio in direzione delle stalle. Inconsapevole di essere spiata, la ragazza si mosse rapida verso uno degli ingressi: si fermò contro il muro, cercando a tentoni il chiavistello, poi con movimenti frenetici, del tutto corporei, lo sollevò e aprì il portone, scomparendo all’interno dell’edificio.
D’istinto, il nobile andò dietro alla figura, che ora riusciva a distinguere. L’erba del pendio gli inzuppava i calzari leggeri, rendendogli difficile la corsa. Il muro dell’edificio dove erano ospitate le stalle si stagliava davanti a lui come una sagoma scura, la cui ombra sbilenca interrompeva la chiazza più luminosa del prato. Vi si diresse, trovando subito l’apertura al di là della quale la misteriosa figura ammantata di bianco era scomparsa pochi istanti prima.
Dentro, la vasta superficie della scuderia era illuminata solo in piccola parte dall’alone di una minuscola candela: era abbastanza perché l’occhio attento del precettore notasse le mura diroccate, le travicelle che si sfaldavano, precipitando a terra in diversi punti; a ciò, si aggiungeva un pungente odore di muffa. Nessun cavallo poteva essere mantenuto in quell’ambiente; le stalle erano abbandonate da mesi.
Fece qualche passo verso l’interno: lo scalpiccio dei suoi piedi fece trasalire, poco lontano, la figura inconfondibile della giovane dama, che si stagliava nell’incerta luce senza alcuna possibilità di nascondersi. Le sfuggì un gemito di timore, mentre cercava inutilmente di rannicchiarsi contro l’angolo della vecchia parete: vista così, a pochi passi di distanza, l’apparizione che l’aveva terrorizzato per quasi un anno sembrava soltanto una povera fanciulla indifesa. Alzando le braccia, dimentico del fatto che lei non poteva vederlo, il lord si avvicinò cautamente: aveva avuto l’intenzione di sussurrarle qualcosa di rassicurante, ma prima che potesse proferir parola, la pressione secca e dolorosa della canna di un fucile fra le scapole lo costrinse a bloccare ogni movimento.
– Non muovetevi, Asterion: ne va della vostra vita. – comunicò una voce, sicura e risoluta, nel buio alle sue spalle.
– Mr. Robson. – dichiarò l’altro con calma, senza accennare ad alcun movimento. Sentì l’uomo trasalire, ma l’arma rimase ben piantata al suo posto.
– Come ha indovinato? Dalla mia voce?
– Era l’unica cosa logica. Solo lei poteva averla tenuta nascosta per tutto questo tempo, in quelle condizioni.
– Dunque lei ha scoperto ogni cosa.
– Ci sono ancora aspetti che non ho potuto chiarire – ammise il nobile, consapevole che, in quella svantaggiosa situazione, soltanto una franca collaborazione con l’uomo che lo minacciava avrebbe potuto assicurargli l’incolumità. – Tuttavia ho intuito che Miss Elisabeth non poteva essere semplicemente scappata di casa: non una ragazzina convalescente, per di più cieca e disturbata di mente.
– Ho dovuto farlo. Era l’unico modo per garantire l’incolumità di Milady: trasformarla in un fantasma. Non mi era possibile fidarmi di lei, né di nessun altro. – precisò Mr. Robson, risoluto.
– Capisco le sue ragioni. Ma adesso deve fidarsi, o non potremo far molto per aiutare quella povera ragazza e suo padre.
– Lo vedremo. Intanto credo che lei dovrebbe dirmi come è venuto a conoscere tutte queste cose.
– Nella stanza di Miss Elisabeth, al secondo piano della villa, ho trovato il suo fascicolo del Royal College. Vi sono descritti la caduta da cavallo e il successivo decorso della paziente: il coma, l’insperato risveglio, e i danni irreversibili riportati dalla ragazza. Oltre alla cecità, si accenna chiaramente ai disturbi di personalità e alla tendenza al vagabondaggio.
– È successo pochi mesi prima del suo arrivo a Teviothead – ammise Mr. Robson. – Proprio qui, a Kielder Water; Miss Elisabeth amava cavalcare fino a tardi, ma quella sera non la vedemmo rincasare nemmeno con il calare del buio. Fui io stesso a trovarla: il cavallo aveva messo la zampa in una profonda buca, sulla via del ritorno dal lago, e rovinando a terra si era rotto l’osso del collo. La bambina aveva fatto una brutta caduta, battendo malamente la testa contro una pietra ai margini della pista: i medici, quando riuscimmo a portarla all’ospedale, dissero che era sopravvissuta per miracolo.
– Ma perché Lord Tompstone non mi ha informato dell’accaduto?
– Come ha intuito, il pover’uomo non ha retto il colpo: fin dal giorno in cui la figlia è entrata in coma, lui ha rapidamente perduto il senno: ormai non è in grado di distinguere la realtà dalla finzione, e credo che anche lei se ne sia reso ormai conto. Tornare in questa casa, dove ha vissuto i momenti più felici con sua figlia prima dell’incidente, lo ha indotto a coltivare l’illusione che l’incidente e la scomparsa di Miss Elisabeth non siano mai accaduti.  
– È quindi questo lo scopo della loro grottesca messa in scena? Far credere al vecchio…
– Esattamente. – lo interruppe il fedele domestico. – Penso che la cognata di Milord avesse architettato qualcosa del genere da tempo, allo scopo di far accettare progressivamente sua figlia come legittima destinataria della fortuna di famiglia. Per far funzionare il suo piano doveva però liberarsi della vera erede, ed è per questo, quando miss Elisabeth è tornata dall’ospedale, ho ideato la messa in scena della sua scomparsa: era l’unico modo di salvaguardarne l’incolumità.
– Ma per quale motivo falla vagare come uno spettro per i campi, spaventando a morte la gente?
– Come ha detto lei stesso, la ragazza ha subito dei danni dalla caduta: è irrequieta e confusa, non è facile tenerla sotto controllo, e riesce spesso a fuggire dai luoghi in cui la tengo nascosta. Lei non è il solo ad averla incontrata, purtroppo. All’inizio ho provato a tenerla nascosta qui, nei dintorni del Kielder, ma è scappata con facilità numerose volte, inclusa quella del vostro incontro nel bosco, la sera del suo arrivo. Dopo quell’incidente, non ho avuto altra scelta che riportarla in città: fortunatamente, la superstizione popolare si è inventata una ridicola storia di spettri.
Durante tutta la lunga conversazione, Miss Elisabeth non si era mossa dal proprio angolo. Era scivolata progressivamente verso terra, rannicchiandosi con le vesti candide contro il muro polveroso e alla fine, reclinando il capo, si era addormentata. Lord Asterion provò un moto di tenerezza e compassione verso quella che, in altre circostanze, avrebbe dovuto essere la sua allieva.
- Ma perché non raccontare l’intera faccenda alle autorità?
A quel punto, Robson abbassò l’arma, consentendo al nobile di voltarsi; alla luce della candela, lo vide scuotere il capo con rassegnazione.
- Lei non è di queste parti, Asterion, e forse non ha idea di quanto possano essere profondi i solchi scavati da invidia e risentimento, da queste parti. La cognata di Lord Tompstone ha molte conoscenze, e torpidi legami con i notabili della zona. Molti di loro troverebbero del tutto vantaggioso che fosse lei a governare la proprietà di famiglia, e la copertura della spregevole congiura sarebbe ripagata con generose concessioni di proprietà e terreni, richieste a cui il vecchio è sempre stato risolutamente contrario.
- E i domestici? Come conta di garantirsi il loro silenzio?
- Oh, la servitù è abituata a conservare i segreti delle famiglie aristocratiche: fa parte dei doveri del nostro stato, e non ci si fanno domande su questo genere di cose. Specialmente quando si è ben pagati per tacere.
- Non posso credere che in un Paese civile… - attaccò il nobile, ma la sua frase fu interrotta da un grido straziante, di puro terrore. Lasciando la giovane addormentata al sicuro nel nascondiglio, i due uomini si precipitarono fuori. La pioggia era cessata e il prato era ricoperto di pozzanghere, nelle quali si riflettevano i bagliori abbacinanti di un grosso incendio. L’intera tenuta di Kielder Water era avvolta dalle fiamme, le quali sembravano essersi scaturite proprio dalla stanza della sfortunata Miss Elisabeth.
Un altro grido stridulo attirò l’attenzione sul terrazzino al piano nobile, dove Miss Rebecca e sua madre tentavano inutilmente di sfuggire alle lingue di fuoco che le minacciavano sempre più da vicino: impotenti e pieni d’orrore, Lord Asterion e mr. Robson osservarono le figure contorcersi nel crescente calore, finché le urla di terrore si tramutarono in lancinanti lamenti, mentre l’avvampare vivido di nuove fiamme e il puzzo orrendo di carne bruciata indicavano l’orribile, tragico epilogo della scena.
Seduti sull’erba fradicia, incapaci di proferire parola, il servo e il nobile insegnante osservarono per tutta la notte il rogo della villa, lasciando vagare lo sguardo sulle fiamme, che via via perdevano di intensità, come ipnotizzati. Soltanto quando la luce del mattino, diradatosi il fumo, rese visibile per intero l’entità della sciagura, i due si scossero e si avvicinarono alle rovine della casa.
La zona dove dovevano trovarsi le vittime era ancora avvolta nel fumo: un cumolo di macerie, annerite e in parte ancora ardenti, ostacolava la vista del terreno: il calore rendeva impossibile avvicinarsi ulteriormente. Sull’altro lato dell’abitazione, dove le fiamme, spinte dal vento, avevano completamente raso al suolo l’ala della villa dove vivevano i domestici, le tracce dei carri sulla terra fangosa indicavano che le cameriere si erano date alla fuga per tempo, abbandonando le due donne al loro tragico destino.
Ad un tratto, Robson toccò la spalla del compagno: - Là! Verso gli alberi.
Corsero entrambi verso una figura china, che sembrava arrancare a fatica, zoppicando e fermandosi spesso per tossire. In pochi istanti, raggiunsero Lord Tompstone, il quale, non appena l’ebbero preso per le braccia, si abbandonò a peso morto, sputando fuliggine e saliva, mentre con voce rauca continuava a ripetere: - La mia bambina!
Lo fecero adagiare a terra, cercando di pulirgli il viso e la bocca, per aiutarlo a respirare. Sulle mani e sulle braccia, il vecchio aveva delle orribili bruciature: con la sinistra, stringeva ancora la bottiglia di kerosene che aveva utilizzato, con ogni evidenza, per appiccare il mostruoso incendio. I due uomini si guardarono, incapaci di commentare quello che avevano sotto gli occhi; sempre in silenzio, mr. Robson si avviò verso le stalle. Tornò pochi minuti dopo, recando sottobraccio l’esile figura della dama incolore, che si lasciava condurre quieta, annusando perplessa l’aria impregnata dell’odore acre del fumo.
Fecero accomodare la ragazza accanto a suo padre, che era svenuto e respirava con brevi e secchi rantoli, intervallati da colpi di tosse. La giovane allungò una mano fino a portarla sul capo dell’uomo e iniziò a cantare una dolce canzone infantile. Il vento, soffiando dal Kielder, le faceva un eco triste e lamentosa con il verso degli uccelli lacustri.
***
Le antiche colonne del portale d’ingresso del Royal College erano tagliate a metà da un obliquo raggio di sole, che scendeva per Queen Street, illuminando le austere pietre della facciata di una morbida tinta dorata. Lord Asterion, nel girarsi a stringere la mano al professor Fergusson, dovette schermarsi gli occhi con sinistra, per poter vedere negli occhi il suo interlocutore.
- Spero che il viaggio non la terrà lontano troppo a lungo, Milord: la sua presenza è fondamentale in questa fase della cura. Le decisioni da prendere, il suo ruolo di tutore…
- Si tranquillizzi, professore: accettando le ultime volontà di Lord Tompstone riguardo a sua figlia, mi sono assunto un impegno al quale non intendo mancare. Resterò a Newcastle il tempo strettamente necessario a sistemare i miei affari, poi prenderò dimora qui, ad Edimburgo.
- Ne sono lieto. Come sa, il mio interesse per il caso della piccola Miss Elisabeth è totale: per seguirla, non ho esitato a sospendere la mia attività didattica all’Exter College di Oxford.
- Conosco il suo impegno ed è mia intenzione esprimerle i più sentiti ringraziamenti.
- Per carità: si tratta prima di tutto del mio dovere di medico. – si schernì il luminare, che aveva accettato di assolvere all’arduo compito della rieducazione della giovane orfana, unica superstite di quella nobile e sfortunata famiglia. Asterion sfoggiò un sorriso di cortesia, non riuscendo a trattenere del tutto la scarsa considerazione che aveva di quell’uomo. Sapeva che il suo interesse era animato dalla ricerca del tornaconto personale e della fama: il caso della Dama Incolore aveva commosso il Paese e lui vi era piombato come un falco, non appena la notizia del rogo, in cui il vecchio lord aveva sterminato quasi tutta la propria famiglia, trovandovi lui stesso la morte, aveva raggiunto il sud dell’Inghilterra.
Di tutti gli aspetti sbalorditivi di quella disgraziata vicenda, dei quali Lord Asterion faceva ancora fatica a comprendere il senso, lo stupiva più di tutto quello che aveva finito per coinvolgerlo ancor più direttamente negli eventi: ovvero il fatto che Lord Tompstone, in uno stato di lucidità completa, che aveva raggiunto soltanto in fin di vita, avesse deciso di nominarlo tutore della giovane Elisabeth e, di fatto, erede delle ricchezze di famiglia. Era morto poche ore dopo, appena in tempo perché la magistratura facesse a tempo a raccogliere la sua confessione riguardo all’incendio, scagionando tutti gli altri sopravvissuti.
Lui aveva accettato e non, come già molti malignavano, per amore del patrimonio che avrebbe dovuto amministrare. C’era qualcosa di umano e terribile che l’aveva colpito profondamente in tutta quella storia: un significato che si accordava profondamente con i suoi ideali, di rigore intellettuale, verità e fiducia nella ragione. La scelleratezza delle due donne e l’avidità, ignorante e maligna, che le aveva animate: erano questi i sentimenti che si era proposto di combattere, scegliendo di rinunciare a parte dei previlegi del proprio rango per intraprendere la carriera di precettore.
La giovane donna, nella quale l’illustre medico vedeva solo un’occasione unica nella propria carriera, rappresentava invece per lui una vittima di quell’oscurità che voleva rischiarare alla luce dell’intelletto: non poteva abbandonarla, e non l’avrebbe fatto.
Aprì la bocca, come se intendesse rendere partecipe il professor Fergusson delle proprie riflessioni. Ma poi si limitò a porgere nuovamente la mano all’uomo, salutandolo e assicurandogli di nuovo che sarebbe stato presto di ritorno.  Senza attendere ulteriore risposta, il giovane nobile si voltò verso la strada. La carrozza di famiglia lo attendeva dall’altro lato. Mentre attraversava l’ampia carreggiata, colse lo sguardo di mr. Robson, seduto a cassetta, e gli fece un sorriso rassicurante. Le cose sarebbero cambiate anche per lui: era determinato a nominarlo amministratore della proprietà di Teviothead, e il suo primo compito sarebbe stato quello di scegliere nuove domestiche di fiducia.

Aveva intenzione di parlargliene quanto prima, ma in quel momento, quando salì a cassetta al suo fianco, preferì limitarsi a stringergli una mano sulla spalla. Lo fissò dritto negli occhi, come si fa con un amico, e disse soltanto: - Andiamo a casa, vecchio mio.