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venerdì 29 agosto 2014

Non farlo!

- Non farlo, Erond. È pericoloso!
Le parole della ragazza si persero nel frastuono della cascata. I getti paralleli le ondeggiavano davanti, gettandosi nel baratro sottostante: due immense colonne d’acqua che congiungevano il cielo e la terra. Alemor sentiva la veste fradicia che le si appiccicava al corpo, mettendo in evidenza le sue forme piene in un modo che, in un'altra circostanza, avrebbe trovato sconveniente. Ma in quel momento le importava soltanto impedire a suo fratello di compiere un’immensa sciocchezza, che li avrebbe condannati tutti.
- Le leggende sono soltanto fesserie! – ripeté, gridando per farsi udire dal giovane. – Non c’è nulla, dall’altra parte del mondo!

Lui, nel frattempo, aveva percorso diversi metri, ondeggiando sull’esile cornicione di roccia che si staccava dalla parete della montagna, contornandone il profilo nel punto in cui il sentiero veniva interrotto dalla cascata. Senza dar mostra di udire i richiami della sorella, Erond proseguiva nel drammatico tentativo di superare il profilo di quel costone, oltre il quale era impossibile andare: già il suo braccio, proteso all’estremo, scompariva oltre la curvatura dello spuntone, e la mano si agitava alla frenetica ricerca di un appiglio. Ma la roccia, da quella parte, era liscia e fredda, come se la montagna, oltre la cascata, fosse fatta di metallo.

- Fermati Erond! – gridò ad un tratto una voce maschile, alle spalle di Alemor. – Torna immediatamente indietro.
Il ragazzo si voltò di scatto; per un terribile istante parve aver perso il suo precario equilibrio: vacillò, mentre la giovane non riusciva a trattenere un grido, ma poi i suoi muscoli, tesi allo spasimo, ebbero la meglio sulla gravità, e lui si appiattì contro la roccia.
- Padre! – gridò in risposta, posando lo sguardo sulla figura di un vecchio, avvolto in una semplice tunica di lana scura.
- È proibito andare più in là. Nessuno può farlo, figlio mio. Nemmeno tu.
Le parole dell’uomo, pronunciate con il tono calmo e solenne che lui adoperava durante le sue lezioni al tempio, avevano un effetto surreale e bizzarro. Erond voltò di scatto la testa, incurante della sua posizione instabile, e gridò con rabbia: - Perché? Perché non possiamo andare più in là? Moriamo di fame, non c’è più un fazzoletto di terra da coltivare, nella valle!
- La Legge lo proibisce!
- La Legge! – ripeté il giovane, sprezzante. – Nessuno ricorda più la ragione per la quale è stata scritta la Legge. Appartiene ad un passato che non conosciamo. Apri gli occhi, padre: per quanto ne sappiamo, l’Intero Libro potrebbe essere stato scritto da un pazzo!
- Sei tu il pazzo! Sacrilego! – si lamentò l’uomo, tirandosi la lunga barba e percuotendosi con violenza il capo. – Proprio tu, mio figlio, osi bestemmiare così!
Incurante della reazione del padre, Erond si rivolse alla sorella, con un sorriso amaro: - Che ti avevo detto? Non è possibile ragionarci. Lui e gli altri sacerdoti rimarranno a guardare impotenti la nostra gente che crepa, senza far altro che ordinare alle madri di abortire.
- Non parlare così. – gemette la giovane, sconfortata.
Senza darle ascolto, Erond riprese a strisciare contro la roccia scivolosa, cercando di tenere la testa lontana dall’enorme nuvola di spruzzi che minacciava di soffocarlo. Le sue dita, protese al di là dello spigolo aguzzo della roccia, graffiavano la parete liscia, nello sforzo di percepire una qualsiasi discontinuità in quella superficie innaturale e metallica.
Spinse il piede in avanti, fino al limite assoluto del cornicione, che si andava assottigliando sempre di più fino a scomparire nella roccia. Ad un tratto, con la punta del dito indice incontrò un lievissimo rilievo: eccitato, tese il corpo oltre il limite di ciò che credeva possibile. I tendini delle braccia e i muscoli della schiena sembravano sul punto di spezzarsi, inondandogli il cervello con lampi aguzzi di dolore: ma Erond resisteva, ignorando ogni cosa e concentrandosi soltanto sulla minuscola protuberanza che aveva trovato. La palpò con i polpastrelli, cercando di indovinarne il profilo, e quando fu certo di averla ben localizzata, gridò: - Ho trovato qualcosa!
Alemor e suo padre si alzarono di scatto dal masso dove si erano seduti, al margine del sentiero, e urlarono con una sola voce: - Cosa c’è?
- Credo… mi pare che sia un tassello di pietra, in rilievo rispetto alla parete circostante. Adesso provo a…
- Non toccarlo! Fermati, incosciente! – gridò il vecchio, ma era troppo tardi.
Sotto la pressione delle dita, il tassello ebbe un sussulto deciso e poi, con meccanica precisione, iniziò a rientrare nella superficie da cui sorgeva. In pochi secondi vi scomparve: Erond cercò invano di trovare la sottile fessura, che aveva individuato poco prima, e che adesso era del tutto impercettibile. Nello stesso momento, accadde qualcosa di talmente inconcepibile che il sacerdote e suoi figli non riuscirono a realizzare subito. Ascoltarono disorientati, tendendo l’orecchio per comprendere cosa fosse quel suono innaturale che percepivano con crescente angoscia, finché Alemor volse lo sguardo verso il baratro e gettò un grido di terrore.
- Che succede? – gridò l’uomo, ma la domanda non aveva bisogno di risposta, perché anche lui, voltandosi lungo la direzione dello sguardo di sua figlia, stava osservando lo stesso raccapricciante spettacolo. La cascata non c’era più. L’imponente massa d’acqua, che da innumerevoli generazioni scorreva nella stretta valle, riempiendo il piccolo fiume e irrigando i pochi campi, si era arrestata all’improvviso: del suo frastuono secolare rimaneva soltanto un immenso, orribile silenzio, che faceva fischiare le orecchie e rendeva insopportabilmente acuto e vivido ogni altro rumore.
-  Grandi dei! Signori dei Cieli, Madre delle Acque! Che cosa hai fatto? – le urla del sacerdote trapanavo le orecchie di Erond e gli rimbombavano nella testa; il giovane vacillava sulla roccia, disorientato dall’assenza degli spruzzi e dall’assurdo spettacolo del precipizio asciutto spalancato sotto i suoi piedi. Dall’alto, contemplò attonito lo spettacolo del piccolo lago, ai piedi della cascata, che si svuotava rapidamente, mentre il fiume calava a vista d’occhio e scompariva nella voragine al termine della vallata. Il villaggio, man mano che l’acqua scompariva, andava trasformandosi: il dedalo di canali e ponticelli che lo attraversavano come un reticolo si asciugò in pochi minuti e l’intero abitato assunse l’aspetto grottesco di una pozza di fanghiglia, secca e screpolata. Il ragazzo poteva vedere le figure minuscole degli abitanti che correvano qua e là, in preda al panico, osservando la montagna: gli pareva di udirne le grida e, assurdamente, temette che potessero vederlo.
Sconvolto, cercò di tornare verso il sentiero, ma il panico che lo aveva invaso rendeva impacciati i suoi movimenti: sarebbe di sicuro caduto se sua sorella, all’ultimo istante, non lo avesse afferrato, trattenendolo per le braccia mentre già penzolava con i piedi sull’abisso. 

- Padre! Aiutatemi. Non ce la faccio da sola! – implorò la giovane.
Ma il vecchio non sembrava in grado di sentirla: era scivolato a terra, appoggiato con la schiena alla roccia, e piangeva inconsolabile. Ai lati del suo viso, le lacrime scorrevano copiose in due file parallele, come gli antichi getti d’acqua che da tempo immemore rendevano possibile la vita in quel luogo remoto.
- Perché l’hai fatto? Scellerato! Nessuno ricorda, nessuno sa più come funziona il flusso d’acqua!
- Aiuto! Scivolo! – gridò Alemor, disperata. Sentiva di essere sul punto di cedere, ma non osava lasciare la presa con la quale stringeva i polsi del fratello; questi, in preda al terrore, gridava e scalciava, rendendo tutto ancora più difficile.
- Moriremo tutti. Per i nostri peccati, la nostra arroganza, moriremo tutti… - continuava a farfugliare l’uomo, incapace di accorgersi della tragedia che si consumava ad un passo da lui. Sconvolta, non osando staccarsi da suo fratello, la ragazza fu trascinata oltre il ciglio del burrone e scomparve nel vuoto con un ultimo, disperato grido.
Solo a quel punto, quando l’assenza di ogni rumore fu completa, il vecchio sacerdote si scosse e, piangendo forte, si affacciò a sua volta: vide subito le sagome scomposte dei suoi figli, sfracellati sulle rocce centinaia di metri più in basso. Non seppe decidere, in quegli ultimi istanti in cui il sibilo violento dell’aria gli riempiva la mente, se l’essersi dato la morte gli avrebbe valso la remissione della sua colpa, o una definitiva condanna.

In basso, fra le case e le strade, i pochi coloni della sessantesima generazione del Progetto Oort osservavano ammutoliti i tre cumuli di terra fresca, dove erano stati ricomposti i resti del sacerdote e dei suoi figli. La madre si era sentita male quando le avevano dato la notizia, ed ora stava a letto con la febbre, vegliata da un’anziana. Il silenzio era totale: la comunità non aveva voglia di piangere quei tre sciagurati; che il giovane Erond fosse una testa calda lo sapevano tutti, ma nessuno lo aveva mai creduto capace di tanto. Superare il Confine, tentare di andare oltre la fine del Sentiero. Ed immediatamente la Madre, offesa per il sacrilegio, aveva tolto la sua acqua di Vita! La follia di uno solo aveva condannato tutti ad una morte orribile.
La piccola porzione abitabile dell’asteroide, quella rivolta verso il sole, aveva mantenuto la sua efficienza per migliaia e migliaia di anni, assicurando alla popolazione un livello accettabile di sussistenza; a patto di non eccedere con le pretese, e con le nascite. Fotosintesi, produzione d’ossigeno, arricchimento del suolo, ciclo dell’acqua: tutto aveva sempre funzionato al meglio. Gli Dei provvedevano ad ogni cosa con la loro benevolenza. Bastava stare al proprio posto, non superare i limiti che, da generazioni, non erano mai stati messi in discussione. E ora, grazie all’avventatezza di un giovane scriteriato, quel giardino perfetto stava per diventare un arido deserto, popolato di spettri.
- Maledetto! – sibilò una vecchia, con cattiveria, rivolta al tumulo centrale. Gli altri le fecero eco, sussurrando sorde parole di disprezzo. Poi, ad uno ad uno, i cittadini si allontanarono, tornando alle proprie case, con il cuore pesante. Cupi e spaventati, osservavano il letto riarso del fiume, con le alghe che seccavano al sole. Già gli pareva di veder avvizzire l’erba, seccarsi le foglie degli alberi, mentre il giorno senza tramonto splendeva nel cielo sempre limpido, incapace di pioggia. La lunga, mortale siccità era cominciata.

Fu in quei momenti, mentre tornavano alla consuetudine delle proprie case, immutate da generazioni, che il pensiero si fece strada, simultaneo, nelle menti di tutti loro: una volta compiuto il sacrilegio, non c’era ritorno: il loro paradiso era perduto per sempre. Ciò diceva il Libro: “Ogni processo innescato non può essere interrotto”; le conseguenze dell’eresia erano irreversibili. Rimaneva solo la morte, una fine dignitosa e rassegnata, come unica forma di espiazione. Ma perché soffrire? A che scopo spegnersi lentamente, guardando il deserto avanzare, combattendo una lotta fratricida per accaparrarsi le ultime, squallide gocce d’acqua sporca che insozzavano di pozzanghere i canali? No, nessuno di loro si sarebbe abbassato a tanto, finendo i propri giorni come un miserabile pezzente. Erano coloni, per gli dei! Il germe della nuova umanità: vivevano nobilmente da migliaia di anni e dovevano reagire alla sventura, conformi ai propri princìpi.
Nel volgere di poche ore, tutti gli abitanti del villaggio dormivano un sonno quieto e composto, indotto da potenti farmaci che li avrebbero spinti dolcemente fra le braccia di una morte pietosa: anche la madre di Erond, inconsapevole di ogni cosa, accettò con le labbra la sua dose di veleno, mormorando una parola di gratitudine. 

Nell’assoluto, sepolcrale silenzio, dall’alto del pinnacolo, una voce metallica si levò ed echeggiò per i campi, fino alle case: “Manutenzione straordinaria filtri, completata”.
Poi, con solennità, il maestoso getto d’acqua sgorgò dalla roccia, gettandosi a capofitto sul letto del fiume: l’eco dell’urto rimbombò per la vallata, rimbalzando fra le case, riempiendo l’aria di quel familiare canto di vita che ogni colono lodava da sempre, con gioiosa gratitudine, al risveglio.
 Ma quel giorno dentro alle case, ad accogliere l’acqua, non c’era nessuno.