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venerdì 22 agosto 2014

Trattativa

- Ne vuoi una? – bofonchiò il più vecchio dei due uomini, cincischiando fra i denti gialli la testa del suo sigaro, mentre porgeva al compagno una bottiglia di Royal Breda.
L’altro, il tedesco, la guardò con disprezzo, sputò per terra e rispose: - Tieniti per te il tuo piscio, olandese.
Sir Ferguson sollevò lo gli occhi dal traballante tavolino che aveva piazzato, a mo’ di ufficio, nel punto più largo della tenda, sotto la più ampia delle sue aperture, per osservare la scena. Attraverso la zanzariera che la proteggeva, ad intervalli regolari,  penetrava un refolo dell’aria scialba e soffocante della giungla, dando per qualche istante l’illusione del vento fresco. Sotto lo sguardo preoccupato  del capo spedizione, i due sorveglianti si guardarono in cagnesco per qualche secondo, poi l’indolenza ebbe la meglio, e i due litiganti tornarono alle attività che li avevano impegnati negli ultimi cinque giorni, per tutto il tempo fra i litigi e il sonno: bere birra calda e ruttare.
Il vecchio nobile scozzese chinò il capo sulle proprie braccia, stendendosi sconsolato sul tavolino. Sebbene meno incline allo scoraggiamento dei due rozzi vigilantes che la Società gli aveva messo a disposizione, anche il suo umore era messo a dura prova: se ne avesse avuta la possibilità, avrebbe piantato su due piedi tutto quanto, lasciando che ogni cosa se ne andasse in malora in quell’infernale angolo di foresta, assieme a tutto il maledetto arcipelago indonesiano.

Ma quella spregevole creatura gli aveva impedito anche quella soluzione: sbirciò attraverso l’apertura, sollevando la testa di quel tanto che gli era necessario per scorgere la vista desolante della jeep, inutilizzabile; era inclinata con il muso innalzato verso il cielo, come se fosse un razzo pronto al decollo. Ancora una volta si domandò come diavolo avesse fatto, quell’essere schifoso, a smontare le ruote posteriori dell’automezzo, nascondendole con tutta probabilità negli anfratti del manufatto, e non riuscì a trattenere una violenta imprecazione.
Erano arrivati sull’altopiano cinque giorni prima, aprendosi la strada a colpi di machete e motosega, scavando una strada per la jeep in mezzo alla foresta vergine: la spedizione sul campo era il culmine di un lungo e tedioso lavoro di ricognizione, che Ferguson aveva svolto magistralmente, sfruttando le immagini satellitari e le ricostruzioni tridimensionali al computer. Lo aveva fatto per interminabili settimane, rintanato a rovinarsi gli occhi e la salute nel suo studio di Edimburgo. Alla fine, lo scozzese aveva raccolto abbastanza dati preliminari da convincere la Società Reale di Archeologia a finanziare quel tentativo. L’obbiettivo era il ritrovamento di quello che, agli occhi dei profani, appariva come un banale masso aguzzo, nel quale gli occhi esperti del grande archeologo erano gli unici a riconoscere la mano dell’uomo: convinzione che, pur essendosi rivelata clamorosamente erronea, avrebbe dato origine a sbalorditive conseguenze.
D’altronde, che cos’è il genio, se non la capacità di cogliere, là dove tutti vedevano soltanto ordinarie banalità, l’effimera opportunità di incontrare qualcosa di straordinario? Così era stato per Ferguson. Perché lui, malgrado tutte le assurdità della situazione in cui si trovava, era davvero una mente geniale.
Ma neppure il suo cervello eccezionale era preparato all’eventualità di incontrare vita intelligente, proveniente da un altro pianeta, durante una missione archeologica in un’isola inesplorata al largo del Borneo. Manufatti alieni, misteriosi visitatori che insegnavano ai popoli primitivi i rudimenti dell’architettura, templi-astronave mimetizzati nella jungla… Erano le classiche idiozie popolari, buone per le riviste di gossip, che circondavano come un alone di stupidità il serissimo lavoro degli archeologhi. Le cose che aveva sempre disprezzato. Ed era toccato proprio a lui, trovare quella prova inconfutabile, destinata a ribaltare la situazione, elevando quel cumulo di cretinerie agli altari della scienza. Se non altro, si era detto Ferguson, suo era l’onore dell’epocale ritrovamento: un disco volante, precipitato nella foresta da un migliaio di anni, la cui forma peculiare svelava l’annoso mistero della bizzarra architettura cerimoniale della regione, cosa che era da sempre l’oggetto delle sue ricerche. Ed ora che aveva fra le mani quell’incredibile scoperta, che lo avrebbe fatto passare alla storia, ecco che si trovava davanti l’ostacolo, inconcepibile e insormontabile, costituito dal comportamento di quel ridicolo, piccolo bastardo.
Come se avesse seguito il filo dei suoi pensieri, il trillo fastidioso della voce dell’essere si fece sentire sulla radura fuori dalla tenda. Ferguson e i suoi aiutanti si alzarono di scatto, precipitandosi verso l’apertura. L’odore dolciastro di frutta marcia, che stavano imparando a riconoscere come familiare, li investì non appena varcarono la soglia della tenda. Il piccolo umanoide aveva la pelle gonfia e pallida: era in piedi al centro dello spiazzo erboso. Ai lati della testa tozza, incerta sul collo sottile, i suoi piccoli occhi grigi da furetto fissavano i terrestri con alterigia, mentre lui si ergeva in tuti i suoi settanta centimetri di altezza: quando parlò i tre uomini furono nuovamente aggrediti dall’alito rancido, dovuto al suo peculiare metabolismo degli zuccheri, che generava composti terribilmente simili ai prodotti della chetoacidosi.
- Prigionieri terrestri! – esordì la creatura, esprimendosi in un inglese impeccabile, benché funestato da un’indescrivibile concomitanza di orrendi difetti di pronuncia. – La mia grazia vi onora di una nuova proroga, trascorsa la quale sarete giustiziati secondo le nostre leggi.
- Che diavolo sta dicendo questo idiota? – sibilò in tedesco il più giovane dei due scagnozzi.
Ignorandolo completamente, l’essere proseguì: - Domani, al tramonto del vostro sole, verrà eseguita la sentenza di morte. In sua attesa, resterete confinati nella vostra tenda.
Senza attendere alcuna replica, l’alieno si girò e si allontanò, con una bizzarra andatura saltellante, come se le sue gambe tozze non fossero provviste di ginocchia. In pochi istanti, scomparve fra il fogliame, indifferente ai richiami di Ferguson e degli altri due: nessuno tuttavia aveva la minima voglia di sfidare il caldo e i rettili velenosi per mettersi a cercarlo fra la fitta vegetazione.
Non che non ci avessero provato: lo avevano inseguito per ore, subito dopo il primo, sconcertante contatto. Era successo pochi minuti dopo che la spedizione aveva raggiunto il manufatto, prima ancora che potessero sistemare il campo base. Mentre contemplavano sbalorditi l’astronave precipitata, quell’essere spregevole era balzato giù da un albero, sottraendo loro gli zaini che avevano appena posato a terra, per poi scomparire fra le frasche alla base della navicella, conficcata nel terreno.
Per ritrovarlo, avevano disboscato la jungla tutto intorno al basamento dell’oggetto, senza scoprire alcuna apertura: mentre erano intenti a quell’estenuante lavoro, lui faceva continuamente capolino alle loro spalle, fra i rami degli alberi, o di lato, in mezzo all’erba alta, bersagliandoli con piccole pietre e pezzi di dura corteccia. Alla fine, i tre archeologi avevano dedotto che quella specie di scimmia antropomorfa doveva avere una tana sotterranea, con più uscite, e si erano rassegnati a fare a meno di macchine fotografiche e telefono satellitare, montando il campo poco distante dal velivolo alieno.
Lui si era rifatto vivo in piena notte: strillando come un pazzo nel suo orribile inglese, li aveva minacciati di aver offeso il suo nobile e antico popolo. In poche, indignate parole, aveva espresso la sua sentenza di morte verso i tre terrestri, che sarebbero stati giustiziati all’alba. Vestendosi di tutta fretta, i tre erano usciti, illuminando a giorno la radura con le loro torce, ed avevano realizzato la vera natura del molesto primate. Ferguson aveva tentato di comunicare con lui, passando dalle scuse alle richieste di ragionevolezza: ma quello sembrava disinteressato ad ogni approccio e continuava a ripetere il suo verdetto inappellabile. Alla fine se ne era andato, dichiarandoli prigionieri in attesa di esecuzione della sentenza.
I tre uomini, per prudenza, avevano deciso di mollare tutto e andarsene con la jeep, ma gli erano bastati pochi istanti per rendersi conto che quel mostriciattolo aveva svitato le ruote posteriori, e non se l’erano sentita di percorrere la pista in mezzo alla foresta di notte, senza armi e senza equipaggiamento. Si erano stesi nelle brande, aspettando con ansia crescente il proprio destino. Tuttavia, l’alba era sopraggiunta senza che ai tre malcapitati venisse fatto alcun male. Verso metà mattina, l’alieno era apparso davanti all’ingresso della tenda, annunciando la prima delle numerose proroghe alla sentenza, che nei giorni successivi si sarebbero puntualmente succedute.
La situazione degli esploratori era senza via d’uscita: con la jeep inutilizzabile, senza gli zaini e con il telefono satellitare nelle mani di quel demonio, la loro unica possibilità di sopravvivenza era rimanere nella tenda, guardando a vista le scorte di cibo e acqua che rimanevano, alla mercé di quell’extraterrestre pazzoide. Ed anche così, sarebbero morti di sete prima di un mese.
- Se avessi almeno il mio vecchio Mauser! – grugnì rabbiosamente il tedesco, rimpiangendo l’arma che era sparita insieme al resto.
- E a che sarebbe servito? – gli fece eco il compagno, con tono canzonatorio. – Con la tua mira e la velocità di quel bastardo, avresti ottenuto soltanto di spararti in un piede.
- Avrei potuto sparare a te, stronzo di un olandese!
- Bada a come parli, crucco! – lo minacciò l’altro in risposta. – Posso farti parecchio male anche a mani nude.
- E perché non ci provi?
Sir Ferguson si alzò in piedi all’improvviso: i due, temendo di essere rimproverati dal loro capo, verso il quale avevano sviluppato un’istintiva soggezione, si alzarono a loro volta, interrompendo il battibecco. Ma all’archeologo non interessavano le scaramucce di quegli idioti: nel suo animo scozzese era andato crescendo, giorno per giorno, un sentimento di insofferenza verso l’insolenza dell’alieno. Ora tale sentimento bussava alle porte del suo ancestrale orgoglio, rendendogli impossibile tollerare oltre un tale trattamento: terrestre o no, la creatura che poteva tenere impunemente in ostaggio Sir Ferguson aveva ancora da nascere!
Il vecchio attraversò l’apertura della tenda con passo spedito e si fermo risoluto al centro della radura. Ben piantato con le gambe divaricate, le braccia fieramente posate sui fianchi, il gentiluomo alzò la voce e ordinò con tono sprezzante: - Tu, schifoso pezzente e ladro: ti ordino di venire fuori immediatamente!
Nessuno si era veramente aspettato che succedesse qualcosa: né Sir Ferguson, che aveva agito obbedendo all’impulso irrefrenabile di sfogare la propria impotenza, né i due aiutanti, che osservavano la scena in quanto unica alternativa alla completa inedia della prigionia, per il gusto di vedere l’austero scienziato perdere il proprio aplomb. Così, quando il piccolo alieno avanzò allo scoperto, spuntando dal fogliame, con il passo incerto e lo sguardo mite, il vecchio scozzese dovette fare appello a tutta la sua prontezza d’animo per non mostrarsi sbalordito. Ci riuscì perfettamente e, inarcando le sopracciglia, avanzò di un passo verso l’essere, proseguendo nella sua arringa: - Non so quale sia il torto che abbiamo commesso nei tuoi confronti, ma questo non ti autorizza a rubare il mio equipaggiamento, né a danneggiare un veicolo di proprietà della Società Reale di Archeologia Scozzese. Ciò è contrario alle leggi di questo pianeta e costituisce un reato punito severamente.
A quelle parole, l’essere trasalì: - Reato? – ripeté, farfugliando.
- Esattamente. E nel tuo caso, ci sono molte aggravanti, per cui non mi stupirei se si raggiungesse senza difficoltà il massimo della pena.
L’alieno apparve subito in difficoltà: lungo il collo, un groppo nodoso gli si muoveva su e giù, come se faticasse a deglutire. Sbatteva le palpebre e sollevava ritmicamente il goffo torace tozzo.
- Non conoscevo questa legge… - attaccò, con tono piagnucoloso.
- Non ha importanza. L’ignoranza non può essere addotta per giustificare un reato. Mi dispiace, ma non ho altra scelta che denunciare quello che hai fatto alle autorità di questo pianeta: sarai giudicato entro pochi giorni.
Sir Ferguson tacque, con il cuore che batteva all’impazzata, cercando di dissimulare l’ansia che lo possedeva: aveva sostenuto quel clamoroso bluff seguendo l’impulso di una banale intuizione, basata sull’impressione che gli aveva fatto quell’essere e la sua psicologia infantile. Ma il risultato, che quelle panzane sembravano avere su di lui, andava ogni oltre aspettativa.
Nel frattempo l’alieno stava arretrando con lentezza, farfugliando qualcosa in una lingua che lo scozzese non riusciva a riconoscere: continuò ad indietreggiare per diversi secondi, tenendo lo sguardo fisso a terra, poi all’improvviso si voltò e spiccò un balzo di incredibile portata, volando letteralmente attraverso la radura e atterrando con un tonfo ovattato a diverse decine di metri di distanza, in mezzo al fogliame.
- Ehi! Torna qui! – gridò l’uomo: ma in risposta gli giunse solo lo scalpiccio ritmato dei piccoli piedi della creatura, che correva verso l’astronave.
- Che succede, professore? – Gridarono insieme i suoi scagnozzi.
In tutta risposta, dalla jungla giunse un fischio insistente e di crescente intensità, seguito, pochi istanti più tardi, dal sibilo di un voluminoso spostamento d’aria: la maestosa nave incagliata nella fanghiglia si librò leggera nell’aria, sospesa senza apparente difficoltà come una gigantesca libellula. Poi, con un guizzo così rapido che lo sguardo dei tre uomini fece fatica a cogliere, schizzò verso il cielo azzurro, appena velato di foschia, scomparendo alla loro vista senza lasciare alcuna traccia, lasciando, come un sogno al mattino soltanto il dubbio di un ricordo.
Senza dire una parola, Ferguson si avviò verso il largo cerchio di erba schiacciata e divelta dove, fino a pochi minuti prima, era rimasta incagliata un’astronave per migliaia di anni: c’erano alcune pietre sul terreno che sembravano bruciacchiate, o forse era solo un’impressione. Le raccolse con l’intento di farle analizzare. Poi qualcosa attirò la sua attenzione: poco distante si trovavano le ruote della jeep e i loro zaini, disposti con cura. Ad un suo cenno, i suoi due aiutanti si misero all’opera, cercando di ignorare il senso di irrealtà che li aveva avvolti, e in breve il veicolo fu di nuovo in condizioni di partire.
Lo fecero, senza porre tempo in mezzo, ansiosi di uscire da quell’incubo. In pochi minuti, l’automezzo arrancava sobbalzando, diretto alla civiltà, ripercorrendo all’indietro la traccia che avevano creato all’andata.
Ferguson si girò per un’ultima volta verso il luogo dove erano stati testimoni, per breve tempo, della più importante rivelazione della storia dell’umanità: alle sue spalle si ergeva soltanto una sagoma grigia, coperta di arbusti, nella quale chiunque avrebbe riconosciuto un banale masso aguzzo.